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    Predefinito Non tutto ciò che è legale è legittimo ..

    Cofferati, non sempre la legalità è legittima
    Legge, diritti, Costituzione


    Antonio Soda*
    In tutte le città italiane, le istituzioni pubbliche, lo Stato, con il suo apparato repressivo, e i Comuni, con le loro prioritarie funzioni di garanzia della coesione sociale, si trovano a fronteggiare questioni complesse e ardue.
    In particolare, i flussi migratori si sviluppano con l'inserimento al lavoro di stranieri in possesso del permesso di soggiorno e con una massa di irregolari, sfruttati col lavoro nero o vaganti nel tentativo di sopravvivere con mille espedienti.

    Le carenze abitative investono le fasce popolari più deboli ed emarginate. Fra queste si collocano i lavoratori, italiani e stranieri, il cui salario non consente il pagamento degli esosi affitti di mercato; i nomadi, che continuano a coltivare la libertà di movimento e si accampano ove è possibile trovare un riparo; i lavoratori in nero e gli stranieri irregolari, che non dispongono di alcuna certezza economica; gli studenti universitari fuori sede, costretti a corrispondere anche trecento euro mensili per l'affitto di un posto letto; le giovani coppie che rinviano la convivenza perché non sono in grado di sostenere il costo di un alloggio.

    In mancanza di politiche pubbliche di tutela della famiglia, del lavoro, dell'universalità dell'istruzione sono inevitabili i conflitti sociali. E' altresì inevitabile che il conflitto si apra fra le stesse persone, vittime della negazione dei loro fondamentali diritti umani, e attraversi l'intera collettività.

    Si riproduce così un fenomeno, ben noto alla storia del nostro paese. Talora, la protesta e la ribellione scardinano la solidarietà interna fra gli oppressi, aprendo una lotta fra gli stessi emarginati. Sempre, il fastidio e, a volte, la violenza con la quale si manifesta la rivendicazione di diritti elementari, sollecitano le comunità ad invocare ordine, sicurezza e legalità.

    Le tensioni, che il conflitto provoca ed alimenta, investono necessariamente, nell'assenza totale dello Stato, il Comune, l'istituzione più visibile e più vicina ai cittadini. E i sindaci, per l'investitura popolare ricevuta, oggi più di ieri, sono chiamati ad affrontare e risolvere questioni, per le quali non hanno poteri e risorse.

    I sindaci italiani, soprattutto nelle città storicamente amministrate da giunte di sinistra o di centro sinistra, hanno una lunga tradizione di metodo democratico nel fronteggiare le gravi crisi sociali.

    Questo metodo si esprime nella collegialità, nel dialogo, nel confronto, nella ricerca continua di soluzioni condivise, nella risposta - anche parziale e temporanea - al disagio e al dramma che la protesta esprime, nella distinzione del ruolo del sindaco rispetto agli apparati repressivi e quindi nel rifiuto, comunque, dell'uso della forza, per la quale peraltro, esistono questori e prefetti.


    Un prestigioso sindaco di Bologna, in epoca non certo priva di conflitti, ha testimoniato questa cultura, rievocando il suo rifiuto all'intervento della polizia nella casa comunale e sottolineando che i problemi di Bologna non sono né i lavavetri né le baracche.

    L'attuale sindaco, al contrario, pretende di risolvere, prioritariamente, sul terreno dell'ordine pubblico, e quindi della repressione, il suo rapporto con le questioni che immigrati, lavavetri, nomadi, lavoratori e studenti sollevano.

    E' vero che al di fuori della legalità vi è soltanto la giungla del più forte, del più ricco, del più prepotente e che in essa soccombono proprio i più deboli, gli sfruttati, gli emarginati.

    E' vero che la sicurezza è un valore democratico. Il diritto alla sicurezza fu sancito infatti per la prima volta nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1789 ed è ora riconosciuto nell'art. II-66 del Trattato Costituzionale europeo come diritto collettivo e individuale.

    Ma occorre avere consapevolezza del significato autentico di legalità e sicurezza.

    Legalità e sicurezza non sono, come predica da sempre la destra italiana (che non a caso plaude alle ruspe inviate a smantellare le baracche dei rom), repressione dei deboli e impunità per i forti, né semplicemente, come sostengono taluni "riformisti", certezza della legge e tranquillità.

    Muovendo dal mito di Antigone, un illustre costituzionalista, Gustavo Zagrebelsky, ha invitato a riflettere sul mutevole rapporto, che ha percorso la storia culturale e giuridica della civiltà occidentale, tra lex e ius e sulla progressiva (e tuttora possibile e immanente) divaricazione fra legalità, che è propria della legge, e legittimità, che è propria del diritto.

    In una epoca, egli sostiene, contrassegnata dalla prevalenza del principio di legalità, concepita come mera corrispondenza alla legge, a scapito e mortificazione e sovente annullamento della legittimità, ovvero la corrispondenza al diritto, e quindi al riconoscimento delle garanzie sociali, l'unica forma di resistenza e di difesa dall'arbitrio legalizzato del potere che si fa legge (e che dunque tollera ingiustizie e discriminazioni, arbitrio e illegalità: non sono forse tali gli affitti esosi, lo sfruttamento del lavoro nero, l'abbandono e il degrado di intere comunità?) è invocare la legalità costituzionale.

    E' questa la legalità che contiene lex e ius, in quanto è espressione dei valori, primi fra essi la centralità della persona e dei suoi diritti inalienabili, assunti come fondativi della stessa civile convivenza e quindi della sicurezza e della tranquillità delle comunità.

    Di questa legalità costituzionale deve farsi promotrice e garante la cultura e la politica del centro sinistra, in sede locale e nazionale. Essa non esclude il contrasto della violenza ma, in primo luogo, previene il conflitto, dialoga e comprende, garantisce i diritti, risolve i problemi, e, soprattutto, sa distinguere fra la illegittimità, che in quanto spregiativa della dignità delle persone deve essere rimossa anche con la repressione, e la semplice violazione formale, per la quale anche la tolleranza può avere un significato politico, alto di giustizia.

    Su questo terreno, in particolare è chiamata a misurarsi la sinistra italiana di modo che emerga anche nella coscienza popolare che la vera sicurezza risiede proprio nella espansione e nel consolidamento della democrazia e dei suoi principi di uguaglianza e di giustizia sociale.


    *deputato Ds

  2. #2
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    cofferatismo dannunziano
    di Merlo (ed altri giornalisti)


    Rina Gagliardi
    Non c'è nulla che piaccia ai giornalisti come un dirigente della sinistra che fa una politica di destra: li fa, letteralmente, impazzire di felicità. Li fa sentire di colpo realizzati, forse chissà, in pace col mondo e con se stessi... Il massimo è naturalmente Tony Blair, che sarebbe il capo della sinistra inglese ma che governa la Gran Bretagna secondo i dettami del neoliberismo, del privatismo, della subalternità a Washington, insomma assumendo in toto, o giù di lì, il patrimonio peculiare dei conservatori. Ora, però, il primato del leader del New Labour è in pericolo: il nuovo idolo si chiama Sergio Cofferati. Due o tre anni fa, in molti lo avevano scambiato, addirittura, per un "radical" e per il nuovo leader della sinistra dei movimenti - perciò, molto ne avevano diffidato, fino alla sua ascesa come primo cittadino della "città più libera d'Italia". Ora, invece, a colpi di ruspe e di invocazioni della legalità, Cofferati si è redento: anzi, ha redento Bologna. Tocca a lui incarnare al meglio (o al peggio, a seconda dei punti di vista) quella "sinistra di destra" che rappresenta l'ideale del sistema mediatico: quella "sinistra", per esempio, che mette al primo posto l'"Order" e la "Law", proprio come fanno i sindaci americani. Quella "sinistra" che, come dicono a Roma, pratica la linea del "quando ce vo' ce vo''- e sono al minimo schiaffoni, se non sono manganelli.
    Ora, dunque, fiorisce la nuova specie dei cantori appassionati del cofferatismo. Il meno sobrio - era quasi inevitabile - è il solito Merlo (Francesco) parlante. Che però stavolta, dalle colonne della Repubblica davvero straparla. I disgraziati, i poveri, i migranti, i senza-tetto, in tutta evidenza, gli fanno schifo - sono sporchi, disordinati, incolti, rovinano il decoro borghese delle strade e delle piazze, disturbano i sonni tranquilli dei benpensanti. Perciò lode a Cofferati che ha dato a una bella lezione a tutti costoro: alla "povertà incivile" dei lavavetri, dei baraccati, degli studenti disordinati, ma anche e soprattutto alla sinistra radicale, Bertinotti in testa, colpevole di rimanere - di provare a rimanere - fedele, prima che all'aggettivo, al sostantivo che la muove. Ma il Merlo parlante è proprio senza freni: l'attuale sindaco di Bologna gli appare come l'erede autentico di Antonio Gramsci e degli ideali dell'"Ordine Nuovo", che certamente, si ricorderà, c'entravano qualcosa con quelli della Rivoluzione d'Ottobre. Invece il segretario di Rifondazione comunista sarebbe - come sempre - il responsabile di tutto, il mallevadore di tutte le proteste d'Italia e d'Europa, il protettore astuto e cinico dell'illegalità. Di più: la "resistenza di Bertinotti a Bologna" gli appare eguale, tout court, alla "protervia dei mafiosi di Gela". Dopo la lezione - del tutto fuoriluogo - di identità e storia della sinistra, siamo agli insulti. Che tanto delirio sia l'effetto dell'influenza aviaria, che forse ha fatto la sua prima vittima umana? Ma no, è solo il frutto naturale dell'ebbrezza da cofferatismo. Il cofferatismo che si fa estetica, culto dannunziano, disordine logico - e pseudopolitico.

    Anche qualche altro giornalista solitamente più razionale ha avvertito l'acuto bisogno di scendere a fianco di Cofferati sferrando un attacco frontale a Liberazione: Stefano Manichini su Europa e Antonio Padellaro sull'Unità non hanno apprezzato né le nostre critiche, né la nostra diagnosi sul cofferatismo malattia senile della sinistra di destra, che identifica se stessa con il mero esercizio del potere - con il potere fine a se stesso, che diventa quasi per forza di cose insensibilità sociale - e fine di ogni pietas. Eccessivo o improprio parlare di stalinismo? Forse. Ma perché questo sostantivo, questa storica tragedia della sinistra e dei suoi rapporti col potere, questo trionfo della più spietata logica di Law and Order, dà così fastidio alle persone più insospettabili?

  3. #3
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    LA VIA ROMANA...

    Le iniziative della giunta Veltroni e del municipio X. E' possibile trovare le case per i senzatetto senza dimenticare i loro diritti
    C'è una via "romana" allo sgombero:
    negoziato al posto del manganello


    Laura Eduati
    Un altro sgombero è possibile. Specialmente quando ne va della sicurezza di chi è abusivo per necessità. L'altro sgombero si fa con logica, e con il dialogo. Almeno questo pare succeda a Roma. Non come Cofferati, «che si comporta come un folle, come Gentilini, l'ex sindaco di Treviso», si dice dalle parti del Campidoglio. Patrizia Sentinelli (capogruppo di Rifondazione nel consiglio comunale) e Massimo Smeriglio (presidente dell'XI municipio, sempre del Prc) portano l'esempio dello sgombero («io lo chiamerei trasferimento temporaneo», suggerisce Smeriglio) del campo rom di vicolo Savini, in zona Ponte Marconi. Un campo enorme, 800 persone, in condizioni spaventose. Latrine a cielo aperto, ogni inverno un bambino che moriva di freddo. La comunità si trovava in quella situazione dalla fine degli anni '60, finché la giunta Veltroni ha raggiunto un accordo con i capofamiglia della comunità e un mese fa li ha trasferiti sulla via Pontina, dove ora vivono e dormono in tende fornite dalla Protezione Civile. Lì a fianco il comune sta facendo costruire un villaggio attrezzato, cioé un campo fatto di piccole case e fognature che funzionano, bagni individuali e acqua calda. Loro, in verità, avrebbero voluto rimanere nel territorio dell'XI municipio, ma non si è potuto trovare di meglio. A fare da trait d'union tra i rom e l'amministrazione sono intervenute due associazioni, l'Opera Nomadi e Arci Solidarietà, che insieme hanno fatto sedere allo stesso tavolo i rappresentanti dei nomadi, le associazioni territoriali e l'amministrazione comunale.
    «Certo, ci abbiamo messo due anni a mettere d'accordo comune e rom» spiega Smeriglio, «senza contare i bastoni tra le ruote che ti mette la destra e alcuni cittadini, pieni di stereotipi contro i nomadi». «Ecco perché è stato scelto il blitz: in poche ore i rom se ne sono andati, e quasi nessuno se n'è accorto». Difficoltà? «Molte. I rom non sono stati facili da convincere. Ma nè a noi di Rifondazione né a Veltroni è mai venuta l'idea di usare le ruspe».

    Nel pacchetto-sgombero una ventina di famiglie rom di vicolo Savini hanno chiesto e ottenuto dal sindaco un futuro trasferimento in case vere e proprie, con un bonus per l'affitto di 500 euro; altre potranno venire aiutate a tornare nella ex Jugoslavia. «Devo riconoscere che il comune di Roma sta agendo con determinazione e convinzione», commenta Sergio Giovagnoli, di Arci Solidarietà, «cioé non sta seguendo il modello di Cofferati». Anche a lui la stessa domanda: è difficile sgomberare a forza di dialogo? «E' difficile più che altro convincere i residenti ad accettare i rom: credo sia la categoria più odiata in assoluto».

    Massimo Converso, dell'Opera Nomadi, ha un'idea ancora più precisa: «La verità è che i nomadi sono gli ultimi proletari d'Europa». Converso si dichiara abbastanza soddisfatto dall'operazione di vicolo Savini. In fondo, aggiunge con obiettività, lo spazio che occupavano apparteneva all'Università, e la convivenza tra i rom con il quartiere non era esattamente idilliaca. «Lo sgombero. comunque, ha avuto luci e ombre». Quali? «Di positivo c'è che finalmente questa gente vivrà dignitosamente. Ma lo farà emarginata dal contesto urbano, visto che si trova a 20 chilometri dal centro di Roma». Eppure pare che la politica si stia dando da fare: «Non voglio dare il nome, ma c'è un comune del Lazio che vuole accogliere questi rom per dar loro casa, lavoro e scuola». Insomma, sembra tutto rose e fiori.

    «Non sto dicendo che a Roma i conflitti tra gli abusivi e l'amministrazione si risolve solo a tarallucci e vino», puntualizza Sentinelli. Che però porta altri esempi di buona gestione: a via Sabelli, dove un edificio occupato da nuclei famigliari venne «liberato col metodo negoziale: alle persone che vennero allontanante trovammo un altro posto»; o in via Castrense, dove il Comune di Roma avviò una trattativa con il proprietario di una struttura occupata abusivamente, e alla fine la acquisì in affitto. Poi magari la memoria va ai rifugiati che per giorni dormirono all'aperto quest'estate a Porta Maggiore, dopo lo sgombero. Ma a maggio il Campidoglio ha dato un segnale forte per la soluzione del problema casa, e non solo per i rom. Si tratta della delibera abitativa che si prende degli impegni precisi: acquisire appartamenti cartolarizzati dallo Stato e inserirli in un piano di edilizia popolare; obbligare i costruttori a destinare il 15% degli alloggi a canone concordato solidale. «Con questa iniziativa a breve avremo circa 3000 nuove case per i nuclei disagiati», conclude Sentinelli.

    In questi giorni Rifondazione di Roma ribolle per l'esperienza di Sandro Medici (Prc), il presidente del X municipio indagato per aver requisito degli appartamenti e averli dati a dei senza casa. «Ad un'emergenza straordinaria si può rispondere con soluzioni straordinarie», lo difende il partito.



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  4. #4
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    Riflessioni su Bologna
    e storia di una merda di cane


    Franco Berardi Bifo
    Questa mattina uscendo, proprio sulla porta di casa vedo un'enorme merda di cane. Rischio di pestarla e maledico il punk a bestia che ha portato il suo cane proprio qui. Poi ci ripenso e cerco di ragionare. L'argomento è di grande attualità, fu molto dibattuto già dai tempi del sindaco Vitali.
    Guazzaloca fece grandi promesse poi largamente disattese. Anche Cofferati, se stiamo alle promesse, avrebbe dovuto occuparsi di merda di cane. Ma il problema persiste, persiste, e la città non smette di scivolare. Ragionavo dunque di merda, uscendo di casa stamane. Ho ragione di maledire il punk a bestia che porta il cane a cagarmi sotto casa? Un po' di ragione ce l'avrò, ma mica tanto. Di fronte ad un fatto tanto semplice debbo farmi alcune domande complesse: perché si moltiplicano i cani da qualche tempo?

    Prima risposta: perché un cane è una fonte di calore per chi deve dormire per strada. E in una città in cui un posto letto in camere affollate costa 300 euro sono molti a dormire per strada. Ma non basta. Seconda risposta: l'ultima generazione ha imparato a non attendersi calore umano da nessuno se non dai cani. Gli umani non sono più disposti a concederti né un sorriso né una mano. Siamo tutti concorrenti l'uno per l'altro, nel traffico, sul lavoro, in strada ci guardiamo (se così posso dire) in cagnesco, e solo nei
    cani i più emarginati possono trovare un po' di umanità.

    Sì d'accordo, direte voi. Ma perché proprio sulla soglia di casa, sotto i portici, alla fermata dell'autobus? E dove sennò? A Bologna non c'è più nemmeno un millimetro quadrato di verde, non c'è un albero nemmeno a piangere. A Bologna non si respira. L'aria forse più inquinata della terra. Sarà mica anche questa colpa di Cofferati?

    Naturalmente no, è da un paio di decenni che le strade trecentesche di questa città sono invase dal veleno delle automobili. Nel 1984 ci fu un referendum tra i cittadini, che al 70% votarono per l'interdizione del centro ai veicoli a motore. Non se ne fece niente, e Cofferati per il momento non ha fatto alcunchè. Ah sì dimenticavo, ha attivato il controllo sugli ingressi, ma il traffico non è
    diminuito affatto, e si soffoca sempre di più. Piuttosto che perdere tempo a stabilire quanto sia importante la legalità, non sarebbe meglio discutere sul modo per ridurre il traffico e l'inquinamento? Poi sono andato all'edicola e ho letto sui giornali le opinioni di Francesco Merlo, Lucio Dalla, Angelo Guglielmi ed altri intellettuali che, per rimanere in argomento, menano il cane per l'aia quando si tratta di rispondere con precisione alla seguente domanda: distruggere le baracche in cui sono costretti a vivere dei lavoratori spinti alla clandestinità da una legge razzista è segno di intelligenza e umanità?

    Sulla Repubblica di ieri Francesco Merlo sostiene che è giusto quel che fa il sindaco di Bologna, come fu giusto abbattere le case abusive alla foce del Simeto, in Sicilia, perché sempre di abusivismo si tratta. Per quanto appaia ardito il paragone tra seconde case costruite dalla mafia per il fine settimana dei suoi affiliati e baracche in cui alloggiano dei poveracci che durante il giorno sono costretti a lavorare nei cantieri di Bologna, saremmo tutti d'accordo con quelle ruspe se il Comune di Bologna offrisse contestualmente una soluzione abitativa decente a coloro che arricchiscono una città che Merlo definisce «colta generosa ricca e solidale», dimostrando di non sapere niente della città di oggi, che è sempre più grassa sempre più triste e sempre più taccagna.

    Secondo il censimento del 2001 a Bologna c'erano circa dodicimila case private sfitte. Molte sono affittate di nascosto (per non pagare le tasse naturalmente), ma si può valutare che settemila case private siano libere.

    Quanto al patrimonio pubblico comunale, nell'aprile del 2004 le case sfitte erano 780. Un certo numero sono state allocate durante l'anno passato, ma molte centinaia restano disponibili. Se il Comune decide di sgomberare gli abusivi (che producono valore per la nostra economia) dovrebbe contestualmente imporre ai proprietari di tirare fuori le abitazioni disponibili, dovrebbe accelerare l'allocazione delle case pubbliche,
    dovrebbe evitare che i lavoratori clandestini debbano dormire nel fango dopo aver lavorato tutto il giorno per costruire case. E invece il sindaco di Bologna ha dichiarato che le legge Bossi-Fini va rispettata come ogni legge, perciò i lavoratori clandestini per lui non hanno alcun diritto. Solo il diritto di farsi struttare.

  5. #5
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    le cacche di cane non sono solo dei punkabestia..........ci sono molte persone benestanti che amano più i cani che gli uomini.....
    basterebbe far pagare un po di multe AI PADRONI DI CANI MALEDUCATI PER RIUSCIRE A TROVARE UN BEL PO DI CASE PER I SENZATETTO...
    MA COFFERATI FORSE NUTRE ALTRI SOGNI.............
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  6. #6
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    Perché non te li porti a casa tua?
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  7. #7
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    In Origine Postato da Ichthys
    Perché non te li porti a casa tua?
    eh bravo; loro sono solidaristi con i soldi degli altri, vogliono dare le case, quelle degli altri, e dare lavoro a tutti gli extracomunitari che arrivano, naturalmente coi soldi degli altri. a meno che questi ultimi non servano a loro come sguatteri, in ossequio al loro status di veri radical chic.

  8. #8
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    I radical chic sinistroidi vogliono gli immigrati per fargli fare i lavori che loro non vogliono fare.
    2010:

  9. #9
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    In Origine Postato da Ichthys
    I radical chic sinistroidi vogliono gli immigrati per fargli fare i lavori che loro non vogliono fare.
    certo, e lo dicono anche a chiare lettere... in pratica essendo gli extracomunitari delle merde, vengono qua e non possono che fare lavori di merda, talmente di merda che gli italiani li rifiutano (secondo loro). questo e' il destino preparato per loro. mai visto nessuno piu' razzista dei sinistri radical chic.

  10. #10
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    Questa gente non ha idea di cosa significhi LAVORARE. Tra di loro serpeggia l'assenteismo, il pressappochismo, il sindacalismo terrorista e chi più ne ha più ne metta!

    Io ora insegno, ma ho la coscienza a posto. Infatti mi posso "vantare" di aver fatto qualuque lavoro mi è stato proposto senza stare a pensare che è troppo umile.
    2010:

 

 
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