Delle vicende Iri del Professor Prodi si conosce poco o nulla (Celentano docet). A parte qualche piccola cosa riguardo alla SME, degli altri affari del Prof. Merenda, dell'Iri e non, si è perso traccia. Avvenimenti completamente sotterrati dall'omertà della sinistra. Fossero stati, quegli strani affari, respondabilità di Berlusconi... il buon Silvio, come minimo si ritroverebbe con una decina di condanne pesanti, oltre ad una proliferante campagna editoriale accusatoria, fatta di libri, dossier, enciclopedie a fascicoli settimanali, spettacoli teatrali, comici e guillari di parito, tutti liberi portatori sani della verità.
Con Prodi primo attore, invece tutto tace, anzi si celebrano le gesta, senza però specificare quale siano.
Un piccolo resoconto:
La Banca Santo Spirito, fondata nel 1605 da papa Paolo V Borghese, apparteneva con le famose tre BIN (banche di interesse nazionale) all'IRI di Romano Prodi.
Tra le quattro banche non correva buon sangue, Credit e Comit al Nord, mantenevano una certa autonomia mentre il Santo Spirito era considerato provincia Andreottiana. Prodi ebbe la brillante idea di togliere al Banco di Roma la Banca Centrosud e incorporarla nel Santo Spirito.
Il progetto fallì ed i 43 sportelli della Centrosud presero la via americana della Citybank, era la prima volta che un'azienda di credito straniera si impossessava di un istituto italiano. Il Santo Spirito fu quindi messo in vendita, il primo ad interessarsi all'affare fu il Monte dei Paschi di Siena, vicino al PCI; un affare da 800 miliardi. Repubblica svelò i contatti tra Siena e Via Veneto, pochi giorni prima che scoppiasse il caso SME.
L'Unità dava per certa la cessione quando arrivo l'altolà di Andreotti.
Repubblica riproponeva (18 maggio 1988) l'ipotesi giusta: il Santo Spirito sarebbe stato ceduto al Banco di Roma.
Bassanini e Visco fecero fuoco e fiamme in parlamento; sarebbero divenuti suoi ministri.
Prodi ubbidi, la faccenda era stata discussa altrove, approvata altrove, e firmata da lui felice e contento.
Aveva perso una Banca, 43 sportelli in mano straniera, ma era felice.
Vendereste casa vostra senza fissarne il prezzo, accettando un semplice anticipo?
Non dico casa, ma che so l'auto, la bici, le vostre vecchie scarpe?
Probabilmente nessuno, ma non Romano Prodi, che da presidente IRI ha fatto l'eccezione.
Il patto per al vendita del Santo Spirito, firmato da Prodi e Cesare Geronzi prevedeva che le due parti entro 15 giorni dalla firma affidassero ad una primaria società internazionale, da scegliere di comune intesa, di fissare la valutazione della Banca in vendita.
L'IRI vendeva senza sapere quanto sarebbe stato il valore dell'operazione. Al tempo al Santo Spirito imperava Andreotti ed alla Banca di Roma imperava De Mita.
Il repubblicano Giuseppe Armani si fece sentire nel tentativo di boicottare la vendita, ed il 20 Febbraio si costitui una commissione per al difesa degli azionisti di minoranza del Banco, patrocinati dall'avvocato Taormina. Si parlò do aggiotaggio, falso in bilancio e peculato per distrazione di fondi pubblici a vantaggio di terzi.
La denuncia chiamava in causa anche il Tesoro e la Banca d'Italia, e l'esposto finì sul tavolo del procuratore di Roma, Ugo Giudiceandrea che finì indagato nell'inchiesta sugli immobili di Stato affittati a canoni irrisori; viveva in un appartamento di palazzo Blumensthil con stucchi, intarsi, caminetti di marmo e soffitti affrescati a meno di 200.000 LIRE il mese.
Il procuratore inviò il fascicolo del Santo Spirito al pubblico ministero Giancarlo Armati, ora procuratore di Viterbo, fratello di un alto funzionario del Banco.
L'esposto finì in archivio.
Tenuta Maccarese
3.200 ettari tra la Via Aurelia, il litorale Fregane e l'Aeroporto di Fiumicino. E la fazenda di Maccarese, voluta dal Duce, di proprietà dell'IRI, fattorie, stalle, cantine, campi sterminati di foraggio e cereali, un quagliodromo, un centro di ricerca di biotecnica, una riserva naturale gestita dal WWF, un Maniero del '300, il Castello di San Giorgio dei Rospigliosi, ed 800.000 metri cubi edificabili dal valore nel 1993 di oltre 250 miliardi di lire.
La tenuta agricola di Maccarese, la più vasta d'Italia, non ha mai chiuso un bilancio positivo nei 70 anni di gestione dell'IRI.
Nel Febbraio 1993 Prodi ne decide la vendita per 31 miliardi ai Gabellieri, grandi imprenditori. La reazione dei sindacati e la sentenza di un pretore bloccano l'affare.
I Gabellieri chiesero all'IRI la restituzione della somma già versata, nel 1993. L'IRI si rifiutò di farlo subito, lo fece tre anni dopo. Nel frattempo i gabellieri, privi dell'affare e del loro denaro persero le loro tenute, oltre 6.000 ettari di terreno.
Prodi riprovò a vendere Maccarese appena tornato all'IRI, nel '93, incaricò la Banca di Roma di selezionare i possibili acquirenti. Arrivarono 10 offerte, dai costruttori romani Mezzaroma, i Caltagirone, gli Ambrosio, i Benetton, ecc. Si parlò allora di un'operazione da 200 miliardi di lire.
Partiti e sindacati di sinistra si opposero alla vendita prevedendo speculazioni edilizie. Prodi per non scontentare a sinistra fermò la vendita.
1998, Prodi presidente del consiglio, l'IRI cede Maccarese ai Benetton per 93 miliardi di lire, metà della cifra di 5 anni prima. I Benetton, buoni amici della sinistra avevano già rilevato dall'IRI i supermercati GS, gli Autogrill e la Società Autostrade.
Le accuse e le proteste stavolta servirono a poco, provenivano dal centro destra.
Alfa Romeo
Il passaggio dell'Alfa Romeo alla Fiat viene ricordato come il maggior successo delle privatizzazioni.
Tra il 1974 ed il 1985 l'Alfa Romeo accumulò perdite per 1685 miliardi di lire. Dal '79 lo Stato vi aveva trasferito 1281 miliardi pubblici, di cui 615 solo nel biennio1985-1986.
Prima di accordarsi con la Ford, la Finmeccanica aveva sondato Chrysler e Fiat ottenendo due rifiuti.
Una lettera di intenti tra Ford e Finmeccanica fu sottoscritta il 20 maggio 1986, la sera stessa Prodi ne informò al telefono Romiti.
L'offerta viene formalizzata il 30 settembre con validità fino al 7 novembre. Il contenuto non è mai stato rivelato, si parla però di valutazione complessiva dell'Alfa di 3.300 miliardi
In gran fretta la Fiat prepara una controfferta che viene presentata il 24 ottobre e accettata formalmente il 7 novembre: all'IRI vanno 1205 miliardi ma il pagamento scatterà soltanto nel 1993 (8 anni dopo). Il valore reale è inferiore a 400 miliardi. Nel frattempo Prodi aveva “risanato” l'Alfa con migliaia di licenziamenti.
Indaga la Commissione Europea che chiede la condanna di Finmeccanica a restituire allo Stato 615 miliardi, 206 erogati per l'85 e 406 per l'86. Era il rimborso più elevato mai imposto dalla Commissione. Nessun rilievo sul contratto di cessione: la Ford offriva di più ma presentava rischi che la Fiat non dava.
L'offerta torinese era ok, a sbagliare era stato l'investitore pubblico, l'IRI di PRODI e la Finmeccanica di Fabiani, avevano profuso denari senza condizionarli, come fossero loro.
COMIT-CREDIT la gande privatizzaione del Campione.
Uno scontro di interessi contrapposti. Comit e Credit (IRI) erano inestricabilmente intrecciati con Mediobanca, la controllavano e ne costituivano il principale polmone finanziario. Fossero state cedute, Mediobanca avrebbe dovuto trovarsi o comprasi una Banca.
Prodi riuscì a vendere le due banche e come commentò Massimo Riva su L'Espresso e Repubblica «per Prodi e gli altri fan della formula della public company è stata una classica vittoria di Pirro».
Una breve sintesi:
Tra il 1993 ed il 1994 l'IRI mise sul mercato il Credito Italiano e la Banca Commerciale. La prima operazione fruttò 1.801,1 miliardi di lire, la seconda 2.891.
La privatizzazione avvenne in un clima di forti polemiche tra Enrico Cuccia, che voleva un "nocciolo duro" di controllo e Romano Prodi, propugnatore dell'azionariato diffuso.
Il prezzo di vendita delle azioni Credit, inizialmente valutate fino a 6.000 lire, fu fissato a 2.075 lire (sic).
«Bisogna favorire i piccoli risparmiatori» , disse Prodi. Non erano previsti né Opa né premi di maggioranza.
Era stato posto un limite del 3% al possesso azionario, ma Cuccia raccolse un gruppo di finanzieri che con il 15-20 per cento di fatto controllava il Credit.
In apparenza il progetto di Prodi aveva vinto, in realtà le due banche erano finite in mano a Cuccia, il quale con quelle procure era anche riuscita a risparmiare 4.000 miliardi.
La cessione Italgel.
I francesi offrirono 528 miliardi, Prodi disse si ai 437 della Nestlè.
Prodi vende l'Italgel alla multinazionale Nestlè per 437 miliardi. Pochi mesi prima l'IRI aveva rifiutato un'offerta di 528 miliardi del gruppo francese Gran Met.
L'IRI ordina una valutazione della Italgel soltanto sei mesi dopo aver avviato la trattativa di vendita. Le buste con le offerte vengono aperte tre giorni prima che si riunisca il CDA dell'IRI. All'apertura delle buste la società Pasfin, che pochi giorni prima aveva valutato l'Italgel 750 miliardi, viene invitata a rivedere la stima rilevata una settimana prima. Il valore scende a 680 miliardi (-70 miliardi).
La Nestlè sapeva con largo anticipo che l'antitrust europea non avrebbe ostacolato l'acquisizione, gli svizzeri, extracomunitari, conoscevano tale valutazione addirittura in anticipo. Dopo varie denunce, come in altre privatizzazioni di Prodi, la Procura di Roma apre un fascicolo. Il PM Monteleone ordina una perizia che poi giudica sbagliata e chiede l'archiviazione per Prodi.
P.S.:
la documentazione originale della fase iniziale ed intermedia della trattativa è andata completamente distrutta. Impossibile ripercorrerla nel dettaglio. In violazione del Codice civile sulla tenuta delle scritture contabili, l'IRI aveva lasciato le carte alla W&P che le trasferì in un magazzino degli USA, devastato da un incendio nella primavera del 1997.
Telecom Cuba: anno 1997
Comprate per 1300 miliardi di soldi pubblici (STET) delle linee a Cuba da rottamare guarda caso finanziando Castro... uno dei pupilli democratici dell'allora governo Prodi.
Ora quell'investimento vale circa 400 miliardi delle vecchie lire
L' IRI (Istituto per la Riconversione Industriale) è un ente pubblico nato nel 1933 per volere dell'allora governo fascista per salvare dal fallimento le principali banche italiane (Banca commerciale, Credito italiano e Banco di Roma).
Queste avevano pesantemente risentito della crisi economica mondiale del 1929 tanto da correre il rischio di entrare in fallimento; per evitarne quest'eventualità il governo le acquistò, e con esse acquisì la proprietà delle numerose imprese industriali controllate da queste tre banche. In questo modo l' IRI, e quindi lo Stato, diventò proprietario di oltre il 20% dell' intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore imprenditore (dalla cantieristica al settore automobilistico - con l' Alfa Romeo) e bancario italiano.
Inizialmente era previsto che l'IRI fosse un ente provvisorio il cui scopo era limitato alla liquidazione delle attività così acquisite; ma nel 1937 il governo trasformò l'IRI in un ente pubblico permanente. Questa scelta fu confermata dai successivi governi democratici che potenziarono e riorganizzarono per settori merceologici l'IRI che divenne l'Holding di stato.
1956: nasce, su preciso volere di Fanfani, il Ministero per le Partecipazioni Statali. L'IRI, attraverso le società e le banche in compartecipazione, gestirà politicamente, per più di quarant'anni, l'economia del Paese. Sempre secondo i voleri di una classe politica: quella sinistra democristiana e sinistra socialista, con l'appoggio esterno del PCI, che soltanto «Mani Pulite» riuscirà a frenare.
Prodi e IRI. De Mita, divenuto segretario della DC nel maggio 1982, inaugura il suo ingresso nell’establishment laico e progressista, ai primi di luglio, nell'attico romano di Carlo De Benedetti.
Il padrone di Repubblica e de L’Espresso, in quell'occasione, fece incontrare De Mita con Scalfari, Spadolini (allora Presidente del Consiglio), Ottone, Carli, Ossola, Ruffolo e Maccanico, segretario generale del Quirinale.
Da quell’incontro nasce l’imposizione di Prodi alla presidenza dell’IRI. Scelta dovuta per contrastare il PSI di Craxi che, con la vittoria elettorale e l'insediamento a Palazzo Chigi, aveva fatto saltare il «patto» tra DC e PCI sulla spartizione del potere. Infatti, stante la presenza dell'Italia nella NATO e il sistema economico del Paese, il Partito comunista non poteva entrare, purtroppo, nel governo. Per sopperire a questa «incongruenza politica» le istituzioni del Paese erano state configurate in maniera tale da permettere ai comunisti di far sentire il loro peso, pur non permettendo l'alternanza tra maggioranza e opposizione alla guida dello Stato.
Prodi per sette anni diresse l’IRI, sfruttandolo anche per far assegnare commesse da parte di aziende del gruppo a favore di Nomisma, la sua società bolognese di consulenza. Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano società per azioni di diritto privato e quindi i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.
Al termine dei sette anni, Prodi lasciò la Presidenza dell’ente, dopo aver «lottizzato come un democristiano». 170 nomine, delle quali, ben 93 (il 54,7 per cento) assegnate a esponenti democristiani «di sinistra».
Giocando sulle parole e sull’interpretazione dello statuto dell’Ente, Prodi vantò utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985). La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, chiarì le menzogne: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto per il 1985, cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984». La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984. Nei sette anni di gestione Prodi, il netto patrimoniale dell’IRI si dimezzò, passando da 3.959 a 2.102 miliardi: la spiegazione è semplice, si era mangiato il capitale.
La conferma di tutto questo si trova nell’indebitamento dell’Istituto, salito dal 1982 al 1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a 45.672 (+30 per cento).
Lo stesso D’Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Prodi, da lui scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando lasciò l’IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi». Fu facile confutare queste affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.
La vera abilità di Prodi stava nel riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino (sul «Giornale» a firma «Geronimo»), nel quale rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di nascita dell’IRI, Prodi ne ottenne ben 17.500!


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