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    Predefinito Le stragi decise in Usa

    E Genchi spara: le stragi decise in Usa


    Gioacchino Genchi a ruota libera su stragi del ’92 e presunti contatti tra il senatore Pdl Marcello Dell’Utri e mafiosi. Il consulente informatico di diverse Procure, finito nell’occhio del ciclone per lo scandalo intercettazioni, ospite di Klaus Davi nel programma tv Klauscondicio ha esposto la sua teoria sull’origine americana delle stragi del ’92 e del 93. E ha chiamato in causa anche il senatore Pdl: «Ho evidenze – ha detto – di telefonate di Dell’Utri ai mafiosi. Ci sono chiare prove che risultano dai tabulati, dei suoi contatti telefonici già all’origine della fondazione di Forza Italia». Genchi, nella stessa intervista, aggiunge che «la mente di Cosa nostra è sempre stata negli Usa. Prova ne sono i ripetuti viaggi del boss mafioso, Domenico Raccuglia, negli Stati Uniti fin dai tempi delle stragi del ’92. Queste furono decise in America, non certo a Corleone. Nell’intervista infine Genchi non esclude la possibilità di «una nuova stagione di stragi».
    E Genchi spara: le stragi decise in Usa - Interni - ilGiornale.it del 17-12-2009


    _____________________________________________

    BERLUSCONI: GENCHI, PERPLESSO SU GUARDIE DEL CORPO 'NON HANNO SEGUITO NORMALE PROCEDURA'

    (IRIS) - ROMA, 16 DIC - Alla domanda di Klaus Davi sull’effettivo svolgimento da parte dell’FBI e della CIA di indagini in merito all’esistenza di una mente tecnica delle stragi negli USA, Gioacchino Genchi, consulente informatico, intervistato dal giornalista durante il programma tv KlausCondicio in onda su YouTube, ha risposto: "Quale FBI? Ci sono diverse versioni dell’ FBI, della CIA, ci sono cambi e ricambi. Noi non sappiamo tutto quello che succede nei servizi segreti italiani, figuriamoci in quelli americani. Di certo non si può pensare ad una cabina di regia che si fermi a Corleone o nei quartieri palermitani come punto nevralgico delle direzione della mafia. La mafia è transnazionale, la mafia ha rapporti che superano le barriere degli stati e della politica".

    Su una nuova ondata di strategia della tensione, Genchi ha confermato: "Non escludo una nuova stagione di stragi, soprattutto se le trattative tra Cosa Nostra, i suoi referenti e le istituzioni dovessero 'saltare'".

    "Al momento, però, ritengo che un simile scenario tuttavia sia improbabile ma, visto il clima di tensione che si è creato in Italia, tutto è possibile. Il passaggio che stiamo vivendo è molto difficile, ci sono grossi scontri che non sono certamente quelli tra maggioranza e opposizione visto che spesso votano in accordo, come nel caso di Cosentino. Quindi, nel momento in cui le lotte non sono più in parlamento, privato completamente di ogni funzione, è possibile che accada tutto e il contrario di tutto".

    "Lo Stato - ha detto perentorio Genchi - non prevede attentati di mafia perché Cosa Nostra è messa bene ed è già tutelata dal Governo".

    "Non esiste nessun protocollo, neanche quello delle guardie forestali, che consenta ad un Capo di Stato, dopo un’aggressione, di uscire dalla macchina e mostrarsi nuovamente in pubblico in condizioni di potenziale pericolo".

    "Le guardie del corpo di Berlusconi non hanno seguito la normale procedura – continua Genchi – e la loro arrendevolezza verso il premier, nonchè la loro incapacità nel gestire la situazione, lascia molto perplessi ed è quantomeno sospetta".

    Rincarando la dose Genchi fa notare: "Il Presidente del Consiglio è sempre stato originale nelle scelte dei propri servizi di sicurezza, creati ad hoc da lui stesso e che gli sono state vicine anche nei momenti più intimi, fin dai tempi in cui si portò Vittorio Mangano alla villa di Arcore per farsi proteggere". "Penso che purtroppo Berlusconi – continua Genchi - non si possa liberare da parecchie persone che lo tengono prigioniero, forse ne è anche schiavo e probabilmente sono loro a determinare le peggiori scelte che si sommano a quelle sbagliate che prende da solo".

    "Confermo, sto lavorando per molte procure d’Italia, embè!?. La mia carriera è tutt’altro che finita" ha tuonatoGenchi.

    "Sono considerato un professionista tanto che domani andrò al tribunale di Civitavecchia che mi ha richiesto una consulenza in Italia ci sono ancora magistrati liberi ed indipendenti che non si lasciano influenzare dagli attacchi esterni" ha concluso il consulente.

    Iris Press - BERLUSCONI: GENCHI, PERPLESSO SU GUARDIE DEL CORPO 'NON HANNO SEGUITO NORMALE PROCEDURA'
    Ultima modifica di x_alfo_x; 18-12-09 alle 13:16

  2. #2
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    Predefinito Rif: Genchi: le stragi decise in Usa

    L’intervista - Il nuovo rappresentante diplomatico di Washington a Roma, David H. Thorne
    L'ambasciatore Usa avverte l'Italia «Dipendenza energetica, un rischio»
    «In Afghanistan ci aspettiamo che il vostro impegno continui»


    ROMA - «L’ho detto davvero?», risponde con aria scherzosa David H. Thorne, il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, quando si sente domandare a quali posizioni si riferiva davanti alla Commissione Esteri del Senato americano. «Anche se Usa e Italia cooperano strettamente su numerosi temi, ci sono, comunque, alcune posizioni della politica estera italiana che continuano a preoccuparci», aveva fatto presente ai senatori il 16 luglio, prima del via libera parlamentare al suo incarico, questo finanziere dai modi tutt’altro che rampanti.

    Voce mai troppo alta, portamento sobrio, lampi di spirito qua e là anche in un discorso serio, Thorne ha già vissuto in Italia negli anni ’50 e ’60. Nel suo modo di fare si riconoscono i tratti di un’ élite di de*mocratici americani legati all’Europa dei quali i Kennedy erano un prototipo. Adesso che a Roma Thorne è tornato per rappresentare l’Amministrazione di Barack Obama, il Cor*riere ha cercato di capire come la pensa. A differenza di luglio, attualmente il finanziere è un diplomatico, e spesso lo è il suo linguaggio. Ma in oltre un’ora nel suo ufficio di via Veneto, nella prima intervista da ambasciatore in Italia, è apparso chiaro che tra i suoi obiettivi rien*tra quello di evitare che il nostro Paese dipenda troppo dalla Russia per la fornitura di gas e petrolio.

    A quali posizioni della politicaestera italiana si riferiva quando parlava di preoccupazioni, ambasciatore?
    «Con i giornalisti, se lasci un piccolo spiraglio aperto nella porta diventa un salone... La verità è che l’intreccio di relazioni tra Usa e Italia è così ricco che il dialogo è continuo, fluente. Verranno fuori cose da discutere, ma in cordialità e con voglia di trovare soluzioni. A qualunque cosa stessi alludendo, non potevamo dire 'Siamo perfetti'. Dai miei primi incontri con il presidente Giorgio Napolitano, Gianfranco Fini, Renato Schifani e altri noto un senso di grande cooperazione».

    Tra gli appuntamenti elencati ne manca uno con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
    «Lo incontrerò venerdì. Ho già visto il sottosegretario Gianni Letta, è stato mio primo colloquio».

    Non è che tra le materie che preoccupano gli Stati Uniti c’è l’interesse del governo italiano, di Berlusconi, per l’oleodotto South Stream, caro alla Russia, invece che per il Nabucco?
    «Va considerato tutto in un contesto ampio. Una delle più grandi preoccupazioni della politica americana è la dipendenza energetica dell’Europa. Che non dipenda da una sola fonte e che le diversifichi: Nord Africa, Iran, Russia... L’Italia è in procinto di riprendere il suo programma nucleare, ne ho parlato nei miei incontri e mi pare ci sia un interessante impegno del governo a farlo. Al Dipartimento di Stato, nel governo americano il timore riguarda l’Europa, non solo l’Italia».

    Il governo italiano ha rapporti stretti con Muammar el Gheddafi...
    «Frecce tricolori», interviene l’ambasciatore riferendosi alla squadriglia acrobatica a Tripoli per l’anniversario del colpo di Stato del Colonnello.

    Già, anche. Che ne dicono a Washington? Rapporti troppo stretti, talvolta?
    «Occorre ancora guardare a un contesto più ampio. Gli Usa sono contenti che la Libia rientri nella comunità internazionale e abbandoni il terrorismo. Incoraggiamo i progressi in questo senso. Sappiamo che l’Italia ha da tanto strette relazioni con la Libia, dalla quale riceve energia. L’accoglienza libica ad Al Maghrai (agente segreto condannato per la strage di Lockerbie e rilasciato dalla Gran Bretagna, ndr) non è stata un bello spettacolo, ha risollevato vecchi problemi».

    Vi aspettate di più dal nostro Paese per l’Afghanistan?
    «I vostri carabinieri sono bravissimi, ammiriamo ciò che fate. L’argomento richiede capacità di guida, leadership , avere militari lì non è necessariamente popolare, ma nei miei incontri ne ho riscontrate. In Afghanistan le cose potrebbero peggiorare, l’Italia è un forte alleato e ci aspettiamo che continui».

    E sull’Iran che vi aspettate?
    «Siamo preoccupati che sviluppi armi nucleari e preoccupati di gestire le relazioni con l’Iran in un fronte unito. Vogliamo essere certi che tutti, Italia compresa, partecipino compatti a questa gestione».

    Evitando di compiere passi da soli?
    «Sì, la comunità internazionale sta agendo insieme e dobbiamo agire insieme».

    Ambasciatore, che cosa ricorda di più dell’Italia vista da ragazzo?
    «Sono riandato nella mia scuola, l’American Overseas sulla Cassia. Non sono tornato nella mia casa perché è diventata l’ambasciata della Cina. Quando l’ambasciatore cinese mi inviterà ci andrò volentieri. Ho bei ricordi di Porto Ercole. I moli erano diversi, non c’era ancora il porto di Cala Galera, avevamo casa ad Ansedonia...».

    Spesso si ricorda che lei è stato cognato di John Kerry, presidente della commissione Esteri del Senato, prima che lui e sua sorella divorziassero. Nessun imbarazzo, in luglio, nell’essere esaminato da una commissione che nel resto delle sedute è presieduta da un ex parente, comunque da un amico?
    «No. E sono tuttora suo cognato. Kerry mi ha presentato, mi ha abbracciato e, per correttezza istituzionale, è uscito. Non ero imbarazzato perché alla seduta non c’era. Io e il senatore Kerry siamo come fratelli da 45 anni, dal college . Abbiano fatto i militari insieme in Vietnam, siamo stati fra i tori di Pamplona e...».

    E?
    «Non le dico altro, sennò i diplomatici che stanno qui mi mettono la museruola. Di sicuro Kerry mi ha aiutato, ma per me è un onore. Sua figlia, mia nipote, si sposerà tra due settimane e andrò al matrimonio. Mi dispiace solo che mia sorella gemella non ci sia più, e che non potrà esserci».

    Maurizio Caprara
    16 settembre 2009

    L'ambasciatore Usa avverte l'Italia «Dipendenza energetica, un rischio» - Corriere della Sera
    Ultima modifica di x_alfo_x; 18-12-09 alle 13:08

  3. #3
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    Predefinito Rif: Genchi: le stragi decise in Usa

    L'asse Berlusconi-Eni-Putin nel mirino di Obama
    di Fausto Carioti

    L’ipotesi del “complotto” internazionale ai danni del presidente del Consiglio inizia a farsi largo anche tra chi non ha grandi simpatie per Silvio Berlusconi. Tipo Lucia Annunziata, che ieri sulla Stampa ha parlato del possibile “complotto Bilderberg”: un club dei potenti della terra che si riunisce ogni anno sotto la guida spirituale di Henry Kissinger e traccia l’indirizzo che dovrà prendere il mondo nei dodici mesi seguenti. Inutile dire che l’impronta del circolo è spiccatamente anglosassone. Tanto più lo è stata quest’anno (l’incontro è avvenuto a cavallo della metà di maggio), grazie alla presenza di numerosi plenipotenziari della diplomazia statunitense. E dato che il governo italiano è visto a Washington come la testa di ponte mediterranea della Russia di Vladimir Putin e Dmitry Medvedev, la quale oggi è ai ferri corti con gli Stati Uniti tanto quanto lo era ai tempi di George W. Bush, la voglia di tirare le somme e dire che per la Casa Bianca (e per il “circolo Bilderberg”) Berlusconi è un ostacolo da rimuovere è forte.

    I fedelissimi del premier, che pure sentono l’aria farsi pesante attorno al capo, per ora preferiscono puntare l’indice altrove. Tipo Niccolò Ghedini, che dice di vedere in atto «una forma di strategia di isolamento dell’Italia» e la imputa alla voglia di certi “poteri economici” di bloccare la Fiat nel momento in cui sta cercando di diventare una multinazionale dell’automobile. Ma è una lettura che rischia di peccare di ingenuità. Ciò che sta creando problemi agli Stati Uniti, infatti, non è la Fiat, ma la politica estera ed energetica italiana. In particolare, l’asse tra Berlusconi e Putin, cementato dalle intese tra Eni e Gazprom.

    Questo quotidiano per primo aveva scritto, sei mesi fa, che Berlusconi era riuscito a «portare l’Italia nella sfera d’influenza del Cremlino e allontanarla dall’orbita americana». Oggi lo stesso concetto appare tra le righe dei commentatori di sinistra. La situazione, da allora, si è persino fatta più complicata. Perché all’epoca alla scrivania dello studio ovale della Casa Bianca sedeva Bush, un amico del nostro presidente del consiglio. Con il quale i rapporti politici erano stati molto meno idilliaci di quanto destra e sinistra volessero far credere (lo scorso settembre il vicepresidente americano Dick Cheney era venuto a Roma per criticare l’appoggio dato da Berlusconi all’operazione militare russa in Georgia), ma il feeling personale era sempre rimasto solido. Con l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca il governo italiano ha dovuto ricominciare da zero, e non è impresa facile. Anche perché Obama è personaggio freddo, calcolatore, che alla politica dei rapporti personali preferisce di gran lunga la realpolitik degli interessi. Così l’Italia, che più di tanto non ha da dare agli Stati Uniti, è stata messa nella “seconda fascia” degli alleati europei, quelli meno importanti. Stessa sorte toccata alla Spagna di José Luis Zapatero, a dimostrazione del fatto che con Obama non conta essere di destra o di sinistra, ma solo quello che puoi dare alla causa statunitense.

    E l’Italia, in questo momento, sta dando soprattutto rogne. L’ultima è di pochi giorni fa. Al dipartimento di Stato americano, dove le mosse dell’Eni sono seguite con attenzione - e non certo da oggi - non è passato inosservato l’accordo siglato il 15 maggio (proprio mentre in un hotel di Atene era in corso il summit del “club Bilderberg”) tra Eni e Gazprom, ultima grande intesa strategica tra le due aziende che fanno capo al governo italiano e quello russo. L’accordo prevede che la portata del gasdotto South Stream, attraverso il quale nel 2015 il gas russo arriverà copioso in Europa e soprattutto in Italia, aumenti da 31 miliardi di metri cubi l’anno a 63 miliardi. Quanto basta, in teoria, per fornire all’Italia i quattro quinti del suo fabbisogno di metano. L’enorme infrastruttura minaccia di uccidere il gasdotto rivale, Nabucco, quando questo è ancora in fase di progettazione. E Nabucco è fortemente voluto dall’amministrazione statunitense, perché farebbe arrivare in Europa il gas di Turkmenistan, Kazakistan e Paesi vicini, sottraendolo al controllo russo. La Ue sarebbe meno dipendente dal gas del Cremlino, la Russia perderebbe potere politico nei confronti dell’Europa (oltre a una quantità di soldi difficile da quantificare) e gli Stati Uniti incasserebbero una bella vittoria nello scacchiere della geopolitica.

    Il problema, appunto, è costituito da governo italiano ed Eni. Che a parole appoggiano ambedue i progetti, ma in realtà hanno a cuore soprattutto quello che li lega alla Russia e a Gazprom. Paolo Scaroni, amministratore delegato del cane a sei zampe, ormai dice apertamente di non credere più al progetto sponsorizzato dagli Stati Uniti. «Nabucco decollerà solo quando avrà il gas di Turkmenistan, Kazakistan e forse dell’Iran. Da quanto ho letto, questo non accadrà», ha detto Scaroni dopo l’accordo con Gazprom. Lui stesso, pochi giorni prima, siglando la maxi-intesa con i russi, aveva detto che dietro all’ampliamento della capacità di trasporto del gasdotto c’è «un grande significato politico, perché tutto questo gas arriverà in Europa senza dover più passare dal territorio dell’Ucraina». Troppo dipendenti dal gas russo? Affatto: in quelle stesse ore, Berlusconi commentava che «dovremmo essere felici che un paese amico ci dia la possibilità di avere l’energia di cui abbiamo bisogno». L’Unione europea (e gli Stati Uniti) avrebbero preferito invece mantenere in gioco l’Ucraina. A marzo, proprio per questo motivo, la Ue aveva siglato un’intesa con il governo di Kiev per ammodernare i gasdotti ucraini. «Una perdita di tempo e di mezzi finanziari», aveva commentato Scaroni, perché quell’intesa escludeva «chi il gas lo produce, cioè la Russia».

    Insomma, le certezze sono che il patto tra Roma e Mosca è davvero d’acciaio, e che l’intesa non è solo economica, ma - per ammissione dei protagonisti - politica. Questo per Washington è un problema. Fino a che punto l’amministrazione Obama intenda spingersi e fin dove possa arrivare, è tutto da vedere. Ma alla Casa Bianca non sono mai andati troppo per il sottile quando si tratta di avere il controllo degli idrocarburi. E credere che certe abitudini siano tramontate solo perché adesso comanda un afroamericano democratico rischia di rivelarsi un errore fatale.

    A Conservative Mind: L'asse Berlusconi-Eni-Putin nel mirino di Obama
    Ultima modifica di x_alfo_x; 18-12-09 alle 13:13

  4. #4
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    Predefinito Rif: Genchi: le stragi decise in Usa

    Citazione Originariamente Scritto da x_alfo_x Visualizza Messaggio
    Il problema, appunto, è costituito da governo italiano ed Eni. Che a parole appoggiano ambedue i progetti, ma in realtà hanno a cuore soprattutto quello che li lega alla Russia e a Gazprom. Paolo Scaroni, amministratore delegato del cane a sei zampe, ormai dice apertamente di non credere più al progetto sponsorizzato dagli Stati Uniti. «Nabucco decollerà solo quando avrà il gas di Turkmenistan, Kazakistan e forse dell’Iran. Da quanto ho letto, questo non accadrà», ha detto Scaroni dopo l’accordo con Gazprom. Lui stesso, pochi giorni prima, siglando la maxi-intesa con i russi, aveva detto che dietro all’ampliamento della capacità di trasporto del gasdotto c’è «un grande significato politico, perché tutto questo gas arriverà in Europa senza dover più passare dal territorio dell’Ucraina»
    Mi chiedo come fanno quelli che propagandano il nabucco a contare sul gas dell'Iran ... quando l'Iran dovrebbe essere il peggior nemico delle potenze che stanno dietro a nabucco ?
    Sorge inevitabile il sospetto che nabucco (con il gas iraniano) diventerà progetto esecutivo solo a seguito di un crollo del regime iraniano.
    Non so se mi spiego ....... hefico:

    E quindi tutti questi fermenti e disordini che ci sono in iran da parte dei cosiddetti studenti sono spontanei o non sono invece il preludio a manovre geostrategiche ?

 

 

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