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  1. #1
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    Predefinito Hypnerotomachia Poliphili

    L'Hypnerotomachia Poliphili è uno dei più enigmatici e affascinanti libri pubblicati nel '400. Venne stampato nel 1499 dal veneziano Aldo Manuzio in un'edizione preziosa per la bellezza dei caratteri tipografici e delle xilografie, attribuite a vari artisti tra cui Mantegna, Bellini, Raffaello (edizione che di sicuro è tra i sogni proibiti di ogni fervente collezionista bibliofilo… vero, pcosta? ).

    Quest’opera racchiude in sé molti enigmi controversi, a partire dall’autore sconosciuto. Un indizio al riguardo lo si ottiene dall’acrostico delle lettere iniziali dei 38 capitoli. Si viene infatti a formare la frase “Poliam frater Franciscus Columna peramavit” (Fratello Francesco Colonna amò moltissimo Polia). Da qui si ottiene anche la corretta interpretazione del titolo come “Battaglia d’amore in sogno di Polifilo” (cioè dell’amante di Polia)”. Ma chi siano esattamente questo fratello Francesco Colonna e questa Polia non è dato sapere. Alcuni sono portati a riconoscere nell’autore un dissoluto frate domenicano vissuto a Treviso in quell'epoca, altri sono convinti che si tratti del principe romano Francesco Colonna, “fratello” in qualche setta o circolo iniziatico.

    La lingua dell'Hypnerotomachia Poliphili è un volgare artificioso, costruito su base toscana ma del tutto deformato da forme latineggianti e arcaiche, erudite e inaccessibili. Si tratta di un'opera di difficilissima lettura, in cui si prefigura un percorso iniziatico, attraverso una serie di passaggi allegorici oscuri.

    Il testo è il racconto di un sogno fatto sall'autore all'alba del primo maggio 1467: Polifilo cerca la donna amata passando per giardini e antiche costruzioni, incontrando bestie, piante, personaggi fortemente simbolici. Partendo dalla data del sogno, qualcuno ha collegato la Hypnoerotomachia al processo (1466-1468) contro gli umanisti romani, accusati di negare il potere temporale del papa e di voler tornare al paganesimo. I superstiti si rifugiarono prima nella Firenze dei Medici poi a Venezia dove, 30 anni dopo, il libro fu stampato. L' assenza del nome dell' autore sarebbe stata una precauzione.

    Il senso ultimo del libro sarebbe la ricerca di un'antichissima sapienza, preesistente a ogni religione rivelata, cristianesimo compreso.


  2. #2
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  3. #3
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    IL LIBRO DELLE MERAVIGLIE

    […] La trama è intricatissima. Il pretesto è offerto da un sogno erotico sollecitato da una certa Polia (Polifilo, ossia "colui che ama Polia"): l'autore vuole dimostrare di meritarla, perciò ricorre all'erudizione. Si ritrova in una selva oscura, come Dante, cosparsa di reperti archeologici e di rovine architettoniche, e dà uno sfoggio di profondo sapere classico che gli prende via via la mano. Non si contano le bizzarrie e gli enigmi, le volute, le osservazioni specialistiche, le divagazioni infinite, le formule criptiche, le risate sotterranee accanto alle argomentazioni serie, gli abbandoni filosofici, la padronanza concettuale, l'attenzione formale, il materialismo e lo spiritualismo in combinazioni intellettualmente controllate, gli indugi cabalistici schiettamente valorizzati.
    Su tutto campeggia la famosa erudizione che lascia sbalorditi per l'ampiezza e la profondità (si pensa ad interpolazioni, ad aggiunte di personaggi molto preparati: il Colonna non sarebbe potuto giungere a certi risultati).

    Molto interessante l'opinione del grande critico Gianfranco Contini, secondo il quale l'opera sarebbe una specie di burla, di scherzo beffardo, perseguito con estrema eleganza, con esemplare raffinatezza. Essa rafforzerebbe la modesta impressione dello scrivente che, per quanto ha potuto captare dalla pur parziale lettura, considera l'Hypnerotomachia Poliphili una prova capitale del Rinascimento. Una specie di cartina di tornasole della mentalità dell'epoca.

    L'erudizione così esibita, sembra voler dimostrare il possesso di un sapere che va al di là della contingenza, che va oltre la realizzazione dell'oggetto o l'acquisizione del sentimento: qui siamo alla consapevolezza piena dell'uno e dell'altro, sin nelle loro implicazioni più remote che prescindono dal riferimento che sta sotto gli occhi.
    Questa consapevolezza viene testimoniata dall'uso di un linguaggio praticamente inventato e dalla relativa logomachia (conflitto di parole) splendidamente gestita e diretta. Una prova di maturità a tutto tondo, come il clima rinascimentale raccomandava, pretendeva, esigeva. La presenza burlesca, scherzosa, a questo punto, sarebbe un cosciente riconoscimento di limitatezza umana, ma intervenuto quale superiore perspicacia verso la non completa realizzazione della componente divina nell'uomo: qualcosa di assoluto ben relativizzato.


  4. #4
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    Predefinito Una curiosità...

    Un incunabolo del Quattrocento è stato venduto per 103 milioni in un'asta di libri antichi tenuta ieri dalla Sotheby's nella sede milanese di Palazzo Broggi. Si tratta di "Hypnerotomachia Polyphili" di Francesco Colonna, edito a Venezia nel 1499 e considerato il più celebre libro figurato di quell'epoca. L'incunabolo è composto di 234 carte di 38 linee in caratteri romani, con 172 illustrazioni xilografiche.

    Dal Corriere della Sera dell’otto maggio 1997


  5. #5
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    Perché spendere 103 milioni quando ce la possiamo sfogliare tutta tranquillamente online?

    [inwin=480]mitpress.mit.edu/e-books/HP/hyp011.htm[/inwin]

  6. #6
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    Grazie, pcosta, so che sei una specie di mago e ci speravo…

  7. #7
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    In Origine Postato da pcosta
    Perché spendere 103 milioni quando ce la possiamo sfogliare tutta tranquillamente online?

    Sai com'è, ora è ben protetta nella mia libreria e posso annusare il profumo di antico delle sue pagine....

  8. #8
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    In Origine Postato da pcosta
    Perché spendere 103 milioni quando ce la possiamo sfogliare tutta tranquillamente online?

    [inwin=480]mitpress.mit.edu/e-books/HP/hyp011.htm[/inwin]

    E per chi vuole sfogliarsela ancora più tranquillamente, c'è l'anastatica di Einaudi.

  9. #9
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  10. #10
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    Predefinito Una digressione... tecnica...

    Gran parte della controversia polifilesca si è svolta, spesso con straordinarie arrampicate sugli specchi, intorno all'identità misteriosa dell'autore oppure del disegnatore delle bellissime xilografie. Poco o niente, invece, è stato fatto per scoprire i segreti bibliologici della prima edizione e il modo in cui venne creata in tipografia.

    Guardiamo per esempio la carta g6r, comprendente una grande xilografia sopra sette righe di testo.


    L'occhio viene attirato da qualcosa di strano lì in alto a sinistra, nello spazio bianco sopra l'immagine.

    Muovendo il libro, di modo che la pagina sia vista con una luce radente, improvvisamente appare una riga di lettere non inchiostrate, una fila di “QuQuQuQuQuQu...". Dopo la settima "Qu" vediamo anche qualcosa che sembra un quadretto, ma l'impressione purtroppo non è molto chiara.


    Che messaggio ci propone questa aggiunta curiosa al già intricato lessico polifilesco ? E perché si nasconde?
    Chi è pratico di tipografia antica sa che non si tratta di un messaggio né di una parola, ma semplicemente di una soluzione a una difficoltà tecnica, ovvero di ciò che i bibliografi anglosassoni denominano blind impression. Il fenomeno deriva dalla costruzione particolare del torchio rinascimentale in due parti essenziali, cioè il meccanismo del carro e quello della vite. Il primo conteneva la forma, divisa in pagine a seconda del formato, all'interno di un piccolo carro su rotaie, che si spostava avanti e indietro attraverso un sistema di corde attaccato a un molinello.


    Nell’immagine, che raffigura la bottega di Froschauer a Zurigo nel 1548, vediamo la forma aperta con il battitore che inchiostra i caratteri, mentre a sinistra il tiratore toglie un foglio di carta appena stampato dal telaio di legno, sopra il quale viene teso un pezzo di pergamena per ricevere il foglio da imprimere. Incardinata a sua volta all'altro estremo del timpano si vede la fraschetta, ovvero un secondo telaio, più leggero, coperto da un pezzo di carta robusta o pergamena con aperture (dimenticate però dall'artista in questa xilografia) corrispondenti agli specchi delle pagine, il quale si metteva fra il foglio e la forma, con lo scopo di impedire contatti fra le parti bianche del foglio e la marginatura della forma. Con la fraschetta e il timpano chiusi sopra la forma, il foglio di carta si trovava sospeso qualche millimetro sopra i caratteri inchiostrati, in attesa di ricevere la pressione del piano di stampa. A destra nella stessa figura vediamo il secondo meccanismo, quello della vite attraversata da una sbarra che il torcoliere tira verso di sé. Sotto la vite e collegata ad essa si vede la platina o piano di stampa, un rettangolo di legno o di bronzo che nel torchio primocinquecentesco copriva un'area uguale a metà della forma e perciò imprimeva dando due colpi in rapida successione, con l'aiuto del carro che collocava ciascuna metà sotto di essa. Quando veniva girata dalla barra mossa dal torcoliere, la vite si abbassava, portando la platina a contatto con il timpano e cosi spingeva il foglio sui caratteri inchiostrati della forma. A questo punto, per l'inventore del torchio, sorgeva la difficoltà tecnica: nel caso che il piano fosse stato attaccato direttamente alla vite, avrebbe girato con essa, smussando l'impressione del foglio. La soluzione era quella di sospenderlo, con quattro cordicelle, a una scatola quadrata in legno montata intorno alla vite, detto bussola. Il contatto fra la platina e la vite veniva esercitato solamente tramite la punta di quest'ultima, detta pirrone, che ruotava liberamente in una piccola tazza al centro del piano. La bussola era costruita in modo da abbassarsi e alzarsi insieme alla vite, senza però ruotare perché rinchiusa dentro la tavoletta ossia la traversa media, poco spessa, del torchio. Per tale ragione la platina sospesa, nel momento in cui entrava in contatto con la forma, necessitava di incontrare una superficie livellata e uguale in ogni sua parte. Nel caso che il compositore di un libro nel formato in-folio come il Polifilo avesse lasciato una parte della pagina vuota, nell'incontro con quel vuoto la platina avrebbe fornito un'impressione squilibrata, con probabilità non solo di rovinare il foglio ma anche di danneggiare i caratteri. Tale spazio bianco andava quindi riempito. A partire dai primi decenni del Cinquecento, gli stampatori colmano questi vuoti con fregi, finalini e altri elementi decorativi; quelli del Quattrocento, invece, mettono dei blocchi di caratteri, generalmente tolti da una pagina appena stampata e in attesa di scomposizione, che vengono impressi in bianco. Naturalmente il battitore, che metteva l'inchiostro con due grossi tamponi detti mazzi, aveva l'obbligo di ricordarsi del fatto: ogni tanto se ne dimenticava, per cui si conosce qualche esemplare di incunabolo con brani di testo completamente fuori luogo, talvolta con grande perplessità del lettore.

    Per completare questa lunga spiegazione tecnica, ricordiamo che, il giorno prima che un lotto di carta si stampasse, esso veniva bagnato per migliorare la presa dell'inchiostro mentre, per compensare le piccole irregolarità nell'altezza dei caratteri e ammorbidire il contatto fra la forma e il piano di stampa, il timpano veniva imbottito. Cosi, nel momento dell'impressione, il foglio era spinto con forza sulle lettere in rilievo, lasciando un solco profondo nella carta che veniva fatto scomparire nelle operazioni successive alla stampa, soprattutto nella bottega del legatore, dove, dopo aver piegato i fogli e assemblato i fascicoli, il volume veniva martellato per compattare le carte.


 

 
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