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Discussione: Archivio Storico

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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale"Marx-Engels

    di Filippo Ronchi

    Riflessioni su un percorso filosofico - politico

    ALLA RICERCA DEL COMUNITARISMO ITALIANO

    IL COMUNITARISMO DI JEAN THIRIART


    Una ricostruzione filosofico - politica del comunitarismo, non può non soffermarsi sulla figura di Jean Thiriart, sia per l' uso particolare che del termine in questione è derivato in seguito alla sua riflessione teorica e alle sue iniziative politiche, sia per i riflessi che esse hanno avuto sulla parabola del comunitarismo stesso in Italia. Partiamo allora da una breve biografia del personaggio.

    1.BIOGRAFIA RAGIONATA

    Jean - Francois Thiriart, nato a Bruxelles nel 1922 da una famiglia di cultura liberale, in gioventù militò nella Jeune Garde Socialiste Unifiée e nell' Union Socialist Antifasciste. Ma ad un certo punto iniziò un' evoluzione simile a quella che aveva caratterizzato vari esponenti dell' estrema sinistra fin dai tempi della Grande Guerra (si pensi, solo per limitarci al caso più clamoroso, al percorso di Mussolini). Infatti prima collaborò con il Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese, poi aderì all' associazione Amis du Grand Reich Allemand, favorevole ad un' alleanza del Belgio con la Germania nazista, tanto che nel 1943 venne condannato a morte dalla resistenza belga. Dopo il crollo del Terzo Reich, Thiriart scontò alcuni anni di carcere. Nel 1960, all' epoca della decolonizzazione si schierò decisamente in difesa del predominio bianco nel Congo, in Katanga, in Rhodesia, partecipando alla fondazione del Comité d' Action et Défense des Belges d' Afrique, che sarebbe successivamente diventato il Mouvement d' Action Civique. Il controllo dell' Africa gli appariva necessario per la lotta che l' Europa avrebbe dovuto condurre contro gli imperialismi statunitense e sovietico. Due anni dopo, proprio come rappresentante di questo movimento, si incontrò a Venezia con esponenti di altri gruppi i "nazionalrivoluzionari" europei. Ne uscì una dichiarazione nella quale i partecipanti si impegnavano a dar vita ad "un Partito Nazionale Europeo, centrato sull' idea dell' unità europea, che non accetti la satellizzazione dell' Europa occidentale da parte degli USA e non rinunci alla riunificazione dei territori dell' Est, dalla Polonia alla Bulgaria passando per l' Ungheria". Ma il progetto, come tanti altri fra quelli ideati da Thiriart, non decollò affatto. Egli tuttavia non si rassegnò e decise di fondare autonomamente un nuovo raggruppamento, la Giovane Europa (Jeune Europe), che ben presto si impiantò in numerosi Paesi del vecchio continente: Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Inghilterra. L' organizzazione offrì l' appoggio delle sue reti sul territorio metropolitano all' OAS (Organisation del l' Armée Secrète), formazione politica costituita da militari di estrema destra legata agli ambienti dei Francesi d' Algeria che si opponeva all' indipendenza della colonia. Diversi militanti, tra cui lo stesso Thiriart, conobbero la prigione. L' alleanza era motivata dal fatto che, in caso di vittoria dell' OAS, l' Algeria e la Francia stessa avrebbero potuto costituire dei "santuari" in vista di un' azione rivoluzionaria in Europa.

    Nel "Manifesto alla Nazione Europea", si poteva individuare il nucleo essenziale del pensiero politico di Thiriart:


    "Tra il blocco sovietico e il blocco degli USA, il nostro compito è di edificare la grande Patria: l' Europa unita, potente, comunitaria da Brest sino a Bucarest"


    La scelta era decisamente centralista, perché

    "Europa federale o Europa delle Patrie sono delle concezioni che nascondono la mancanza di sincerità e la senilità di coloro che le difendono"

    La Nazione Europea avrebbe dovuto dotarsi di una forza atomica propria, "ritirarsi dal circo dell' ONU" e sostenere le lotte per la libertà e l' indipendenza dell' America Latina.

    L' attività di Thiriart si fece da quel momento febbrile. Fondò una scuola per la formazione dei militanti (che dal 1966 al 1968 pubblicò il mensile L' Europe Communautarie), cercò di dar vita ad un "Sindacato Comunitario Europeo" e, nel 1967, ad un' associazione universitaria- "Università Europea" - che si mostrò particolarmente vivace in Italia. Non a caso, tutto ciò avvenne in coincidenza con gli anni della contestazione occidentale. Dal 1963 al 1966 uscì un' altra pubblicazione, prima settimanale, poi quindicinale, in lingua francese, intitolata Jeune Europe, (mentre in Italia si stampava l' affiliato "Europa Combattente"). Dal 1966 al 1968 uscì La Nation Européenne, che nella versione italiana "La Nazione Europea" proseguì fino al 1969.

    Questo gran movimento, benché coinvolgesse ristretti gruppi giovanili, evidentemente fece acquisire una certa notorietà a Thiriart, che nel 1966 ebbe un colloquio a Bucarest, attraverso la mediazione dei servizi segreti rumeni, addirittura con il ministro degli Esteri cinese Chu En-lai, al quale chiese appoggi finanziari per la costituzione di un apparato politico- militare europeo in grado di combattere contro i nemici comuni. Non se ne fece nulla, per l' immediata diffidenza mostrata dalla diplomazia di Mao, sicché nel 1967 Thiriart rivolse il suo interesse verso l' Algeria, dove presumeva di poter formare

    "una sorta di Reichswehr europea, i quadri di una futura forza politico - militare che, dopo aver servito nel mediterraneo e nel Vicino Oriente, un giorno potrà battersi in Europa per farla finita con i Kollabos di Washington"

    Sfumato anche quest' altra ipotesi, Thiriart rivolse l' attenzione alla Palestina e più in generale al Medio Oriente. Anche qui trovò inizialmente ascolto, perché nel 1968 fu invitato dai governi di Baghdad e del Cairo, nonché dal Partito Ba' ath, a fare un tour. L' obiettivo del suo viaggio fu, ancora una volta, quello di trovare concreti sostegni per creare quelle che adesso chiamava le Brigate Europee. Esse avrebbero dovuto partecipare in una prima fase partecipare alla lotta per la liberazione della Palestina, in un secondo momento sarebbero dovute sbarcare in Europa per costituire in nucleo di un' Armata di Liberazione Europea. Il sognò svanì, ancora una volta, dinanzi al secco rifiuto dei governi iracheno ed egiziano, pressati da quello sovietico. Scoraggiato per l' ennesimo fallimento, ormai privo di risorse finanziarie per portare avanti una lotta politica con un minimo di spessore, Thiriart decise di ritirarsi a vita privata. Per circa dodici anni si eclissò, dedicandosi esclusivamente alla sua attività professionale e sindacale nel settore dell' optometria. Ma nel 1982 incontrò Luc Michel, un militante entusiasta che due anni più tardi fondò in Belgio un Parti Communautaire National-Européen, di cui Thiriart diventò l' ideologo ed il consigliere politico. Abbandonata la vecchia parola d' ordine degli anni Sessanta "Né Mosca né Washington", la nuova linea diventò "Con Mosca contro Washington":

    "Un ' Europa occidentale aggregata all' URSS sarebbe la fine dell' imperialismo americano. I Russi bisogna che ci offrano, in cambio della schiavitù dorata americana, la possibilità di costruire un' entità politica europea. Se la temono, il modo migliore di scongiurarla consiste nell' integrarvisi"

    Dopo il crollo del Muro di Berlino e la disgregazione dell' Unione Sovietica, le ultime elaborazioni di Thiriart trovarono ascolto presso i circoli eurasisti slavi. La nuova situazione venutasi a creare dopo l' allontanamento di Gorbaciov, con la "destra nazionalpopolare" e la "sinistra comunista" che lottavano in Russia contro il comune nemico- l' imperialismo statunitense -, riportò in auge le sue idee. Nel 1992 si recò, per il suo viaggio finale, a Mosca dove incontrò Aleksandr Dugin, uno dei più noti esponenti dell' ambiente dei geopolitici ed ebbe un colloquio anche con il segretario del Partito Comunista della Federazione Russa. Verso la fine dello stesso anno, Thiriart morì in Belgio stroncato da una crisi cardiaca.

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  2. #2
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale"Marx-Engels

    IL SOCIALISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE

    di Maurizio Neri


    Queste riflessioni nascono dalla necessità di analizzare lo stato presente di cose e di fare qualche ipotesi e previsione sui possibili sviluppi del socialismo .

    Dopo la caduta dell’ Urss il capitalismo ha potuto fare quel balzo in avanti nell’estensione del suo modello di produzione e di conseguente ridispiegamento delle sue potenzialità di circolazione di capitali e merci che va sotto il nome di "globalizzazione".

    La globalizzazione è divenuta in poco tempo la parola d’ordine assunta da ogni analista per descrivere un mondo nuovo, reticolare, intessuto ed innervato da rapporti economici che in una sorta di Tela di Penelope avvolgono il pianeta.

    Esiste, pero’, a parere di chi scrive uno "sviluppo ineguale" del capitalismo globalizzatore che non ha la stessa composizione e natura, a seconda che si tratti dell’Occidente e dei paesi che hanno marciato alla sua stessa velocità nella strutturazione dei rapporti di produzione e le periferie dell’Impero che in molti casi sono ancora ferme ad un capitalismo di stampo ottocentesco basato su forme di produzione legate ad una manodopera ridotta in condizione di sfruttamento prossime allo schiavismo.

    Quando parliamo della globalizzazione dovremmo fare attenzione a non confondere la situazione di chi ha e detiene il potere di mutare le forme di produzione (paesi ricchi)e di chi le subisce passivamente (paesi poveri) adattando le proprie risorse umane alle necessita’ produttive dei primi.

    Partendo da questo assunto la conseguenza è che molti paesi hanno saltato il passaggio dal protocapitalismo alla formazione di un tessuto economico che contempli una divisione in classi cosi’ come concepita da Marx nei paesi ad avanzato sviluppo industriale con una borghesia imprenditoriale ed una classe operaia in contrapposizione con la prima.

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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale"Marx-Engels

    STORIA DI UN PAPATO

    di Paolo Diretti




    Il Pontificato di Giovanni Paolo II è durato ben 27 anni ed ha coperto un periodo storico talmente ricco di contraddizioni che in qualche modo rende complesso anche articolare un giudizio complessivo sulla sua opera. La Chiesa cattolica all’epoca della sua elezione nel 1978 attraversava nel mondo occidentale e “democratico “una profonda crisi dovuta all’affermarsi degli esiti piu’ eclatanti del processo di secolarizzazione ad opera del pensiero laico, con una conseguente perdita di presa sulle coscienze che si era concretizzata in Italia nelle sconfitte dei referendum sul divorzio e sull’aborto degli anni settanta. A questo si affiancava una grave crisi delle vocazioni in Europa e lo spostamento del baricentro dell’opera di evangelizzazione in continenti come l’Africa o l’America Latina.

    Sul piano politico, la persistente divisione in due blocchi dell’Europa e di gran parte del mondo era ancora motivo di guerre che si combattevano in vari emisferi e che contrapponevano regimi coloniali e movimenti di liberazione nazionali appoggiati gli uni dagli USA e i secondi dall’URSS. La Germania era divisa in due Stati e l’intera geopolitica mondiale era completamente diversa da quella attuale Ancora non si coglievano i sintomi di disgregazione dell’Impero sovietico se non agli occhi degli osservatori piu’ attenti e le contrapposizioni ideologiche in Europa erano ancora fortissime.

    In questo quadro tracciato in estrema sintesi ,Papa Woytila inizia il suo pontificato ed affronta come prima sfida quella di minare il sistema comunista dell’est , approfittando della sua influenza nel suo paese natale, la Polonia dove nell’estate del 1980 , comincia la mobilitazione operaia di “Solidarnosc” guidata dal fido Lech Walesa che nel giro di un anno portera’ quel paese da una fase di transizione alla crisi del regime comunista al potere.

    In quel momento il posizionamento di Giovanni Paolo II sullo scacchiere politico internazionale che durera’ fino all’implosione dell’URSS nel 1989 è chiarissimo: lotta ad un sistema da lui ritenuto ateo e materialista e pieno appoggio ai popoli che vogliono ribellarsi al comunismo e sottrarsi all’orbita di Mosca. Il suo anticomunismo è sicuramente stato alimentato dalle sue esperienze personali e dall’aver constatato in prima persona i metodi totalitari e liberticidi del regime negli anni giovanili in Polonia, ma non è un anticomunismo di stampo ideologico, ma eminentemente allo stesso tempo di natura pratica e teologica.

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