Post #185 di 185
PECHINO - Nella trionfale crescita cinese sta apparendo un sintomo sinistro: aumenta il «magazzino» di beni finiti.
In Cina, nuove file di auto in attesa di compratori si allineano nei piazzali, capannoni si riempiono di merci d'ogni genere - sfornate a ritmo demenziale dalla prodigiosa «produttività» cinese - che il mondo non riesce a comprare allo stesso ritmo.
Insomma, si accumula l'invenduto.
Sintomo taciuto, ma di dimensioni colossali.
Nel 2004 il magazzino degli invenduti in Cina valeva solo l'1 % della crescita del PIL cinese; oggi, primo semestre del 2005, vale già il 20% (1).
Ciò significa una sola cosa.
Il «successo» cinese tanto lodato dai dogmatici della globalizzazione, perchè fondato sull'esportazioni di merci a basso prezzo e sul «vantaggio competitivo» dei salari infimi, può rovesciarsi in ogni momento in catastrofe.
Per eccesso di «successo», di «vantaggio competitivo».
A chi vendere ancora?
Il principale cliente di Pechino, gli USA, già assorbono il 40% delle esportazioni totali cinesi: Pechino si è legato in una dipendenza assurda da un unico compratore, che per di più è il massimo debitore mondiale, ed è la superpotenza militare più potenzialmente ostile.
Già nel Congresso si minaccia di imporre un dazio del 25% sulle merci cinesi - tanti saluti al «libero commercio globale» - se Pechino non rivaluta la sua moneta.
In ogni caso, i rincari della benzina inducono l'insaziabile compratore americano a ridurre i consumi superflui; oltretutto, il consumatore USA non sta spendendo i soldi che guadagna mensilmente, ma quelli che ha ottenuto ipotecando la sua casa, attualmente sopravvalutata: ossia spende avendo acceso un debito che deve restituire.
Ora, se gli USA comprano meno carabattole cinesi, non sarà facile per Pechino trovare altri mercati della stessa misura: non ce ne sono.
Il deficit americano nell'import-export ammonta al surplus esportativo di ben dieci delle più forti economie: quello della stessa Cina addizionato a quello di Giappone, Germania, Russia, Arabia Saudita fra le altre.
Il «successo» esportatore cinese è alle ultime fasi.
E la stolta dirigenza di Pechino cerca di superarlo accrescendo il suo «vantaggio competitivo», ossia retribuendo sempre meno i suoi lavoratori: crede che sia medicina quello che ormai è veleno.
Singolare assurdità: dopo un decennio di sviluppo economico prodigioso, i consumi interni, quelli del cinese medio, non sono cresciuti.
Anzi, sono calati: nel 2004 sono scesi a solo il 42% del PIL, e nel 2005 sono sicuramente calati ancora (per contro, in USA, i consumi privati sono il 71% del PIL).
Ciò è facilmente spiegabile: Pechino minaccia di riformare le vecchie imprese statali comuniste, per renderle «più efficienti», liberandole dell'enorme eccesso di personale.
Ovviamente, il cinese comune reagisce al pericolo di restare senza lavoro risparmiando accanitamente sul suo magro salario, riducendo i consumi oltre la sua proverbiale frugalità.
Lo sbilancio del PIL cinese è di un'evidenza inaudita: all'80%, è costituito dalle esportazioni e dagli investimenti fissi (ossia dagli impianti per produrre sempre più merci da esportare), e continua a salire del 30% annuo.
Per contro i consumi interni sono marginali.
Eppure mettere più soldi in tasca ai lavoratori cinesi è la sola scelta giusta e urgente: così compreranno le merci oggi invendute, che si accumulano nei magazzini.
Altrettanto ovviamente, la nomenklatura cinese non avrà il coraggio di aumentare i salari proprio nel momento in cui la domanda mondiale delle sue merci cala.
Un altro modo sarebbe di rivalutare lo yuan: con una moneta più forte in tasca, il cinese potrebbe comprare di più.
La nomenklatura di Pechino sta facendo il contrario: opera continui interventi sul mercato valutario per tenere basso lo yuan, allo scopo di mantenere poco costose le sue merci da export.
Essere obbligati a continui interventi è il segno che la moneta è effettivamente sottovalutata, e di molto.
E per sostenerla, Pechino vende yuan e compra dollari.
Altri dollari.
Ne ha già una montagna: pari al 42% del proprio enorme PIL.
Buoni del Tesoro USA, che rendono poco, emessi dal massimo - e insolvente - debitore mondiale.
Bisogna dare ragione a Laura Tyson D'Andrea, l'analista della London School of Economics: la Cina essendo ancora un Paese povero, dovrebbe avere un deficit invece di un surplus (2).
Un Paese povero deve essere in deficit perché sta spendendo più di quel che ha in cassa per dotarsi di infrastrutture (strade, reti elettriche, trasporti), istruzione, ricerca e sviluppo, le basi per il futuro sviluppo.
La Cina ha tanti dollari nelle casseforti, da poter spendere cifre enormi per infrastrutture, senza bisogno di indebitarsi.
Non ha giustificazione economica mantenere i dollari in cassaforte. Spenderli per infrastrutture è un modo centrale, e necessario, per accrescere la domanda interna: distribuire salari, ridurre la disoccupazione, accresce i consumi dei nuovi salariati.
Per Laura Tyson, la Cina può senza problemi spendere in deficit l'esatto equivalente di ciò che riceve come investimenti diretti esteri, 50 miliardi di dollari l'anno, il 4% del suo PIL.
Si noti: ciò che la Tyson propone alla Cina non è liberismo, è politica economica keynesiana.
Dirigismo anti-ciclico.
Il contrario di ciò che la sua London School of Economics insegna ai suoi allievi, che vengono da ogni parte del mondo a imparare le regole del libero mercato selvaggio.
Ma il dogma, imposto dalla cultura anglosassone a tutti gli altri, viene rapidamente dimenticato dagli anglosassoni, quando fa comodo a loro.
E gli USA si dissanguano comprando merci a basso costo cinesi; dunque Pechino cresca la sua domanda interna.
Il Fondo Monetario impedisce ai Paesi poco sviluppati di spendere in infrastrutture; non spendano per le scuole e le strade, dedichino ogni centesimo a pagare i debiti ai banchieri internazionali, ad esportare di più. Qui, il consiglio è l'esatto opposto.
Il punto è che oggi Laura Tyson ha ragione.
Una decisa rivalutazione dello yuan ridurrebbe la dipendenza della Cina dalle esportazioni; incoraggerebbe investimenti nazionali nella produzione di beni non esportati, soprattutto alimentari ed elettricità, che sono scarsi in Cina (e la loro scarsità provoca inflazione); ridurrebbe il rischio di una disastrosa guerra commerciale con gli USA.
Insomma, la Cina deve rivalutare non per fare piacere agli Stati Uniti, ma per darsi una struttura di sviluppo più sana e meno sbilanciata.
Ma siamo sicuri che la nomenklatura di Pechino, questi comunisti che sono divenuti allievi dogmatici del «mercato globale», non seguirà il consiglio.
Andrà al disastro che il liberismo sempre produce quando è applicato con rigore: masse di merci invendute, deflazione, gelo dei commerci.
Maurizio Blondet
Note
1) Stephen Roach, «Tough flying for the global economy», Asia Times, 26 ottobre 2005.
2) Laura Tyson D'Andrea, «A stronger yuan helps China»; Business Week, 31 ottobre 2005.
Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.




Rispondi Citando