IL LIBRO DELLE MERAVIGLIE
[…] La trama è intricatissima. Il pretesto è offerto da un sogno erotico sollecitato da una certa Polia (Polifilo, ossia "colui che ama Polia"): l'autore vuole dimostrare di meritarla, perciò ricorre all'erudizione. Si ritrova in una selva oscura, come Dante, cosparsa di reperti archeologici e di rovine architettoniche, e dà uno sfoggio di profondo sapere classico che gli prende via via la mano. Non si contano le bizzarrie e gli enigmi, le volute, le osservazioni specialistiche, le divagazioni infinite, le formule criptiche, le risate sotterranee accanto alle argomentazioni serie, gli abbandoni filosofici, la padronanza concettuale, l'attenzione formale, il materialismo e lo spiritualismo in combinazioni intellettualmente controllate, gli indugi cabalistici schiettamente valorizzati.
Su tutto campeggia la famosa erudizione che lascia sbalorditi per l'ampiezza e la profondità (si pensa ad interpolazioni, ad aggiunte di personaggi molto preparati: il Colonna non sarebbe potuto giungere a certi risultati).
Molto interessante l'opinione del grande critico Gianfranco Contini, secondo il quale l'opera sarebbe una specie di burla, di scherzo beffardo, perseguito con estrema eleganza, con esemplare raffinatezza. Essa rafforzerebbe la modesta impressione dello scrivente che, per quanto ha potuto captare dalla pur parziale lettura, considera l'Hypnerotomachia Poliphili una prova capitale del Rinascimento. Una specie di cartina di tornasole della mentalità dell'epoca.
L'erudizione così esibita, sembra voler dimostrare il possesso di un sapere che va al di là della contingenza, che va oltre la realizzazione dell'oggetto o l'acquisizione del sentimento: qui siamo alla consapevolezza piena dell'uno e dell'altro, sin nelle loro implicazioni più remote che prescindono dal riferimento che sta sotto gli occhi.
Questa consapevolezza viene testimoniata dall'uso di un linguaggio praticamente inventato e dalla relativa logomachia (conflitto di parole) splendidamente gestita e diretta. Una prova di maturità a tutto tondo, come il clima rinascimentale raccomandava, pretendeva, esigeva. La presenza burlesca, scherzosa, a questo punto, sarebbe un cosciente riconoscimento di limitatezza umana, ma intervenuto quale superiore perspicacia verso la non completa realizzazione della componente divina nell'uomo: qualcosa di assoluto ben relativizzato.