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Discussione: Giovani verso Assisi

  1. #1
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    ASSISI - “Uno stuolo di scribi e di farisei, di uomini di chiesa, di specialisti del sacro che fanno dell’amore di Dio e del dialogo con lui un peso insopportabile”: ecco cosa si trova davanti Gesù, “dopo che gli è scoppiata dentro, incomprimibile, la certezza della vocazione per il Regno di Dio.” Sono le battute iniziali dell’omelia tenuta ieri, 31esima domenica del tempo ordinario, da monsignor Domenico Sigalini nella Basilica Superiore di San Francesco gremita dal popolo di “Giovani verso Assisi”. In un racconto colorito e fluente, seguito da un’assemblea attentissima, il vescovo di Palestrina ha illustrato i primi passi della vita pubblica di Gesù, quei momenti in cui radicalmente prendeva corpo in Lui la misericordia come risposta alla vitale vocazione all’amore del Padre. “Legano pesi opprimenti difficili a portarsi e li impongono sulle spalle degli uomini”: questo il ritratto dei sacerdoti che nel Vangelo Gesù delinea con sensibile durezza: nell’esperienza degli anni precedenti, la sequela del movimento di Giovanni il Battista, che lo aveva incantato per la sua irruenza, per “la capacità di riportare a conversione tutta la vita religiosa. Gli piaceva questo processo di ridiscussione della società ebraica, questa presa di distanza dalla struttura del tempio, questa chiamata degli uomini a mutamenti inauditi. Le rive del Giordano – afferma Sigalini - sono state per Gesù la sua prima “Giovani verso Assisi”, la sua scoperta di un colpo di reni da fare nella propria vita”.

    Col passare del tempo – continua il racconto - “questo nutrirsi come il Battista di locuste e di miele selvatico non lo interpretavano più. Gli bruciavano dentro la consapevolezza e l’urgenza del Regno di Dio.” Emerge, dalle parole di monsignor Sigalini, il ritratto a tinte forti di un Gesù che egli stesso ha definito “uomo fino in fondo”, che per il Regno di Dio aveva appena lasciato la sua famiglia, il lavoro, gli amici, il suo mondo. Il motivo? “Gli maturava dentro quella volontà incrollabile di mettere la sua vita al servizio di questo sogno che era il Regno di Dio. E ne cercava la strada migliore. Era deciso. “ Con la decisione, il momento della prova: in quanto uomo – e uomo fino in fondo – Cristo si trova davanti “gli inganni di ogni missione, quello che un uomo è chiamato a sceglier quando si dedica a una causa, il potere per il quale si può perdere dignità a prostituirsi, l’idolatria di sé, le cose. Le ricchezze, la strumentalizzazione.” Sicché proprio allora, mentre Gesù si sta preparando a sacrificare la sua vita per il Regno di Dio, Dio non c’entra per niente. E quando si butta fuori Dio dalla vita, il cuore diventa una pietra.” Ecco il deserto: è qui che Gesù torna a contemplare il volto del Padre. E’ nei quaranta giorni trascorsi qui che Gesù giunge “alla radicalità ma non alla intransigenza, alla offerta totale di sé, non al castigo dei malvagi, alla misericordia e non al sacrificio. E Gesù si decide per la misericordia”.

    Sguardo tutto misericordioso è lo sguardo del Signore evocato dalle parole di Sigalini, che esclude ogni umana traccia di condanna e che richiama fortemente al tema della giustizia sociale, su cui si è soffermata la riflessione dei giovani nelle testimonianze immediatamente successive alla celebrazione eucristica: il Vangelo propone l’atteggiamento amorevole di Gesù in tre momenti particolari, in cui la misericordia sembra assumere persino il carattere di una manifestazione corporea. “Misericordia è per Gesù compassione: prima che una sospensione di giudizio, una benevolenza, una comprensione dell’uomo che sbaglia, è uno stato d’animo, è una partecipazione emotiva profondamente umana, è “sconvolgimento delle viscere” (come nella definizione paolina). Misericordia è quel che Gesù prova “quando si identifica con il samaritano e ci vede mezzo morti sul ciglio della strada. Così, quando incontra il corteo triste della vedova che va a seppellire il suo unico figlio, quando si identifica con il Padre misericordioso che abbraccia il figlio perduto. Questo è per noi Gesù. Ci viene incontro nella domanda più assillante nella nostra vita: c’è qualcuno che mi ama? Ebbene, tutta la vita e la morte di Cristo rispondono a questa grande domanda. Nello sconforto dell’esistenza quotidiana, questa è la domanda: “Quanto mi ama Dio?” La nostra risposta è sbagliata finché non comprendiamo che Dio ci ama infinitamente più di quanto possiamo immaginare. Questa è la bella notizia che bisogna far esplodere nel mondo di oggi. Questo si devono sentir dire i giovani in ogni istante della vita.” Parole forti che, alla chiusura e all’Ite missa est hanno sortito lunghi minuti di applausi. Nella serata, la lunga celebrazione del sacramento del Perdono per i giovani convegnisti. Nel programma di quest’oggi, invece, il pellegrinaggio alla cattedrale di S. Rufino e l’incontro con il vescovo di Assisi mons. Sergio Goretti.

    La foto: mons. Domenico Sigalini
    www.korazim.org



    “Il mondo ha bisogno di giovani appassionati”: con l’invito del padre Custode della Basilica di San Francesco, fr. Vincenzo Coli, ha preso avvio nella veglia di venerdì sera il ventiseiesimo appuntamento annuale del Convegno Nazionale “Giovani verso Assisi”. Tema dei quattro giorni d’incontro per gli oltre 1700 ragazzi convenuti, “Beati i Misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Una scelta, quella del centro nazionale di pastorale giovanile dei frati minori conventuali, che sin dalle prime battute è sembrata voler richiamare alla dimensione più concreta della vita di fede: via preferenziale, il confronto serrato con uno dei nodi fondanti la proposta evangelica, parte di quello che negli ultimi giorni è stato definito dalla Chiesa riunita in Sinodo il “novum” del culto cristiano, la misericordia. Tutte le beatitudini, ha spiegato il padre Custode, ci parlano di sentimenti profondi. Di queste, due richiamano anche una dimensione “fattuale”, ci chiedono, in sostanza, di mettere a disposizione le nostre mani: la prima, “beati gli operatori di pace”, la seconda “beati i misericordiosi”. A far da guida, ad introdurre e ad accompagnare questo percorso, l’esperienza di Francesco d’Assisi: “nel suo Testamento – continua padre Coli – Francesco dice che tutto è grazia perché amato da Dio”. Dall’esempio di Francesco, che seppe capire questa beatitudine “perché su di lui misero aveva sentito riversarsi la misericordia del suo Signore” - si legge dalla liturgia proposta durante la veglia – la prima indicazione: misericordia è riconoscersi amati personalmente.

    Prosegue da queste premesse l’intervento del relatore più atteso della giornata di ieri, monsignor Renato Boccardo, segretario del Governatorato della Città del Vaticano, che ha presieduto le lodi del mattino nella Basilica Superiore e ha poi incontrato i giovani in una relazione-dibattito sul tema del convegno. “Tutti siamo mendicanti di misericordia”, chiamati a cercare la pace nel nostro cuore, con Dio e con i fratelli, ed in questo confronto a capire chi siamo. “Come i bambini assomigliano ai loro genitori, così l’uomo, uscito dalle mani di Dio creatore porta in sé i suoi lineamenti. E sarà accolto da Lui, nella sua casa, nella misura in cui ha fatto della sua vita una ricerca continua della somiglianza con il padre che lo ha creato.” Esperienza vitale, dunque, nelle parole di Boccardo, quella di lasciarsi toccare da Dio, accogliere il suo amore come dono che svela l’esistenza, che tuttavia deve fare i conti con la divisione dell’animo umano: “Ciò che io dovrei essere di fatto contrasta con ciò che sono”. Da una libertà individuale che spesso cede alla propria fragilità, a sbandamenti, alle incoerenze, “finisco anch’io col dire: beati i furbi, beati i ricchi, beati i potenti".

    Se il passo per la resa è breve, lungo è invece il penoso elenco di mali che ne consegue: le tragedie umane, le follie della storia - nei campi di sterminio, nei massacri delle guerre nel continente africano, nelle pulizie etniche, nel crollo delle Torri Gemelle – che costellano la storia del mondo non sono poi così lontane dalla piccola storia individuale di ciascuno di noi. Frugando nella memoria, si scoprono le nostre personali cattiverie, grettezze, infedeltà. Da dove viene, allora, questa misericordia? “Chi usa la misericordia ha qualcosa del comportamento di Dio”, afferma Boccardo. “Perché non è nella nostra natura, non siamo inclini naturalmente a praticare l’amore.” Eppure, in questa beatitudine, Gesù insegna che se Dio è misericordioso, misericordioso deve essere il suo discepolo. Ecco la spiegazione: da un Dio che è misericordia, non può nascere una creatura incapace di misericordia. Un passaggio scontato, si dirà. Se può esserlo sotto un profilo logico, d’altra parte non si può dire che i risvolti non siano di un certo interesse: perché misericordia non è solo stile o metodo, se siamo beati per quello che siamo, “usciti dalla mente e dal cuore di un Dio che è misericordia”. Questa beatitudine, prosegue Boccardo, non è frutto del nostro conquista, generosità, sacrificio, dei nostri progetti. E’ una beatitudine che ci viene comunicata per il nostro essere figli di Dio . Suo scopo precipuo è di educare e spronare ad approfondire la conoscenza del mistero di questo Dio misericordioso, ascoltare la sua parola e lasciarsene formare.

    “Beati i misericordiosi”, impegno per l’altro. Colui che si è affidato a Dio nella mitezza, nell’essere operatore di pace, nella purezza del cuore, avverte nascere l’esigenza di assumere un modo nuovo di comportamento nei confronti dell’altro. Questo comportamento è l’imitazione di Dio. “Per comprenderlo pienamente, occorrerebbe entrare nella mente di Dio. Vi chiedo, allora, di ascoltare soprattutto ciò che il Signore vi suggerisce, di farvi attenti alla voce del Maestro interiore, dello Spirito di Dio che vuole comunicare personalmente con voi”. A illuminare il cammino è ancora il messaggio delle beatitudini, parola da accogliere e da proclamare: “Proclamare le beatitudini, che sono la proclamazione della bontà di Dio, di questo Dio che si prende cura di ciascuno e che prepara un regno per i suoi figli. Posso considerarmi beato, felice, se do una risposta di amore al dono che mi fa la vita. Perciò provo anch’io ad essere povero nello spirito, mite, misericordioso, puro di cuore, realizzatore di ciò che è giusto, operatore di pace. Provare”. Questa è la sfida.

    La foto: i giovani nella Basilica Superiore di San Francesco
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  2. #2
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    Che ne pensi dell'omelia di Mons. Sigalini?

  3. #3
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    Originally posted by CTALIMC
    Che ne pensi dell'omelia di Mons. Sigalini?
    il testo integro non l'ho trovato....ma da quel che ho letto mi è sembrato e mi sembra una buona strada pastorale

    avevi letto altro?
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  4. #4
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    Semplicemente, ricordando una vecchia discussione, mi pareva che Mons. Sigalini descrivesse un Cristo "in divenire", un Cristo che non nasce già pienamente consapevole della sua natura divina, ma che "cesce".
    Siccome ero stato a mia volta criticato per sostenere questa tesi (ero stato accumunato agli evangelici...) mi incuriosiva sapere la tua opinione.
    Se cioè avevi dato la stessa interpretazione che avevo dato io e se eventualmente la condividevi...

  5. #5
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    Originally posted by CTALIMC
    Semplicemente, ricordando una vecchia discussione, mi pareva che Mons. Sigalini descrivesse un Cristo "in divenire", un Cristo che non nasce già pienamente consapevole della sua natura divina, ma che "cesce".
    Siccome ero stato a mia volta criticato per sostenere questa tesi (ero stato accumunato agli evangelici...) mi incuriosiva sapere la tua opinione.
    Se cioè avevi dato la stessa interpretazione che avevo dato io e se eventualmente la condividevi...
    ....confesso che di ciò....ne vengo a conoscenza ora.........
    e mi auguro che siano solo "voci"......e proprio ignorando quanto tu porti in rilievo..forse per questo ho dato e do una interpretazione diversa dalla tua alle parole che ha rivolto ai giovani
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

 

 

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