Quel decentramento che piace
Roma. L’enfasi con cui è stata trattata la sentenza della Corte costituzionale suscita qualche perplessità. In un sistema in transizione il contenzioso tra Stato e Regioni continuerà a essere un regolatore di rapporti.
Dice Nicola Rossi, economista e parlamentare diessino: “Risalta che senza federalismo fiscale, cioè nella fase di completamento
del decentramento, che leghi competenze a responsabilità, continueremo a essere in mezzo al guado”. Il punto è che senza federalismo fiscale, lo stato centrale continuerà a rivendicare il diritto a imprimere una direzione qualitativa alla spesa pubblica, a fornire delle indicazioni.
“Allo stato attuale però – aggiunge Rossi – Non credo che la sentenza potesse essere diversa perché se si attribuiscono dei margini di manovra alle autonomie non si possono poi limitare. Del resto, la Consulta dice che Roma ha ancora diritto a mantenere voce in capitolo, a fissare i vincoli aggregati”.
Il tentativo di far passare la sentenza della consulta come una spallata alla politica economica del governo non regge, soprattutto alla vigilia del voto sulla devolution.
Secondo alcuni osservatori, sarà la sistemazione degli equilibri di potere che si organizzeranno intorno alla cessione di quote di
sovranità fiscale alle regioni a determinare il gradimento della riforma costituzionale.
Gli operatori economici guardano alla devolution con timore ma anche interesse.
Al vecchio schema della contrapposizione tra chi paventa una moltiplicazione delle burocrazie e degli oneri, e chi ritiene che una responsabilizzazione dei decisori a livello locale possa favorire un
approccio più pragmatico ai problemi, se ne sovrappone un’altra: quali saranno i poteri che potrebbero trarre vantaggio da una iniezione di federalismo?
In generale le organizzazioni che non hanno forti strutture centrali. Il sistema di rappresentanza dei lavoratori autonomi, per
esempio, artigiani e commercianti. A Confcommercio non dispiacerebbe un ulteriore passo avanti:
“Se fosse stato messo sul tavolo il presupposto di questa riforma – questo il parere di Sergio Billè – cioè il federalismo
fiscale (tante spese si tolgono da qui per trasferirle là). Ma su questo problema non è stata fatta chiarezza”.
Le organizzazioni dei lavoratori autonomi sono forti sul territorio,
hanno e preferiscono rapporti diretti con le amministrazioni locali. Confidano nei rapporti con giocatori politici altrettanto elastici:
forze agili sul territorio come l’Udeur, spezzoni della Margherita (un partito che ha una struttura statutaria federalista, più della
Lega: Arturo Parisi d’altra parte è stato per molti anni presidente dell’Istituto Cattaneo), naturalmente il partito guidato da
Umberto Bossi.
Ugualmente interessati altri sistemi di rappresentanza con forte radicamento, gli ordini professionali, gli albi, il sistema del
credito locale: le Casse di risparmio e le banche di credito cooperativo che sperano di avvantaggiarsi da una gestione più decentrata delle risorse; e poi le fondazioni bancarie e il sistema delle cooperative.
L’elenco di chi dopotutto non avversa la devolution si allarga a settori insospettabili.
Per esempio l’industria farmaceutica: inizialmente c’era il timore di passare da un monopsonio (sistema a compratore unico) a 20
monopsoni, perché in termini di struttura questo potrebbe voler dire moltiplicazione di funzioni (fissazione del prezzo, negoziazione della rimborsabilità, eccetera).
Ma l’Agenzia del farmaco, l’ente che vigila sul mercato del settore ha lavorato per ridurre i timori.
L’ostilità del sistema produttivo resta in quei settori in cui si teme che l’autonomia regionale possa produrre miopie strategiche.
Nel settore energetico, per esempio, si teme quel genere di effetto che in queste settimane si registra a Brindisi, dove le nuove amministrazioni locali rifiutano l’impianto di rigassificazione di British Gas (così come gli impianti eolici), perché la Puglia è esportatore netto di energia e non trova sufficienti incentivi a concorrere al fabbisogno delle regioni vicine.
Le resistenze permangono anche in tutte le organizzazioni con una forte struttura centrale, che temono di dover cedere quote d’influenza: dalla Confindustria ai sindacati confederali che temono le conseguenze di una moltiplicazione troppo articolata
dei centri di decisione.
su il Foglio di ieri 16 novembre
saluti
Troppi sprechi e soldi.....
....al Sud
Se lo avesse scritto un economista leghista, probabilmente avrebbero gridato all’attentato razzistico, all’ennesimo episodio di antimeridionalismo. Ma siccome l’autore di "Mediterraneo del nord" (Editori Laterza, 10 euro) è uno degli economisti principe dei Ds, ovvero Nicola Rossi, ex consigliere di D’Alema a Palazzo Chigi, possiamo calarci nel pessimismo senza timori.
Cosa dice il saggio di Rossi?
Che il Sud, è in ritardo, certo. Ma anche un’analisi impietosa dei dati. Da cui - tanto per fare un esempio - l’autore trae la certezza che uno dei pochi indicatori positivi, l’aumento del reddito pro-capite dal 66.4 al 69.6 (negli ultimi cinque anni) va ponderato con i flussi di migrazione interna e abbassato al 67.7.
Rossi è un uomo di sinistra che critica la politica meridionale del governo di centrodestra - ovvio - ma anche con il centrosinistra non è tenero, anzi: la sua è una critica laicamente bipartisan.
«Per dirla breve: i due terzi delle famiglie povere vivono nel mezzogiorno, oggi come dieci anni fa».
E ancora: «Oggi come dieci anni fa il tasso di disoccupazione è più del doppio della media nazionale. Di più: oggi, su 100 persone in cerca di occupazione, 60 sono meridionali. Dieci anni fa questa proporzione era significativamente inferiore: poco più del 50%». L’economista diessinoè asciutto, severo; lavora di precisione, scava le cifre col bisturi:
«Un buon esame dei dati chiarisce come i timidissimi passi in avanti compiuti dal mezzogiorno negli ultimi anni, siamo in buona misura imputabili ai marginali progressi registrati dai livelli della produttività del lavoro, ma non certo all’evoluzione del mercato del lavoro cui non sono estranei i fenomeni migratori appena citati».
E così, passando dagli indicatori più economici a quelli di altro tipo, lo scenario non migliora:
«Stando così le cose - scrive Rossi - non può non sorprendere che il mezzogiorno abbia registrato ben pochi progressi sul fronte dei fenomeni di esclusione sociale».
Per non dire del sommerso, passato «dal 6.8% della media nazionale all’8.8%». E poi timidi segnali di ottimismo - nel settore dell’energia - e preoccupanti dati di regresso, ad esempio nel settore dell’erogazione dell’acqua: passano da meno del 20 a oltre il 28% la quota di famiglie non servite regolarmente.
«Là dove toccava al mezzogiorno cambiare, perchè cambiasse il paese, ciò non è avvenuto ».
Al lettore non sfugga il peso di queste frasi, visto che da dieci anni molte delle più importanti amministrazioni del Sud (vedi Campania) sono uliviste.
Non solo: secondo Rossi questo «risultato deprimente» è stato pagato a peso d’oro dal contribuente:
120miliardi di euro di spesa pubblica che si sono riversati sul sud fra il 1998 e il 2004. Al netto, si tratta quasi del triplo di quanto stanziato con la Cassa del mezzogiorno!
Ovviamente è drastica la cura proposta: taglio di sprechi, paletti alle amministrazioni, «abbattimento in cifra fissa della base imponibile Irap legato alle carenze nelle dotazioni infrastrutturali ».
Riduzione drastica – di contro - «dei provvedimenti di incentivazione delle attività produttive ».
E poi: destinare meno finanziamenti nei bilanci, «sottrarre il controllo della spesa alle pubbliche ammministrazioni», aiutare con fondi pubblici il credito privato «per abbattere la struttura dei costi dei fondi privati», limitare «l’uso improprio delle risorse pubbliche».
Insomma, per dirla con lo slogan dell’autore «capovolgere tutto».
Il primo a capovolgersi sulla sedia, quando leggerà questo saggetto, dovrebbe essere Antonio Bassolino, uno dei modelli amministrativi negativi che sono presi di mira dal saggio.
L’avesse scritto un leghista, questo libro, avrebbero gridato allo scandalo.
Ma forse solo un ministro leghista potrebbe mettere in pratica i consigli di un economista ds.
Su il Giornale di oggi
ps:
Bassolino capovolto sulla sedia?
MaaaVaaaaa!!
saluti