di Gian Maria De Francesco
Due triumvirati per un unico obiettivo: cambiare la res publica e la sua Costituzione.
Nonostante i rispettivi detrattori li accusino di inciucio, Berlusconi, Bossi e Fini nel centrodestra provano a marciare d’intesa con i loro omologhi del centrosinistra, D’Alema, Bersani e Marini.
Avviare un serio percorso di riforme costituzionali è una partita dalla quale entrambi i partecipanti possono ottenere importanti e decisivi riconoscimenti.
Il primo triumviro del centrodestra è ovviamente il presidente del Consiglio.
Poco prima dell’aggressione, domenica scorsa, era stato lo stesso Berlusconi a ribadire che il governo sarebbe «andato avanti» sulla strada delle riforme. E le attestazioni di solidarietà e di affetto che gli sono giunte dal segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, che gli ha fatto visita al San Raffaele, lo hanno incoraggiato a proseguire su quel cammino.
D’altronde, il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo, il superamento del bicameralismo perfetto e la necessità di fermare le derive di un potere giudiziario politicizzato sono da sempre nel programma berlusconiano.
E l’appoggio ufficiale del premier alla candidatura di D’Alema a «Mister Pesc» rappresentava una chiara volontà di aprire un canale con l’opposizione.
E a fianco di Berlusconi non può non trovarsi il fedele alleato Umberto Bossi.
La Lega Nord non ha mai fatto mistero di essere interessata ad aprire una trattativa sulle riforme con il Pd.
Anzi in parecchie occasioni il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, ha evitato scontri frontali con i democratici.
Una disponibilità dettata da un lato dall’esigenza di non frenare il percorso di attuazione del federalismo fiscale e dall’altro lato dalla volontà di sondare il terreno per una modifica in senso federale del Senato.
Di qui anche la proposta di una convenzione costituente allargata a Comuni, Regioni e Province, organi dove il Pd può contare su una rappresentanza più consistente, autorevole e meno guerrafondaia di quella parlamentare.
Analogamente non va trascurato l’appoggio del presidente della Camera, Gianfranco Fini.
Il co-fondatore del Pdl si è ormai trasfigurato in «uomo delle istituzioni» perdendo contatto non solo con Berlusconi ma con la base stessa dell’elettorato del partito. Una presenza determinante al tavolo delle riforme gli consentirebbe di ricucire un rapporto più volte vicino al limite di rottura.
Discorso diverso per i tre triumviri del centrosinistra.
L’apertura di D’Alema e l’invito al Pd a «mettersi in gioco» sono parte di una tattica dell’ex ministro degli Esteri per recuperare ruolo e visibilità che la gestione Veltroni-Franceschini gli avevano sottratto.
Il neosegretario Bersani, invece, ha l’esigenza di liberare il partito dalla palude antiberlusconiana e di rilanciarne l’azione politica.
Mentre l’ex presidente del Senato, Franco Marini, può cogliere l’occasione per riaffermare la propria leadership tra i Popolari del Pd.
Se sapranno resistere alla tentazione di infilare tra le riforme anche una legge elettorale proporzionale, il loro compito sarà un po’ meno duro.
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....E chi rema contro
di Francesco Cramer
È ampia la schiera di quelli che, narici sensibili, sentito profumo d’intesa con Berlusconi ne denunciano il tanfo.
Per ragioni diverse vorrebbero non imboccare il sentiero delle riforme condivise, neppure turandosi il naso, Veltroni e i veltroniani, Casini e i casinisti, Di Pietro e i dipietristi, Repubblica e i republicones.
Il dialogo diventa connivenza persino per Walter-ego, che proprio in nome del dialogo pensava di aver dato il via a un new deal del Pd.
Appena messosi al volante dei democratici, a parole aveva ingranato la marcia dell’antiberlusconismo soft: sediamoci a un tavolo, basta delegittimarci, diventiamo un Paese normale, rispettiamoci a vicenda, diamo una rasoiata a cespugli e anni di odio e via col vogliamoci meglio. Peccato che poi il fiume carsico dell’antiberlusconismo heavy sia poi riemerso alla grande con il patto con il virulento Di Pietro.
E la sinistra è tornata sulle barricate a sparacchiare su Silvio, di nuovo nemico e non più avversario.
Ma Veltroni e soci hanno un motivo in più, tutto interno, per sigillare qualsiasi spiraglio di accordo tra maggioranza e opposizione: fare un dispetto ai nemici di sempre, D’Alema e i dalemiani, oggi padroni di casa del Pd.
Se infatti Bersani riuscisse laddove Veltroni e Franceschini hanno fallito, contribuire a fare le riforme, per questi ultimi sarebbe uno smacco difficile da digerire.
Gelido verso ogni tipo di intesa Pd-Pdl pure Pier Ferdinando Casini, che dalla rissa tra i poli ha sempre avuto tutto da guadagnarci: si presenta come moderato, fa l’ago della bilancia, intercetta gli scontenti dei due campi e con la politica dei due forni alza la posta per ogni alleanza in periferia.
Se i due Ber (Berlusconi & Bersani) si sedessero al tavolo delle riforme, Pier conterebbe come il due di briscola e il suo potere contrattuale scenderebbe a livelli microscopici.
Nessun applauso alla concertazione neppure per chi, come Di Pietro, canta nel coro d’odio verso Silvio.
L’Italia dei «livori» in fondo deve la propria fortuna politica all’aver intercettato e fatto da megafono all’opposizione più radicale, barricadiera, intransigente, invasata e giustizialista.
E se un’ipotesi di «inciucio» potrebbe tradursi in una manciata di consensi in più da parte dei democratici pasdaran del «nessun patto col nemico», è vero anche che per Di Pietro potrebbero aprirsi le porte del ghetto.
In una sorta di conventio ad excludendum, l’escluso sarebbe Tonino:
in quarantena, relegato ai margini del dibattito politico, considerato come illiberale e pittoresca forza d’opposizione, farebbe la fine del patetico e urlante mister no
.
E poi la debenedettiana Repubblica, vero e proprio regista d’opposizione, che fino a oggi ha dettato la linea a Pd e dintorni.
Un accordo sconfesserebbe fini e metodi di largo Fochetti perché dimostrerebbe che col «caimano», «mafioso», «puttaniere», «dittatore» si può parlare di bene dell’Italia.
E che un nuovo concordato sia visto come fumo negli occhi da Repubblica, lo dimostrano le parole di ieri del fondatore Scalfari:
«Sarebbe un compromesso malandrino, sporco e seminascosto al popolo bue... Un inciucio di pessimo odore».
Impossibile turarsi il naso.
dal IlGiornale.it - Le ultime notizie, attualità, politica, economia, meteo del 21 12 09
saluti.....ed auguri a tutti....ho scritto tutti!




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