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  1. #1
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    Predefinito Cina: morire di fatica e nuovo schiavismo

    dalla Padania del 09/11/2005

    LA NOTIZIA PUBBLICATA SUL GIORNALE CHINA DAILY
    Cina, un’operaia muore di fatica


    MAURIZIO BLONDET
    --------------------------------------------------------------------------------
    Un’operaia cinese di trent’anni è morta di sfinimento: dopo aver dovuto lavorare 24 ore di seguito nella fabbrica Huaxin Handicraft nella regione dello Guangzhou, la povera He Chumei (era il suo nome) è entrata in coma e non c’è stato più nulla da fare. È una delle rare notizie sulle condizioni di lavoro in Cina, pubblicata dal giornale ufficiale in inglese China Daily con un particolare: la ditta aveva ricevuto tante commesse dall’Occidente, da obbligare i suoi lavoratori, che paga 100 euro al mese, a straordinari feroci: 24 ore al giorno, senza sosta, senza dormire.
    Dedichiamo questa notizia al ministro Alemanno. In una recente intervista a Libero, il ministro ha minacciato di mettere dazi dell’80% sulle scarpe di provenienza cinese, sostenendo che la Cina “fa dumping”. No, ci pare che Alemanno non abbia capito il problema. Non che la Cina vende sotto costo (questo è dumping), ma che sfrutta i suoi operai come schiavi. Il problema è il lavoro forzato; e la risposta giusta non sono superdazi, sempre promessi a parole, ma il blocco delle esportazioni.
    Il China Daily non dice se la fabbrica dove è morta la povera Hu Chumei, la “Huaxin Handicraft”, sia un lager di Stato. Ma è probabile. La ditta “Mickey Toys” di Pechino, che fabbrica giocattoli per la Nestlè, la McDonald’s e la Mattel, si chiama in realtà “Carcere femminile Xin’an” di ...Pechino: le prigioni del gulag cinese assumono spesso un nome commerciale per presentarsi nel business delle esportazioni. E anche lì alla Mikey Toys i “lavoratori” (detenuti) fanno orari di lavoro alquanto estesi, specie sotto Natale quando l’Occidente richiede giocattoli e decorazioni natalizie: si comincia alle 5 di mattina e si finisce alle 3 del mattino seguente. Senza salario, e con una zuppa di cavoli come sostentamento.
    Vogliamo parlare della ditta di maglierie fini Wooltex, situata nella provincia di Xinjang? La “ditta” esporta 300 mila capi l’anno per due marchi americani, Banana Republic e French Connection. Il vero nome di questa azienda è Campo di Lavoro Changj, e “occupa” una quantità di prigionieri del gruppo religioso perseguitato Falun Gong. Le condizioni dei cosiddetti operai sono state descritte da Wang Jianping, che vi è stato detenuto e, rilasciato, è riuscito ad emigrare in Canada: quando i lavoratori-carcerati si addormentano sul lavoro (può succedere verso le due di notte, quando si è cominciato alle 5 di mattina) i guardiani li pestano con bastoni e mattoni. Il signor Wang una volta non è riuscito a completare la sua quota di maglie di cachemire: le guardie lo hanno ammanettato nudo a un calorifero, e l’hanno coscienziosamente picchiato con bastoni sulle orecchie e sui genitali. Altri sono stati puniti di più: feriti con le grosse forbici di sartoria.
    Lo zelo dei carcerieri è spiegabile: se i loro detenuti non completano le commesse, i poliziotti non ricevono la gratifica.
    I profitti della “ditta” sono notevoli, il che ha permesso investimenti in nuove tecnologie: oggi nel carcere-azienda i carcerieri, abbandonati i bastoni di legno, sono forniti di mazze elettriche, più efficaci per dare la sveglia a quelli che si addormentano sul lavoro.
    Non sempre le nuove tecnologie sono disponibili. Nella ditta Tuanhe di Pechino (vero nome: Campo di Lavoro Tuanhe) gli operai, chiamiamoli così, incartano stuzzicadenti che vengono esportati nei ristoranti cinesi di tutto il mondo. Sulla carta velina che avvolge ogni stuzzicadenti c’è scritto: “Sterilizzati per la vostra sicurezza”. Peccato che i detenuti-lavoratori non possano lavarsi le mani per settimane; nella “ditta” carceraria manca l’acqua. L’orario di lavoro semplicemente non esiste: i detenuti, finché non hanno incartato ciascuno 10 mila paia di stuzzicadenti, non possono smettere. Solo i più veloci riescono a dormire tre ore per notte.
    E non è poi tanto importante sapere se la povera He Chumei, morta di fatica, era operaia o detenuta. La distinzione ha poco senso in Cina. Fabbriche vere, come la Kingmaker dello Guangdong (che produce scarpe Clarks e Timberland) fa lavorare i suoi operai 81 ore a settimana per salari da fame: sono schiavi anche loro, anche il loro è lavoro forzato.
    Ecco perché non bastano i dazi. Bisogna stroncare alla radice questo sporco affare. E denunciare le complicità tra i torturatori del “sistema cinese” e grossi interessi occidentali. È di ieri la notizia che la Deutsche Bank, la Ubs svizzera, Ing olandese, le americane Morgan Stanley e Merrill Lynch hanno investito grossi capitali nella Henan Rebecca Hair Product, la più grande fabbrica del mondo che produce parrucche di capelli veri. Ciò, nonostante sia noto che la “Rebecca Hair Products” appalti il lavoro ai detenuti del Campo di Rieducazione n. 3 di Xuchang, e quasi di sicuro usi anche i loro capelli.
    Maurizio Blondet
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    [Data pubblicazione: 09/11/2005]

  2. #2
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    La Cina è nella fase del capitalismo selvaggio. Un po' come quando da noi nelle miniere mandavano a lavorare i bambini di 10-12 anni, Senza alcun diritto.

  3. #3
    sognatore
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    "Viviamo tutti sotto il medesimo cielo, ma non abbiano lo stesso orizzonte" K. Adenauer
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    Predefinito

    Originally posted by Totila
    La Cina è nella fase del capitalismo selvaggio. Un po' come quando da noi nelle miniere mandavano a lavorare i bambini di 10-12 anni, Senza alcun diritto.
    E che oggi ci troviamo in un contesto di globalizzazione e mercato mondiale e si e' giunti al punto di dover "essere competitivi" con carceri trasformate in grosse fabbriche, dove i detenuti, a volte semplici dissidenti, sono spremuti al limite per potersi guadagnare la sopravvivenza in condizioni di dura detenzione.
    Ma cosi' sono piu' produttivi....

  4. #4
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by raggioverde
    E che oggi ci troviamo in un contesto di globalizzazione e mercato mondiale e si e' giunti al punto di dover "essere competitivi" con carceri trasformate in grosse fabbriche, dove i detenuti, a volte semplici dissidenti, sono spremuti al limite per potersi guadagnare la sopravvivenza in condizioni di dura detenzione.
    Ma cosi' sono piu' produttivi....
    Hai perfettamente ragione; ma il profitto non ha regole. Soprattutto morali.

 

 

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