ROMA - "Ho trovato una situazione da portare i libri in tribunale...". La manovra ter è l'ultimo punto all'ordine del consiglio dei ministri. E quando Giulio Tremonti deve spiegare ai suoi "colleghi" perché il governo è costretto a correggere i conti pubblici per una seconda volta in pochi giorni, non fa altro che appellarsi alla pesante eredità che a suo giudizio gli ha lasciato Domenico Siniscalco. Un bilancio dello Stato quasi da bancarotta, insomma, che ha richiesto "un'operazione alla Bondi, una cosa miracolosa in tre mosse: la Finanziaria, la manovra correttiva 2005 e quest'altra".
E già, perché il vero convitato di pietra a Palazzo Chigi è stato l'ex ministro dell'Economia. Citato ripetutamente dal successore-predecessore, ma anche da Berlusconi. Su di lui è caduta la responsabilità di queste due "correzioni": la prima di quasi due miliardi di euro e la seconda di 5. E il dito accusatorio di Tremonti ha indicato soprattutto una partita, quella della dismissione degli immobili. Che fino a un mese fa era valutata in 6 miliardi di euro nel 2006. "Era una cosa incomprensibile, una copertura a dir poco leggera - spiega a più riprese l'attuale inquilino di Via XX Settembre -. Anche perché quei soldi erano stati nascosti nel tendenziale. Addirittura Grilli (l'attuale direttore generale del Tesoro ed ex ragioniere generale ndr.) a marzo li aveva tolti, ma Siniscalco li ha rimessi. All'inizio abbiamo avuto difficoltà a trovarli. Per non parlare della cifra assegnata all'emersione del sommerso, una voce incredibile". Ora quindi, "lasceremo solo un miliardo di quella partita degli immobili. Un miliardo di dismissioni si possono fare, anche Ricucci ci riuscirebbe".
Per Tremonti si tratta di una "inevitabile" operazione di "pulizia dei conti pubblici". Ha lasciato poco spazio ai dubbi e alle perplessità che solo venerdì sera erano stati sollevati dai leader della maggioranza. L'altro ieri, infatti, il ministro del Tesoro aveva preannunciato a tutti quel che avrebbe fatto l'indomani. Ha sentito Gianfranco Fini, i leghisti Maroni e Calderoli. E naturalmente il premier, impegnato a Londra al consiglio europeo.
Ma al Cavaliere, l'idea di dover mettere mano alla "forbice" per tagliare le spese, proprio non piaceva. Anche in consiglio dei ministri, infatti, ha ripetuto: "Facciamo quello che dici tu ma senza aggravi per i cittadini e per le imprese. Non vorrei che ci ritroviamo un'Irap maggiorata o una pressione maggiore sul lavoro e sulla produzione". "Non tocchiamo i sistemi produttivi e non deprimiamo la crescita", lo ha rassicurato il ministro aggiungendo: "Le coperture devono essere certe, altrimenti meglio fare una tantum. In questo modo, invece, tutto quello che ci resta può essere utilizzato per gli investimenti". Un modo per lasciare la porta aperta a qualche spesa nei prossimi mesi.
Nel pomeriggio, però, davanti ai rappresentanti degli enti pubblici, il premier si è lasciato andare ad un vero e proprio sfogo. "Non vi posso negare - ha allargato le braccia - che Tremonti mi mette in difficoltà. Devo fare i conti con un ministro che frena, frena sempre su tutto. Io posso soltanto fare della moral suasion, ma non posso imporgli nulla". E mercoledì scorso per placare il furibondo governatore della Sardegna, Renato Soru, si è lasciato scappare: "Non è facile ora fare un altro ministro del Tesoro...".
Il braccio di ferro con Tremonti, allora, ha fatto perno su quel che potrebbe accadere nei prossimi mesi. Il titolare di Via XX Settembre ha avvertito che il pericolo di una "ammonizione" dell'Unione europea è alle porte. "Gli ispettori europei hanno già fatto sapere di avere molti dubbi. E il primo capitolo che pagherà è quello degli accordi di Lisbona. Se poi ci arriva un richiamo in piena campagna elettorale, magari a febbraio...". Non solo. Tra le sue giustificazioni c'è anche la possibilità che le società internazionali possano tagliare il rating del nostro debito pubblico.
Timori ben presenti anche al Quirinale che non a caso da tempo sta esercitando un certo pressing sull'esecutivo per rimettere ordine nei conti dello Stato. Tutte paure che rischiano di riversarsi in maniera determinante sulla prossima campagna elettorale. Per questo, alla fine, è arrivato anche il via libera di Palazzo Chigi. "Se però avete soluzioni migliori - è stata la sfida di Tremonti in consiglio dei ministri - ditemelo". "Io però, in 860 ore, da quando sono cioè ministro, sono riuscito a rimettere in sesto i nostri conti". La situazione, secondo il titolare del Tesoro, era tale da richiedere più interventi, "tutto insieme non si poteva fare, nemmeno Ciampi ci sarebbe riuscito". Ora però, la "Finanziaria esce rafforzata. E in Parlamento sarà blindata". Dunque, nessun emendamento. "In pieno ciclo elettorale - ha fatto notare con soddisfazione ai suoi - ho fatto una manovra non elettorale. E invece ricordate cosa fece Amato nel 2000?". La verità, ha chiuso Tremonti in consiglio dei ministri, è che "la politica è fatta solo di ideali realizzabili".
fonte: Repubblica.it
meno male che è tornato giulio...




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