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Discussione: Le "balle" di Rep

  1. #1
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    Predefinito Le "balle" di Rep

    Roma. L’incontro segreto del generale Nicolò Pollari (Sismi) e di Stephen Hadley (National Security Council) alle spalle della Cia fu organizzato dalla Cia, che era presente.
    L’incontro che secondo Repubblica è la prova regina del Nigergate italiano non era affatto segreto. E non era nemmeno con Hadley, ma con la Rice, alla presenza di numerosi testimoni. La prova del contributo diretto del nostro paese “agli sforzi clandestini dell’intelligence parallela creata da Dick Cheney” (parole di Repubblica) per superare le diffidenze e i dubbi della Cia riguardo alle prove sulle armi di Saddam si dissolve nella nebbia del giornalismo militante.
    Un normalissimo e protocollare incontro di una quindicina di minuti tra il capo del Sismi e Condoleezza Rice, al quale tra gli altri ha partecipato anche Hadley. Un’altissima fonte di intelligence comunica:

    “L’incontro avvenuto a Washington il 9 settembre 2002 era inserito nel contesto dell’agenda predisposta dalla Cia per la visita al Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Condoleezza Rice, della delegazione italiana guidata dal Direttore del Servizio, Nicolò Pollari. L’incontro è avvenuto come previsto, anche alla presenza di un alto dirigente della Cia, con il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice al cui seguito era, tra gli altri, anche il suo vice Stephen J. Hadley. Ogni interlocuzione è intervenuta esclusivamente tra il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice e il Direttore del Sismi Nicolò Pollari. Gli altri membri, sia italiani sia statunitensi presenti, non sono intervenuti nel colloquio durato circa quindici minuti. Sono dunque rigorosamente false le indicazioni riportate da alcuni organi di stampa che prospettano un incontro diretto, o comunque un colloquio, tra il Direttore del Sismi e Stephen J. Hadley. Trattasi dunque di una circostanza che non corrisponde alla realtà. Peraltro gli argomenti trattati - tutti rigorosamente protocollari - non hanno riguardato problematiche concernenti l’Iraq o il Niger”.
    La “conferma americana” dell’incontro “segreto”, lanciata dal Los Angeles Times e ripresa ieri da Repubblica, acquista una luce completamente diversa nel momento in cui il Foglio, sempre ieri, ha chiamato la Casa Bianca e si è fatto passare il portavoce di Hadley, Frederick Jones: “Ciò che è stato fatto della mia dichiarazione è un modo disononesto e scorretto di fare giornalismo”, dice al Foglio con voce adirata l’alto funzionario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale.
    A smentire punto per punto la ricostruzione spionistica del Nigergate fornita da Repubblica, già dimostrata per tabulas su queste colonne, non ci sono soltanto le dichiarazioni ufficiali, ma anche due diverse inchieste bipartisan e indipendenti, americane e inglesi, che sbriciolano i pilastri dell’inchiesta dei republicones. Non tornano i fatti, le circostanze, le date.
    A queste due inchieste pubbliche, rintracciabili da chiunque su Internet, la prima del Senato di Washington e la seconda di Lord Butler in Inghilterra, vanno aggiunte due ulteriori indagini, una della magistratura italiana e una dell’Fbi, che a loro volta escludono ogni coinvolgimento diretto dei servizi e del governo italiano sia nella fabbricazione del dossier (che peraltro risale al 2000, quando a Palazzo Chigi c’era Giuliano Amato), sia nella sua diffusione, sia nell’uso politico.

    Il primo salto logico
    Le smentite sono di ogni ordine e grado, italiane, americane, inglesi e poi politiche, istituzionali, giudiziarie, investigative e quasi si fa fatica a decidere da che parte cominciare. Eppure Repubblica continua a non tenerne conto. La tesi del giornale è questa: un ex agente dei servizi italiani, con l’aiuto di un dirigente Sismi, ha creato un dossier falso sull’acquisto iracheno di uranio nigerino. Il truffatore ha venduto quelle carte a Parigi, ma i servizi francesi hanno riconosciuto il bidone e cestinato il dossier. Ma qui c’è il primo salto logico dell’inchiesta militante di Repubblica. I francesi non hanno cestinato affatto il dossier patacca. Lo hanno usato, ufficialmente e in più occasioni, per confermare agli americani la veridicità dell’accordo Niger-Iraq sulla compravendita di uranio. Lo snodo è fondamentale, perché chiarito che i francesi non cestinano il dossier, crolla il fondamento della tesi di Repubblica. La prova è nel rapporto finale della Commissione bipartisan del Senato sull’Intelligence (luglio 2004).
    Il rapporto del Senato dice: “Il 22 novembre 2002, durante un meeting con funzionari del Dipartimento di Stato, il direttore della non proliferazione del ministero degli Esteri francese disse che la Francia aveva informazioni su un tentativo di acquisto di uranio dal Niger”. E anche “che la Francia pensava che l’uranio non fosse stato consegnato, ma credeva che l’informazione sul tentativo iracheno di procurarsi l’uranio dal Niger fosse vera”. E’ la stessa Francia, dunque, a promuovere, anche durante incontri diplomatici, il contenuto del falso dossier.
    Il 3 febbraio e poi il 4 marzo 2003, cioè a pochi giorni dall’invasione dell’Iraq, i servizi francesi confermano la validità del dossier che, secondo Repubblica, tutti sanno essere una bufala.
    Il 3 febbraio gli americani chiedono a un “servizio straniero”, cioè alla Francia, se “l’informazione non provenga da un altro servizio straniero”, ovvero da quello italiano.
    I francesi rispondono di no, l’informazione è “di origine nazionale”.
    Il 4 marzo 2003 Washington viene a sapere che “i francesi hanno basato la loro iniziale valutazione sul tentativo di acquistare uranio dal Niger dagli stessi documenti” fabbricati in Italia.
    Dopo aver dimenticato il ruolo attivo dei francesi riguardo il falso dossier acquistato dal loro agente, Repubblica manipola un dettaglio del rapporto del Senato:
    “Il 4 marzo il governo francese avverte Washington che il dossier sull’uranio è falso”.
    Ma al rapporto del Senato la smentita non risulta.
    Risulta piuttosto che i francesi confermano che le loro informazioni nascono“ dagli stessi documenti inviati all’Aiea” (Il giorno precedente l’Aiea aveva detto che il dossier era falso). Dunque: il viaggio americano di Pollari non correva sul “doppio binario” dei fantomatici “sforzi clandestini di intelligence” di Hadley, né all’insaputa della Cia. Le conferme sulla veridicità di quei documenti agli americani è arrivata ripetutamente dai francesi, cioè da coloro che avevano richiesto e poi acquistato il falso dossier.
    Un dossier, peraltro, creato in un’altra epoca storica, tra il 1999 e il 2000, quando Rocco Martino usò una fonte italiana all’ambasciata di Roma del Niger e vecchie informazioni d’intelligence italiane per confezionare il bidone a uso dei francesi.
    Bush era in Texas, l’11 settembre era di là da venire, a Palazzo Chigi non c’era Silvio Berlusconi. Gli americani vengono a conoscenza del falso dossier soltanto il 9 ottobre 2002, quando una giornalista di Panorama, contattata da Rocco Martino, lo consegna all’Ambasciata Usa a Roma.
    Un mese dopo, il 22 novembre, i francesi lo confermano. Bush però non ha mai citato quei documenti, nemmeno nel discorso sullo Stato dell’Unione 2003, affidandosi a prove inglesi.
    Gli inglesi non hanno mai usato la patacca italo-francese. E’ scritto a chiare lettere sia nel rapporto Butler di Londra, sia nel rapporto del Senato.

    Christian Rocca su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    meno male, pensavo che adesso Ferrara ce l'avesse con Johnny Rep, mitico centrocampista olandese ad Argentina'78

  3. #3
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    Predefinito Non sono balle purtroppo

    Al GR3 delle ore 16,45 è stato confermato dall'amministrazione USA che i dossier sono stati forniti dai servizi italiani.
    Anche loro secondo me sono nel marasma come il capo patacca. Lasciatemelo dire almeno una volta.

  4. #4
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    Predefinito Re: Le "balle" di Rep

    In origine postato da mustang
    Christian Rocca su il Foglio

    saluti
    http://www.politicaonline.net/forum/...0&pagenumber=3

  5. #5
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    Predefinito

    Gli inviati di Repubblica stanno lavorando da parecchio tempo sul Nigergate.
    La loro ipotesi, che talvolta appare come una tesi da dimostrare a viva forza, è questa: su mandato di Berlusconi, che voleva essere d’aiuto alla costruzione delle ragioni della guerra in Iraq, il Sismi diretto dal generale Nicolò Pollari ha fatto circolare un falso dossier sulla compravendita irachena di uranio nigerino e ha indotto Bush a dire una strampaleria, alla vigilia della guerra, che poi gli si è ritorta contro con il Ciagate.
    Quello di Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini è un lavoro piuttosto ben fatto, tecnicamente.
    Si avvale con ogni evidenza di fonti Cia americane legate alla guerra interna all’intelligence Usa dopo l’11 settembre, di qualche fonte nazionale ostile a Pollari nei servizi, ma anche di insoliti virgolettati attribuiti direttamente al generale del Sismi (mai smentiti), che danno al lavoro investigativo, ma non necessariamente alla tesi, una certa credibilità.
    Inoltre Repubblica collabora attivamente con la superpotenza mediatica americana-liberal, notoriamente ostile all’amministrazione repubblicana e direttamente coinvolta (attraverso il caso increscioso della giornalista Judith Miller del NYT e quello di Matthew Cooper di Time) nel caso delle propalazioni ufficiose sull’agente Cia Valerie Plame, sotto indagine da parte del procuratore speciale Patrick Fitzgerald:
    si tratta del New York Times, del Los Angeles Times, del Washington Post, della catena di giornali americani Knight Ridder, della televisione Cbs che al Nigergate voleva dedicare un servizio nella più famosa delle sue trasmissioni investigative, il celebre “60 minutes”.(Come mai non si fece?)
    Tecnicamente, tutto ok.
    Siamo molto invidiosi. Piacerebbe anche a noi avere i virgolettati del generale Pollari, avere goduto in passato della calda amicizia del compianto agente operativo in Iraq Nicola Calipari; ci piacerebbe apprendere da un comunicato di Palazzo Chigi che le ricostruzioni di Christian Rocca sono “scritte bene” (come è avvenuto in modo infantilmente ammiccante per i servizi di Repubblica), parlare con gli uomini della Cia di George Tenet (quella direzione di intelligence che alla fine è stata sostituita, dopo un lungo braccio di ferro con la vicepresidenza Cheney e il Pentagono di Donald Rumsfeld), e magari anche con gli uomini di Porter Goss, il capo attuale, e di John Negroponte, il direttore nazionale dei servizi segreti americani; ci piacerebbe che la superpotenza mediatica liberal avesse un serio contrappeso pluralista, il che non è.
    Siamo dunque molto, ma molto invidiosi della prestazione tecnica offerta dal grande giornale nazionale Repubblica e dai suoi inviati di punta.

    Pollari-Hadley: nessun incontro “segreto”
    Invece accade che con i nostri poveri mezzi, qualche fonte Sismi che in casi estremi non si rifiuta a nessuno e una normale linea telefonica collegata con il centralino del National Security Council della Casa Bianca, abbiamo fatto tecnicamente un piccolo scooppino.
    Crediamo di avere dimostrato, perché gli stessi inviati di Repubblica ora lo riconoscono, che il cruciale incontro tra Pollari e Stephen Hadley, il vice dell’allora Consigliere per la sicurezza nazionale Condoleezza Rice, che secondo Repubblica si sarebbe svolto il 9 settembre del 2002 segretamente, e alle spalle dell’odiata Cia, ebbe al contrario queste caratteristiche:
    non fu un incontro segreto ma un meeting affollato tra delegazioni compresi gli interpreti, fu organizzato dalla Cia che cura sempre l’agenda washingtoniana delle visite dei nostri servizi e che era presente con un alto dirigente, non fu tra Pollari e Hadley ma tra Pollari e la Rice, con la presenza muta del suo vice.
    La denuncia di Repubblica puntava a questa ipotesi-tesi: Pollari vede segretamente il vice della Rice, legato ai neoconservatori e a Cheney e ostile alla colomba Powell e alla direzione Tenet della Cia, per spacciare false informazioni sull’uranio nigerino e ingraziarsi i falchi dell’amministrazione per conto di Berlusconi.
    In base alle nostre fonti minori, e a una telefonata ufficiale dalla redazione del Foglio con il portavoce di Stephen Hadley, che era stato tirato in ballo impropriamente dal Los Angeles Times e da Repubblica, abbiamo smontato uno dei cardini decisivi del racconto di Repubblica e insinuato (l’invidia fa brutti scherzi) che nell’inchiesta ci sia il fumo di uno spirito militante e di un forte pregiudizio antibush e antiberlusconi.
    Qui finiscono i nostri autocomplimenti, e comincia il ragionamento sul significato dell’inchiesta Nigergate di Repubblica, un ragionamento basato sui documenti, sui fatti e sui risultati di due indagini autorevolissime, quella del Senato americano e della commissione Butler sull’intelligence Usa e britannica alla vigilia della guerra.
    Quell’inchiesta di Rep. avrebbe un senso perché vuole dimostrare o insinuare che Bush ha motivato la necessità di smantellare con la forza il regime di Saddam Hussein, nel discorso sullo stato dell’Unione del febbraio 2003, appoggiandosi a un falso dossier sull’uranio nigerino passatogli dal Sismi per conto del governo italiano.
    La circostanza è inveritiera. Bush non ha parlato in quel discorso di uno scambio avvenuto e contrattato tra Iraq e Niger, ma di un “tentativo” di procurarsi uranio da arricchire, e inoltre ha attribuito ai servizi segreti britannici, che non lo hanno mai smentito nemmeno ufficiosamente, l’informazione.
    Quell’inchiesta ha un senso perché vuole dimostrare che il governo Berlusconi e il Sismi diretto dal generale Pollari hanno in sostanza agito da falsari in vista di uno scopo politico obliquo.
    Però il falso dossier era stato costruito sotto il governo di Giuliano Amato, con la sventata complicità di un ufficiale del Sismi, poi messo fuori dal servizio, che aveva stabilito il raccordo tra un truffatore degno di Totò, che lavorava anche e soprattutto per i servizi segreti francesi e faceva un doppio, triplo gioco basato sull’interesse personale, con funzionari dell’ambasciata nigerina a Roma. E la sua confezione, con la complicità di fonti dell’ambasciata del Niger e di un funzionario diplomatico di quel paese parecchio scavezzacollo (“spendeva sei volte quanto guadagnava”) avviene prima dell’11 settembre, prima che in Italia si sapesse dei neocon, prima di Bush e di Cheney e dell’Iraq.
    Non basta: per ammissione della stessa Repubblica, il falso dossier fu concepito per soddisfare la sete dei servizi francesi di notizie sul Niger e il suo uranio, e sui traffici di Saddam allora sotto sanzioni Onu, quindi nacque come dossier francese.
    Quell’inchiesta avrebbe un senso perché suggerisce che il Sismi di Pollari (e di Berlusconi e di Letta) avrebbe avuto un ruolo appunto falsario.
    Ma Pollari arriva al Sismi nell’ottobre del 2001 e conferma con una breve nota in quel mese concitato, con Ground Zero fumante e in piena campagna afghana, quanto aveva scritto all’interlocutore Usa l’ammiraglio Battelli, suo predecessore nominato dai governi dell’Ulivo, e cioè che c’erano sospetti, perché c’erano e circolavano nell’intelligence europea, sui traffici di Saddam con il Niger.
    Il falso dossier non ha alcun ruolo in tutto questo.
    Pollari, nel seguito di questa storia, metterà sotto controllo il Totò nazionale, l’ex agente infedele e falsario, e sostiene di essere in grado di dimostrare, pur con le limitazioni di un servizio che deve ovviamente proteggere le fonti (vedremo che succederà giovedì nell’audizione “riservata” al Comitato parlamentare di controllo sull’intelligence) che gli italiani non hanno avuto alcun ruolo, al contrario, nella diffusione e nel riciclaggio da parte di Totò-truffa del falso dossier, accolto e ambiguamente rilanciato o agitato senza successo finale da altri ambienti dell’intelligence europea abituati a maneggiare, come succede in quel mestiere, polpette di ogni genere, comprese quelle avvelenate, che il settimanale Panorama si è ben guardato dal mangiare.
    Quella inchiesta avrebbe un senso se il suo suggestivo prolungamento su Repubblica di ieri, il racconto della famosa riunione romana del Sismi con il fuoriuscito iracheno Ahmed Chalabi, gli uomini dello Sciri (gli sciiti iracheni antisaddam protetti dall’Iran interessato alla caduta del rais) e altri uomini dell’intelligence americana protetti dal Sismi, avesse un senso diverso da quello ovvio: ordinarie manovre di spionaggio e controspionaggio tra équipe di paesi democratici alleati in vista di una guerra contro una dittatura. Il Sismi ha fatto il suo mestiere, e Repubblica lo racconta come fosse un complotto.
    Il sillogismo è evidente. Se l’inchiesta ha senso alle condizioni enunciate, visto che quelle condizioni non ci sono, l’inchiesta che suscita la nostra invidia è un po’ insensata. Se è insensata logicamente, vuol dire che la sua logica è militante, propagandistica.
    E questo per adesso è tutto.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Il Nigergate, una....

    ....barzelletta che nemmeno fa ridere

    Ma davvero si crede alla favola che la guerra in Iraq sia stata motivata anzi giustificata col pretesto del falso dossier italo-francese sul Niger?
    L’affermazione è talmente risibile che è proprio Repubblica, per un attimo libera da scorie di giornalismo militante, a riconoscere l’infondatezza della sua stessa tesi.
    Domenica, infatti, in un articolo di cronaca pubblicato sul suo sito Internet, il giornale del Nigergate ha scritto queste illuminanti parole che in un paese serio avrebbero chiuso la questione una volta per tutte:
    “Gli sviluppi del Nigergate che, qui (in America, ndr), appare una vicenda interna italiana, perché gli Stati Uniti non hanno mai citato documenti italiani in merito, ma intelligence propria e documenti britannici”.
    Ed è esattamente così come la mette Repubblica:
    “Gli Stati Uniti non hanno mai citato documenti italiani”.
    Ammesso che la tesi complottistica del duo Bonini-D’Avanzo sia veritiera, ma abbiamo dimostrato per tabulas che non torna; ammesso cioè che i servizi italiani e il compiacente governo Berlusconi abbiano, non si capisce bene per quale motivo, rifilato la patacca agli alleati della Casa Bianca; ammesso e non concesso tutto ciò, resta che quella patacca non è stata usata per giustificare la guerra. E lo riconosce, con questo formidabile contro-scoop, la stessa Repubblica:
    “Gli Stati Uniti non hanno mai citato documenti italiani in merito, ma intelligence propria e documenti britannici”.
    Ma non c’è soltanto una frase di Repubblica a smentire l’inchiesta di Repubblica.

    Eccole, le prove.
    George Bush nel discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2003 ha pronunciato le 16 parole che, secondo l’accusa, sarebbero la smoking gun del ruolo italiano nella guerra in Iraq. In realtà sono a prova dell’infondatezza della tesi di Repubblica:
    “Il governo inglese ha appreso che recentemente Saddam Hussein ha cercato di acquisire significative quantità di uranio dall’Africa”.
    Bush, dunque, ha citato informazioni inglesi, non italo-francesi. Ha parlato di tentativo di acquisto, non di contratto di acquisto come risultava dai falsi documenti italo-francesi. E ha parlato di paesi africani, non solo di Niger (c’erano anche Congo e Somalia).
    I sospetti e gli scarti logici dell’inchiesta militante di Repubblica non tengono mai conto di questo fatto, provano ad aggirarlo ipotizzando che il dossier italo-francese sia alla base dei rapporti di intelligence britannici citati da Bush. E’ così? No, non è così.
    La Commissione indipendente britannica di Lord Butler che ha revisionato tutte le attività di intelligence dei servizi inglesi a proposito delle armi di Saddam, nel rapporto finale ha tolto di mezzo questo dubbio:
    “Dal nostro esame dell’intelligence e degli altri materiali sui tentativi iracheni di comprare uranio dall’Africa, possiamo concludere che: al momento in cui sono state fatte le valutazioni, quei documenti falsi non erano a disposizione del governo inglese, sicché il fatto che fossero falsi non le indebolisce”.
    I documenti italo-francesi su cui ricama Repubblica non erano dunque alla base delle parole di Bush, il quale si riferiva all’intelligence britannica, né alla base delle valutazioni dei servizi inglesi.
    Al punto che, sempre secondo la commissione Butler, “la dichiarazione del presidente Bush allo Stato dell’Unione era ben fondata”.
    Le indagini della Commissione bipartisan del Senato americano sull’Intelligence hanno concluso allo stesso modo: fino a quando (ottobre 2002) l’agente francese Rocco Martino non consegnò i falsi documenti (fabbricati nel 2000) a una giornalista di Panorama e poi dalla giornalista all’ambasciata americana a Roma, “per gli analisti era ragionevole sostenere che l’Iraq poteva
    aver cercato uranio dall’Africa sulla base delle informazioni della Cia e di altre intelligence disponibili”.
    Su questo non ci sono dubbi.
    Sono dati di fatto incontestati e accertati dopo lunghe inchieste, i cui rapporti finali sono stati votati anche dall’opposizione a Bush.
    Ma il punto non è soltanto il risibile caso Niger, mai citato da Bush.
    Più in generale, è una barzelletta sostenere che il cambio di regime a Baghdad sia stato motivato soltanto con il timore che Saddam si dotasse di armi di distruzione di massa. Fin dall’inizio, in un contesto di continue violazioni irachene delle risoluzioni delle Nazioni Unite, le motivazioni sono state tre: le armi di distruzione di massa, i legami con al Qaida e il progetto di ridisegnare la mappa del medio oriente abbattendo le dittature.
    Tutte e tre le motivazioni sono state sempre presentate insieme e non è certo colpa di Bush o di Tony Blair se, per anni, la Repubblica non ha mai raccontato il progetto democratico della Casa Bianca, preferendo spiegare che si trattava di una guerra per il petrolio, per l’imperialismo o, quando andava bene, per le armi di distruzione di massa.
    Tra l’altro i republicones non notano un’altra delle tante contraddizioni della loro ricostruzione: i cattivi neoconservatori alla Paul Wolfowitz e alla Douglas Feith e alla Michael Ledeen che, secondo loro, erano alla ricerca spasmodica di prove di qualsiasi tipo pur di giustificare la guerra in Iraq, in realtà erano quelli meno interessati al dossier armi.
    Come è noto a chiunque, anche ai lettori di Repubblica, Wolfowitz e Feith e Ledeen volevano cambiare il regime di Saddam per poter innescare la rivoluzione democratica in medio oriente. Wolfowitz arrivò a sostenere, in una rumorosa intervista su Vanity Fair a Sam Tannenhaus, che il capitolo armi tutto sommato era un pretesto per convincere la burocrazia interna all’Amministrazione, più che il vero motivo d’azione in Iraq.
    Le armi e la violazione delle risoluzioni Onu hanno avuto certamente maggior peso mediatico ed erano le favorite dai democratici pro-war, ma era il terzo punto, quello della democrazia in medio oriente come arma di distruzione di massa dell’islamismo radicale e del nazionalismo panarabo, ad aver ispirato Iraqi Freedom.

    Anche qui, fatti non parole.
    Fatti, non solo una pagina del Foglio del marzo 2003 titolata “Riusciranno i nostri eroi a esportare la democrazia in medio oriente?” a cui, pochi giorni fa, ha risposto affermativamente un editoriale di Repubblica dal titolo:
    “E’ esportata, ma è democrazia”.
    La motivazione democratica è scritta a chiare lettere addirittura nella risoluzione del 2002, votata un anno solare prima della guerra, con cui il Congresso ha autorizzato il presidente a usare la forza militare. Passata anche col voto dei Democratici, la risoluzione dice esplicitamente che, come già previsto dall’Iraq Liberation Act firmato da Bill Clinton, “la politica degli Stati Uniti deve essere quella di sostenere gli sforzi per rimuovere dal potere l’attuale regime iracheno e di promuovere la nascita di un governo democratico che rimpiazzi quel regime”.
    Qualche giorno prima, il 19 settembre 2002, Bush aveva anticipato al paese il testo della risoluzione e alla domanda di un giornalista che chiedeva se l’obiettivo del “cambio di regime” facesse parte della risoluzione, ha risposto:
    “Sì, questa è la politica del governo”.
    Anche nel famoso documento sulla Strategia Nazionale di Sicurezza dell’estate 2002, quello passato alla storia come la codificazione del diritto al first strike, compare in più punti l’idea di promuovere la democrazia per rendere più sicura l’America.
    Il primo capitolo dal titolo “Descrizione generale della strategia internazionale dell’America” comincia così: “
    Gli Stati Uniti possiedono una forza e un’influenza senza precedenti, e senza pari, nel mondo”.
    Potenza eccezionale significa anche responsabilità eccezionali:
    “Sostenuta dalla fede nei principi della libertà, questa posizione si carica però anche di responsabilità, obblighi ed occasioni senza precedenti. La grande forza di questa nazione deve essere utilizzata per promuovere un equilibrio di potere che favorisca la libertà”.
    Del capitolo 7 basta il titolo: “Incremento dello sviluppo con l’apertura delle società e la costruzione delle infra strutture democratiche”. Restiamo sempre ai documenti ufficiali.
    Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 29 gennaio 2002, precedente di un anno a quello delle famose 16 parole, Bush ha detto che “l’America starà sempre fermamente al fianco delle non negoziabili richieste di dignità umana: stato di diritto, limiti al potere dello Stato, rispetto delle donne, proprietà privata, libertà di parola; giustizia equa e tolleranza religiosa.
    L’America sarà sempre a fianco degli uomini e delle donne coraggiose che reclamano questi valori nel mondo, incluso nel mondo islamico”.
    Perché crede di essere più buona? No,
    “perché ha un obiettivo più grande che non la semplice eliminazione delle minacce e del contenimento del rancore. Noi oltre la guerra al terrore, cerchiamo un mondo giusto e pacifico”. L’obiettivo, già pochi mesi dopo l’11 settembre, è sconfiggere il terrorismo che si dota di armi di sterminio ma anche, contemporaneamente, promuovere la democrazia cambiando i regimi dittatoriali.
    Tra le due cose ci sarà un rapporto?
    Il 7 settembre del 2002, a una giornalista che chiedeva a Bush quale fosse “davvero il suo obiettivo in Iraq: le armi di distruzione di massa o Saddam Hussein?”, Bush rispose così:
    “L’Amministrazione Clinton ha sostenuto il cambio di regime. Molti senatori hanno sostenuto il cambio di regime. La mia Amministrazione continua a sostenere il cambio di regime”.
    La democrazia, non le armi, tantomeno i documenti falsi sull’uranio del Niger che, al momento di questa intervista, non erano ancora stati consegnati dall’agente francese Rocco Martino alla giornalista di Panorama.
    Ancora. Siamo sempre nel 2002, prima della guerra.
    A Cincinnati, citando un ispettore dell’Onu, Bush ha spiegato perché tra tutti i regimi con armi di distruzione di massa sarebbe stato necessario fermare proprio l’Iraq:
    “Il problema fondamentale dell’Iraq è la natura stessa del suo regime”.
    Bush sperava ancora che Saddam accettasse di adempiere alle risoluzioni Onu, se lo avesse fatto non ci sarebbe stata la guerra. Ma non era una semplice questione di disarmare l’Iraq. Sempre in quel discorso, Bush infatti ha detto che se Saddam avesse adempiuto agli obblighi imposti dalla comunità internazionale sarebbe stato un fatto così clamoroso che avrebbe, di per sé, “cambiato la natura stessa del regime iracheno”.
    Stessa cosa nei giorni seguenti, alle domande dei giornalisti su quale fosse il vero obiettivo, le armi o Saddam, Bush ha sempredetto: il cambio di regime.
    Oltre alle armi, insomma, c’era da abbattere la dittatura. Tutto riscontrabile nelle cronache dei giornali (americani).
    Arriviamo al 2003. Ventisei febbraio, un mese prima dell’inizio della guerra, discorso di Bush all’American Enterprise Institute. Qui la citazione è lunga, perché di armi praticamente non
    parla:
    “Intervenire per rimuovere la minaccia contribuirà in modo essenziale alla costruzione di una sicurezza e stabilità durature per il nostro pianeta. L’attuale regime iracheno ha dimostrato ampiamente come la tirannia abbia la capacità di diffondere la discordia e la violenza in tutto il medio oriente. Un Iraq liberato mostrerà come la libertà abbia la forza di trasformare questa regione di importanza vitale, portando speranza e progresso nella vita di milioni di persone. La preoccupazione dell’America per la sicurezza e la sua fede nella libertà conducono nella stessa direzione: a un Iraq libero e pacifico. I primi a trarre vantaggi da un Iraq libero saranno gli stessi iracheni. Oggi vivono nella miseria e nella paura, sotto il giogo di un dittatore che non gli ha dato altro che guerra, povertà e tortura. La loro vita e la loro libertà non contano niente per Saddam; ma per noi sono assolutamente importanti. Portare la stabilità e l’unità in un Iraq libero non sarà facile. Ma questa non è una scusa per lasciare che le camere di tortura e i laboratori di armi chimiche del regime iracheno continuino a funzionare. Qualunque futuro si sceglierà il popolo iracheno sarà sempre migliore dell’incubo in cui li costringe a vivere Saddam”.
    E ancora: “Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di stabilire la forma precisa del nuovo governo iracheno. Questa scelta appartiene al popolo dell’Iraq. Tuttavia, non permetteremo che un brutale dittatore sia sostituito da un altro uguale a lui. Tutti gli iracheni dovranno avere voce in capitolo nel nuovo governo, e a tutti i cittadini dovranno essere garantiti i propri diritti. La
    ricostruzione dell’Iraq richiederà l’impegno attivo di molte nazioni, compresa la nostra: resteremo in Iraq per tutto il tempo necessario, e non un giorno di più. L’America ha già preso e rispettato in passato questo tipo di impegno: nella pace seguita alla Seconda guerra mondiale. Dopo avere sconfitto i nemici, non abbiamo lasciato eserciti d’occupazione ma Costituzioni e Parlamenti. Abbiamo creato un’atmosfera di sicurezza, grazie alla quale capi locali riformisti hanno potuto dare vita a stabili istituzioni di libertà. Nelle società che avevano nutrito il fascismo e il militarismo, la libertà ha messo radici permanenti. Ci fu un momento in cui molti dissero che il Giappone e la Germania erano incapaci di vivere nel rispetto dei valori democratici. Ebbene, si sbagliavano. Oggi alcuni dicono la stessa cosa dell’Iraq. Si sbagliano anche loro. La nazione irachena – con la sua prestigiosa eredità culturale, le sue abbondanti risorse e la sua capace e istruita popolazione - è perfettamente in grado di
    muoversi verso la democrazia e verso una vita vissuta in piena libertà”.
    Come riconosce ora anche Repubblica.

    La guerra non era ancora iniziata, si parlava molto delle armi di sterminio, ma Bush esplicitava anche il suo progetto democratico:
    “Il mondo ha un evidente interesse nella diffusione dei valori democratici, perché le nazioni solide e libere non alimentano
    le ideologie della violenza. Incoraggiano invece la ricerca di una vita migliore. E nel medio oriente ci sono segnali di una voglia di libertà che danno molte speranze. Gli intellettuali arabi hanno invitato i governi degli Stati arabi ad affrontare il problema della ‘mancanza di libertà’, in modo che i loro popoli possano avvantaggiarsi pienamente dei progressi della nostra era. I leader della regione parlano di una nuova Carta degli Arabi che promuova le riforme interne, una maggiore partecipazione politica, l’apertura e la trasparenza economica, e il libero commercio. Dal Marocco al Bahrein e anche oltre, le nazioni stanno facendo passi concreti in direzione delle riforme politiche.
    Un nuovo regime in Iraq rappresenterà un esempio di libertà straordinario e ispiratore per altre nazioni della regione. E’ una cosa presuntuosa e insultante sostenere che un’intera regione del mondo – o un quinto dell’umanità, di religione musulmana – sia in qualche modo sorda alle più fondamentali aspirazioni della vita. Le culture possono essere diverse tra loro. Ma, in qualsiasi parte del mondo, il cuore dell’uomo desidera le stesse buone cose. Il desiderio di vivere al sicuro dall’oppressione dei violenti e dei prepotenti è condiviso da tutti gli uomini, così come la preoccupazione per i propri figli e la speranza che abbiano una vita migliore. Per queste fondamentali ragioni, la libertà e la democrazia avranno sempre e dovunque un fascino e un richiamo molto superiore a quello degli slogan fomentatori d’odio e della strategia de terrore”.
    Il 16 marzo, al summit atlantico alle Azzorre, a poche ore dall’inizio della guerra, Bush presentò un documento con Tony Blair e José María Aznar (assente Silvio Berlusconi) che diceva:
    “Noi vorremmo sottoporci a un impegno solenne per aiutare il popolo iracheno a costruire un nuovo Iraq in pace con se stesso e con i vicini. Gli iracheni meritano di essere sollevati dall’insicurezza e dalla tirannia, e liberati per autodeterminare il futuro del loro paese. Sosterremo le aspirazioni per un governo rappresentativo che consideri i diritti umani e lo stato di diritto come pietre miliari della democrazia”.
    La guerra non era ancora iniziata in quel momento.
    Tre giorni dopo, l’intervento armato fu annunciato con queste parole:
    “Cari cittadini, a quest’ora le forze americane e della coalizione, hanno appena iniziato le operazioni militari per disarmare l’Iraq, liberare il suo popolo, e difendere il mondo da un grave pericolo”.
    Tutti e tre gli argomenti insieme, di Niger neanche l’ombra.
    Il 7 novembre 2003, pochi mesi dopo la caduta di Baghdad, al National Endowment for Democracy Bush ha rispiegato la dottrina del virus democratico, simile a quella attuata venti anni fa da Ronald Reagan:
    “Creare un Iraq libero nel cuore del medio oriente sarà un evento spartiacque”.

    Il nuovo capitolo Chalabi
    Giorni fa Repubblica ha riposizionato il mirino e ha raccontato in un’altra storia, peraltro già edita, l’incontro romano tra uomini vicini al Pentagono, al Sismi e all’opposizione iraniana e irachena. Il tentativo del nuovo fronte di Repubblica è quello di collegare al cosiddetto Nigergate un ulteriore capitolo di spie, documenti e lotte politiche.
    Al centro della nuova cospirazione, il giornale mette l’iracheno Ahmed Chalabi, l’ex favorito del Pentagono che la Cia un giorno accusa di essere una spia israeliana e il giorno dopo al soldo di Teheran. Il nome di Chalabi, grazie alle veline Cia, è una specie di marchio di fabbrica per ciò che riguarda intelligence deviate e informazioni sballate sulle armi di Saddam.
    I due inchiestasti di Repubblica, però, non raccontano i fatti.
    Primo fatto dimenticato: Chalabi è uno dei leader, anzi l’animatore, della lista sciita che ha vinto le elezioni in Iraq. Ed è il vicepremier democraticamente eletto dal popolo iracheno.
    Secondo: negli anni dell’esilio, Chalabi non è stato finanziato da Cheney o, perlomeno, non è stato finanziato soltanto da Cheney ma, guarda un po’, da Bill Clinton. L’Iraq Liberation Act, infatti,
    fu approvato negli anni clintoniani, nel 1998, e porta la firma del presidente democratico.
    Quella legge riconobbe alle forze d’opposizione irachene, poi raccoltesi nell’Iraqi National Congress di Chalabi, denaro e sostegno militare americano. La legge fu presentata al Senato dal repubblicano Trent Lott e dal democratico Joe Lieberman.
    Chi è Joe Lieberman? E’ l’uomo politico che, due anni dopo, fu l’avversario diretto di Cheney per la vicepresidenza degli Stati Uniti. E fu lui, l’avversario di Cheney, a finanziare Chalabi.
    A Rep. deve essere sfuggito. Non solo. Nel dibattito presidenziale del 2000 tra George Bush e Al Gore, il candidato democratico disse: “Voglio andare oltre. Voglio dare un forte sostegno ai
    gruppi che stanno cercando di destituire Saddam Hussein”.
    Di nuovo: Chalabi. L’Iraq liberation act finanziò il gruppo di Chalabi con 97 milioni di dollari e impose agli Stati Uniti la politica del regime change in Iraq. Con queste parole:
    “Dichara che dovrà essere la politica degli Stati Uniti cercare di rimuovere il regime di Saddam Hussein dal potere in Iraq e di sostituirlo con un governo democratico”.
    Quanto al ruolo di Chalabi a proposito delle cattive informazioni sulle armi di distruzione di massa arrivate in occidente, il rapporto bipartisan del Senato Robb-Silbermansulle armi di sterminio ha svelato che il famoso “Curveball”, cioè l’autore dei report non veritieri sulle armi di Saddam non era Chalabi, come avevano insinuato i grandi giornali liberal imbeccati dalla Cia di George Tenet. Non solo. Curveball “non era influenzato né controllato dall’Iraqi National Congress”, cioè dal partito di Chalabi.
    Soltanto due esperti di armi forniti da Chalabi all’Amministrazione Bush erano piccoli falsari, ma ebbero un ruolo “minimo” nella valutazione americana che portò alla guerra: “In realtà – si legge nel rapporto bipartisan – tutte le inchieste della Cia successive alla guerra rivelano che le fonti legate all’Iraqi National Congress hanno avuto un impatto minimo nelle valutazioni precedenti alla guerra”.

    Visto che ci siamo, altre due cose.
    La stessa commissione Robb-Silberman ha scritto di “non aver trovato prove di pressione politica per influenzare le valutazioni pre-guerra della comunità di intelligence sui programmi d’armamento dell’Iraq”.
    L’altra Commissione del Senato, sempre bipartisan, che ha indagato sul fallimento dell’intelligence ha concluso a pagina 284 di “non aver trovato nessuna prova che funzionari dell’Amministrazione abbiano tentato di costringere, influenzare o premere sugli analisti per cambiare i loro giudizi sulle capacità irachene sulle armi di distruzione di massa”. E, nella pagina successiva, la Commissione dice di “non aver trovato prova che le visite del vice presidente (Cheney, ndr) alla Cia fossero tentativi di far pressione sugli analisti, né che fossero percepiti come intesi a fare pressione sugli analisti da coloro che partecipavano alle riunioni sui programmi iracheni sulle armi, né che fossero pressioni sugli analisti per cambiare le loro valutazioni”.

    Christian Rocca su il Foglio

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    Predefinito

    Washington. C’è un’altra smentita americana all’inchiesta pubblicata da Repubblica sulla presunta macchinazione italiana per aiutare, con un documento falso, l’Amministrazione Bush a giustificare l’invasione dell’Iraq.
    Michael Ledeen, analista dell’American Enterprise Institute ed editorialista di National Review, è accusato di essere stato l’uomo di collegamento tra i nostri servizi e l’Office for Special Plans per cucinare la falsa giustificazione della guerra in Iraq.
    All’epoca dei fatti contestati, Ledeen non era un sostenitore della guerra in Iraq, come dimostrano la sua ampia produzione pubblicistica e finanche un’intervista al Foglio del 10 settembre 2002.
    Per Ledeen la priorità era ed è il regime degli ayatollah d’Iran, da affrontare non con un’invasione militare ma con una campagna di aiuti e di sostegno alla popolazione oppressa e ai gruppi democratici. Alla guerra in Iraq, Ledeen preferiva l’idea di istituire un governo liberatore anti Saddam, al nord e al sud del paese, nelle zone già controllate dagli angloamericani.
    Ledeen specifica al Foglio che è completamente falsa ogni singola notizia sul suo coinvolgimento nelle vicende del falso dossier sull’uranio nigerino:
    “Non ho mai lavorato per l’Office for Special Plans del Pentagono, che peraltro non è un’agenzia di intelligence come scrive Repubblica, ma un ufficio di pianificazione militare. Non ho mai lavorato con Paul Wolfowitz, se non nel 1981 quando ero consigliere del segretario di Stato Alexander Haig e Wolfowitz stava al Policy Planning del dipartimento di Stato. Non ho mai lavorato con Douglas Feith. Non ho mai visto, mai toccato, mai letto i documenti falsi che tanto vi appassionano e, allora, non ne parlai né con Nicolò Pollari né con Gianni Castellaneta (direttore del Sismi e consigliere di Palazzo Chigi, ndr)”.
    Secondo Ledeen, “la cosa più imbarazzante di questa grandiosa bufala giornalistica è che questi documenti non sono alla base delle parole pronunciate da Bush nel discorso sullo Stato dell’Unione. Tra l’altro Repubblica commette un’ingenuità quando scrive che secondo Cheney le prove del possibile acquisto iracheno di uranio nigerino erano a disposizione di un ‘servizio straniero’, come a dire ‘ecco la prova del coinvolgimento italiano’.
    Quel ‘servizio straniero’ è quello britannico.
    Allo Stato dell’Unione, Bush ha fatto esplicito riferimento agli inglesi e sia la Commissione Butler di Londra sia il Rapporto bipartisan del Senato hanno confermato che le loro informazioni non provengono da quel falso contratto”.
    Il Foglio ha raccontato come i Rapporti americani e inglesi hanno sminuito lo snodo centrale della ricostruzione di Repubblica, cioè che i francesi avessero gettato quelle carte “nel cestino”.
    I francesi non hanno affatto cestinato quel dossier, anzi agli americani hanno confermato la veridicità dell’informazione addirittura in un incontro doplomatico tra il ministero degli Esteri e il dipartimento di Stato.
    Era il 22 novembre 2002. Su quel dossier, inoltre, ci sono stati almeno altri tre scambi di informazioni tra Parigi e Washington: il 27 gennaio, il 3 febbraio e il 4 marzo 2003.
    Il 3 febbraio, si legge nel rapporto bipartisan del Senato, gli americani chiedono ai francesi “conferma che l’informazione non provenga da un altro servizio straniero”, cioè – secondo quanto spiegano al Foglio alte fonti dei servizi – da quello italiano. I francesi rispondono di no, l’informazione è “di origine nazionale”.
    E’ la stessa ambasciata americana in Niger, peraltro, a inviare il 18 febbraio 2002 un fax a Washington per segnalare che la possibilità di vendita di uranio all’Iraq non andava sottovalutata.
    Il ruolo italiano – secondo la fonte del Foglio – si è limitato all’invio in America di due brevi note di segnalazione di attività sospette in Niger, una subito dopo l’11 settembre e l’altra il 15 ottobre 2001.
    In un momento in cui era “doveroso” fornire ogni pista di indagine agli alleati colpiti dal terrorismo.
    Il Comitato parlamentare dei Servizi ha già indagato sulla questione, mentre l’inchiesta sull’origine del falso dossier che il Senato americano ha chiesto all’Fbi si è conclusa con l’esclusione di un ruolo italiano nella fabbricazione e nella diffusione di quei documenti.
    A quell’inchiesta i servizi francesi non hanno collaborato.

    Da il Foglio

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    Predefinito L'uomo nero smonta le balle...

    ….di Rep

    Al direttore – Leggendo gli ultimi articoli di Repubblica si ha la stessa impressione di quando si va a fare una passeggiata in un mondo fatto di fantasia, dove la realtà non sta in piedi e dove ogni singolo elemento può essere inventato a proprio piacimento. Deve essere divertente scrivere cose che nessuno ha il compito di controllare, cose dove è data grande importanza a organizzazioni che non esistono e a persone che non hanno mai lavorato dove dice Rep. Senza addentrarsi nelle singole invenzioni nell’articolo, riportiamo qui alcune delle più clamorose.
    Il famoso incontro a Roma nel dicembre 2001:
    (1) la descrizione fisica della stanza è tutta sbagliata (una stanza che Repubblica non avrebbe mai potuto identificare.
    Metà del tempo a Piazza di Spagna, l’altra metà all’Hotel Parco dei Principi).
    (2) Non c’erano mappe dell’Iraq, della Siria etc. Il conteggio dei partecipanti all’incontro era errato. Non erano più o meno 25 persone, ma una mezza dozzina. Anche la descrizione degli iraniani è sbagliata. Ha dell’incredibile l’affermazione che “non erano affatto oppositori del regime”.
    Rep. sembra essere convinta che il dicembre del 2001, in qualche modo, corrispondesse pressappoco alla “vigilia della guerra in Iraq”. Ma la questione della guerra in Iraq allora non era ancora stata definita, figurarsi se pianificata. Nel dicembre 2001 noi stavamo combattendo in Afghanistan: all’incontro gran parte dell’attenzione è stata dedicata proprio all’Afghanistan.
    Dei “tre uomini che nel 2004 si alternano a Baghdad al fianco di Chalabi come ufficiali di collegamento”, Rep. ne nomina soltanto due. E quei due sono stati identificati male, come la maggior parte delle persone citate.
    Micheal Rubin non è e non era presidente dell’American Enterprise Institute. Il periodo che ha passato in Iraq risale alla “fellowship” del Council on Foreign Relations, amministrato dal Pentagono. Salvo per un paio di mesi prima di andare al dipartimento della Difesa (e perciò prima di andare in Iraq), quando stava finendo un progetto di ricerca, andò semplicemente all’Aei (e non all’Aie, come Rep dice più volte, l’inglese non è certo il suo forte), dopo il suo mandato al Pentagono.
    E Harold Rhode (“dell’Office of Special Plans di Douglas Feith”) non ha mai lavorato nell’Office of Special Plans, che non è mai stato sotto il comando di Feith. Né Rubin né Rhode erano“ufficiali di collegamento”. Rubin viaggiava costantemente in giro per l’Iraq e raramente ha visto qualcuno nella “Green Zone” o all’Iraqi National Congress. La stessa cosa vale per Rhode. Anche lui viaggiava molto.
    Il capo dell’intelligence dell’Iraqi National Congress non ha, come dice Rep., quasi 50 anni, ne ha 30 (e 50 nemmeno li dimostra). Repubblica dice che Francis Brooke, un americano che lavora con l’Iraqi National Congress, ha avuto in mano i documenti falsi del Niger. Nessuno gli ha mai chiesto nulla, avrebbe reso più difficile il lavoro d’invenzione, credo, ma io l’ho fatto: dice che è un “nonsense”.
    Rep. dice che Brooke era un intermediario di Condi Rice, quando non si sono mai incontrati.
    Rep. dice che ci sono stati alcuni incontri a Roma che hanno coinvolto me, due ufficiali del Pentagono, “i colonnelli dell’Iraq National Congress, gli iracheni sciiti dello Sciri e i Guardiani della rivoluzione”. Non c’è mai stato un incontro. Giusto per far risparmiare tempo ai cantastorie di Rep., non ho mai incontrato nessuno né dello Sciri né dei Guardiani. Né a Roma, né in nessun altro posto. Non conosco nessun colonnello dell’Iraqi National Congress. Conosco soltanto civili.
    Rep. non sa neanche inventare bene. L’articolo rimanda alle
    “Brigate Sadr” dello Sciri.
    Ma confonde le Brigate Badr (questo è il vero nome) con Moqtada al Sadr, il che è molto diverso. Le Brigade Badr dello Sciri furono addestrate in Iran per circa vent’anni, poi furono rimandate in Iraq dopo la liberazione del paese.
    Moqtada è un iracheno i cui seguaci vivono per la maggior parte a Baghdad. Perciò è impossibile che il capo dello Sciri abbia mai potuto parlare a Rep., così come invece si rivendica, mettendo tra virgolette le sue parole: “Le Brigate Sadr, con milizie indipendenti l’una dall’altra sono a Baghdad”. Vi posso assicurare che Muhammad Baqr al Hakim conosce il nome della sua organizzazione.
    Secondo Rep., “la falsa intelligence” che dichiarava che Saddam aveva armi chimiche proveniva dallo Sciri tramite gli iraniani.
    Non sa Rep. che il presidente egiziano Hosni Mubarak e il re Abdullah di Giordania hanno raccontato frottole al governo americano? Crede che siano loro gli agenti iraniani?
    Rep. dice che io ho rappresentato l’Office of Special Plans del Pentagono. Questo è falso, e loro sanno che è falso, perché furono proprio i giornalisti di Rep. a chiedermelo alcuni mesi fa via e-mail. In quell’occasione dissi loro che non avevo mai lavorato per alcuna agenzia del governo durante l’intera Amministrazione Bush. E neanche con i suoi predecessori.
    Questo è il motivo per cui ho fatto causa a Rep., che ha cortesemente rincarato la dose a ogni nuovo articolo.
    Tralasciando gli errori di fatto, ciò che rende Rep. ancor più ridicolo è il ragionamento complessivo. Cioè che il governo degli Stati Uniti si stava incontrando segretamente con i leader delle milizie iraniane, i leader delle Guardie rivoluzionarie iraniane e l’intelligence militare italiana per preparare la guerra contro Saddam Hussein. Sono cose così lontane dalla realtà da essere inimmaginabili, e qualche buon dottore dovrebbe controllare i giornalisti di Rep.
    Allora gli iraniani stavano organizzando operazioni in Afghanistan per uccidere i soldati americani. Gli ufficiali americani vennero a Roma per parlare di quelle operazioni e del ruolo dell’Iran nel appoggio al terrorismo. Le informazioni raccolte nel 2001 a Roma salvarono vite americane.
    Gli italiani dovrebbero elogiare il loro governo per la partecipazione ai colloqui ed è un oltraggio per Rep. inventare così tante favole, nel disperato tentativo di trovarci qualcosa, qualsiasi cosa, di male.

    Michael Ledeen (traduzione di Claudio Cerasa)

    Su il Foglio

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    Predefinito .....e con questo.....

    ...finisco

    Roma. La prova, anzi le molteplici prove, che i servizi italiani non c’entrano nulla col Nigergate, e che l’inchiesta di Repubblica ha fatto splash, è stata fornita ieri pomeriggio dal direttore del Sismi, Nicolò Pollari, e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, in un’audizione di quattro ore davanti al Comitato parlamentare di controllo sui servizi.
    Il senatore Luigi Malabarba, di Rifondazione comunista, ha detto:
    “Gli scoop di Repubblica sono fantasiosi”.
    Al Foglio, il senatore diessino Massimo Brutti, membro autorevole del Comitato, ha detto:
    “Non mi sentirei di insistere ulteriormente su questa vicenda, dobbiamo piuttosto allentare la tensione. Dalle carte che ci sono state mostrate posso dire che il Sismi non ha mai avvalorato la tesi di una comprevendita di uranio in Niger e non ha mai accreditato come affidabili le informazioni sugli strani movimenti iracheni nel paese africano, cosa che peraltro è coerente con l’atteggiamento avuto ai tempi del governo di centrosinistra”.
    Anche il presidente del Comitato, Enzo Bianco, accredita la versione fornita dal generale Pollari.
    I senatori diessini e comunisti escludono dunque che l’Italia abbia avuto un ruolo nella creazione e nella veicolazione della truffa. Anzi pare che i documenti falsi non siano stati nemmeno confezionati in Italia, ma in un altro paese.
    Pollari ha mostrato carte e documenti e fotografie inedite, in molti casi coperte dal segreto.
    Punto primo: il Sismi non ha mai fornito agli americani informazioni basate sul falso dossier fabbricato nel 2000 da un truffatore di nome Rocco Martino, in quel momento stipendiato dai servizi francesi. Lo dimostrano gli unici due brevi (e “cauti”, dice Brutti) report inviati alla Cia nel settembre e nell’ottobre del 2002. Secondo le accuse di Repubblica, il Sismi sapeva (anche perché aveva creato quel dossier) che le prove sull’acquisto iracheno di uranio nigerino erano false.
    Eppure, per farsi bello con Silvio Berlusconi, il quale a sua volta voleva farsi notare dall’amico George Bush, ha passato alla Cia i documenti falsi.
    La supposizione mostrava punti deboli anche a livello logico, ma ieri Pollari e Letta hanno dimostrato che quelle due brevi segnalazioni con il dossier bufala non c’entravano niente.
    Brutti, cioè l’opposizione, conferma e risponde con un liquidatorio “nooo” alla domanda se l’Unione chiederà una Commissione d’inchiesta.
    L’Unione, dunque, non segue le teorie complottarde di Repubblica, anzi le rigetta. E prova, in modo molto cauto, a spostare l’attenzione sulla politica estera e militare del governo, insomma sulla normale dialettica politica tra la maggioranza e un’opposizione contraria all’intervento in Iraq.

    Lo strano ruolo di alcuni giornalisti
    Niente Nigergate, dunque. Pollari, inoltre, ha mostrato la lettera del direttore dell’Fbi Robert Mueller che esonera inconfutabilmente l’Italia da tutta la vicenda.
    Altro elemento: ci sono le prove che l’autore del dossier bufala, Rocco Martino, ha cercato di vendere il falso dossier anche ai servizi di un altro paese. E lo ha fatto molto dopo che l’agenzia dell’Onu, il 7 marzo 2003, avesse denunciato la bufala. “Anche questo fatto – ha ammesso Brutti al Foglio – va nella direzione che esclude un coinvolgimento italiano nella vicenda”.
    L’audizione del Comitato parlamentare era segreta, ma è ugualmente filtrata la notizia di alcune prove del coinvolgimento di un servizio di intelligence straniero in questa storia.
    Non solo: sarebbero state fornite prove del ruolo poco chiaro di alcuni giornalisti americani, legati anche a colleghi italiani, nel fare pressioni e costringere uno dei protagonisti della Niger-barzelletta a rilasciare un’intervista televisiva.

    Su il Foglio

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  10. #10
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    Ma non sarebbe l'ora di indigare come mai Francia e Germania erano contrari all'abbattimento di Saddam, secondo m,e avevano degli interessi in gioco con lui a livello di commercio di petrolio; oppure avevano paura che qualche loro azienda fosse implicata in qualche modo nella vendita di armamenti.

 

 
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