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Discussione: L'Europa al Bivio

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito L'Europa al Bivio

    Discorso pronunciato dal presidente del Senato della Repubblica, MARCELLO PERA al convegno «1995-2005. Dieci anni di Liberal»
    Roma, 4 marzo 2005:



    " Discorsi
    L’Europa alla prova dell’Unione




    1. Senza etichette

    Da tempo l’Europa è al centro delle mie preoccupazioni. Lo è perché ho molte speranze, ma sono perplesso sul suo stato attuale e sul suo futuro. Lo è perché so che cosa è stata, nel bene e nel male, mi piace ciò che potrebbe essere, ma non ho chiaro che cosa sia e voglia essere. E lo è perché, nonostante siamo nel mezzo del processo di ratifica del Trattato costituzionale, non riesco a scorgere, né in Italia né altrove, una discussione adeguata a questo evento storico. Invece, si dovrebbe parlarne molto di più, senza posizioni preconcette, senza concessioni retoriche, senza ostilità o entusiasmi predefiniti. E soprattutto senza trasformare il tema in una bandiera di propaganda politica a scopi nazionali.

    Cercherò di mettere in ordine i miei sentimenti sollevando tre problemi, che ritengo cruciali. Il primo: quale Europa stiamo costruendo? Il secondo: quali relazioni euroatlantiche sono utili? Il terzo: il Trattato costituzionale europeo è adeguato?

    Per onestà intellettuale, e per cercare di essere più chiaro possibile e perciò più facilmente comprensibile anticipo le mie risposte.

    L’Europa è ad un bivio fra due identità. Una era nota da molto tempo ma è stata abbandonata, l’altra è stata imboccata di recente, ma non è chiaro in quale direzione porti. Questa è la risposta alla mia prima domanda.

    La risposta alla seconda domanda, posso sintetizzarla nella formula “orgoglio e pregiudizio”. Da una parte, l’Europa è tentata di essere una grande potenza, con poteri, politiche, princìpi, valori, culture, suoi propri, diversi da, e anche contrapposti a, gli analoghi americani. Questa è l’Europa ostile, in varie forme e con varia intensità, all’America. Dall’altra parte, è invece convinta che il legame con l’America debba essere stretto, che il destino debba essere comune, che le distinzioni non possano essere differenze e le differenze non debbano produrre divergenze o divisioni.

    Infine, la risposta al terzo problema. Il Trattato costituzionale europeo non è una vera e propria costituzione. Non lo è per le procedure di decisione dell’Unione, che sono ancora troppo simili a quelle intergovernative. Non lo è neppure per lo spirito. Per questo manca il popolo e mancano i rappresentanti del popolo con le funzioni adeguate alla volontà del popolo. Il Trattato costituzionale europeo è uno strumento formidabile e una tappa utile di un processo molto lungo. Ma oggi esso è più importante per ciò che impedisce (il ritorno all’indietro) che per ciò che costruisce (la federazione europea).

    Quando si discute seriamente, non c’è niente di peggio delle definizioni e delle etichette. Sovente queste si usano e si attribuiscono allo stesso modo in cui si indossano le magliette per fare il tifo alla propria squadra. Ma, poste all’inizio di un dibattito, definizioni e etichette sono gabbie che impediscono la discussione approfondita e producono solo controversie verbali. Per questo, converrebbe dimenticarle tutte. Senza etichette si è più liberi.

    E ora cercherò di articolare le mie domande e le mie risposte.

    2. Identità spirituale e identità geopolitica

    L’Europa deve decidere la propria natura e darsi una propria identità. Una l’aveva trovata nel dopoguerra ed era quella dei Padri fondatori: l’identità culturale e spirituale. Secondo i Padri, Adenauer, De Gasperi, Schuman, l’Europa doveva essere una civiltà, prima che un’area economica e di sicurezza. Ed era strettamente alleata con l’America, considerata soggetto appartenente alla stessa civiltà. Questa alleanza non era aggiuntiva, al contrario era costitutiva. I padri avevano in mente un’unica zona euroatlantica contrassegnata da comuni interessi, comuni princìpi, comuni valori, comuni istituzioni. «Il sorgere di un’Europa unita – disse de Gasperi – non può significare differenza e addirittura concorrenza con l’alleanza mondiale patrocinata dall’America perché anzi essa appare, come è, inquadrata nella comune speranza del mondo libero». E circa il tipo di identità spirituale che i Padri pensavano per l’Europa, Adenauer fu assai esplicito: «consideravamo mèta della nostra politica estera l’unificazione dell’Europa, perché unica possibilità di affermare e salvaguardare la nostra civiltà occidentale e cristiana contro le furie totalitarie».

    Questo tipo di Europa dall’unica identità culturale e spirituale è morta due volte: nel 1954, quando fallì la Comunità europea di difesa, e nel 2003, quando dal Progetto di Trattato fu eliminato il riferimento alle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Ognuno può misurare il fallimento del percorso che va dall’Europa sede di civiltà cristiana all’Europa che è incapace persino di ammettere di essere stata formata dalla tradizione cristiana.

    Chiusa questa strada, oggi l’Europa ne ha imboccata un’altra, quella dell’identità geopolitica. Ciò vuol dire che i confini dell’Europa continueranno ad allargarsi progressivamente, e con essi si amplierà l’area di sicurezza, di libertà e mercato ai paesi nuovi, i quali cesseranno man mano di essere le nuove frontiere europee. Si tratta di quella che talvolta si chiama l’“Europa dei diritti”.

    Questa identità è, al tempo stesso, più modesta e più ambiziosa della precedente. È più modesta, perché un’unità di diritti positivi civili, politici, economici, sociali è più diluita di un’unità spirituale. È più ambiziosa, perché un’unità di diritti, ogni volta che importa paesi nuovi, esporta libertà e democrazia.

    Se questa è l’ambizione, essa però deve fare i conti con parecchie difficoltà.

    Una è quella che, siccome non c’è identità per quanto debole senza un confine definito, procedere senza porre limiti geografici all’espansione rischia di minare la solidità dell’impianto europeo, perché porta in seno all’Europa tensioni e contraddizioni non facilmente gestibili. Più si estendono i confini, meno è agevole garantire gli stessi diritti.

    Un’altra difficoltà proviene dalla forza, in particolare economica. I diritti non sono gratuiti, costano e in particolare quei diritti sociali che sono una specialità europea costano moltissimo. Ce la farà l’Europa a mantenere il suo benessere attuale, che è la ragione non ultima della sua capacità di attrazione? Avrà un’Europa sempre più larga e ancora allargabile la capacità di garantire a tutti i cittadini i suoi diritti, restando competitiva rispetto alle altre potenze geopolitiche con le quali si troverà in concorrenza? Oppure questa concorrenza farà diminuire corrispondentemente i diritti degli europei? E in tal caso, come si conserverà la coesione europea?

    C’è ancora una difficoltà e riguarda la volontà politica. Per numero di abitanti, risorse, capacità produttive, tecnologia, ricerca, possibilità di crescita, l’Europa può diventare un’unica grande potenza mondiale. Di fatto, lo è già. Ma una grande potenza ha un ruolo, non solo interno ma anche esterno. Non ha soltanto una politica di sicurezza domestica, ma anche una sola politica estera e una sola politica militare. Vorrà l’Europa giocare questo ruolo? Vorrà giocare le partite fuori casa? L’esperienza recente ci dice che questi problemi sono ancora in gran parte da risolvere.

    3. Con o senza l’America?

    Il tema dell’identità geopolitica dell’Europa e del ruolo che ad essa compete ci porta al secondo punto: i rapporti fra l’Europa e gli Stati Uniti.

    Che abbiano toccato la soglia più bassa è noto. Ma è utile riflettere sul perché.

    L’Europa sembra voler essere “postmoderna”. Ma se si chiede in che cosa questa postmodernità europea propriamente consista c’è di che preoccuparsi. Essa consiste di relativismo, multiculturalismo, nichilismo, pacifismo, esercizio leggero del potere, rifiuto della forza, volontà di declinare le proprie responsabilità, desiderio di stare alla larga dalle zone calde, salvo che non siano nel giardino di casa. Insomma, la postmodernità dell’Europa consiste nel contrario della sua identità geopolitica, o comunque l’una va in una direzione diversa, se non opposta, a quella dell’altra. La geopolitica va verso la forza, non necessariamente militare. La postmodernità va verso la scomparsa o l’affievolimento della soggettività, che non è necessariamente arroganza.

    Questo è ciò che più allontana l’Europa dall’America, come si è visto su quasi tutte le principali iniziative importanti dell’America dopo l’11 settembre, dalla guerra in Iraq al Grande Medio Oriente, alle strategie di esportazione della democrazia, alla percezione del rischio della rinascita del fanatismo islamico, alla diffusione della cultura dei diritti umani fondamentali.

    Il risultato di questo allontanamento è una sorta di isolazionismo da parte dell’Europa, opposto al nuovo interventismo americano, quel wilsonismo idealistico, non irenico bensì armato, che caratterizza l’attuale amministrazione americana e che in Europa è invece sovente considerato una forma di imperialismo o una volontà di ingerenza nella vita degli altri paesi. La tendenza isolazionistica europea può avere cause contingenti, ma non sembra essere effimera. L’inerzia, l’assenza, la timidezza, persino la paura, dell’Europa derivano da decenni di sicurezza garantita, di benessere economico, di assenza dalle responsabilità, di pace protetta. Finito il comunismo, una buona parte dell’Europa credeva di poter stare per sempre in un’oasi felice. È come se, nonostante tutte le smaliziate acutezze culturali del suo passato e le tante ironie sull’argomento, l’Europa credesse davvero alla “fine della storia” o alla “pace perpetua”.

    Questa duplice tendenza – all’isolazionismo dell’Europa e all’interventismo unilaterale dell’America – deve essere contrastata. Da entrambe le parti. Da parte europea, perché un’Europa isolata è innaturale e insostenibile, e comunque sarebbe destinata a dividersi al suo interno di fronte alle grandi crisi. Ma la tendenzza deve essere contrastata anche da parte americana. È probabile che gli Stati Uniti non sentano il bisogno di un’Europa unita e identitaria. È probabile che non ne abbiano l’interesse e che credano che sia più utile avere più linee telefoniche in Europa, anche se alcune sempre occupate, piuttosto che un solo numero. È probabile che siano tentati da un’Europa ausiliaria anziché partner. O che tutto ciò che essi desiderano sia un’Europa salda nell’alleanza transatlantica, fedele agli ideali democratici e del libero mercato, forte economicamente, che estenda la propria area di stabilità e sviluppo alle regioni limitrofe, che contribuisca alla governance mondiale e coadiuvi gli Stati Uniti nell’opera di mantenimento dell’ordine internazionale con coalizioni ad hoc.

    Questo sarebbe un errore. Se gli Stati Uniti ragionassero sulla base del presupposto che l’unità europea è un mito e che su molte questioni internazionali l’Europa è, e resterà, divisa, non è sicuro che farebbero il loro stesso interesse. Il “cherrypicking” può essere ricco un giorno e povero il giorno dopo. Una coalizione di “volenterosi” europei che agisca a seconda dei menu delle crisi internazionali può essere utile in un caso, ma non in altri, mentre i “non volenterosi”, anche contro la loro stessa volontà, potrebbero creare difficoltà maggiori, all’interno dell’Europa con nuove tensioni, all’esterno con la loro assenza dal teatro mondiale. E la stessa impresa di diffondere libertà e democrazia potrebbe diventare insostenibile per i soli Stati Uniti.

    Ora che le cose sembrano cambiare – dopo le elezioni in Iraq, i fatti in Ucraina, le manifestazioni in Libano, i primi colloqui fra Israele e Autorità palestinese, i tanti sintomi di novità nel mondo arabo e islamico – l’Europa medesima sembra voler ripensare la sua recente esperienza. Sarebbe un errore lasciarla sola a coltivare il proprio unilateralismo e non cercare invece di costruire nuovi ponti e strade di comunicazione.

    4. Il Trattato costituzionale

    Aiuta il Trattato costituzionale europeo a trovare questi ponti e a dare un’identità all’Europa? È il mio terzo e ultimo punto.

    La firma a Roma del documento che per la prima volta nella storia della costruzione europea dà una base costituzionale all’Unione è stata senz’altro uno sviluppo importante ed è giusto sottolinearlo. E tuttavia è giusto sottolinearne anche i limiti.

    In primo luogo, dovremo aspettare ancora gli esiti delle ratifiche dei 25 stati membri, prima di poter considerare la carta costituzionale come acquisita. La certezza sul risultato positivo di questo processo è tutt’altro che solida.

    In secondo luogo, la carta costituzionale presenta difetti evidenti. È lunga più di quanto ragionevolmente una Carta costituzionale possa esserlo; è minuziosa su dettagli, ciò che è comprensibile in un trattato fra stati ma non in una Costituzione; ha una carta di diritti ipertrofica su alcuni punti, in particolare i diritti sociali, e stranamente reticente su altri o ambigua su altri ancora; ha un preambolo retorico.

    Infine, c’è il problema della predominanza del diritto. Anche se nussun testo costituzionale contiene in sé tutte le interpretazioni che la sua vita futura ne darà, il Trattato costituzionale europeo è tutt’altro che chiaro fin dalla lettera. Un articolo dice che «l’Unione rispetta l’uguaglianza degli Stati membri davanti alla Costituzione e la loro identità nazionale insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale, compreso il sistema delle autonomie locali e regionali» (art.5). Un altro, il successivo, sembra smentirlo. Esso dice che «la Costituzione e il diritto adottato dalle istituzioni dell’Unione nell’esercizio delle competenze a questa attribuite prevalgono sul diritto degli Stati membri» (art.6).

    Si tratta, per gli Stati, di un’enorme cessione di sovranità, la quale diventerà maggiore o minore, andrà in questa o quella direzione, assumerà questo o quell’aspetto a seconda delle giurisprudenze nazionali e della Corte di Giustizia, cioè di organismi di garanzia ma non democratici o comunque che possono sfuggire al controllo democratico di Stati e popoli. Il futuro dell’Europa dovrebbe dipendere più da scelte politiche che da decisioni giurisdizionali.

    Alcuni paesi europei hanno preso la questione di petto. Hanno modificato le loro costituzioni, hanno posto clausole, hanno fissato controlli di costituzionalità preventiva, sono ricorsi a maggioranze qualificate o a referendum. In Italia ci si avvale di un articolo della nostra Costituzione, la cui adeguatezza allo scopo di una sì grande cessione di sovranità e con sì vaste conseguenze non è esente da discussioni e obiezioni.

    È augurabile che ci sia più consapevolezza, più dibattito, più conoscenza. Quella che c’è è poca rispetto alla posta in gioco. Soprattutto gli europeisti dovrebbero chiedere più riflessione. L’Europa è un’opportunità e un obiettivo. Sarebbe un obiettivo mancato se i nostri sforzi fossero già considerati conclusi con la cerimonia della firma di un Trattato.
    "


    Saluti liberali

  2. #2
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    Il premier laburista britannico interviene con un articolo pubblicato sul quotidiano torinese di oggi

    "
    La Stampa del 23/06/2005


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    L'Ue e la politica economica

    «Soldi ai posti di lavoro, non alle mucche»
    Tony Blair
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    IO sono appassionatamente europeo. E penso che proprio i più forti sostenitori dell'Europa
    devono essere anche i più impegnati nel processo per la sua riforma. Dobbiamo essere franchi per ciò che concerne le sfide dell'Europa. E stare a sentire anche ciò che ci dicono gli elettori europei. Abbiamo bisogno di un'Unione europea che soddisfi le necessità del XXI secolo. Per
    questo il governo inglese la settimana scorsa non ha accolto le proposte per il nuovo bilancio Ue, così come non le hanno accolte molti altri Stati.
    Noi non vogliamo un bilancio che continui a spendere sette volte di più per l'agricoltura che per la ricerca, lo sviluppo, la scienza, la tecnologia, la formazione e l'innovazione messe insieme. Il 40 per cento delle spese vanno alla politica agricola, un settore dove lavora
    meno del 5 per cento della popolazione. Questo bilancio non rende giustizia né ai bisogni dei cittadini né alle sfide dell'Europa.
    Abbiamo bisogno di un bilancio che guardi al futuro. Un bilancio che crei posti di lavoro e non si limiti a soddisfare interessi particolari. Dobbiamo investire nell'innovazione e nell'istruzione e non sovvenzionare ogni mucca con due euro al giorno.
    Naturalmente la riforma non può essere imposta dall'oggi al domani. Ma il tempo stringe. Il resto del mondo non aspetta noi. Non possiamo aspettare fino al 2014, come vorrebbero alcuni.
    Naturalmente dobbiamo aiutare gli Stati membri più poveri. Come la Germania, anche la Gran Bretagna si è pronunciata a favore dell'allargamento. Noi non ci ritiriamo affatto dai nostri doveri nei confronti dei Paesi nuovi. Ma voglio dire chiaro e tondo una cosa: in Europa la Gran Bretagna ha sempre versato correttamente la sua quota. E anche con il rimborso, negli ultimi dieci anni noi abbiamo contribuito finanziariamente in una misura due volte e mezzo superiore alla Francia o all'Italia.
    Noi ci siamo impegnati a Fare il nostro dovere anche in Futuro. Ho appena detto che la Gran Bretagna è pronta a pagare di più, ma solo a condizione che il denaro vada a Finire ai più poveri e non ai più ricchi. E solo per la giusta politica. Non c'è nessun motivo per cui debba continuare il trasferimento di denaro da Paesi come la Germania o la Gran Bretagna ad altri Paesi ricchi, com'è stato proposto la settimana scorsa. Il denaro dell'Europa dev'essere speso per ciò che sta a cuore ai cittadini europei: la crescita economica, i posti di lavoro, il benessere. Dobbiamo fare fronte alle sfide economiche che arrivano non solo dall'America e dal Giappone ma anche dall'India, dalla Cina e da altri Paesi emergenti.
    L'Ue è molto più di una zona di libero scambio. I cittadini vogliono lavoro, ma vogliono anche sicurezza e difesa dell'ambiente. Vogliono il mantenimento dei valori europei.
    Vogliono un'Europa forte nel mondo. Per questo la Gran Bretagna ha proposto una politica di sicurezza europea. Per questo collaboriamo nella difesa del clima e nella lotta contro il terrorismo e la criminalità.
    La Gran Bretagna è a favore di un'Europa sociale, ma dev'essere un'Europa sociale che sia adatta al mondo d'oggi. Noi dobbiamo capire perché alcune economie europee creano posti di lavoro e altre no. Senza lavoro e senza crescita non raggiungeremo questi obiettivi e non potremo neppure conservare il nostro modello europeo di società. Questo dibattito non può essere condotto separatamente da quello sul bilancio Ue. Essi sono un tutt'uno. Durante la presidenza britannica dilla Ue noi cercheremo di concordare un bilancio che sia giusto per tutti i Paesi e che rafforzi l'Europa per il nuovo secolo. Qualcuno parla di una crisi dell'Europa. lo vedo invece l'opportunità di perseguire scopi ambiziosi per l'Europa. Possiamo riportarla a contatto con i cittadini se andiamo incontro ai loro bisogni. E io sono fermamente deciso a raggiungere questo obiettivo, per il bene duraturo dell'Europa.
    "

    Sul quotidiano di Confindustria il commento di Tremonti....

    " Il Sole 24 ore del 23/06/2005


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    Punti di contatto / Il vicepremier italiano nella City

    Tremonti: va aiutata l'industria, non l'agricoltura
    M.N.
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    LONDRA - Tra la posizione britannica e quella italiana vi sono punti di contatto, come sull'assurdo bilancio Ue: «Finirà che ci ritroveremo tra anni con un florido settore agricolo ma non ne avremo più uno manifatturiero, soffocato da un eccesso di regole». Di passaggio a Londra, dove ha presenziato al discorso alla Mansion House del cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, orientato sul futuro dell'Europa, il vice-presidente del Consiglio, Giulio Tremonti, ha espresso valutazioni sulla Ue che collimano solo a metà con quelle inglesi.
    Ritornando sul tema di un piano Delors, illustrato giorni fa a «Il Sole-24 Ore», Tremonti ha detto che in certe condizioni l'industria va aiutata: «Non parlo ovviamente delle industrie decotte, dove gli aiuti vanno vietati, ma penso ad esempio a due grandi aziende che vogliono fondersi per crescere». Sull'anti-trust, ha criticato l'eccesso di rigore: «Ha perfettamente senso quello che protegge i consumatori contro i cartelli sui prezzi - ha detto - ma non quello che vede la Ue come mercato ideale mentre bisogna misurarsi con quello mondiale». Tremonti ammette che in passato una sua proposta su un piano Delors trovò Brown freddo, poichè il cancelliere temeva il Superstato federale.
    Tremonti è però convinto che, in un momento di crisi come questo, per rilanciare l'industria europea ci voglia una cura da cavallo: «La promozione dell'agenda di Lisbona - ha detto - è come cercare di curare il cancro con l'aspirina» e, per restare in tema, ha aggiunto che «se la nostra politica di protezione deve essere quella del commissario Ue Peter Mandelson con la Cina non ci siamo: l'accordo negoziato da Mandelson è una camomilla. Ci vuole una politica più forte, come fa l'America».
    Quanto alle uscite di Umberto Bossi su lira ed euro e la recente "correzione" da parte di Berlusconi, Tremonti ha detto che Bossi parlava di doppia circolazione delle valute, un concetto che egli stesso aveva espresso anni addietro. Sugli effetti dell'euro in Italia, Tremonti ha parlato di aspetti positivi «come il consolidamento del nostro debito pubblico che ha permesso sia allo Stato sia alla collettività di guadagnare». L'industria ha però sofferto, passando da una svalutazione a una supervalutazione. Gli italiani hanno avuto problemi ad adattarsi a tassi bassi. E sono cresciute le divergenze di ricchezza tra cittadini.
    "




    Shalom

  3. #3
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    Predefinito

    A pagina 1 di Corriere della Sera di oggi, 11 luglio 2005, Ernesto Galli Della Loggia firma un articolo dal titolo............................



    " «Noi europei sotto ipnosi»



    Che cos'è che finora ha impedito all'Europa (esclusa la Gran Bretagna, va da sé) di fare, e ancor più di proporre, qualcosa di concreto contro il terrorismo islamista? Che cosa ha impedito a tanta parte della sua opinione pubblica di convincersi che qualcosa comunque andava pensato, andava fatto? Perché, insomma, l'Europa non sente la minaccia terroristica come una minaccia rivolta anche contro di lei, e preferisce credere invece che essa riguardi in sostanza solo gli Stati Uniti, arrivando addirittura a pensare che sia stata la guerra degli Usa contro Saddam, sia stata quella la vera causa del diffondersi degli attacchi terroristici nel mondo dopo l'11 settembre? Porsi queste domande non solo equivale a porsi quella del perché l'Unione Europea non riesce a esistere come soggetto politico, ma obbliga a riflettere ancora una volta sull'esito catastrofico che per l'intero continente è simboleggiato dalla seconda guerra mondiale con la sua appendice decisiva del 1989, data del crollo dell'ultima grande ambizione egemonica eurocentrica. Nel fuoco di quegli eventi, rovinosi per tutte le statualità europee (con la parziale eccezione di quella britannica), andò distrutto per sempre l'enorme accumulo di conoscenze, di sensibilità e di esperienze — nonché di ambizioni per l'appunto — che legava da secoli la storia d'Europa e delle sue classi dirigenti alle vicende del globo. Il mondo cessò allora di appartenere all'Europa, e l'Europa al mondo: prima ancora che da un punto di vista politico da un punto di vista culturale. Lo si vede oggi più che mai. La nostra sottovalutazione del terrorismo islamista è frutto innanzitutto di un deficit culturale delle classi politiche dirigenti europee. Le quali non sono più abituate a pensare in termini mondiali (con le conoscenze e la comprensione delle cose che ciò implica) e a pensare né se stesse né le loro società in una dimensione siffatta. Tutto così si è ristretto, si restringe, agli orizzonti casalinghi, mentre si perde la capacità e l'interesse di valutare i rapporti di forza planetari, si cessa di ragionare in termini di futuro, di proiettarsi sugli scenari a venire. A queste cose, tanto, ci pensano gli americani (al massimo con l'aiuto degli inglesi) per venirne poi ripagati con l'ovvia antipatia riservata ai più bravi. Questa ritirata dell'Europa dal mondo ha necessariamente corrisposto alla perdita da parte del suo universo storico-antropologico anche dell'esperienza dell'uso della forza e insieme del sentimento del tragico che a quell'esperienza solitamente si accompagna. Ciò che così l'Europa ha perduto è stata precisamente la possibilità di intendere i due connotati fondamentali della dimensione terroristica che si trova di fronte, e che rappresentano la premessa e l'alimento dello sfondo religioso comune a tutti i «grandi» terrorismi. Il nostro non capire, non vedere, non agire, il nostro voler credere che le cose non sono poi così brutte come sembrano è il frutto di questi vuoti che ci portiamo appresso da oltre mezzo secolo. E siccome anche in politica il vuoto viene inevitabilmente riempito, l'Europa e le sue classi dirigenti si sono abituate — e seguitano ancor oggi a farlo — a riempirlo con il «politicamente corretto», con il pacifismo di principio, con l'elogio sempre e comunque del dialogo e del multiculturalismo, insomma con l'ideologia della democrazia in versione diciamo così buonista, «europea», si dice, per contrapporla a quella non buonista per antonomasia degli Stati Uniti. La quale però ha almeno il merito inestimabile di saper riconoscere i propri nemici, di chiamarli con il loro nome e di combatterli senza esitazioni . "


    Saluti liberali

  4. #4
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    da www.paginedidifesa.it

    " Gli Usa all’Europa: noi facciamo la guerra, voi lavate i piatti

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    Franco Apicella, 11 novembre 2005

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    Lo scorso ottobre il Center for Strategic and International Studies (Csis) ha pubblicato il documento “European Defense Integration: Bridging the Gap between Strategy and Capabilities”. Il Csis ha sede a Washington e si definisce come ente “privato, non di parte ed esentasse”. Lo studio è stato condotto da un piccolo gruppo di ricercatori con la collaborazione di militari europei di spicco - molti ex capi di stato maggiore della Difesa - tra cui il generale italiano Mario Arpino. In calce alla premessa ci sono le firme del generale tedesco Klaus Naumann già presidente del Comitato militare della Nato e del generale Usa Joseph Ralston già comandante supremo delle forze alleate in Europa (Saceur).
    L’integrazione di cui parla il titolo costituisce il filo conduttore del lavoro, esteso sostanzialmente a quattro campi di indagine: le politiche di Difesa delle nazioni europee; la Nato, l’Unione Europea e l’integrazione tra le due organizzazioni; il ruolo dell’industria della Difesa; proposte per una nuova metodologia. Ciascun capitolo, secondo la consuetudine statunitense, si conclude con una serie di “recommendations” dirette alle nazioni europee, alla Nato e all’Unione Europea.

    Negli Usa lo studio è stato commentato come un segnale di riavvicinamento verso l’Europa. Una Difesa europea forte non sarebbe in contrapposizione alla Nato, come paventato fino a poco tempo fa, ma potrebbe giovare anche agli interessi statunitensi. Verrebbe così superata l’interpretazione limitativa del cosiddetto Berlin plus agreement, quella secondo cui l’Ue può utilizzare capacità militari della Nato senza costituire una propria struttura integrata ad hoc.

    I problemi principali della Difesa nei paesi europei sono individuati nella carenza di pianificazione a lungo termine, nei bilanci inadeguati, nella spesa valutata eccessiva per il personale e insufficiente per ricerca e sviluppo, nella permanenza di componenti obsolete dello strumento militare. Alla base c’è una constatazione pesante, ma sostanzialmente rispondente al vero: “European leaders have generally lacked the political will to do what is necessary to close this strategy-capabilities gap”.

    Occorre tuttavia riconoscere che il rischio, da cui scaturisce la volontà di dotarsi di strumenti di difesa, è percepito dall’opinione pubblica e dai leader in maniera molto diversa non solo tra le due sponde dell’Atlantico ma anche tra i paesi dell’Unione europea. Lo studio, pur prendendo atto di questo impasse politico, ha il pregio di superarlo confidando evidentemente nella capacità dei responsabili Nato, Ue e dei paesi europei di recepire le recommendations. Tra i tanti suggerimenti - la maggior parte condivisibili anche se scontati - almeno due vanno presi con cautela.

    La Nato dovrebbe rivedere, adeguandolo alla realtà attuale, il Concetto strategico formulato nel 1999 e successivamente ampliato con gli impegni assunti nel vertice di Praga. Questo sforzo di innovazione concettuale dovrebbe essere pilotato dall’Allied command for transformation (nato per trasformazione di Saclant - Comando supremo alleato dell’Atlantico - con sede a Norfolk, Virginia, ndr). Si rimane tuttavia perplessi nel leggere che il risultato del vertice di Praga è stata “la creazione di una nuova struttura di comando intesa a snellire l’alleanza della Nato. Questa nuova struttura è costruita attorno a un singolo Comando strategico per le operazioni a Shape (Comando supremo delle potenze alleate in Europa) in Belgio”. In realtà la struttura militare della Nato comprende i due comandi paritetici, Allied command for transformation e Allied command for operations, quest’ultimo costituito nell’ambito di Shape.

    In definitiva, secondo gli estensori del documento, gli indirizzi di policy per la Nato dovrebbero venire esclusivamente da un comando che per consuetudine e collocazione geografica è il più Usa dei comandi Nato. Questa azione di indirizzo andrebbe attivata anche in Europa, dove “ la cooperazione tra Shape e Uscentcom (Comando centrale Usa) e Useucom (Comando Usa in Europa) dovrebbe essere incrementata e rafforzata”. Per quanto nuova nella forma, si tratta di una formulazione ancora più esplicita del tradizionale ruolo trainante degli Usa nella Nato.

    L’altro suggerimento da leggere con cautela riguarda l’Unione Europea, alla quale si propone un “Berlin plus in reverse”. Riconoscendo che l’Ue ha sviluppato notevoli capacità di agenzie civili e di forze dell’ordine (civilian and constabulary) per le operazioni di gestione delle crisi, lo studio ritiene auspicabile un accordo che consenta alla Nato di accedere a queste risorse, così come l’Ue può utilizzare assetti militari della Nato. Al tempo stesso però si mette in guardia l’Ue a non focalizzarsi solo su queste sue capacità, pena l’essere relegata al “doing the dishes” al termine dei combattimenti, ovviamente sostenuti dagli Usa.

    Il pericolo di questa marginalizzazione è reale e lo è molto più per l’Europa che per gli Usa. Una buona parte dell’opinione pubblica europea, alimentata di pacifismo anche dagli atteggiamenti di alcuni governi, è propensa a legittimare solo il “doing the dishes”. Gli strumenti militari vengono percepiti sempre più volentieri come surrogati di forze internazionali di polizia. Senza andare molto lontano, può indurre a questa convinzione anche la recente intervista del ministro italiano della Difesa Martino che ha posto in primo piano il ruolo dei Carabinieri negli attuali teatri operativi.

    Ci sarebbe poi da verificare quanto dispiaccia agli Usa trovare qualcuno pronto a gestire al loro posto la fase post combattimento. L’esperienza sta dimostrando che questa fase è altrettanto onerosa di quella che la precede, soprattutto in termini di uomini e di durata. Poter contare a priori su capacità fornite da altri eviterebbe le sorprese che stanno complicando la vita agli Usa in Iraq.

    A conferma indiretta della malcelata intenzione di suddividere il lavoro c’è anche l’indicazione dei progetti da sviluppare. La Nato, appoggiandosi prevalentemente alle industrie Usa, dovrebbe occuparsi di trasporto aereo strategico, rifornimento in volo, sistemi C4ISR (comunicazioni e intelligence, per semplificare) basati su piattaforme spaziale e aeree. All’Ue e alle industrie europee andrebbero Uav (Unmanned aerial vehicles), reti di comunicazioni e sensori avanzati.

    L’intenzione di rinsaldare il legame transatlantico, pubblicizzata dalla stampa Usa, potrà forse avere raggiunto il suo scopo a livello politico. A livello tecnico militare e per chi legge tra le righe, al di là delle recommendations che facilmente ciascun ministero, comitato o stato maggiore sarebbe in grado di formulare, c’è il rischio che le proposte più spinte possano suscitare diffidenze o quanto meno cautele anche negli alleati più fidati.
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    Shalom

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    dal sito di IDEAZIONE

    " Il declino del modello sociale europeo

    di Benedetto Della Vedova

    [21 nov 05]
    da Ideazione, novembre-dicembre 2005

    I referendum che in Francia ed in Olanda hanno bocciato il Trattato costituzionale destinato, nelle intenzioni, a ridisegnare le istituzioni dell’Unione in coincidenza con l’allargamento, hanno determinato uno stallo nel processo di integrazione. In realtà il voto francese non è stato un voto sui contenuti delle nuove regole per l’Europa, ridondanti e frutto di troppi compromessi ma comunque con qualche elemento positivo, bensì un voto sull’Unione Europea in quanto tale e sugli effetti dell’allargamento. A vincere è stata la paura, la paura del futuro che ha visto nell’allargamento dell’Unione il suo capro espiratorio. Ma a determinare la vittoria dei no alla Costituzione è stata anche la vaghezza che ormai caratterizza il “modello europeo”. Per anni il progetto europeo è cresciuto attorno a due certezze granitiche: la pacificazione, che ha portato al tabù della guerra tra europei (per altro un dato di fatto per i più giovani), e la crescita economica e del benessere per i cittadini della Comunità. In entrambi i casi la progressiva integrazione economica e politica dei paesi membri ha svolto un ruolo importante.

    Oggi queste certezze vacillano. Tutto ciò che va sotto il nome di globalizzazione ha rapidamente indebolito, per diverse ragioni, le sicurezze cui gli europei si erano abituati. Sul fronte della crescita economica la mondializzazione dei mercati ha portato alla ribalta nuovi protagonisti, capaci di competere direttamente con gli europei rimettendo in discussione paradigmi sperimentati e la convinzione di un processo lineare e ineluttabile di crescita della ricchezza per tutti gli abitanti del vecchio continente. Per quanto riguarda la “pace”, l’emergere di nuove minacce alla sicurezza interna derivanti dal salto di qualità del terrorismo fondamentalista d’un tratto ha fatto precipitare l’Europa in uno stato di conflitto inedito e non dichiarato.

    Sul terrorismo e la crisi internazionale che ne è seguita, l’impreparazione e l’incapacità dell’Unione in quanto tale di rassicurare gli europei sulla adeguatezza delle istituzioni comuni è apparsa clamorosa. Le risposte, di segno diverso tra loro, sono arrivate esclusivamente dai singoli Stati e Bruxelles è apparsa marginale se non inutile. Quanto alla tenuta dell’economia, le difficoltà provocate dalla globalizzazione sembrano aver colto di sorpresa l’Europa incapace, tanto a Bruxelles che in molte capitali, di imporre un’inversione di rotta al “modello europeo”, che poi è il modello continentale. Le recenti elezioni politiche in Germania, su cui torneremo, hanno dato segnali contraddittori. Interessante è la lettura che di esse ha fatto sul Financial Times Wolfang Munchau, il quale ha sostenuto come l’empasse tedesco segnali la stanchezza degli elettori per una eterna “stagione delle riforme”, sempre preannunciate ma mai attuate con la radicalità sufficiente a determinare un vero cambio di passo o, appunto, di modello. In Germania le riforme di Schröder hanno puntato a ridurre i troppo generosi benefici dello Stato sociale ma non hanno affrontato di petto l’assetto corporativo e consociativo dell’economia tedesca; non vi è stato alcun affondo significativo sul piano delle liberalizzazioni, le uniche in grado di rilanciare competitività e crescita e quindi l’occupazione interna. I tedeschi si sono così trovati con meno protezione ma anche meno prospettive, e hanno decretato lo stallo. Se avesse vinto la coalizione tra popolari e liberali questa lacuna sarebbe probabilmente stata colmata (almeno nelle intenzioni programmatiche), ma gli elettori tedeschi hanno di fatto bocciato tale prospettiva, nonostante la vittoria di misura della Merkel sulla coalizione rossoverde e nonostante l’affermazione dei liberali con la loro piattaforma liberista.
    Fosse vera questa analisi, e probabilmente in buona misura lo è, significherebbe che per la Germania, ma in definitiva per l’Europa stessa (visto cosa accade in Francia e nella sostanza anche in Italia), «la stagione delle riforme è finita prima di cominciare», come conclude Munchau.

    Tanto sul fronte della politica internazionale che su quello della politica economica l’Europa ha sempre definito il proprio modello innanzitutto in contrapposizione a quello americano, rifiutando la politica di potenza per un verso e criticando la durezza del capitalismo statunitense cui contrapporre la maggiore dimensione “sociale” europea per un altro.

    Fintanto che non si sono posti seri problemi di sicurezza e che l’economia europea al riparo dei venti asiatici ha goduto, pur tra alti e bassi, di buona salute, questa vaghezza dei riferimenti non costituiva realmente un ostacolo all’integrazione; anzi, per molti aspetti la facilitava. Nei decenni che abbiamo alle spalle (sicuramente fino al trattato di Maastricht) la costruzione europea era un fine in sé, esaltato dalla politica alta dei fondatori come Monnet, Schuman e De Gasperi o dal mutuo sostegno di Kohl e Mitterrand che ha portato alla moneta unica come precondizione per una maggiore integrazione politica. Di fronte alle difficoltà epocali di questo inizio del terzo millennio, però, i cittadini europei hanno guardato all’Europa non più come un fine in sé, ma come un governo da cui attendersi risposte e soluzioni. Non diversamente da come si guarda ai governi nazionali, ma con la differenza che mentre dei governi nazionali vengono messe in discussione le politiche ma non l’esistenza, delle istituzioni comunitarie si discute non solo l’efficacia ma anche l’utilità (in questo ha giocato spesso il vizio delle capitali di scaricare su Bruxelles le responsabilità di politiche di cui non si aveva il coraggio di addossarsi la piena titolarità, temendo l’impopolarità). Nel momento in cui l’Europa cessa di essere vista soprattutto come un fine e diviene uno strumento di governo emergono le contraddizioni.

    Da un lato queste contraddizioni risiedono in un disegno istituzionale barocco e inefficace, in cui i contrappesi valgono assai più dei pesi, i contropoteri dei poteri. Dall’altro la difesa di un evanescente modello europeo – che come abbiamo detto si definisce più in negativo, ciò che non è o non vuole essere, piuttosto che in positivo – è divenuta un pericoloso elemento di paralisi. L’ortodossia monetarista e il rigore nei conti pubblici ancorati al trattato di Maastricht, rimasti orfani di adeguate politiche di flessibilità e dinamizzazione dei sistemi economici che ne avrebbero dovuto rappresentare il complemento, sono finiti ingiustamente sul banco degli imputati. Da questo punto di vista, però, le responsabilità proprie dell’Unione sfumano in una indistinta politica conservatrice che, in definitiva, accomuna Bruxelles con Berlino, Parigi o Roma. Non è un caso che le esperienze di maggior successo siano eccentriche rispetto alla tradizione europea, come il blairismo neo-tatcheriano in Gran Bretagna o lo zapaterismo in Spagna, che gestisce la continuità dell’approccio riformatore dei governi precedenti (oppure, e ci verremo, nel caso dei nuovi paesi membri). In Italia il berlusconismo ha promesso una stagione riformatrice e liberale che superasse d’un balzo la stagione corporativa e consociativa ma, come sappiamo, non ha poi saputo o potuto fino ad ora mantenere fede in misura adeguata alle aspettative.

    Il rischio che le elezioni tedesche segnino un punto di svolta e preannuncino una rinuncia alle politiche riformatrici è dunque reale. L’erosione del consenso popolare alle scelte di innovazione e di distruzione creatrice è uno spettro che potrebbe materializzarsi, complice l’invecchiamento della popolazione e dell’elettorato: le generazioni che hanno vissuto una stagione di certezze e di benevolo paternalismo statale ed assistenziale potrebbero razionalmente scegliere di rinviare il più possibile il superamento di quel “modello”; un lento declino potrebbe essere percepito come a loro più favorevole rispetto ad una stagione di cambiamenti. Gli outsider e i giovani, coloro che hanno meno da perdere e più da guadagnare da un tentativo di rivitalizzare l’economia europea mettendone in discussione gli assetti, sono in minoranza o comunque sottorappresentati politicamente.

    A questo scenario esiziale per il futuro dell’Europa ne va contrapposto uno di segno opposto e su di esso va ricercato il consenso. Proprio l’analisi di quanto sta accadendo in Germania offre un buon punto di partenza. L’unificazione tedesca, per come è stata realizzata, è stata fin qui del tutto deludente. L’ex Ddr resta una regione arretrata in cui sale il malcontento, nonostante il massiccio travaso di risorse ad opera della Germania occidentale, sia da parte pubblica che privata. L’idea di poter integrare nel “modello sociale europeo” con una operazione dirigista e a tappe forzate una parte di territorio per decenni vittima della scientifica distruzione della libertà economica, si è rivelata illusoria. I tedeschi orientali si sono sentiti in diritto di accedere immediatamente agli standard di protezione e di salario del resto del paese, senza però che la loro produttività lo giustificasse. Mentre il sogno di fratellanza e di uguaglianza – e di potenza – di Kohl si è infranto rapidamente, qualche centinaio di chilometri più a est, invece, altri paesi e altre popolazioni che avevano parimenti subito il giogo del socialismo realizzato hanno compiuto un percorso diverso e ottenuto risultati ben più promettenti.

    La Polonia, l’Ungheria, le repubbliche baltiche e quella della ex Cecoslovacchia hanno dovuto guadagnarsi l’ingresso nell’Unione Europea attraverso un serrato programma di riforme economiche – e non solo economiche, naturalmente – per soddisfare i criteri di adesione. Questi paesi, mi si passi la semplificazione, hanno fatto scelte assai più “americane” che “renane” e si trovano oggi nella condizione di essere in molti settori decisamente competitivi con i più blasonati paesi dell’Europa a quindici. Per tutte valgono le scelte in campo fiscale, con aliquote assai meno onerose e in alcuni casi l’adozione della flat tax. A differenza di quanto accade nella Germania orientale dove le imprese occidentali che hanno investito si sono non di rado trovate a ritirarsi con perdite, negli altri paesi un tempo oltre cortina gli investimenti internazionali, europei ed extraeuropei, abbondano. I paesi dell’allargamento, pur con i tanti problemi aperti, hanno saputo fare delle sfavorevoli condizioni di partenza un vantaggio comparato e oggi sono visti come competitori da cui difendersi secondo le parole d’ordine che valgono per la Cina, prima tra tutte l’accusa di dumping sociale.
    Ma anziché porsi con un riflesso protezionista nei confronti di queste economie emergenti, il resto dell’Europa farebbe bene a riflettere su due elementi. Il primo è che un’area di dinamismo economico all’interno dell’Unione non può che portare benefici all’economia del mercato unico nel suo complesso, stimolando la competizione e accelerando quei mutamenti nelle specializzazioni produttive utilissime per giocare da protagonisti sui mercati internazionali. Il secondo è che un’economia più flessibile è possibile – e vincente – anche nel cuore del vecchio continente.

    Gli interessi costituiti e le rendite di posizione, che in Europa continuano a godere di protezione più che negli Stati Uniti e che vengono messe in discussione perfino nel tradizionalista Giappone (la privatizzazione delle Poste di cui Koizumi ha fatto il dirompente elemento simbolico della sua recente e vittoriosa campagna elettorale ne è la testimonianza) sono i veri nemici della tenuta dell’economia e della capacità di continuare a generare ricchezza. Il declino verso cui rischierebbe di incamminarsi un’Europa che decretasse il superamento della stagione delle riforme (in gran parte incompiute) potrebbe rivelarsi ben più rapido del previsto e finire per travolgere anche quanti, elettori, lo sostenessero.

    Il futuro dell’Europa si gioca oggi come cinquanta o quarant’anni fa sul coraggio e la visione delle leadership. Visione di un ruolo internazionale che l’Europa potrà avere solo se prenderà atto che i mutati equilibri demografici ed economici impongono quell’unità nella politica estera e di difesa che ancora è lontana, come dimostra il contenzioso tra i paesi membri sulla riforma dell’Onu, dove le velleità dei singoli Stati hanno prevalso. Ma anche e soprattutto visione di un nuovo “modello” sociale ed economico europeo, sottratto all’ipoteca corporativa e statalista e restituito al protagonismo responsabile di imprenditori e consumatori: un’Europa ri-fondata sul merito e la concorrenza. Questa visione di chi, pur consapevole di alcune differenze irriducibili che sarebbe stupido prima che velleitario pensare di cancellare, punta alla convergenza più che al conflitto con il “modello americano”, si contrappone alla scelta della conservazione e del protezionismo in nome di una specificità che, se mai la si potesse definire in positivo, rischierebbe di consegnare la supremazia europea per sempre ai libri di storia.

    L’Europa del terzo millennio per conservare il proprio ruolo deve riscoprire una vocazione antica, quella liberale (e liberista), fondata su regole che esaltino la libertà anziché sacrificarla ai miti dello Stato protettore e della redistribuzione assistenzialista.

    21 novembre 2005
    "


    Shalom

 

 

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