1. Il primo pomeriggio del 12 dicembre 1969, uscito da una riunione del Movimento Studentesco all’Università Statale di Milano, inforcai la mia bicicletta e mi fermai un attimo lì vicino, in piazza Fontana dove c’era una bancarella ben fornita di libri interessanti a buon mercato. Era una mia sosta obbligata.
Poi me ne tornai a casa, a Città Studi. Appena entrato mi accolse mia madre col viso terreo: “C’é stata un’esplosione alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana. Dicono che sia una bomba. Sono stata in pena per te. Qui ritorna il fascismo!”
Mia madre rivedeva il film della bomba all’Hotel Diana del marzo del 1921, rivedeva la Gestapo che arrestava suo cugino nel ‘44, i suoi disperati tentativi per farlo rilasciare, la sua morte in campo di concentramento. E vedeva con angoscia me espormi giovanissimo con la mia militanza nell’estrema sinistra.
Indifferente al suo sguardo preoccupato, scesi di corsa, rinforcai la bicicletta e pedalai a perdifiato fino a piazza Fontana. Era tutto transennato. Andai subito in Statale. C’era molta preoccupazione tra i compagni universitari e l’interpretazione ricorrente era: “Una provocazione fascista per fermare le lotte operaie e studentesche”.
La storia di quel che successe dopo dovrebbe essere nota (benché legga sui giornali che secondo un’inchiesta demoscopica molti giovani di oggi attribuiscono la strage alle BR, risultato indiretto, ma non preterintenzionale, dell’informazione “indipendente” e della mancanza di una controinformazione metodica). Questa storia merita ad ogni modo di essere ripercorsa solo nei suoi punti politici salienti.
2. Non mi soffermerò nei labirinti delle responsabilità materiali. Per me “Valpreda è innocente, la strage è di stato” è tuttora una delle poche intuizioni politiche esatte che allora ebbe la sinistra extraparlamentare.
E a quel tempo avevamo anche la forza di portare in piazza decine di migliaia di persone su questa parola d’ordine, con in testa quelli che chiamavamo i “giornalisti democratici”, come Giorgio Bocca, a prendersi il primo impatto delle cariche della polizia.
Già, perché lo scontro era duro. Nemmeno un mese prima la polizia aveva attaccato la gente che usciva da un convegno sindacale al Teatro Lirico, sempre a due passi dalla Statale, mentre si mischiava con i manifestanti della sinistra extraparlamentare. Durante gli scontri un giovane agente della celere, Antonio Annarumma, morì. Secondo la versione ufficiale, colpito da un tubo innocenti lanciato dai manifestanti, secondo noi a seguito dello scontro della sua jeep con un altro mezzo della polizia.
Ritorneremo sulla versione ufficiale tra pochissimo, perché è importante. Prima ricordo solo che Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco, andò coraggiosamente al funerale dell’agente in Duomo per testimoniare l’estraneità del movimento alla sua morte e fu salvato dal linciaggio da parte dei fascisti grazie all’intervento del commissario Calabresi.
Il clima era questo.
Lo scontro aveva punte di grande violenza e le squadracce fasciste esistevano davvero. A prima vista forse non aveva del tutto torto mia madre a essere preoccupata.
Detta in breve, a sinistra si pensò subito all’attentato come a una mossa preparatoria per una reazione della destra e del padronato. Il Partito Comunista iniziò allora decisamente quella politica prima difensiva e poi arrendevole che venne trasformata via via in politica opportunista, Una politica opportunista che si trasformò ulteriormente dopo la caduta del Muro di Berlino, fino alla candidatura del proprio personale politico, ormai post-comunista, ad esecutore degli interessi atlantici, con in prima fila quelli statunitensi. Interessi atlantici intesi a tutto campo: in termini economici, con l’appoggio alla finanziarizzazione e globalizzazione neo-liberista guidati dagli USA - Kissinger dixit - e l’inizio della svendita della nostra economia pubblica, in termini geopolitici con la guerra alla Serbia, le missioni all’estero, e recentemente l’appoggio all’aggressione georgiana all’Ossezia del Sud e quello a Israele durante i massacri di Gaza, e in termini ideologici: basti pensare alla necessità della “guerra al terrorismo”, avallata concettualmente da Bertinotti fino a Gasparri, passando per Fassino, D’Alema & Co (con accenti differenti, però! Ma per carità, certo che sì: questa guerra la fa meglio Obama di quello stupido di Dubya Bush! Lungi da noi fare d’ogni erba un fascio! ops!).
Insomma, una marcia verso il posto di maggiordomo degli USA scandito a suon di “riforme economiche”, “difesa della democrazia” e di “antifascismo”.
In realtà, l’antifascismo in assenza di fascismo non può che generare mostri, essendo una mostruosità politica, un contenitore buono per tutti gli usi.
La riprova apodittica è che quando c’è bisogno veramente di antifascismo, come nel caso del golpe in Honduras di Micheletti e dei suoi gorilla usciti dalla Scuola delle Americhe, questi antifascisti si voltano tutti dall’altra parte.
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