Un ex Dc nella CdL che...
...si dichiara apertamente contrario
Roma. Eccentrico di centrodestra, l’udc Bruno Tabacci è un avversario delle riforme costituzionali che oggi la maggioranza approverà in ultima lettura al Senato. Si tratta del disegno di legge che interviene corposamente (almeno qui i detrattori hanno ragione) sulla Costituzione risalente al 1948, e già male emendata nel Titolo V dal centrosinistra nella passata legislatura. La Cdl corregge la Carta riformulando in senso federalista le competenze di Camera e Senato e soprattutto in fatto di sanità e organizzazione scolastica (è la devolution).
Poi propone un “premierato robusto”: più poteri al premier, ma
neanche tanto, visto che la sua facoltà di scioglimento delle Camere è bilanciata dalla possibilità d’una sfiducia costruttiva;
e di riflesso qualche potere in meno al presidente della Repubblica e all’assemblea parlamentare.
Quanto basta perché l’ex dc Tabacci non voti la riforma e allestisca
“Comitati per il No” in previsione del referendum confermativo che dovrebbe tenersi l’anno prossimo.
Per Tabacci la nuova legge ha due limiti invalicabili:
lascia così com’è la potenziale conflittualità tra competenze statali e regionali (“che rimangono parificate e portano alla paralisi istituzionale”) e in più inclina al presidenzialismo “umiliando il Parlamento”.
Oltretutto – e questo è un argomento diffuso – la legge proporzionale in via d’approvazione entra in collisione con la vocazione maggioritaria delle riforme costituzionali.
Obiezione: la devolution disciplina una materia sulla quale la riforma federalista del centrosinistra aveva aperto la guerra dei ricorsi alla Consulta. Anzi non c’è argomento recente più valido dell’iniziativa con la quale la Corte costituzionale è intervenuta a protezione della sovranità delle Regioni sulle voci di
spesa degli enti locali.
Tabacci ammette che quella riforma “in effetti andava integrata,
anche inserendo la clausola d’interesse nazionale”.
E’ stato fatto. “Va bene, l’ho condiviso. Ma sono contrario a che ci siano compiti esclusivi assegnati alle regioni in assenza di federalismo fiscale”.
Seconda obiezione: adesso c’è una cornice credibile in cui inserire
il federalismo fiscale; nel frattempo fa testo l’ultimo paragrafo del disegno di legge:
“Entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, le leggi dello Stato assicurano l’attuazione dell’articolo 119 della Costituzione [che recita così: “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa”, ndr].
In nessun caso l’attribuzione dell’autonomia impositiva ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitante e alle Regioni può determinare un incremento della pressione fiscale complessiva”.
A questo punto Tabacci fa notare che “quando si ragiona della tutela della persona umana, come nel caso dell’assistenza sanitaria, è sbagliato parcellizzare le competenze”.
Ma Tabacci è forse meno perplesso su questa parte della riforma di quanto non sia “infastidito dalla retorica federalista” sullo sfondo.
Ribaltoni? Un male della Seconda Repubblica
Come tanta parte dei critici del premierato – compresa la sinistra che si è pentita dopo aver perfino costeggiato il presidenzialismo
ai tempi della Bicamerale – Tabacci ne parla come fosse una “forma di pseudo- presidenzialismo onnipotente”, lì dove
costituzionalisti di sinistra come Augusto Barbera lo giudicano invece così: “Non è forte come vorrebbe la maggioranza né dittatoriale come lamenta l’opposizione”.
Cos’è, allora? Tabacci: “E’ lo stesso meccanismo che ho visto in funzione nelle Regioni e che ha ammazzato le assemblee elettive”.
Chiaro che i seguaci del “regime parlamentarista” non troveranno mai un punto d’incontro con i riformisti della Carta. “Almeno
avessero scelto di fare un’assemblea costituente, loro, privi di retorica passionale e imparagonabili ai Terracini e agli altri”.
Si può ricavare la lezione positiva che da oggi la Costituzione non può più essere il museo istituzionale che era, perché è mutata in
adesione ai cambiamenti della società.
Su questo Tabacci è “molto d’accordo perché non ho la faccia rivolta all’indietro e non c’è dubbio che le istituzioni vadano aggiornate”.
Infine la legge elettorale: un proporzionale un po’ maggioritario che sostituisce un maggioritario un po’ proporzionale.
E poi chi dice che non si può governare con maggioranze risicate? Tabacci: “Vedremo, ma ricordatevi di Prodi e prim’ancora dei ribaltoni contro Berlusconi”.
Nella riforma c’è appunto una norma antiribaltone. “Almeno riconoscete che è un antidoto ai mali della Seconda Repubblica, nella Prima non c’era durata di governo, però c’era continuità”.
Da il Foglio del 16 novembre
Per l’on. Tabacci dunque il continui cambi di governo erano
“continuità”.
Di far cosa?
E gli dà fastidio la "retorica federalista" di oggi.
Nessuna critica sulla "retorica antifascista" che pesava sui costituenti di allora tanto da far loro dimenticare che oltre al fascismo c'era incombente, per la democrazia, il pericolo "comunista".
saluti