L’anomalia italiana
Giuseppe Leuzzi
Il novismo politico si è esaurito? Non solo i socialisti provano a ritrovare la loro storia, anche i Dc col Grande Centro. E i diessini, l’incertezza identitaria avendoli ridotti a ruota di scorta nel centro-sinistra. Quali che siano gli esiti della triplice gestazione, è chiaro che il radicamento torna a premiare. C’è bisogno, anche tra i giovani abbandonati da quindici anni al nulla politico, di una identificazione che risponda a ideali e interessi, seppure non irrigidita nell’ideologia. Mentre il voto d’opinione riprende le sue ristrette dimensioni, sono finite le illusioni di un voto d’opinione di massa – il fenomeno Berlusconi che aveva illuso Cofferati e Moretti. Il rapido appannamento di Forza Italia non autorizza le vecchie polemiche sul partito di plastica, dopo due elezioni vinte, ma un segnale di svolta lo è sicuramente.
Il novismo italiano è rimasto peraltro isolato in Europa, e in sospetto. Altrove, anche dove si è posta come in Italia la questione morale, in Germania per esempio, o in Belgio, le identificazioni politiche sono rimaste forti e tradizionali. Il caso italiano non ha fatto scuola perché non era nella storia: non era un’eccezione la deprecata – anche deprecabile - Italia dei partiti, lo è quella di Mani Pulite. Il novismo invece sempre più si configura come un colpo di mano indolore, per una serie di eventi tutti convergenti, seppure non concordati: due scioglimenti anticipati del Parlamento indotti in due anni, centinaia di processi che si sono segnalati per l’assoluzione dei politici coinvolti, la distruzione della lira, che pure l’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi considerava solida, la giustizia sommaria attraverso i giornali.
Resta l’esigenza di stabilizzare i governi. Su cui il Psi si era concentrato, nel decennio precedente Mani Pulite, con la Grande Riforma. Il novismo non l’ha realizzata, malgrado maggioranze anche solide, come l’attuale. Il singolare “chiama-e-rispondi” media-partiti, la creazione e l’amplificazione cioè di divisioni da parte dei grandi giornali, ha lasciato più o meno intatti i poteri d’interdizione degli interessi costituiti. Si ricordi la campagna contro i “dalemoni” dieci anni fa, al tempo della Bicamerale, e oggi quella per il Grande Centro. E in questa che viene chiamata l’anomalia italiana, di giornali che, benché di proprietà di grandi interessi, si surrogano la funzione politica, sta il segno che più di ogni altro ha caratterizzato il quindicennio. Questa anomalia però non è esaurita.




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