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Discussione: Lin Biao

  1. #1
    Banda Müntzer-Epifanio
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    Predefinito Lin Biao

    In memoria di un rivoluzionario (prima parte)
    Secondo la versione ufficiale allora fornita dal Partito Comunista Cinese, Lin Biao perse la vita il 13 settembre del 1971 in un incidente aereo mentre scappava in Unione Sovietica dopo aver tentato di uccidere Mao e di impadronirsi di tutto il potere. A 102 anni dalla sua nascita, avvenuta il 5 dicembre 1907, vogliamo rendere onore alla memoria di questa figura leggendaria, segnalando le peculiarità del suo pensiero e le ragioni che lo portarono alla sconfitta.

    La notizia della morte di Lin Biao, considerato l’indiscusso successore di Mao, tanto era enorme, venne tenuta nascosta per alcuni mesi. Venne resa nota solo il 5 novembre del 1971, accanto alla versione dell’incidente aereo. In verità pare che Lin Biao sia stato fucilato assieme ai suoi familiari, e che dunque la versione ufficiale fosse falsa, come quella che stesse ordendo un complotto per uccidere Mao Zedong.
    Quale che sia l’insondabile verità sugli ultimi giorni di vita di Lin Biao, è certo che la sua scomparsa fu un evento spartiacque nella storia della Cina moderna, più precisamente, chiusa la breve parentesi della supremazia della “banda dei quattro”, essa segnò la fine della Rivoluzione culturale e l’annuncio del secondo ritorno di Deng Xiaoping alla testa del partito comunista cinese.
    Non è per caso se dal 1973, data della ricomparsa di Deng alla guida del partito, sino al suo decesso del febbraio del 1997, Deng stesso abbia, in ogni discorso ufficiale di una certa importanza, denunciato aspramente il “linbiaoismo”, ovviamente in nome della “fedeltà creativa” al Mao Zedong pensiero. Lin Biao è stato ed è tutt’oggi per i dirigenti di fede denghista il mostro, il male assoluto, il capro espiatorio per esorcizzare quel gigantesco evento storico che è stato la Rivoluzione culturale.
    Fu proprio sull’onda della Rivoluzione culturale che Lin Biao, principale condottiero dell’Esercito Popolare di Liberazione, divenne un leader politico secondo solo a Mao, da questi designato a succedergli. Nel vorticoso turbinio della battaglia contro l’ala destra del partito guidata da Liu Shaoqi, sembrava in effetti che l’unità di intenti tra Mao e Lin fosse a prova di bomba. Non era così.
    Una volta liquidata la destra le divergenze tra i due dovevano emergere e dimostrarsi incomponibili.
    Una tesi vuole che lo scontro tra i due fosse stato determinato dalla decisione di Mao di ricondurre l’Esercito alla sua specifica sfera di competenza. In effetti, nel periodo più turbolento della Rivoluzione culturale, quando la radicalizzazione giovanile era sfuggita completamente fuori dal controllo del partito, l’Esercito era assurto ad una posizione di primazia rispetto al partito, ne aveva surrogato le funzioni dirigenti, ne aveva anzi preso le redini.
    Ovviamente c’è del vero in questa tesi, ma essa è solo una parte del discorso. La lotta tra l’ala linbiaoista e quella maoista, di cui la “banda dei quattro” fu solo una momentanea espressione, non era solo, come una certa storiografia americana vorrebbe far credere, soltanto una sordida lotta di potere. Era al contrario una lotta tra due linee strategiche, tra due visioni della rivoluzione mondiale, della costruzione del socialismo e dunque del ruolo storico della Cina.
    Se questa lettura non era facile da estrapolare in quegli anni, oggi, a quattro decadi di distanza, vista la piega presa dagli avvenimenti, tutto appare sotto la sua autentica luce. La difficoltà a comprendere la natura squisitamente politico-strategica del dissidio tra coloro che uscirono vincenti dalla Rivoluzione culturale dipendeva dal fatto che, mentre erano evidenti i capisaldi della teoria politica linbiaoista, opache apparivano invece le tesi opposte dai suoi avversari, opacità che derivava dalla natura eterogenea del blocco politico che sconfisse Lin Biao, e che vedeva precariamente coalizzati, all’ombra del senescente Mao, Zhou Enlai, la “banda dei quattro” e Deng.
    Ci vorranno un po’ d’anni, la morte di Mao Zedong e Zhou Enlai nel 1976 e l’eliminazione della “banda dei quatro”, affinché Deng Xiaoping, oramai ben saldo alla guida del partito, esponesse in due formule chiave o ideogrammi, la sua visione strategica: “Teoria dei tre mondi” e “quattro modernizzazioni”. Annunciata nell’aprile del 1974 col discorso che Deng tenne alle Nazioni Unite, la “Teoria dei tre mondi” venne ufficialmente innalzata a principio guida della politica estera cinese solo nel 1977. Cosa diceva questa teoria? Essa divideva il mondo in tre principali categorie: il primo mondo ovvero le due superpotenze USA e URSS, il secondo mondo le medie potenze tra cui i paesi europei e il Giappone, infine il terzo mondo che raggruppava la grande maggioranza delle nazioni semicoloniali e oppresse. La conseguenza sul piano strategico era dirimente: il terzo e il secondo mondo si sarebbero dovuti coalizzare contro il primo. La Cina denghista si proponeva dunque come avanguardia dei paesi del terzo mondo e dell’alleanza col secondo contro le due superpotenze. Sparivano quindi non solo la lotta di classe, ma il carattere rivoluzionario e antimperialistico delle lotte di liberazione nazionale.
    Se è discutibile, come si vantano i suoi sostenitori, che questa teoria avesse avuto l’imprimatur di Mao Zedong, è certo che essa era agli antipodi della visione linbiaoista della “rivoluzione ininterrotta” o permanente. Una visione antimperialista coerente, che teorizzava la guerra popolare prolungata di accerchiamento del vero nemico principale, gli Stati Uniti, una guerra come modalità e fase della rivoluzione socialista mondiale, che dunque non faceva sconti ai regimi capitalisti del terzo mondo, i quali si proponeva di rovesciare e non di conservare come presunti alleati.
    Parleremo più avanti e più concisamente della visione strategica di Lin Biao. Ora occorre tornare a quel decisivo frangente che portò alla frattura tra Mao e Lin. Pochi mesi dopo l’eliminazione di Lin Biao in piena guerra fredda, con il Vietnam in fiamme e il mondo attraversato dall’ondata rivoluzionaria e antimperialista, avvenne a Pechino un incontro che cambierà la storia del mondo: l’incontro tra il presidente americano Nixon e Mao Zedong. A posteriori possiamo affermare che questo evento gettò le basi del connubio USA-Cina, un connubio che farà molta strada, fino al paventato odierno G2. Lin Biao era certamente a conoscenza dei preparativi di questo connubio, che vennero definiti nei dettagli dal viaggio segretissimo che Kissinger fece a Pechino nel luglio del 1971, poche settimane prima che Lin fosse eliminato. Che Lin si opponesse a questa sterzata strategica di avvicinamento agli USA, questa sì certamente perorata da Mao e compiuta in nome della lotta al “nemico principale”, il “social-imperialismo sovietico”, non può esservi dubbio. Questo dissenso, noi riteniamo, fu alla base della lotta tra l’ala linbiaoista e quella guidata da Mao e che si concluse con la disfatta e la morte di Lin.
    Quali furono le devastanti conseguenze della sterzata strategica cinese apparrà ben presto molto chiaramente. Alle spalle di una linea verbalmente antimperialista la Cina, non senza trascinare il movimento maoista mondiale verso il proprio suicidio, attuò un vero e proprio riallineamento geopolitico a fianco degli Stati Uniti, allora sotto attacco ad ogni latitudine. In nome del contrasto al “nemico fondamentale” rappresentato dall’URSS, e visto che la gran parte dei movimenti di liberazione all’URSS si appoggiavano, la Cina non solo voltò le spalle a questi ultimi, ma gli si scagliò contro, senza esitare a sostenere apertamente i diversi fantocci locali degli americani. Potremmo citare decine di casi eclatanti, ma quello simbolicamente più scandaloso fu senz’altro quello cileno, quando l’ambasciata cinese chiuse i suoi cancelli agli oppositori a cui i golpisti di Pinochet stavano dando la caccia. L’aperto tradimento dei movimenti rivoluzionari e di liberazione in nome della lotta al “social-imperialismo” sovietico (Pechino giunse persino a difendere la legittimità della NATO in funzione antisovietica) era il presagio di quella che di lì a poco sarà battezzata come “teoria dei tre mondi”, una teoria che accanto a quella delle “quattro modernizzazioni”, doveva fare da apripista alle sconvolgenti “riforme” capitalistiche degli anni ’80.
    Oggi possiamo dunque dire che l’eliminazione di Lin Biao nel settembre del 1971 è una data spartiacque: di sicuro gli eventi avrebbero preso una piega del tutto diversa se Lin Biao avesse vinto la sua ultima battaglia.
    (fine prima parte)

    Lin Biao

  2. #2
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    Predefinito Rif: Lin Biao

    veramente interessante!

    inserisco anche la seconda parte
    __________________________________________________ ____________

    Il contributo di Lin Biao alla teoria della rivoluzione proletaria mondiale
    Visioni del Mondo
    Scritto da Moreno Pasquinelli
    Domenica 20 Dicembre 2009 20:11
    In memoria di un rivoluzionario (seconda parte)

    Il primo ottobre del 1966 ricorreva il diciassettesimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese. Era passato poco più di un mese dall’inizio della Rivoluzione culturale, il cui primo clamoroso risultato fu l’esautorazione del potentissimo Liu Shaoqui dalla guida del Partito comunista. Quel primo ottobre Lin Biao pronunciò, davanti ad una manifestazione sterminata di Guardie rosse, il discorso ufficiale a nome della direzione del Pcc. Un discorso breve ma estremamente significativo, i cui due assi portanti, strettamente connessi l’uno all’altro, erano il giudizio sull’importanza storica della Rivoluzione culturale e quello sul posto che la Cina occupava nella lotta antimperialista internazionale.

    Sul primo punto, il significato e il valore della Rivoluzione culturale, Lin Biao riproponeva, tratteggiandola in poche pennellate, quella che era la specifica concezione maoista, opposta a quella staliniana di Liu Shaoqui, per cui la lotta di classe avrebbe segnato anche tutta la fase di costruzione del socialismo, per cui il partito dirigente doveva agire come forza motrice del processo di rivoluzione permanente, nient’affatto limitarsi ad essere un organo precipuamente burocratico e amministrativo. E’ sul piano della strategia rivoluzionaria a scala internazionale che Lin, appoggiandosi alla strategia di Mao Zedong fondata sui due pilastri della “guerra prolungata di popolo” e della “rivoluzione per la nuova democrazia”, aggiungeva il suo specifico contributo.

    Sentiamo.
    «L’imperialismo americano è deciso a perseguire la strada che porta ad una guerra mondiale. Noi dobbiamo prendere in seria considerazione questa tendenza. Il punto focale della lotta attuale risiede in Vietnam. Noi dobbiamo prepararci. Senza sottrarci dal compiere i massimi sacrifici nazionali, siamo determinati a dare il nostro fermo sostegno al popolo fratello del Vietnam mentre conduce la guerra di resistenza contro l’aggressione americana per condurla fino alla sua conclusione.
    L’imperialismo guidato dagli Stati Uniti e il moderno revisionismo della direzione del PCUS sono collusi, stanno complottando con truffaldini negoziati di pace allo scopo di domare le violente fiamme della guerra nazionale rivoluzionaria del popolo vietnamita contro l’aggressione americana, e delle lotte nazionali rivoluzionarie in Asia, Africa e America Latina, le fiamme della rivoluzione mondiale. (…) Venti anni fa il Presidente Mao disse che i popoli del mondo intero avrebbero dovuto formare un fronte unito contro l’imperialismo americano fino alla sua disfatta. I popoli rivoluzionari del mondo stanno oggi avanzando su questa strada».

    Emerge con particolare nitidezza quale fosse l’ossatura della concezione strategica di Lin, quella concezione che, passata la bufera della Rivoluzione culturale, la direzione del Pcc seppellirà assieme al corpo del suo messaggero (operazione che ebbe la sua consacrazione nello scandaloso incontro tra Nixon e Mao nel febbraio del 1972). Quali erano propriamente i punti cardinali della concezione strategica di Lin? Elenchiamoli: (1) Il segno distintivo dell’epoca era la lotta irriducibile tra l’imperialismo e i popoli oppressi; (2) l’imperialismo, capeggiato dal nemico principale rappresentato dagli USA, spingeva il mondo verso una nuova conflagrazione mondiale; (3) la Cina doveva prepararsi ad affrontare questo conflitto risolutivo che avrebbe deciso l’esito della lotta storica tra socialismo e capitalismo; (4) il punto focale della lotta mondiale era il Vietnam, e per questo la Cina non poteva sottrarsi dal fornire un appoggio incondizionato; (5) il sostegno al Vietnam era tanto più decisivo perché la “direzione revisionista” del PCUS (non l’URSS in quanto tale, si badi bene) cercava, intrappolando così il movimento comunista mondiale, un compromesso con l’imperialismo americano alle spalle della lotta rivoluzionaria dei popoli oppressi; (6) contro ogni compromesso con l’imperialismo americano la Cina doveva farsi campione, non a parole ma nei fatti, di un fronte unito antimperialista a scala mondiale.

    Lin Biao ribadirà successivamente questo suo pensiero, non soltanto in occasione dei grandi raduni di massa che si succedettero per tutta la durata della Rivoluzione culturale, ma nelle riunioni dei vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione, come pure nelle diverse riunioni ufficiali del Pcc.
    Come Lin saldasse in un unico coerente ragionamento la questione della trasformazione socialista della Cina a quella della rivoluzione mondiale, riagganciandosi in tal modo alle più autentiche concezioni bolsceviche, lo mostrerà col suo Rapporto al IX Congresso del Pcc, riunitosi nell’aprile del 1969, quando la Rivoluzione culturale iniziava a scemare e l’Esercito, non senza spargimenti di sangue, era riuscito a domare sia la destra del partito che le tendenze più estremiste delle Guardie Rosse.

    Il Rapporto era quasi interamente dedicato alla Rivoluzione culturale, al suo significato e ai suoi risultati. Essa aveva vinto, la destra del partito e le tendenze burocratiche e tecnocratiche battute (Deng Xiaoping, nonostante godesse della personale protezione di Mao era stato momentaneamente espulso dal Pcc un anno prima) ma non si poteva certo parlare di vittoria risolutiva: «La vittoria finale in un paese socialista non solo richiede gli sforzi del proletariato e delle larghe masse popolari del proprio paese, ma dipende anche dalla vittoria della rivoluzione mondiale e dall’abolizione del sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo su tutta la terra».
    Un Congresso, quello dell’aprile del 1969, che si svolse appunto, forte del ruolo decisivo dell’Esercito, all’insegna della momentanea vittoria di Lin Biao nel Pcc. Una vittoria che venne sancita dall’adozione di un nuovo statuto del partito (che non a caso sarà prontamente abrogato quando Deng ritornerà in auge), uno statuto che pur ribadendo la centralità del partito stesso, proprio nei suoi primi dieci articoli, raccoglieva ed enfatizzava la potente spinta antiburocratica dal basso della Rivoluzione culturale.

    Ma occorre fare un passo indietro per mettere meglio a fuoco la concezione strategica di Lin. Esattamente al settembre 1965, al suo discorso in occasione dell’anniversario dell’inizio della guerra di Resistenza contro il Giappone. Tutta la prima parte del discorso è una appassionata perorazione della concezione maoista della “guerra popolare prolungata”, condensata nella nota formula dei sedici ideogrammi: «Il nemico avanza, noi indietreggiamo; il nemico si ferma, noi lo molestiamo; il nemico si indebolisce, noi lo attacchiamo; il nemico indietreggia, noi lo inseguiamo».

    Nella seconda parte, e vale la pena citarla ampiamente, Lin Biao aggiunge invece il suo contributo originale. L’asse del ragionamento è netto: la guerra popolare prolungata, sorta nelle specifiche condizioni della Cina moderna soggiogata dagli imperialisti, aveva in verità un valore internazionale, poteva e doveva diventare, nel contesto del fronte unico antimperialista internazionale, la modalità principale della lotta rivoluzionaria. Veniva dunque contestato alla radice il perno stesso del ragionamento di Krusciov e dei sovietici, quello per cui, nell’epoca della armi nucleari, solo chi ne fosse provvisto avrebbe potuto sfidare l’imperialismo americano. Ma Lin va ben oltre, e così tratteggia la sua visione:
    «Le vaste regioni dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina sono il principale teatro dell’opposizione violenta dei popoli all’imperialismo americano e ai suoi lacché. Sono esse che nel mondo subiscono il maggior peso dell’oppressione imperialista; ma è anche presso questi popoli che la dominazione imperialista è più vulnerabile. Le tempeste rivoluzionarie che sono scoppiate in questi paesi dopo la seconda guerra mondiale e che aumentano ininterrottamente di intensità, sono diventate la forza principale che oggi sferra dei colpi diretti all’imperialismo americano. La contraddizione tra i popoli rivoluzionari dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina e gli imperialisti capeggiati dagli USA, è la principale contraddizione del mondo contemporaneo. Il suo sviluppo è il motore della lotta dei popoli contro l’imperialismo americano e i suoi lacché. (…)
    Molti popoli e paesi di questi tre continenti sono oggi pericolosamente esposti all’aggressione e all’asservimento degli imperialisti, capeggiati dagli Stati Uniti. La situazione politica ed economica di molti di questi paesi presenta diverse analogie con la situazione che presentava in passato la Cina.
    Qui, come in Cina, la questione contadina è estremamente importante. I contadini solo la forza principale della rivoluzione nazionale e democratica contro l’imperialismo e i suoi lacché.
    Invadendo questi paesi, gli imperialisti hanno sempre occupato anzitutto le grandi città e le vie di comunicazione importanti, ma non sono mai riusciti a controllare interamente le ampie zone rurali. La campagna è il mondo senza confini in cui i rivoluzionari possono agire in tutta libertà. La campagna è la sola base rivoluzionaria dalla quale i rivoluzionari possono compiere i primi passi verso la vittoria finale. Così la teoria del compagno Mao Zedong sulla creazione di basi rivoluzionarie nelle zone rurali e l’accerchiamento delle città da parte della campagna attira sempre più l’attenzione dei popoli di questi continenti.
    Se si considera il mondo nel suo complesso, l’America del Nord e l’Europa Occidentale, possono essere considerate le “città”, mente l’Asia, l’Africa e l’America Latina “le campagne”. Il movimento rivoluzionario del proletariato dei paesi capitalistici dell’America del Nord e dell’Europa Occidentale ha provvisoriamente segnato il passo per vari motivi dopo la seconda guerra mondiale, mentre il movimento rivoluzionario dei popoli d’Asia, Africa e America Latina si è sviluppato vigorosamente. E in un certo senso, la rivoluzione mondiale conosce oggi una situazione che vede le città accerchiate dalla campagna. E’ infine dalla lotta rivoluzionaria dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, ove vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, che dipende la causa della rivoluzione mondiale. Perciò i paesi socialisti devono considerare l’appoggio da fornire alla lotta rivoluzionaria dei popoli di questi tre continenti, come dovere internazionalista.
    La Rivoluzione d’Ottobre ha inaugurato un’epoca nuova per la rivoluzione delle nazioni oppresse. Il suo trionfo ha gettato un ponte tra la rivoluzione socialista proletaria d’Occidente e la rivoluzione nazionale e democratica dei paesi coloniali e semicoloniali d’Oriente. E la rivoluzione cinese ha dato una risposta decisiva al problema del rapporto tra rivoluzione nazionale e democratica e rivoluzione socialista dei paesi coloniali e semicoloniali.
    Il compagno Mao Zedong ha dimostrato che tutte le rivoluzioni antimperialiste che si sono prodotte, o si produrranno nei paesi coloniali o semicoloniali in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, non fanno più parte della rivoluzione mondiale borghese, capitalistica, ma della nuova rivoluzione mondiale, cioè della rivoluzione mondiale proletaria e socialista.
    Sulla “rivoluzione per una nuova democrazia”, Mao ha formulato una teoria che costituisce un tutto organico … essa ha come bersaglio l’imperialismo, il feudalesimo, il capitalismo burocratico… Questa Rivoluzione non può essere guidata che da un partito autenticamente rivoluzionario e marxista-leninista.. Ad essa non partecipano solo gli operai, i contadini, la piccola borghesia urbana, ma anche la borghesia nazionale e tutti gli altri democratici antimperialisti e patrioti… La “Rivoluzione per una nuova democrazia” è quindi orientata verso il socialismo e non verso il capitalismo.
    La teoria del compagno Mao sulla “Rivoluzione per la nuova democrazia” racchiude nel contempo sia la teoria marxista-leninista della rivoluzione, suddivisa in varie fasi, che la teoria marxista della “rivoluzione permanente”.
    Il compagno Mao Zedong ha operato, a ragione, una distinzione tra le due fasi della rivoluzione, quella della rivoluzione nazionale e democratica e quella della rivoluzione socialista, mettendole in stretta relazione. La rivoluzione nazionale e democratica è l’indispensabile premessa della rivoluzione socialista cui essa tende nel corso del suo sviluppo. Non esiste comunque nessuna barriera insuperabile tra queste due fasi della rivoluzione, ma solo dopo il compimento della rivoluzione nazionale e democratica si può pensare alla rivoluzione socialista. E più sarà realizzata fino in fondo la prima, migliori saranno le condizioni necessarie per la seconda».

    Siamo in presenza, non solo di una decisa difesa del pensiero e della strategia maoisti (anche per quanto attiene alla critica alle concezioni autoritarie e tecnocratiche di Stalin sull’edificazione socialista), c’è qui una torsione internazionalista e antimperialista decisa, che connota anzi il discorso di Lin come discorso “offensivista”.
    Se eravamo entrati nella fase decisiva della lotta contro l’imperialismo, nella fase della guerra civile internazionale, allora occorreva giocarsi la partita passando all’attacco sui tre fronti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina per accerchiare ed abbattere le roccaforti imperiali.
    La Cina non poteva tirarsi indietro, poiché il suo stesso avvenire socialista veniva a dipendere dall’esito della guerra antimperialista mondiale. E siccome il Vietnam era il punto focale di questa battaglia epocale, tutto veniva a dipendere dall’esito della sconfitta o della vittoria dei rivoluzionari vietnamiti. Di qui la posizione di Lin per cui la Cina si sarebbe dovuta gettare nella mischia con un sostegno più efficace e perentorio, non solo parolaio, al popolo del Vietnam.
    Il nesso inscindibile che Lin Biao stabilisce tra la costruzione del socialismo in Cina e lo sviluppo della rivoluzione antimperialista mondiale, l’idea che non ci sia una muraglia tra la rivoluzione democratica nazionale e quella socialista, mutatis mutandis, fa di Lin il Trotsky cinese. La sua stessa critica alla politica internazionale della direzione “revisionista” sovietica, accusata di cercare un impossibile compromesso con l’imperialismo e i suoi lacché, è anch’essa simile a quella che Trotsky rivolse al Cremlino ai tempi in cui il carnefice Chang Kaishek era il pupillo di Stalin, o quando Mosca sacrificava la rivoluzione spagnola per difendere l’alleanza con l’imperialismo anglosassone (“Fronti popolari”) in nome della lotta al fascismo.
    Come detto sopra l’eliminazione di Lin Biao dalla scena politica nel settembre del 1971, la purga delle migliaia di quadri linbiaoisti sia nell’Esercito che nel partito, segnarono la disfatta della sua proposta strategica all’interno del Pcc. Chiusa la parentesi della “banda dei quattro”, grazie al pontiere Zhou Enlai, si vedrà come la disfatta dell’ala internazionalista fece da apripista all’avvento di quella nazionalista impersonata da Deng Xiaoping, quella orientata a fare della Cina una grande potenza politica non grazie all’avanzata della rivoluzione, ma grazie alla modernizzazione capitalistica dell’economia.

    L’onore che si deve portare al rivoluzionario Lin Biao non deve quindi impedirci di segnalare il suo più grave errore politico, che non fu quello di essersi illuso di avere battuto per sempre la destra del partito, che anzi, come abbiamo visto, egli riteneva ben viva nonostante la Rivoluzione culturale. Il suo errore fu quello di non avere compreso che proprio a causa della Rivoluzione culturale (senza la cataclismatica demolizione degli immarcescibili costumi conservatori confuciani nessuna modernizzazione della Cina avrebbe potuto avere successo) la vecchia destra staliniana capeggiata da Liou Shaoqi avrebbe lasciato il posto alla nuova destra denghista, che saprà declinare la peculiare tradizione politica maoista con un nuovo ambizioso disegno di potenza.
    Sbagliava quindi Lin quando, sempre nel suo Rapporto al IX Congresso del Pcc dell’aprile del 1969, affermava che “… l’eventuale vittoria del revisionismo cinese avrebbe portato alla restaurazione del capitalismo. Se questo accadrà la Cina tornerebbe indietro, ridiventerebbe un paese coloniale e semi-coloniale, feudale o semi-feudale, e il popolo ripiomberebbe sotto la rude tirannia degli imperialisti”.
    Si è data in realtà un’altra variante. La restaurazione del capitalismo è ampiamente avvenuta, ma questa, lungi dal gettare la Cina indietro allo stato di semicolonia, l’ha sospinta talmente avanti che è diventata un protagonista assoluto della scena mondiale.

    Il contributo di Lin Biao alla teoria della rivoluzione proletaria mondiale

 

 

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