Non vi è piacere eguale alla paura. Se fosse possibile sedere rendendosi invisibili fra due persone su di un treno, in una qualsiasi sala d'attesa o in un ufficio, la conversazione che potremmo udire non farebbe che girare intorno allo stesso argomento. In un primo momento, potrebbe certamente sembrare che la discussione verta su di un tema completamente diverso: l'economia nazionale, le vittime degli incidenti stradali, le parcelle sempre più salate dei dentisti. Ma tolte metafore e allusioni, ecco che annidata nel cuore del discorso vi è la paura. Mentre la natura di Dio e la possibilità di vita eterna rimangono nel dimenticatoio, rimuginiamo tutti contenti le minuzie delle nostre miserie. La sindrome non riconosce confini. In vacanza così come al lavoro, si ripete lo stesso rituale. Con l'inevitabilità della lingua che batte dove il dente duole, ritorniamo pedissequamente alle nostre paure. Ne parliamo con la stessa bramosia di un uomo affamato davanti ad un piatto colmo e fumante.
Quando ancora frequentava l'università e aveva paura di esprimersi, a Stephen Grace venne insegnato a parlare del perché avesse paura. Per essere più precisi, non solo a parlarne, ma ad analizzare e a sezionare i recessi più intimi, alla ricerca della più piccola paura.
In questa ricerca ebbe un maestro: Quaid.
Erano gli anni dei guru. Era il loro momento. Nelle università inglesi ragazzi e ragazze guardavano a oriente e a occidente alla ricerca di persone da seguire come pecorelle. Steve Grace era uno dei tanti. La sua sfortuna fu di trovare Quaid come messia.
Si erano conosciuti al bar dell'università.
"Io mi chiamo Quaid" disse l'uomo che stava a fianco di Steve.
"Ah."
"Tu sei?..."
"Steve Grace."
"Sì. Sei nel corso di etica, giusto?"
"Giusto."
"Non ti ho mai visto ai seminari e alle lezioni di filosofia."
"E' la materia complementare che seguo quest'anno. Io sono di lingue. E' che non riuscivo a sopportare l'idea di sorbirmi per un anno le lezioni del vecchio Norse."
"E così hai preferito etica."
"Sì."
Quaid ordinò un brandy doppio. Non aveva l'aspetto della persona danarosa e, per quanto riguardava Steve, un brandy doppio l'avrebbe lasciato al verde per un'intera settimana. Quaid lo scolò tutto d'un fiato e ne ordinò un altro.
"Che cosa vuoi?"
Steve stava religiosamente sorseggiando una birra chiara piccola, con la ferrea determinazione di farla durare almeno un'ora.
"Niente, grazie."
"Ma sì."
"Sul serio, sono a posto così."
"Un altro brandy e una birra grande per il mio amico."
Steve non resistette alla generosità di Quaid. Una birra e mezzo a digiuno lo avrebbe sicuramente aiutato ad attutire la noia che lo attendeva con il prossimo seminario su "Charles Dickens visto come analista sociale". Solo al pensiero gli venne da sbadigliare.
"Qualcuno dovrebbe scrivere una tesi sul bere come attività sociale."
Quaid studiò un attimo il brandy, poi lo trangugiò.
"O come oblio," aggiunse.


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