Volevo sottoporre alla vostra attenzione il tema del pugilato affrontato sull'ultimo numero di Civiltà Cattolica.
L'occasione era arrivata con la tragica morte di un pugile.
Premetto che anche io ho praticato (e continuo seppur saltuariamente)il pugiato.
Il giudizio venunto alla luca dalla lettura è una condanna senza appello con un misto di "pena" pre questi poveri derelitti che hanno praticato questo sport.
Prendiamo questo sport nelle sue linee generali: due atleti (con la supervisione di una persona terza nell' agonismo) si misurano in uno spazio delimitato (il quadrato) attraverso le loro armi naturali (i pugni) e i loro scudi naturali (le gambe e il tronco per schivare e gli avambracci per parare) per una sessione di tempo ripetibile, ma certa (i canonici tre minuti).
Questa è solo la manifestazione esteriore e finale di questo sport che inizia tra quattro mura umide, di solito, e che richiede molto sacrificio.
L'allenamento è la base, imprescindibile per la preparazione di un incontro; si lavora in palestra molto assiduamente temprando il corpo per lo sforzo che deve compiere, ma soprattuto si impara a gestirlo imparando ad incanalare quell'aggressività che spinge alla vittoria-salvezza (pulsione innata e non sopprimibile). Il risultato è che una persona che pratica questo sport, spesso, ha meno bisogno di manifestare inutilmente la sua aggressività all'esterno(come succede sempre più spesso tra le lamiere di un auto), è capace di controllarla e di affrontare con la calma necessaria la situazione.
Si può dire che addirittura è formativo per la personalità di una persona che da ragazzo impulsivo attraverso i sacrifici che questa pratica ririchiede si può trasformare in un uomo.
Ma passiamo all'aspetto professionistico: io parlerei più di aspetto agonistico innanzitutto, in quanto il professionismo comprende una categoria a sè di pugilato alla quale i pugili, in Italia, arrivano dopo uncammino tortuoso. C'è il dilettantismo che è la pratica agonistica e diciamo incruenta di questo sport ed è anche cammino imprescindibile per tutti i professioinsti; viene praticato con guanti più pesanti, un casco protettivo e una canottiera di colore o rosso o blu. Di solito dentro le palestre avviene la selezione dei pugili che possono effettuare incontri.
Il tempo di una ripresa è diminuito a due minuti e in tutto sono quattro anche per i tornei e gli incontri più importanti. Il punteggio viene calcolato in base a quanti colpi vanno a bersaglio (ora con le dannate "macchinette elettroniche"), ma vengono valutati anche altri fattori come la tecnica, la pulizia, e anche la continuità d'azione.
Per chi riesce ad arrivare professionista (in Italia non è molto facile) gli incontri possono arrivare a dodici riprese (se c'è un titolo in palio) e queste sono aumentate fino a tre minuti, non si usa il casco protettivo e si combatte a torso nudo con guanti più leggeri.
C'è una differenza abissale quindi tra i due "pugilati del ring".(1)
Anche il lato economico tra i due è sensibilmente diverso; con il primo non si porta certamente a casa la pagnotta ogni giorno, mentre col secondo (se va bene) pure qualcosa di più.
Gli ingaggi milionari sono prerogativa però solamente degli Stati Uniti, ma neanche lì i pugili si sono mai arricchiti in maniera sproporzionata per più di qualche anno.
Di solito chi si arricchisce è il manager del pugile quotato e spesso questi introiti sono contesi anche dalla malavita.
Ma questa non è una prerogativa del pugilato: ci sono esempi molto più significativi, Italia, su cui non mi soffermo.
Non parliamo poi del seguito che ha questo sport in Italia. Gli appassionati devono fare le ore piccole su qualche televione straniera per vedersi l proprio beniamino combattere in qualche ring fuori porta e spesso non ne vengono neanche riportati i risultati dai media che di tutto scrivono. Ma parliamo del vero protagonista della discussione il knock out; il colpo che mette fuori combattimento l'avversario la linea di demarcazione tra paradiso o nferno. Quelli più frequenti avvengono a seguito di colpi alla punta del mento che provocano un disorientamento simile ad un ubriacatura o allo stare in alta quota. Son istantanei e senza conseguenze significative. Poi ci sono quelli avvenuti a seguito di un colpo al corpo che togliendo "il fiato" all'avversario non lo rende in grado di proseguire e quelli per abbandono o ferita (frequenti quelle sullo zigomo che impediscono la vista).
Parafrasando Gasmann nei mostri è vero: " i cazzotti fanno male",
ogni colpo che si riceve in testa è un pò come morire infatti, ma ogni volta è anche come rinascere perchè se è vero che la razionalità in quei momenti ti abbandona, ritroviamo quel sentire e quei meccanismi innati, frutto di un'allenamento corretto che fanno andare avanti.
L' incontro pugilistico è solo il coronamento e il frutto di un periodo di ascesi spirituale prima che mentale o corporea in cui volontariamente tempriamo il nostro corpo alle sofferenze che ci aspettano.
Le palestre di pugilato sono momento di aggragazione giovanile, di quartiere,dei posti sani dove i ragazzi possono crescre lontano da tante schifezze, e che soprattutto è presente nei quarteri più trascurati, quelli periferici.
Lo sport è un fattore da non trascurare nella crescita di un giovane e il pugilato insieme a pochi altri (l'atletica, la lotta) è il più naturale e il più antico insieme.
Non richiede speciale attrezzatura e bisogna solamente di un MAestro capace e che voglia il bene dell'allievo. Sport relegato al rango di "minore", soprattutto in Italia, vive già parecchio a stenti, perdendo la sua valenza pedagogica.
Spero che queste mia considerazioni aiutino a migliorare la conoscenza spesso fuorviante o frammentaria che si ha di questo sport.
(1) Cuba per esempio privilegia il dilettantismo in quanto il professionismo è considerato uno sport capitalistico tanto che il triplice campione olimpico Felix Savon ha rinunciato a ingaggi miliardari e ad un sicuro successo.




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