Il teatro alla Scala di Milano è, per Milano, molto più che un grande teatro: è uno dei simboli della milanesità, un tempio dell'élite culturale ed economica della città. Un luogo da imprenditori, professionisti, professori o comunque un luogo per gente "su". Mai, personalmente, mi sarei aspettato di assistere ad una scena deprimente, ad una scena di vera miseria intellettuale. Eppure ieri sera, spente le luci, invece dello spettacolo è iniziata la lettura di un comunicato sindacale, non eccessivamente lungo, non particolarmente polemico, non politico: un comunicato che esprimeva un fermissimo dissenso circa i tagli ai fondi per la cultura presenti in finanziaria. Dopo qualche secondo da non so dove si sono cominciate ad alzare voci di protesta e urla: "smettete di fare comizi!".
Forse costoro dimenticano che, per quanto caro possa essere il biglietto, lì eravamo ospiti. Ma con che diritto si vieta ai quei lavoratori di esprimere un giudizio su cose che li toccano personalmente e profondamente?
Non è fascismo, come pure è stato risposto, è una forma di provincialismo: maleducazione e scarsissima sensibilità. Se anche alla Scala la dialettica diventa tifoseria da stadio la cosa non è affatto confortante.




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