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Discussione: Iran

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    Predefinito Iran

    da www.equilibri.net

    " Iran: il nucleare come strumento diplomatico

    La discussione in sede AIEA evidenzia non solo le questioni legate alla sicurezza ma anche le nuove tendenze diplomatiche e geostrategiche mondiali. Il mancato consenso attorno alla risoluzione occidentale e il rafforzamento dell’alleanza asiatica tra Teheran, Mosca e Pechino sottolineano, infatti, l’efficacia di una politica estera magistralmente basata sull’estremismo e il ricatto dell’atomica.

    Alessio Orlando

    Equilibri.net (10 novembre 2005)

    Il nuovo pericolo Iran

    La politica di Teheran degli ultimi due mesi ha riportato prepotentemente il paese al centro dei dibattiti sulla sicurezza. Le recenti dichiarazioni del Presidente conservatore Ahmadinejad riguardanti lo Stato di Israele, le manifestazioni popolari che si sono susseguite in difesa di tale tesi e del leader dagli attacchi delle potenze occidentali, nonché la revoca di diplomatici considerati moderati hanno incrementato la preoccupazione della comunità internazionale verso l’Iran. L’attuazione di tale politica estera è avvenuta in contemporanea con l’ennesima escalation della questione nucleare che ha sicuramente rafforzato la percezione delle potenzialità di tali dichiarazioni. Da una parte Teheran che sostiene il suo diritto a utilizzare l’uranio per la produzione energetica, dall’altra Stati Uniti e Unione Europea che spingono per il deferimento della questione al Consiglio di Sicurezza ritenendo concreto il pericolo che l’Iran diventi una potenza nucleare e, in mezzo, Russia e Cina aventi relazioni politiche, economiche e militari con entrambi gli schieramenti.

    Vienna teatro della diplomazia mondiale

    Nell’aprile 2005 Teheran riconferma la sua linea dura annunciando la ripresa degli esperimenti sull’uranio nel sito di Isfahan e ogni spiraglio di dialogo con l’occidente sfuma quando, dopo le lezioni di giugno, il nuovo Presidente Ahmadinejad dichiara “irreversibile” la corsa all’arricchimento dell’uranio.
    In settembre, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno chiesto la convocazione dell’Assemblea dei Governanti dell’AIEA (organo decisionale composto a rotazione da 35 stati parte) per discutere eventuali provvedimenti nei confronti dello stato arabo.
    In tale sede gli Usa, Francia, Germania e Inghilterra (queste ultime tre in rappresentanza dell’Unione) hanno esercitato pressioni diplomatiche per arrivare all’approvazione di una risoluzione che portasse immediatamente di fronte al Consiglio di Sicurezza la vicenda con un eventuale imposizione di sanzioni.

    La risoluzione, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe dovuto essere adottata all’unanimità per sottolineare il consenso internazionale attorno alla condanna dell’Iran ma, proprio l’eccessiva colpevolizzazione di un paese operante una campagna di vittimismo e ricerca di solidarietà tra i governi delle nazioni arabe e, più in generale, in via di sviluppo, nonché suscettibile di applicare delle restrizioni al commercio petrolifero verso quei paesi che vi avrebbero aderito, ha portato molti governi a dissociarsi dalla sottoscrizione.
    Washington, però, ha continuato a tenere una linea dura lasciando così all’Unione il compito di adottare un approccio integrativo verso il negoziato che portasse all’approvazione della risoluzione da parte della maggioranza della nazioni.
    Le numerose proposte di Londra, Berlino e Parigi, supportate da Giappone, Canada e Australia, non hanno però trovano il consenso del c.d. movimento dei non allineati che rifiutava sistematicamente qualsiasi coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza.

    Dopo due giorni di febbrili trattative diplomatiche l’Unione presenta l’unica bozza di risoluzione che gli avrebbe permesso di ottenere quanto meno l’astensione di Russia e Cina (entrambe parti al movimento dei non allineati insieme con molti altri paesi arabi e in via di sviluppo), giudicate affiliazioni chiave dato il loro potere di veto in sede Onu, e di non incrementare le simpatie dei paesi del sud del mondo verso Teheran che cercava di enfatizzare la vicenda come uno scontro fra i poveri e le nazioni del primo mondo.
    Il testo del documento lascia quindi aperti i termini per un eventuale ricorso al Consiglio di Sicurezza, evidenzia comunque che l’Iran ha violato le sue obbligazioni relative al Trattato di non proliferazione, auspica, inoltre, l’interruzione degli esperimenti sull’uranio e la costruzione del nuovo reattore, una ripresa della collaborazione tra il governo di Teheran e l’AIEA nonché la ratifica parlamentare del Protocollo Addizionale (già firmato dal governo nel 2003) che permetterebbe ispezioni alle installazioni nucleari con preavviso minimo da parte delle Nazioni Unite.

    La risoluzione 2005/77, che non contiene quindi espliciti riferimenti al Consiglio di Sicurezza né a eventuali sanzioni, viene approvata il 24 settembre dall’Assemblea dei Governanti con 22 voti favorevoli, 1 contrario (Venezuela) e ben 12 astensioni tra cui Russia e Cina; sottolineando, così, la significativa spaccatura della comunità internazionale su tale argomento nonostante le caratteristiche del provvedimento adottato.
    Il voto dei paesi in via di sviluppo (tra cui Perù, Ghana ed Ecuador) è stato ottenuto con espedienti diplomatici supportati da strumenti economici secondo un copione che si ripete in situazioni di questo tipo e già previsto dagli analisti. La sorpresa, invece, è stato il voto favorevole dell’India quando ci si aspettava una tiepida astensione. L’accordo raggiunto con Washington in luglio sulla cooperazione nucleare civile evidentemente ha pesato più dell’importazione di gas naturale concordata con Teheran, per un totale di 5 milioni di tonnellate, oggi a rischio.

    Le reazioni iraniane che sono seguite all’approvazione, infatti, hanno enfatizzato la politicità dell’atto continuando con le minacce di ritorsioni commerciali verso i paesi che vi hanno aderito e, in totale disaccordo con quanto espresso nella risoluzione, al Parlamento, che dopo le ultime elezioni è dominato dai conservatori, è stato presentato un progetto di legge (firmato da ben 170 membri sui 290 totali) riguardante il rigetto del Protocollo Addizionale che significherebbe l’impossibilità di operare ispezioni con il consenso governativo.
    Unione Europea e Stati Uniti, pur ritenendosi soddisfatti per il risultato, continuano nel sostenere la necessità di coinvolgere il Consiglio di Sicurezza anche se sulla questione delle sanzioni economiche il vecchio continente prende le distanze da Washington ritenendo più opportuno aspettare il dibattito al Palazzo di vetro.

    Teheran, Mosca e Pechino: un’alleanza a prova di nucleare?

    Le vicende che si sono svolte all’Assemblea dei Governanti sulla questione nucleare iraniana hanno portato alla luce molti fattori diplomatici e novità geo-politiche precedentemente sottovalutate dei governi del vecchio continente e da Washington.
    La prima è stata sicuramente l’abilità iraniana nel convogliare vari tipi di consenso attorno alla sua causa costringendo così Unione europea e Usa a desistere dalla loro linea dura e ad accettare un compromesso che, di fatto, rinvia la questione al prossimo 24 novembre, data della successiva riunione dell’Assemblea, senza che vi siano prospettive favorevoli alle posizioni occidentali.

    Teheran, infatti, dapprima ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale sul suo diritto a sviluppare una tecnologia nucleare per la produzione energetica ben consapevole che tale enfatizzazione avrebbe attirato la simpatia dei paesi in via di sviluppo.
    Così è stato, in primis il Venezuela che ha sostenuto fino in fondo la sua contrarietà a qualsiasi provvedimento contro l’Iran dato il parallelismo che lega le politiche dei due paesi sul nucleare. La nazione sud americana, infatti, si sta da tempo adoperando per dotarsi di un apparato che le permetta la produzione energetica intrattenendo, inoltre, relazioni con il Pakistan per l’acquisto di tecnologia, come già era stato fatto proprio dall’Iran e dalla Corea del Nord confermando così l’esistenza di un mercato nero, e con l’Argentina per la costruzione di un reattore di media potenza (accordo analogo a quello tra Iran e Russia).
    In seguito Ahmadinejad ha fortemente richiamato le nazioni arabe, ampiamente rappresentate nella composizione dell’Assemblea, ad un gesto di solidarietà nei confronti dell’Iran sicuro di ottenerlo riferendosi alla questione nucleare israeliana. Israele, infatti, non è parte al Trattato di non proliferazione ed è l’unica potenza nucleare del medio oriente, con un arsenale atomico dichiarato di circa 200 ordigni.

    La Lega Araba, infatti si è schierata contro la linea americana ed ha giustificato Teheran ritenendo la politica estera aggressiva di Israele come l’unica ragione per un eventuale corsa agli armamenti degli stati della regione. Tale orientamento è stato avallato anche da un documento emesso dall’Oman all’inizio della sessione.
    Le suddette strategie diplomatiche, tuttavia, sono state attuate da un Iran che ha la piena consapevolezza dei rapporti che lo legano a Cina e Russia. Il dibattito di Vienna, infatti, è stato un ottimo banco di prova per la neo alleanza asiatica che sta creando gravi problemi alla più volte insidiata potenza di oltre oceano.
    Con Pechino, Teheran, ha relazioni in campo energetico, fatte di investimenti nel settore da parte di compagnie cinesi e di rilevanti scambi commerciali, e in quello militare, commercio di armi e tecnologia, ma sono spesso rapporti intavolati e mediati da Mosca che rappresenta il vero alleato dell’Iran per corrispondenza di interessi prettamente regionali.

    La Russia, infatti, ha interessi direttamente collegati con la politica nucleare iraniana dato l’accordo per la costruzione del reattore a Bushehr, firmato dai due governi in febbraio, per un costo complessivo di circa un miliardo di dollari. Non mancano anche relazioni di tipo militare tra i due paesi. Il governo di Mosca, infatti, sta aiutando Teheran nel perfezionamento dei missili balistici a lungo raggio che ha già portato alla realizzazione dello Shahab 3 e dello Shahab 4. Continua, inoltre, la profittevole vendita di armi e tecnologia militare e, proprio il 27 ottobre, è avvenuto il lancio del primo satellite iraniano “Sina”, costruito dalla compagnia siberiana Polyot e lanciato dalla base russa di Plesetsk, che servirà monitoraggio delle risorse naturali e alle telecomunicazioni.
    Vi è, inoltre, il coinvolgimento del governo arabo nella partecipazione alla c.d. CasFor, una forza navale comune tra gli stati del Mar Caspio con l’obbiettivo di proteggere la regione dal traffico di armi di distruzione di massa, droga e terrorismo e, con lo scopo strategico, di elevare la Russia a solo fornitore di equipaggiamento tecnico e militare escludendo, così, l’ascendente statunitense su alcuni paesi della regione come Azerbaigian e Kazakistan (per altro non ancora firmatari).

    L’esclusione degli interessi della potenza occidentale dalla regione è proprio il punto cardine dell’alleanza tra Russia e Iran che hanno più volte visto la geopolitica statunitense complicare i loro progetti. E’ il caso del US – Iran non proliferation act del 2000, che penalizza le compagnie fornitrici di tecnologia e assistenza missilistica verso lo stato arabo, della Conferenza di Baku con la quale Washington mira a vanificare gli sforzi russi relativi alla costituzione della CasFor, e della realizzazione di due postazioni radar in Azerbaijan (una delle quali a 20 chilometri dal confine iraniano) capaci di monitorare il territorio di Teheran e Mosca per un raggio di 450 chilometri.

    Dopo Vienna, i rapporti tra Pechino, Mosca e Teheran, sono stati messi nuovamente alla prova dalle ultime dichiarazioni di Ahmadinejad riguardo alla cancellazione dello Stato di Israele e, ad una prima analisi, essi ne sarebbero usciti ancora una volta rafforzati. Il mesto silenzio di Russia e Cina, infatti, sarebbe la prova di una condivisione d’interessi che va oltre la preoccupazione per la sicurezza internazionale data perfino la costruzione del reattore di Bushehr che, a seconda delle centrifughe utilizzate, potrebbe fornire uranio arricchito a gradi utili sia per la produzione energetica che per gli ordigni nucleari.
    Ad un’osservazione più attenta, però, si potrebbe considerare l’atteggiamento dei due giganti asiatici come quello di chi è consapevole che la minaccia di un Iran nucleare rimarrà latente per almeno altri 5 anni (almeno per l’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici). Tale tesi sarebbe confermata dalle discrepanze tra l’atteggiamento politico tenuto dai governi delle due nazioni, che ribadiscono il loro no ad un Iran nucleare, e le azioni diplomatiche attuate al conseguimento dei loro interessi particolari.
    Cina e Russia, infatti, in futuro potrebbero fungere da mediatori tra l’occidente e l’Iran e limitare, inoltre, la libertà di azione del paese arabo ormai significativamente assorbito nella loro sfera di influenza nonché notevolmente compromesso per i suoi interessi nazionali.

    Il ricatto dell’atomica

    Gli analisti sono d’accordo nel ritenere che la politica di Teheran andrà assumendo sempre più la forma di un ricatto alla comunità internazionale che sarà chiamata a concedere accordi diplomatici favorevoli al governo iraniano in cambio di sicurezza.
    A provare questa tesi due fattori princiapli. Il primo, confermato anche dagli episodi degli ultimi giorni, l’elezione di un presidente conservatore con un passato di attivista nella Rivoluzione Islamica (che sarebbe stato eletto grazie ad un complotto del Consiglio dei Guardiani) come personaggio ideale per preoccupare la comunità internazionale con le sue dichiarazioni e le manifestazioni di piazza.
    Il secondo fattore è la continua disponibilità al dialogo che fonti governative fanno giungere ai diplomatici europei e americani anche nei momenti di scontro politico più duro. Come quando a Vienna, prima della votazione finale, circolarono tra gli uffici diplomatici due lettere: una riguardante la minaccia iraniana di riprendere gli esperimenti anche nel sito di Natanz e l’altra dichiarando disponibile il governo ad una serie di accordi con l’Aiea per ispezioni maggiormente intrusive. Negli ultimi giorni, inoltre, contemporaneamente alle nuove dichiarazioni di Teheran che annunciavano la ripresa degli esperimenti sull’uranio si è avuta una stretta collaborazione con esponenti dell’Agenzia sotto forma di consegna di documenti riservati.
    Tale atteggiamento sarebbe funzionale nell’allontanare la linea di rottura tra i negoziatori costringendo così la parte occidentale a offrire accordi sempre più vantaggiosi nella speranza di un vicino compromesso.
    Tesi, questa, che sarebbe confermata anche dall’esperienza coreana, dove, però, si è arrivati ad un accordo che difficilmente potrebbe interessare l’Iran data la sua abbondanza di riserve energetiche.



    Shalom

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    " Presidente iraniano nega Shoà e propone pulizia etnica degli ebrei dal M.O.

    Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha impresso un ulteriore passo avanti ai suoi violenti attacchi contro ebrei e Israele giovedì pomeriggio negando la Shoà e chiedendo a Austria e Germania di creare uno stato ebraico entro i loro confini.
    “Noi non crediamo che Hitler abbia ucciso sei milioni ebrei”, ha detto Ahmadinejad, aggiungendo che, nell’ipotesi che ciò sia veramente successo, allora i governi di Vienna e Berlino dovrebbero cedere due o tre loro province ai sionisti perché vi si insedino, risolvendo una volta per tutte in questo modo il conflitto israelo-palestinese.
    “Se Germania e Austria si sentono responsabili per le sofferenze patite per colpa loro dal popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale – ha spiegato il presidente iraniano rispondendo a un’intervista televisiva – allora tutto ciò che devono fare è creare uno stato sionista entro i loro territori. Il punto è: da dove vengono coloro che oggi governano la Palestina da occupanti? Dove sono nati? Dove vivevano i loro padri? Essi non hanno nessuna radice in Palestina, ma ne hanno preso il destino nelle loro mani”.

    “Purtroppo questa non è la prima volta che il presidente iraniano rilascia dichiarazioni indegne e persino razziste circa gli ebrei e Israele – ha detto Mark Regev, portavoce del ministero degli esteri israeliano – Recentemente l’Assemblea Generale dell’Onu ha condannato la negazione della Shoà, ed ora il leader dell’Iran fa mostra di porsi sostanzialmente al di fuori delle norme più elementari di comportamento e decenza internazionali. Spero che chiunque coltivasse illusioni circa la vera natura del regime iraniano accolga queste affermazioni come un vero segnale di allarme”.
    “Le dichiarazioni di Ahmadinejad riflettono una chiara negazione della Shoà e si pongono chiaramente contro il diritto internazionale che riconosce il diritto di Israele ad esistere”, ha detto il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom. Shalom ha chiesto alla comunità internazionale di fare di tutto per impedire che l’Iran acquisisca armi nucleari: “l’Europa e la Russia devono unirsi agli Stati Uniti nell’appoggiare il rinvio dell’Iran al Coniglio di Sicurezza”. Secondo Shalom, sotto la presidenza di Ahmadinejad l’Iran cercherà con ogni mezzo per distruggere lo stato di Israele. “Ahmadinejad non ha capito che vive nel XXI secolo”, ha concluso Shalom.
    Secondo Raanan Gissin, portavoce del primo ministro israeliano Ariel Sharon, Ahmadinejad non fa che dare voce “al pensiero condiviso in molti ambienti del mondo arabo secondo i quali il popolo ebraico non avrebbe alcun diritto a costituirsi come stato ebraico e democratico nell’antica terra dei padri. Sarebbe bene che Ahmadinejad ricordasse che noi ebrei eravamo qui molto prima dei suoi antenati. Abbiamo pieno diritto a vivere qui, e grazie al Signore abbiamo la capacità di impedire che a qualcuno venga in mente di tradurre le sue affermazioni in realtà”.
    “Avendo ben presenti le nostre responsabilità storiche – ha dichiarato il cancelliere tedesco Angela Merkel alla presenza del presidente francese Jacques Chirac – posso solo dire che respingiamo le affermazioni di Ahmadinejad nel modo più forte possibile. Faremo di tutto per mettere bene in chiaro che il diritto di Israele ad esistere non corre alcun pericolo”. Chirac si è detto pienamente d’accordo.
    Scott McClellan, portavoce del dipartimento di stato Usa, ha reagito alle frasi di Ahmadinejad sottolineando come tali dichiarazioni non facciano che mostrare perché al governo iraniano non dovrebbe essere permesso sviluppare armi nucleari.
    Il ministro degli esteri britannico Jack Straw ha dichiarato: “Le affermazioni attribuite al presidente Ahmadinejad sono totalmente inaccettabili e le condanniamo senza riserve. Tali posizioni non hanno posto nel dibattito politici civile”.
    Le ultime dichiarazioni di Ahmadinejad sono giunte a due sole settimane dal suo appello per la “cancellazione di Israele dalla mappa geografica”. Già nei giorni scorsi l’Iran aveva intensificato la sua aggressione diplomatica contro Israele sostenendo che la recente crisi politica dimostrerebbe che è Israele che guida le pressioni internazionali su Teheran. Il portavoce del ministero degli esteri iraniano aveva fatto riferimento a una “crisi interna dei sionisti”, aggiungendo che le minacce israeliane contro l’Iran scaturirebbero dall’impossibilità per Gerusalemme di volgere tutta la comunità internazionale contro Teheran.

    (Da: Jerusalem Post, YnetNews, 8.12.05)"

    Shalom

 

 

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