Ribadisco io: sei un terrorista!Originariamente Scritto da yurj
![]()
Come si faccia a negare che Sharon sia l'unica speranza per una pace GIUSTA non lo so... bisogna proprio essere kompagni.


Ribadisco io: sei un terrorista!Originariamente Scritto da yurj
![]()
Come si faccia a negare che Sharon sia l'unica speranza per una pace GIUSTA non lo so... bisogna proprio essere kompagni.


Sei solo un poveraccio costretto a dare del "terrorista" agli altri perchè senza argomenti.
Tu sosterresti che anche Saddam è "l'unica speranza per una pace GIUSTA".
a me le iene che si travestono da agnelli non son mai piaciute.l'unica speranza per la pace laggiù è l'affermazione del likud,il cui nuovo leader,peretz mi sembra veramente intenzionato sulla strada della pace.
terrorista sarai tu ed il nazisionista sharon.Originariamente Scritto da UgoDePayens
l'unica speranza per una pace vera è peretz ed il likud


Kompagni o KameRaTTi .....sulla materia poco cambia........Originariamente Scritto da UgoDePayens
da www.equilibri.net
"Israele: Kadima, la responsabilità inter-nazionale in “avanti”
La fondazione, il 24 novembre, di Kadima, il nuovo partito centrista di Ariel Sharon, ha segnato l’ultimo atto di una concatenazione di eventi che, a partire dal ritiro dalla Striscia di Gaza, ha costituito un vero e proprio “Big Bang” nella politica israeliana, ridefinendone i contorni e mutando gli equilibri partitici. Con pesanti conseguenze, per quanto ancora poco visibili, sul conflitto arabo-israeliano.
Giovanni Faleg
Equilibri.net (13 dicembre 2005)
Sullo sfondo di una Knesset spogliata della propria rappresentatività e ridotta ad istituzione transitoria, in attesa delle elezioni anticipate previste per il 28 marzo 2006, l’intera società politica israeliana assiste, frastornata, alle evoluzioni di una svolta che, se non può essere già definita storica, avrà comunque ripercussioni molto importanti in un futuro imminente, tanto negli affari interni del paese quanto, soprattutto, sulla politica internazionale e sul cammino verso la pace in Palestina.
Con la decisione di porre fine all’occupazione della Striscia di Gaza, Ariel Sharon ha spaccato la già precaria unità della coalizione governativa, rendendo il parlamento ingovernabile, provocando l’inizio della fine del “suo” Likud, con gli scontenti riuniti attorno al recidivo Netanyahu, e favorendo l’ascesa di Amir Peretz, vincitore delle primarie del Labour e homo novus delle sinistre.
Occorre ora analizzare le caratteristiche del nuovo soggetto partitico e la strategia di un Ariel Sharon spietatamente camaleontico, vedere quali conseguenze si produrranno in politica interna e quali invece a livello di diplomazia internazionale, alla luce del chiaro messaggio, contenuto nello statuto del partito, sulla nuova direzione della politica estera dello Stato di Israele.
Il nuovo partito di Ariel Sharon: un frangiflutti fra gli allineati
Quando, il 21 novembre scorso, Ariel Sharon ha chiesto al Presidente Katsav di sciogliere la sedicesima Knesset e di dare il via in questo modo all’iter transitorio verso le elezioni anticipate, la sua neonata creazione politica si chiamava ancora “Responsabilità Nazionale”, ed i commenti di esperti ed analisti internazionali vacillavano fra l’indiscussa genialità di una tale ribaltone politico, strategicamente parlando una mossa ineccepibile, e la sminuente considerazione che, in effetti, in Israele, i partiti di centro non hanno mai fatto presa. Salvo controbattere notando che, in una situazione come quella attuale, proprio il gioco-forza di una svolta centrista potrebbe far breccia ed insinuarsi fra i due principali allineamenti, Labour e Likud, che cominciano a sentire il peso degli anni e si trovano in debito di riformismo.
Le prime avvisaglie concrete di un colpo di scena, in fin dei conti nemmeno troppo disatteso (almeno dopo la bufera scatenatasi con il ritiro da Gaza), si erano avute ad inizio novembre quando, durante una riunione del gabinetto dei ministri, Sharon si era rivolto al vice-premier, Shimon Peres, lasciando intendere la necessità di una futura collaborazione nel caso il governo fosse stato costretto ad una fine prematura.
Essendosi trovato stretto nella morsa delle ali della coalizione governativa, la destra dei “separatisti”, frangia del Likud contraria al ritiro dai territori occupati, e la sinistra laburista, rinvigorita dalla leadership di Amir Peretz, era palese che il Premier avrebbe subito un calo di consensi e che sarebbe uscito notevolmente indebolito anche all’interno del suo stesso partito; tuttavia ancora non era chiaro se avrebbe deciso di portare avanti la sua “battaglia” all’interno del Likud, preparandosi allo scontro con Netanyahu alle primarie, o se in effetti avrebbero potuto prodursi scenari ben più clamorosi.
Ecco quindi il verificarsi della seconda ipotesi, il 21 novembre appunto, con la decisione di Ariel Sharon di sciogliere il parlamento, per poi mandare una lettera, qualche ora più tardi, a Tzachi Hanegbi, capo del Comitato Centrale del Likud, annunciando le proprie dimissioni, seguite dal comunicato della fondazione di un nuovo partito a capo del quale presentarsi alle elezioni.
Due mosse che, per ovvi motivi, hanno causato quel terremoto politico che un po’ tutti sospettavano ma che nessuno forse pensava si verificasse veramente.
Alle origini di una tale scelta, più che il timore di perdere la guida del partito, la consapevolezza che, all’indomani di una più che mai ipotetica vittoria elettorale, sarebbe stato impossibile governare con una maggioranza in cui le lotte interne la avrebbero fatta da padrone; i punti chiave dell’agenda politica di Sharon sono infatti vigorosamente contestati dal corposo contingente dell’estrema destra presente all’interno del Comitato Centrale del Likud, che avrebbe ostacolato fino all’ultimo l’attuazione di politiche quali il ritiro dai territori occupati in Cisgiordania, punctum dolens ed allo stesso tempo uno dei capisaldi della strategia politica dell’attuale premier. Una miscela di pragmatismo e necessità, di contingenza ed ineluttabilità che concorrono a svelare le future sorti della politica israeliana.
Alla luce di ciò, come nasce Kadima, con quali finalità e quali sono i segni distintivi di questa formazione a cui hanno aderito molti personaggi di spicco dell’ancien regime politico israeliano?
La piattaforma presente nello statuto del partito contiene indicazioni molto importanti e ne definisce gli obbiettivi principali, in relazione soprattutto alla risoluzione del conflitto arabo-israeliano.
In primo luogo, vi si legge infatti che, per mantenere uno Stato di Israele democratico ed a maggioranza ebraica, è necessario fare concessioni territoriali ad un futuro Stato palestinese; mentre, per quel che riguarda la Cisgiordania, una parte considerevole delle colonie dovrà essere mantenuta sotto il controllo israeliano, che pure manterrà Gerusalemme, per la quale è esclusa ogni partizione o cessione.
La road map è indicata come il documento di riferimento per il proseguimento del processo di pace, che ha per finalità la “creazione di due stati per due nazioni” , attraverso lo smantellamento delle organizzazioni terroristiche, il disarmo dei militanti, l’incremento delle misure di sicurezza in Palestina, fino a quando essa non diventi uno stato nazionale demilitarizzato estraneo al terrorismo.
Nello stesso statuto è poi presente un progetto di riforma costituzionale per assicurare stabilità governativa al paese. Fra le proposte, la possibilità di indire “elezioni primarie, regionali e dirette per la Knesset e per la carica di Primo Ministro” .
Sharon mira così a rafforzare il potere del Premier sui partiti, in modo da evitare il ripetersi di lotte intestine alle coalizioni - vedi spaccatura interna al Likud - e l’imposizione di freni all’esecutivo, ed a introdurre in Israele un sistema sulla falsariga del presidenzialismo americano.
In effetti, di “americano” c’è molto più di un semplice modello di riforma: l’intesa con gli Stati Uniti è punto cardine della linea politica di Kadima: dal dialogo, indispensabile per una fedele applicazione della road map, alla definizione di una frontiera de facto con l’Autorità Palestinese di Ramallah, per la quale il riconoscimento da parte della Casa Bianca è considerato una conditio sine qua non.
Secondo gli ultimi sondaggi, condotti dal quotidiano israeliano Haaretz, le chances per Kadima di ottenere la maggioranza sono buone ed il terzo mandato come primo ministro sarebbe più che mai possibile per Sharon, che può contare, oltre che sulla leva dello scontento della popolazione per le vecchie piaghe della politica del paese, tutto vantaggio per un partito a vocazione centrista, anche sulla popolarità di politici di spicco, i quali dagli altri partiti hanno appoggiato la causa del Premier.
In particolare, sei ministri del governo attuale, fra cui Ehud Olmert (Finanze e possibile futuro sindaco di Gerusalemme), Tzipi Livni (Giustizia), Gideon Ezra (Interni), appartenenti al “contingente” di 14 parlamentari provenienti dal Likud; ma anche precedenti ministri laburisti, come Haim Ramon e Dalia Itzik, ed altri personaggi di rilievo provenienti da altri partiti.
Solo all’ultimo Shimon Perez ha dichiarato di lasciare il Labour per raggiungere il suo ex Premier, che però ha dovuto rinunciare a due pedine importanti quali il Ministro della Difesa Shaul Mofaz e quello degli esteri Silvan Shalom, rimasti fedeli al Likud.
Conseguenze di politica interna
Era stato proprio Ariel Sharon uno dei fondatori del Likud nel 1973, e se non sarà lui a decretarne la fine, di sicuro lo shock per la destra israeliana è stato di proporzioni enormi, se si pensa al vuoto di potere ed alla riorganizzazione che il partito dovrà senza dubbio avviare per sostenere la sfida con l’accanito Labour e la novità Kadima. La prima conseguenza del terremoto politico del 21 novembre, sulla politica interna israeliana, è quindi interna all’ex partito di Ariel Sharon.
Tzachi Hanegbi ha convocato il Comitato Centrale per indire il prima possibile una riunione dalla quale possa uscire la nuova leadership. Fra i contendenti sembra essere favorito il grande rivale di Sharon negli ultimi mesi di governo, alias Benjamin Netanyahu, ma la lista degli aspiranti è lunga ed include figure da non sottovalutare, fra tutti Shaul Mofaz, Uzi Landau e Silvan Shalom, i fedelissimi che hanno resistito alle lusinghe deviazioniste di Sharon.
E’ vero però che questi ultimi sono gli stessi ministri che hanno appoggiato il Premier fino alla fine in ordine al ritiro da Gaza, l’evento scatenante la crisi interna al partito, ed è molto facile che, se ad esempio Mofaz dovesse essere preferito a Netanyahu, il Likud si avvii verso una politica di compromesso ed intesa, per quanto non totale, nei riguardi di Kadima.
Se infatti il partito di Ariel Sharon è, almeno nei sondaggi, favorito a riportare la maggioranza dei seggi il 28 marzo prossimo, è altresì molto probabile che abbia bisogno di alleati e una convergenza con Peretz, se il Likud dovesse scegliere una linea troppo radicale, metterebbe fuori gioco una destra inchiodatasi da sola con le spalle al muro.
Ma altre conseguenze si potrebbero avere a livello istituzionale.
In Kadima è a tal punto visibile la mano di Sharon, che risulta quasi un ingenuità non scorgervi un organismo creato ad hoc per portare il Premier a reiterare il mandato, tenuto conto delle contingenze “parlamentari” e la scarsa affidabilità che il Likud avrebbe potuto garantire in tal senso.
Ecco quindi che una possibile riforma degli equilibri fra il legislativo e la leadership del paese, onde permettere che quest’ultima possa governare con maggiore facilità e, soprattutto, stabilità, è una delle necessità espresse come finalità primarie dalla carta del partito.
Liberatosi dal giogo della vecchia coalizione, e dalle contestazioni provenienti dai suoi stessi (ex) alleati, Sharon sembra in questo modo voler eludere la possibilità che una spaccatura come quella avvenuta negli ultimi due mesi possa minare gli obbiettivi del governo in carica, evitare cioè che diritti di veto più o meno informali, come quello esercitato ultimamente dal Comitato Centrale del Likud, possano mettere i bastoni fra le ruote, a seconda degli interessi, in questioni di interesse nazionale.
Kadima e la responsabilità internazionale: Road Map e Stato Palestinese
“Responsabilità Nazionale” era invece il nome scelto, nei suoi primi due giorni di vita, per un partito che non faceva mistero, in questo modo, della sua vocazione di riunire ed assorbire, in una volontà unificatrice, quanti l’insoddisfazione per l’ormai obsoleta divisione partitica israeliana avrebbe spinto nella spirale centripeta, a vantaggio di una politica nuova, moderata e liberale.
Il 24 novembre il partito è stato registrato con il nome di Kadima, tradotto “avanti” in italiano, termine che, fra le righe, ha suscitato anche alcune critiche per una quanto mai dubbia allusione allo slogan Mussoliniano. Lo stacco rispetto alla sinistra ed alla destra è così messo in risalto, come anche è implicita nell’appellativo la volontà di tener conto di una “responsabilità internazionale” riguardo agli spiragli di pace in Palestina.
C’è da tener conto infatti che, a fronte di queste repentine evoluzioni nella politica israeliana, il popolo palestinese si prepara alle prossime elezioni legislative dell’ANP; tutto ciò, chiaramente, comporta che nel giro di tre mesi potrebbero essere fatti enormi progressi nel processo di pace, a seconda dei risultati ottenuti nell’uno e nell’altro campo.
L’apertura del valico di Rafah ha poi gettato ottimismo sul processo di pace, oltre ad essere un ulteriore test per permettere a Sharon di vedere se è possibile “andare oltre”; le dichiarazioni del leader di Kadima sono infine ben accolte da chi crede nella road map e pensa che i tempi siano maturi per giungere ad un accordo, del quale siano garanti gli Stati Uniti attraverso l’intesa Bush-Sharon.
Lo scenario è ipotizzabile, ovviamente, sulla base del ritiro delle truppe israeliane da una parte dei territori occupati in Cisgiordania, ed un consolidamento delle frontiere, in linea in effetti con la strategia adottata fino ad ora, che mira ad assicurare ad Israele confini stabili e difendibili.
Sul fatto che Sharon intenda giocare la carta del ripiegamento e dell’alleanza con la Casa Bianca non ci sono dubbi, come è fuori discussione che egli ritenga necessario per il paese una maggiore difendibilità per garantire la sicurezza - il che non è di per sé un’assicurazione di dialogo ed accordo. Resta allora da vedere se l’indice puntato sulla road map e l’enfasi posta sul negoziato con l’Autorità Palestinese siano promesse da marinaio in tempo di campagna elettorale o propositi effettivi e definitivi.
Quanto proposto da Sharon si scontrerà infatti con la via più diplomatica, decisamente meno unilaterale, proposta dai laburisti, e da un’intesa Peretz-Abbas che potrebbe portare a buoni risultati, in attesa che la nuova leadership del Likud prenda posizione a riguardo. Ed è proprio l’eccessiva unilateralità della politica estera di Sharon che pone più di un dubbio riguardo alle intenzioni reali al di là dei propositi, ed alle effettive conseguenze che potrebbe comportare.
Conclusioni
Non solo Kadima, ma tutta la politica israeliana ora più che mai sta guardando in “avanti”.
In vista delle elezioni anticipate, i partiti hanno già cominciato a buttare le proprie offerte sul ricco piatto delle promesse, ed il parlamento più che un officina di legge sembra essere un mercato di aspettative. Amir Peretz ha fatto delle politiche sociali il proprio cavallo di battaglia, Sharon ha puntato su una politica estera pragmatica, responsabile e decisa, sebbene ancora da verificare nei fatti, e sul centrismo “liberatorio” del tutto persuasivo, mentre il Likud è in piena baraonda ed i partiti minori dovranno adoperarsi per scegliere la giusta filiazione.
Il colpo di scena di Ariel Sharon, se in politica interna è sinonimo di rivoluzione, in termini di politica internazionale è da considerarsi come un lineare tentativo di perpetuare la strategia del “pull out”, di continuare sulla strada del ritiro in una logica di sicurezza e delimitazione.
Per una responsabilità internazionale che miri al raggiungimento della pace, i fattori fondamentali saranno le combinazioni di potere e la capacità di instaurare una cooperazione economica fra i “due stati per due nazioni” che la carta di Kadima si propone di creare.
Ma per il momento, prestando fede all’empirismo ed alla pura osservazione dei fatti, lo Stato di Israele secondo Sharon mira a rinchiudersi ed a difendersi. Il che non necessariamente può essere sinonimo di dialogo e collaborazione, ma espone a rischi forse più consistenti di quelli attuali qualora la situazione dovesse precipitare.
In politica interna, in termini di lungo periodo, come in politica estera, in un’ottica più lungimirante, ed anche per scommessa personale, quella applicata da Sharon si delinea allora sempre di più come una ferrea logica del “lascia o raddoppia”. "
Shalom


Sharon sarebbe stato ricoverato in condizioni non molto rassicuranti.........
Shalom


Il vecchio combattente sembra essersi ripreso abbastanza bene e sembra proprio che non voglia mollare. ........
Shalom


" La politica israeliana oltre le singole personalità
Da un editoriale del Jerusalem Post
Anche se il primo ministro israeliano Ariel Sharon sembra uscito senza danni dall’ictus che lo ha colpito domenica sera, nelle ore immediatamente successive al fatto era impossibile non chiedersi cosa sarebbe accaduto se le cose fossero andate diversamente. L’incidente, naturalmente, ha riportato in primo piano il fattore età di Sharon, 77 anni: considerevolmente maggiore di ogni altro precedente primo ministro israeliano che si sia ricandidato, dodici anni di più dell’età della pensione.
Ma l’incidente ha anche messo in rilievo una circostanza che solo cinque anni fa sarebbe stata vista come una pura fantasia, o cioè che Ariel Sharon non solo sarebbe diventato primo ministro, ma anche un primo ministro considerato così indispensabile da non poter immaginare nessun altro al suo posto.
Circostanza che era già vera prima che Sharon uscisse dal Likud e fondasse il Kadima. Adesso però non è più solo la premiership che sembra dipendere solamente da Sharon, ma anche tutto il sistema politico israeliano, giacché quello che, secondo i sondaggi, è la formazione politica maggiore, senza di lui sembrerebbe destinata a collassare. Non era così per il Lilkud prima che Sharon se ne andasse.
Dunque il sistema politico israeliano si regge davvero tutto sulle spalle di una sola persona? Se così fosse, non si tratterebbe di una situazione molto confortevole per una democrazia. Ma può darsi che non sia così vero come sembra.
Israele non è la prima democrazia in cui un leader sembra insostituibile. Dopo la morte di Franklin Delano Roosevelt, che era stato eletto al suo quarto mandato presidenziale, pochi immaginavano che il suo vice, Harry Truman, potesse prenderne il posto. Invece lo fece, tanto che gli storici oggi tendono a chiedersi se non sarebbe stato meglio, per gli Stati Uniti, che lo facesse prima, vista la fiducia riposta da Roosevelt in Stalin e nella conferenza di Yalta verso la fine della seconda guerra mondiale. A posteriori, gli americani si sono tanto pentiti dell’egemonia politica di Roosevelt da porre il limite massimo di due mandati consecutivi per i loro presidenti.
Se lo ricordiamo, non è per sostenere che sia giunto il momento di Ehud Olmert, che a questo punto sarebbe l’erede politico e costituzionale di Sharon, né per sostenere dei limiti di mandato, visto che in Israele sono pochi i primi ministri che riescono a portarne a termine almeno uno. Ma solo per ricordare che le democrazie hanno maggiore resilienza di quanto non sembri.
Anche il Kadima, nonostante sia appena nato, a differenza di altre precedenti esperienze di partiti “di centro”, rappresenta una coerente posizione politica a favore dell’unilateralismo, in contrapposizione all’atteggiamento pro-negoziato, sempre e comunque, dei laburisti e a quella anti-disimpegni, passati e futuri, del Likud. Non è inverosimile che il Kadima possa sopravvivere anche ad un’eventuale uscita di Sharon dalla scena politica.
(Da: Jerusalem Post, 20.12.05) "
Shalom


A pagina 3 del quotidiano Il Foglio di domenica 29 dicembre 2005 è stato pubblicato un articolo sul programma elettorale del partito Kadima:
" Kadima si ispira alla Road Map e alla pietà del soldato Sharon
Gerusalemme. Avi Dichter, ex capo dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani, ha annunciato ufficialmente la sua entrata nel partito del premier Ariel Sharon, Kadima. Dichter è l’ultimo di una serie di importanti politici che hanno raggiunto, nel giro di poche settimane, le fila del gruppo, nato dopo l’uscita del primo ministro dal “suo” partito, il Likud. Israele andrà a elezioni anticipate, il 28 marzo. Kadima ha già lanciato la sua campagna elettorale, nonostante sia ancora in costruzione e le iscrizioni continuino ad arrivare numerose, soprattutto via Internet. Pochi giorni fa, Kadima ha presentato il suo programma, nel mezzo delle preoccupazioni per la salute di Sharon, da poco colpito da un lieve ictus. Il premier sarà sottoposto a un piccolo intervento al cuore nelle prossime settimane. Il documento del partito assicura che il conflitto israelopalestinese sarà risolto attraverso la creazione di due Stati nazionali, come vuole la road map, sostenuta dal Quartetto (Stati Uniti, Russia, Unione europea, Nazioni Unite) e mezza abbandonata mesi fa con il crescere del terrorismo palestinese. Anche la stella nascente del gruppo, il ministro della Giustizia, Tzipi Livni, ha chiarito che “la nostra piattaforma è quella della road map”. Il partito di Sharon, che si vuole di centro e che fa dei negoziati di pace con la controparte il suo principale obiettivo, sottolinea che i confini di questi due Stati includeranno in Israele zone di sicurezza, tutta la città di Gerusalemme, aree di “significato storico e nazionale” e “vasti blocchi d’insediamenti”. Non si tratta dunque dei confini di prima del 1967, come nel documento sponsorizzato dal Quartetto. Nel manifesto, però, è scritto che per l’esistenza d’Israele “è necessario rinunciare a una parte della terra”. La road map originale chiede il congelamento della costruzione d’insediamenti. Pochi giorni fa, il governo Sharon ha però dato gli appalti per la creazione di nuovi centri abitati in Cisgiordania. Il capo dei negoziatori palestinesi, Saeb Erekat, ha condannato la mossa e ha chiesto l’intervento degli Stati Uniti. La presentazione della piattaforma di Kadima ha innescato reazioni critiche soprattutto all’interno dell’ex partito di Sharon, il Likud, guidato oggi dall’ex ministro delle Finanze, Benjamin Netanyahu, dopo il successo alle primarie. Bibi era stato a capo di una fronda interna al gruppo che si era opposta, durante l’estate, al ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza, voluto dal primo ministro. Con l’uscita di Sharon, e dei deputati a lui più legati, e la conseguente nascita di un’entità più moderata e di centro, il Likud ha subìto un inevitabile spostamento a destra. Per opporsi al nuovo partito di Sharon, ha radicalizzato le sue posizioni. Netanyahu, ora accusa Sharon di stare “segretamente pianificando un ritiro unilaterale dal 90 per cento della Cisgiordania”. Il leader del Likud ha dichiarato che il premier favorisce il terrorismo e dimentica la sicurezza del paese. Ieri mattina, dal Libano, le milizie di Hezbollah hanno sparato su Israele razzi Katiusha, mentre continuano lanci di Qassam dalla Striscia di Gaza. L’aeronautica israeliana ha subito reagito, colpendo le postazioni del gruppo libanese. Poche ore prima che Kadima facesse partire la campagna, il ministro degli Esteri, Silvan Shalom, ha detto alla tv di Stato che il suo partito “non concederà terra”, in opposizione con i piani di Kadima, ma che “nel quadro di negoziati, saremo pronti a compromessi”. La piattaforma del Likud, in vista delle elezioni, è fondata su tre punti: la sicurezza nazionale, le questioni socio-economiche, la lotta contro la corruzione del governo. Kadima è già in testa ai sondaggi. Inaspettatamente, anche per molti suoi membri, si muove verso l’ottenimento di 45 seggi in Parlamento. Il successo del partito,però, dicono in Israele, è tanto legato alla salute del premier.Sharon è tornato al lavoro questa settimana, dopo un breve soggiorno in ospedale. Ma la sua malattia ha aperto un grosso dibattito sulla successione. E’ la prima volta, nella giovane storia d’Israele, che i dottori rivelano dettagli e particolari del bollettino medico di un leader politico, come hanno fatto in una conferenza stampa per i giornalisti. "
Shalom


Sul quotidiano IL RIFORMISTA del 31 dicembre 2005 è stato pubblicato un articolo di Emanuele Ottolenghi, già collaboratore del Foglio, dal titolo.................... :
" Sharon sfida la storia di Israele
Negli ultimi due mesi,Israele è stato travolto da un terremoto politico: il premier Ariel Sharon ha abbandonato il Likud, partito che lui stesso aveva contribuito a creare nel 1973, per fondare una nuova formazione politica, Kadima Avanti), portandosi con sé quasi metà del gruppo parlamentare e dei ministri del Likud e molti altri nomi prestigiosi provenienti da sinistra e da destra. A quasi 78 anni dunque Sharon mira a compiere una manovra politica mai riuscita a nessuno prima d’ora in Israele: in pochi mesi, creare un partito con quale vincere le elezioni politiche del 28 marzo prossimo elezioni che determineranno la direzione politica d’Israele nei confronti dei palestinesi in futuro - e così facendo cambiare completamente la mappa politica del paese. La domanda che tutti si pongono, a quasi due mesi dal drammatico annuncio di Sharon, è se bastano i grandi nomi e l’indubbia popolarità del premier perché questa scommessa politica si riveli un rischio calcolato e non invece una mossa azzardata destinata a fallire. I dubbi derivano da due considerazioni: prima di tutto, creare un partito dal nulla non è un’operazione semplice. Non bastano risorse finanziare, nomi di grido e persino buone idee: un partito di massa è un’organizzazione capillare con una presenza diffusa e costante sul territorio nazionale, la cui capacità persuasiva si basa sull’attivismo locale. Per vincere, per mobilitare gli elettori, un partito deve essere presente attraverso le sue sezioni, i suoi club culturali, le sue manifestazioni politiche, e l’attivismo. Di certo Kadima è un partito con un leader carismatico e, a livello nazionale, una squadra abile ed efficiente di luogotenenti. Ma a livello locale rimane l’incognita. Potrà Sharon supplire in poco tempo alla mancanza di quella struttura di cui invece Likud e laburisti, per quanto in affanno causa la perdita di alcuni dei loro leader migliori, dispongono ancora? Eppoi non basta avere leader, risorse e strutture: perché un nuovo partito riesca ad affermarsi occorre uno spazio politico dove la nuova formazione riesce a collocarsi, differenziandosi dagli altri attori politici con quali essa compete. Non basta insomma la popolarità del premier per rompere le logiche politiche degli schieramenti di destra e sinistra che tradizionalmente definiscono l’orizzonte partitico israeliano. Perché Kadima vinca è necessario che quelle logiche si siano già spezzate da sole, e che quindi i vecchi partiti non rappresentino più l’elettorato che li votava in passato. I precedenti di scissioni e nuove aggregazioni politiche in Israele sono spesso citati, a ragione, a sfavore della scommessa di Sharon. L’esempio più eclatante fu il tentativo di David Ben Gurion - padre fondatore d’Israele e il leader più riverito nella sua storia - di creare un suo partito alternativo ai laburisti, sulla scorta della sua immensa popolarità personale. La manovra - a cui si unì Shimon Peres - fallì e Ben Gurion vinse solo dieci seggi. Dodici anni dopo un gruppo di intellettuali, accademici, generali e altre figure pubbliche di spicco fondarono il Movimento Democratico per il Cambiamento - il progenitore di Shinui - conquistando 15 seggi nelle elezioni del 1977 ma fallendo nel loro intento di diventare il partito centrista ago della bilancia d’Israele. Dopo soli quattro anni Shinui si era ridotto a un partito satellite con due deputati. Il suo ritorno in auge nel 2003, nuovamente con 15 seggi ha fatto sperare in una nuova svolta politica, ma gli attuali sondaggi indicano come anche il secondo Shinui - guidato ora da Tommy Lapid - rischia di scomparire a marzo, contando su meno del 2 percento dello sbarramento elettorale israeliano. E questi sono i fiaschi più eclatanti: tanti altri, legati spesso a personalitàforti in rotta con il loro partito, sono sopravvissuti nel miglior dei casi una sola legislatura, e non hanno mai ottenuto più di una manciata di voti e seggi. Perché Sharon dovrebbe essere diverso da questi precedenti? La risposta è molteplice. Intanto, accanto ai precedenti negativi, ce ne sono almeno due positivi. Il primo è il Likud stesso: fondato grazie al contributo cruciale di Sharon nel 1973, il Likud era in origine una coalizione di gruppi, partiti e movimenti disparati. Il genio politico di Sharon fu allora di vedere, in anticipo rispetto ad altri, come il panorama politico israeliano fosse profondamente mutato: dopo due generazioni di governi laburisti, il paese era pronto al cambiamento, ma mancava una forza politica di centro-destra forte e credibile abbastanza da permetterlo. Bastava crearla per vincere. L’altro esempio è naturalmente quello di Forza Italia nel 1994, quando in pochi mesi Silvio Berlusconi riuscì a creare dal nulla un partito politico in grado di vincere le elezioni e proporsi come forza di governo. Anche nel caso italiano, il successo si deve all’aprirsi di un vuoto politico, causato dal crollo del comunismo che rese obsoleta la logica del sistema esistente, e dall’onda di scandali che travolse l’intera classe politica italiana creando un vuoto. In entrambi i casi insomma il sistema partitico esistente non rispondeva più alla realtà politica del paese. Creare un partito in grado di riflettere quel movimento tellurico dell’elettorato che nella letteratura politologica si chiama electoral re-alignment è in questi frangenti un rischio politico calcolato che paga. Sharon, da più di trent’anni al centro della politica israeliana, non è né un novellino né un giocatore d’azzardo. Forse l’uomo politico più esperto, acuto e brillante del paese, ha scelto il momento più opportuno per svoltare: non solo da mesi i sondaggi gli davano ragione,ma in più dopo il ritiro da Gaza Sharon sapeva che il suo tentativo di traghettare il Likud al centro della mappa politica era fallito. Nessuno, tra gli elettori moderati, può biasimarlo. Sotto Sharon e le sue politiche, il Likud ha riconquistatola forza elettorale ed è ritornato ai livelli di influenza e popolarità che aveva goduto nei giorni di Menachem Begin, in quel lontano 1977 quando, grazie all’intuizione di Sharon, il Likudaveva conquistato il potere. Ma la differenza era che ora il successo era frutto dell’identificazione del Likud con Sharon e le sue politiche che, dalla sua elezione nel 2001 a oggi, lo hanno portato ad apparire sempre più come un uomo cambiato rispetto allo Sharon del passato: più cauto e moderato. Sharon di oggi è stratega e statista, pragmatico e realista, pronto al compromesso e alle rinunce ma senza rischiare l’interesse nazionale. L’uomo del consenso, insomma, del quale il Likud godeva di riflesso. E nonostante il fatto che Sharon fosse l’arma vincente del Likud, il partito non ha fatto altro che ostacolarlo, cercando di riaffermare una linea politica riflesso di un’ideologia che la maggioranza degli israeliani ha ormai ricusato. Finché Sharon ha detto basta. Il suo nuovo partito gli permette ora di promuovere quelle politiche che gli hanno dato una popolarità senza precedenti dai tempi di Ben Gurion e lo hanno mantenuto al potere, con maggior libertà e spregiudicatezza ora che non c’è un Comitato Centrale o un gruppo parlamentare ostile a ostacolarlo. Sbattendo la porta del Likud, Sharon si è non solo portato dietro metà del partito, ma anche a quanto pare molti dei suoi elettori. I sondaggi, passata l’euforia della sorpresa dell’annuncio, parlano chiaro. Nonostante il fatto che le preoccupazioni economiche del pubblico israeliano siano un importante fattore nel determinare la preferenza elettorale del prossimo marzo - un dato che dovrebbe favorire i laburisti guidati dal sindacalista Amir Peretz e lo Shas da sempre paladino delle politiche sociali - i laburisti sono in caduta libera: saliti a 28 seggi nelle proiezioni della settimana in cui Peretz conquistava la leadership del partito, ora oscillano tra 15 e 20: considerando che ne controllano 21, e che il parlamento ne consta 120, non certo un risultato lusinghiero. Kadima invece se la passa bene, almeno nel voto virtuale che sono i sondaggi settimanali. Anche dopo l’ictus di Sharon, Kadima rimane ben attestata oltre i 40 seggi (Sharon ne aveva vinti 38 a capo del Likud nel 2003). Perdono terreno o svaniscono tutti gli altri: Shinui, come si diceva, potrebbe non farcela; il Likud oscilla tra i 12 e i 20; il partito nazionale religioso, una volta partito centrista e moderato, potrebbe far la stessa fine di Shinui, non passando il quorum; Shas si attesterebbe a circa 6-7 seggi, ben lontano dal suo successo elettorale del 1999 quando ne ottenne 17; la destra radicale vincerebbe una decina di seggi e la sinistra guidata da Yossi Beilin ce la farebbe appena. I sondaggi sono solo sondaggi. E tre mesi sono lunghi. Ma due mesi di proiezioni offrono già un quadro chiaro della situazione. Eletto per combattere una guerra dopo che il suo predecessore Ehud Barak era dovuto soccombere all’Intifada e alla sua incapacità di chiudere un accordo politico con il defunto leader palestinese Yasser Arafat, Sharon ha in fretta compreso che nel lungo periodo la sua popolarità quale leader duro e con provate capacità militari sarebbe svanita se non fosse stato in grado di offrire un’alternativa politica alla doppia illusione della destra e della sinistra israeliane - Oslo a sinistra, la Grande Israele a destra - che la realtà ha negli ultimi cinque anni completamente screditato. E mentre l’elettorato di sinistra e di destra si spostava al centro, decretando la fine della contrapposizione ideologica tra la visione di Oslo e quella della Grande Israele e attingendo pragmaticamente da entrambe le parti, i partiti sono rimasti attestati sulle loro posizioni. Con entrambe le forze politiche in letterale sgretolamento sotto il peso della realtà, Sharon ha visto l’emergere di un centro moderato, che combina le premesse sia della destra che della sinistra: la sinistra aveva ragione a dire che l’occupazione israeliana non sarebbe potuta durare in eterno ma torto a presumere che il ritiro israeliano avrebbe coinciso con un riconoscimento da parte palestinese della legittimità del sogno sionista di una patria per gli ebrei e l’abbandono delle rivendicazioni territoriali e politiche palestinesi su quello che dal 1948 è lo stato d’Israele.Kadima è il tentativo di esprimere questo nuovo scenario politico. Il voto è naturalmente ancora lontano. Ma la decisione di Sharon di creare Kadima cattura il sentimento prevalente nel paese. Esiste un pubblico elettorato che richiede un programma politico moderato. La scommessa politica di Sharon offre ora a entrambi un partito per rappresentarli ed esprimerli. "
Shalom