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Discussione: Finalmente

  1. #1
    Blut und Boden
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    Thumbs up Finalmente

    Oneto in prima pagina su "La Padania", sabato 12 novembre 2005


    L'emergenza in Francia ha uno sfondo etnico e religioso. Non c'entra il degrado delle periferie.

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  2. #2
    R.i.P. quorthon
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    Predefinito Re: Finalmente

    In origine postato da Eridano
    Oneto in prima pagina su "La Padania", sabato 12 novembre 2005


    L'emergenza in Francia ha uno sfondo etnico e religioso. Non c'entra il degrado delle periferie.

    Dici che allora è da comprare stavolta?
    --------------
    The Warrior

  3. #3
    Blut und Boden
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    Predefinito Re: Re: Finalmente

    In origine postato da naglfar
    Dici che allora è da comprare stavolta?
    Io, nonostante tutto, la compro sempre.
    Visto e considerato l'evento, che spero non sia straordinario,
    mi pare doveroso acquistarla e diffonderla.

  4. #4
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    Predefinito

    I roghi parigini rappresentano la prima misura, quantificabile in roghi e devastazioni, del fallimento di un non-modello di organizzazione sociale, economica e urbana, a cui si sta sovrapponendo un "non-modello" di società multi-etnica, le cui uniche risposte sono state elaborate da un astrattismo progressista frammisto a un marxismo miope. Miope nel non capire che, se la povertà è certamente foriera di alienazione a prescindere dall'appartenenza culturale, le strategie di "re-integrazione" sociale, della diversità culturale devono tener conto, come devono tener conto soprattutto dell'eterogeneità "drammatica" fra chi propone progetti d'integrazione (Stato occidentale) e chi ne è l'oggetto (comunità allogene).

    Se ci si chiede perchè proprio in Francia, la risposta di secondo grado (la prima è la natura stessa della perifericità) è nell'incomunicabilità "radicale" fra lo Stato francese e comunità che non accettano mediazione, in quanto non esiste mediatore fra istituzioni e chi, essendo "terza generazione", non ha più un'identità, non sa chi è e, pertanto, ciò di cui abbisogna.

    Sono soggetti che non vogliono essere francesi, perchè la Francia è la loro "matrigna".
    Sono soggetti che non vogliono lavorare, perchè il lavoro è sintomo di un'integrazione che non corrisponde al loro odio verso il "centro". Di più: se hanno un'identità, questa è l'odio di cui non possono fare a meno per non precipitare nella "crisi". La loro unica identità risiede infatti nell'esistenza del "mostro" istituzionale-poliziesco, e se mutassero prospettiva si arrischierebbero in quel nichilismo di chi ha solo "domande" destinate, col loro buio, a travolgerlo. Nel migliore dei casi a ricondurlo al punto di partenza.
    Sono soggetti che non vogliono una società multi-culturale, o diritti di carattere etnico, perchè dalla loro cultura originaria sono pressochè scissi.

    Sono soggetti che vivono un mondo a sé, "chiuso" nella periferia, in logiche di appartenenza non politiche e non tradizionali, che chiedono semplicemente indipendenza e impunità. Indipendenza dalla governamentalità, sociale ed economica, francese, a cui preferiscono, per quanto detto, codici di strada e micro-economie "criminali". Per cui vogliono rimanere impuniti.

    L'assenza di impunità viene percepita come punizione della vita stessa, punizione per vivere, perchè strada e crimine sono, dal loro punto di vista, la loro unica vita, la loro unica possibilità.

    E nessuno, dal proprio punto di vista, vuole essere incriminato per il fatto di esistere.

  5. #5
    R.i.P. quorthon
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    Ecco...l'ho comprata: l'ennesimo grande articolo di Gilberto, non posso far altro che "sposarne" le tesi.

    Invito qualcuno a trovarne una versione da postare qui sul forum....
    --------------
    The Warrior

  6. #6
    Rage against the Empire
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    Bell'articolo: coglie lo spunto delle periferie parigine (pur premettendo di non condividere il discorso periferia-violenza) per parlare di urbanistica e proporre soluzioni drastiche. Di cui si sente davvero il bisogno.

  7. #7
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    Secondo me, se pappagone ha permesso a Oneto di ritornare a scrivere sull'itaglianissima, bellerianissima e berluschissima "laPadania", significa che persino il direttore si è accorto che ormai la LN è alla frutta...
    Iunthanaka
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  8. #8
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    Thumbs up Bentornato Gilberto!

    Aproposito di quello che sta succedendo in Francia (e non solo) si parla tanto di degrado delle periferie come causa di disagio sociale.

    Non credo che le rivolte di questi giorni abbiano tanto legame con la qualità degli spazi urbani coinvolti: sono movimenti a sfondo etnico, religioso e ideologico le cui cause sono del tutto slegate dal contesto fisico. È però significativo che in molti vi abbiano cercato un riferimento: le città - soprattutto le città e le parti di città moderne - sono dei prodotti talmente nauseabondi da meritarsi con una certa facilità il ruolo di responsabili di ogni sciagura. È ancora più significativo che la condanna senza appello dell’urbanistica e dell’architettura moderna venga proprio dagli stessi ambienti culturali che hanno generato quegli orrori.
    Con la rivoluzione industriale l’urbanistica moderna si è trovata a dover fronteggiare una situazione di emergenza che non si era mai verificata prima: le città (salvo alcune significative eccezioni) hanno mantenuto in Occidente per millenni dimensioni piuttosto limitate ed è solo con la grande esplosione demografica cominciata con la fine dell’Ottocento e con la necessità di disporre di grandi masse di mano d’opera nei distretti industriali che gli spazi urbani sono letteralmente esplosi.

    Per fare fronte al bisogno di abitazioni e di edifici produttivi è nata l’urbanistica moderna che ha fin da subito assimilato molte delle tossine ideologiche che hanno caratterizzato la vita sociale del tempo: una fiducia cieca nel progresso e nelle tecnologie, una visione utopistica della società fatta di masse indistinte, il culto del razionalismo e del funzionalismo, il rifiuto rabbioso di qualsiasi riferimento alla cultura del passato considerata sorpassata quando non portatrice di istanze controrivoluzionarie.

    L’urbanistica è, in altre parole, nata socialista e collettivista e non ha mai veramente modificato questo suo vizio di origine neppure con i diversi sistemi economici ed ideologici in cui si è trovata a operare. Essa ha reperito i suoi fondamenti disciplinari nell’esasperato razionalismo modernista dei primi decenni del Novecento e nelle sue devastanti utopie, e si è sviluppata nel verso di cui oggi tutti vediamo i risultati grazie alla concorrenza di una serie di fattori e di attori apparentemente diversi e discordanti.

    Le città moderne sono il risultato della necessità politica di risolvere il problema dell’inurbamento di masse crescenti di individui ma anche di sradicare completamente la gente dalla antica condizione di appartenenza a società organiche dotate di forti legami identitari, sono la risposta più facile alla necessità di costruire rapidamente ed economicamente e di realizzare il massimo guadagno dall’operazione, e sono il frutto dei deliri di onnipotenza di urbanisti-demiurghi impegnati nel soddisfare esigenze di un uomo teorico, slegato da ogni realtà e partorito dalle loro convinzioni ideologiche. Naturalmente gli esiti urbanistici si sono rivelati diversi a seconda dei regimi politici e delle situazioni culturali: nei Paesi “progressisti moderati” o socialdemocratici (essenzialmente i Paesi anglosassoni e scandinavi) l’applicazione pratica si è indirizzata - dopo avere placato gli iniziali ardori ideologici - su soluzioni di buon senso che hanno dato vita a città e a quartieri sicuramente vivibili anche se spesso modesti in termini di qualità percettiva.

    I regimi socialisti hanno portato fino in fondo la materializzazione delle peggiori utopie costruendo orribili allineamenti di falansteri tutti uguali, tutti brutti, tutti mal costruiti nei quali l’uomo, ridotto a ingranaggio di un grande sistema produttivo, avrebbe dovuto trovare soddisfazione delle esigenze pianificate dall’ideologia. L’urbanistica italiana ha percorso una propria strada che è - se possibile - la peggiore di tutte. È infatti riuscita a mettere assieme le utopie marxiste con quelle fasciste, il pressappochismo con il favore della più aggressiva speculazione. Per decenni urbanisti “progressisti” hanno continuato a riprodurre le tristi beceraggini razionaliste di Le Corbusier e dei suoi sodali in un devastante manierismo aiutato dalla continua caduta di livello della qualità dell’insegnamento universitario.

    Il regime fascista ha visto nell’urbanistica e nell’architettura uno strumento di unificazione nazionale (nel brutto e nel triste) di tutte le diverse realtà regionali che avevano nel passato costruito un linguaggio culturale che ha generato alcune delle realtà urbane più belle al mondo: tutte le periferie, tutti gli edifici pubblici, tutti i centri storici sventrati e “risanati” dovevano essere uguali dalle Alpi a Pantelleria. Gli appetiti di palazzinari senza troppi scrupoli né cultura hanno trovato nella pochezza dei progettisti, nella complicità di tanti amministratori e nella voluta confusione legislativa il facile strumento per “fare cassa” sulla pelle della gente e sulla devastazione del territorio. Così le periferie della penisola italiana sono delle orrende e disordinate sbrodolate di architetture dozzinali, di infrastrutture stravaganti e di nessuna coerenza culturale.

    Cosa fare? Ripercorrere al contrario il cammino della devastazione approfittando anche del salutare calo demografico che - se non viene surrogato da una immigrazione socialmente suicida - può essere la base su cui cominciare a decongestionare le aree urbane più densamente abitate. Intraprendere progetti di restauro a livello territoriale (come stanno facendo i Tedeschi nella Ruhr) che non abbiano paura di abbattere interi quartieri.

    Riprendere a studiare e frequentare il linguaggio locale dell’architettura con la rivalutazione di segni e immagini fortemente identitari. Rivedere radicalmente la filosofia che sta alla base della pianificazione e della normativa del territorio privilegiando le reali esigenze delle comunità e - soprattutto - la vocazione e la capacità di sopportazione del territorio. Investire in cultura identitaria e in reale qualificazione tecnica e scientifica degli operatori. Affidare ai poteri locali maggiori margini di libertà decisionale. Si tratta di programmi che necessitano di grandi risorse economiche ed umane e di tanta libertà.

    Nel passato la Padania ha costruito città bellissime: per potere riprendere a farlo ha solo bisogno della propria indipendenza.

  9. #9
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    In origine postato da Iunthanaka
    Secondo me, se pappagone ha permesso a Oneto di ritornare a scrivere sull'itaglianissima, bellerianissima e berluschissima "laPadania", significa che persino il direttore si è accorto che ormai la LN è alla frutta...
    Mi sa che è proprio così.
    Mi piacerebbe proprio sapere quante copie vende REALMENTE
    quel giornale ogni giorno.

  10. #10
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    In origine postato da Iunthanaka
    Secondo me, se pappagone ha permesso a Oneto di ritornare a scrivere sull'itaglianissima, bellerianissima e berluschissima "laPadania", significa che persino il direttore si è accorto che ormai la LN è alla frutta...
    Checchè imbonitori di movimento ne dicano, rilanciando l'indipendenza in un tempo venturo assegnando l'immane compito ai figli dei figli dei figli, è così.

    Ormai potrebbero anche dire che l'indipendenza era una semplice carta strategica al rialzo giocata nel nome degli interessi e dei valori del ceto iper-produttivo lombardo-veneto. Ma che della Padania in spirito, lingua e identità non importa granchè all'elettore di cui la Lega è sempre più agenzia.

    Il divorzio fra Lega Nord e indipendentismo si sta amaramente consumando sulla scia di una "devolution" che chiuderà, a prescindere dal referendum, il conto apertosi fra l'Italia post-craxiana e il sogno di una nuova e libera stagione costituente.

    Per loro sarà comunque stato un affarone.

 

 
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