All’estero la storia raccontata ad uso dei comunisti scandalizza ancora
di Marco Bassani
La notizia era di quelle bomba: l’editore tedesco Beck di Monaco, in spregio ad un accordo già firmato, si rifiutava di pubblicare un saggio di Luciano Canfora uscito l’anno scorso in Italia (L. Canfora, La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, 2004). Il Corriere della Sera si è lanciato subito in tentativi di spiegazione che ruotavano tutti intorno alla presunta suscettibilità tedesca nei confronti del passato nazista, giacché Canfora nella sua opera condannava il fenomeno dei “riciclati” dopo la guerra. “Censura, vergognosa censura”, e così su tutti i siti italiani comparivano appelli e piagnistei in appoggio allo storico comunista “vietato” in Germania. L’episodio, di per sé assai poco significativo (in fondo è un evento privato tra un editore e un autore: il fatto è che in Germania i libri gli editori li leggono e li discutono prima di pubblicarli) può allora essere utile per riflettere su quanto questa bizzarra penisola sia diventata un eden per i “riabilitatori” del totalitarismo comunista.
L’editore ha fatto sapere, e il Corriere ha coraggiosamente pubblicato, che in realtà il problema non era solo quello dei giudizi, certo avventati, sulla Germania di Konrad Adenauer: il saggio era veramente troppo sbilanciato a sinistra e non metteva in risalto tutta una serie di crimini comunisti. Vale la pena di riportare qualcosa dall’atto di difesa della casa editrice, firmato da Detlef Felken, per far capire al lettore il diverso clima culturale che si respira “oltre cortina” (cioè fuori dai nostri confini). Secondo l’editore, “non si tratta di un esempio di censura, ma di avere un rapporto responsabile con i fatti storici”. Canfora, ad esempio, a dispetto delle assodate prove storiche, definisce “un mito” l’idea che la spartizione della Polonia sia stata concordata fra Hitler e Stalin. Il professore, in realtà, difende a spada tratta lo stalinismo (un sistema che avrebbe “modernizzato” la Russia), tace dei crimini e del terrore staliniano, e chiama “liquidazione degli elementi reazionari”, il massacro di milioni di piccoli proprietari nel corso del processo di collettivizzazione. L’editore commenta: “Degradare gli uomini, le donne e i fanciulli assassinati dalla dittatura a ‘elementi reazionari’ è un’espressione che nella Germania dopo il 1945 è diventata inaccettabile”.
In Italia naturalmente la cosa più che stupire appare francamente farsesca. Quale volume di storia pubblicato in questo Paese non sorvola o minimizza i misfatti delle utopie criminali comuniste? Chi era al liceo negli anni Settanta, ricorda perfettamente che quando, e se, si arrivava alla storia contemporanea tutti i manuali ci ricordavano che l’Unione Sovietica aveva ogni sacrosanto diritto di annettersi mezza Europa e di estendere il proprio glorioso sistema economico sociale anche a protezione delle sue ripetutamente violate frontiere. La dottrina del “socialismo in un solo paese”, ma in espansione continua, era adottata da tutti gli storici “seri”.
Ma le cose sono davvero cambiate oggi? Una ricerca sulla “mentalità anticapitalistica” dei libri di testo delle scuole italiane darebbe risultati veramente sconcertanti. In volumi pubblicati e scritti dopo il duemila viene ammannita ai poveri giovani italofoni la fola del “liberismo selvaggio” come causa di tutti mali del mondo. Ma non mancano manuali, anche recentissimi, nei quali viene semplicemente esaltata la comune maoista.
Il fatto è che per lo più gli intellettuali sono convinti che l’economia di mercato sia semplicemente un cancro e che il comunismo si sarà pur rivelato la cura Di Bella, ma era comunque un tentativo di terapia. L’imputazione cambia, i rimedi si rivelano illusori, ma il mercato, l’Occidente e in primo luogo l’America, sono sempre sul banco degli imputati. Gran parte degli intellettuali, allora, non riconosce i crimini comunisti perché li ritengono null’altro che un eccesso di legittima difesa dal male in terra, vale a dire dal capitalismo.
Il problema è quello dei due pesi e delle due misure. A chi fu fascista si spalancarono (giustamente) due sole alternative: ammettere i propri errori, o essere ghettizzati nel dibattito intellettuale. Di contro, chi è stato comunista ha ora davanti due strade parimenti rispettabili: rivendicare tutto, “alla Canfora”, oppure chiedere e ottenere l’oblio e l’assoluzione tacita sulle proprie passate farneticazioni. Insomma, perché i fascisti han dovuto fare i conti col fascismo e i comunisti più che i conti si son fatti sconti? Le ragioni sono molteplici e assai dibattute, giacché il problema si ripresenta in forme diverse in tutto l’Occidente. In Italia si parla sempre di “egemonia culturale”, tattiche gramsciane, corteggiamento degli intellettuali da parte del PCI. Tutto vero, ma non basta. Il fatto è che il prodotto culturale“marxismo” era ed è un manufatto altamente sofisticato, imparagonabilmente più sottile dei rozzi regimi e degli uomini che lo hanno messo in pratica. Per smontarlo e liberare le prossime generazioni dai suoi cascami ideologici ci vuole ben più che l’improvviso crollo di un muro e qualche vaga parola d’ordine. Ci vorrebbe un movimento sia politico che culturale disposto a puntare tutto sulla battaglia delle idee. Occorrerebbe estrarre dal cilindro la merce più scarsa del mondo: intellettuali ben preparati a diffondere l’idea della legittimità morale, prima ancora che politica, del mercato. Proprio quello che manca in Italia.
da http://www.brunoleoni.it/


Rispondi Citando
