Mercoledì, 30 Novembre 2005





Sono i pendolari dell'elemosina ...


Sono i pendolari dell'elemosina e sembrano usciti dalle pagine de "I Miserabili" di Victor Hugo: vecchi, malati e per lo più storpi. Quando va bene sono affetti da diabete e hanno tre figli a carico; i più malandati sono senza una gamba o un braccio, affetti da morbo di Parkinson o storpi. Tutti hanno il comune denominatore della sporcizia, ad indicare uno stato di indigenza assoluto. E tutti sono dei moderni Lazzaro: come l'amico di Gesù, che si alzò dalla tomba e ne uscì camminando, se vedono le forze dell'ordine in circolazione "guariscono" improvvisamente e addirittura corrono a gambe levate, con le stampelle sottobraccio. E i vecchi cadenti si trasformano miracolosamente in giovani scattanti.
Sono i professionisti della carità che la mattina tra le 8 e le 8.30 arrivano in bus o pulmino privato a Piazzale Roma per recarsi al "lavoro". Si perché l'accattonaggio è per loro un vero e proprio business organizzato e le loro sono delle vere e proprie aziende fiorenti. Difficile è infatti resistere alla miseria di queste persone e rimanere indifferenti di fronte al loro stato di salute assai precario. L'incasso è decisamente buono ed esentasse. Se infatti dieci anni fa guadagnavano dai sei ai nove milioni di lire mensili, oggi guadagnano dai seimila ai novemila euro, con un raddoppio netto delle entrate.

«Arriva il freddo e aumenta il numero dei mendicanti presenti in centro storico - afferma il direttore della Caritas veneziana, mons. Dino Pistolato -. Come è stato più volte denunciato a Venezia, e del resto in tutta Italia, c'è la consapevolezza che dietro la loro presenza c'è un'organizzazione ben strutturata. Non si tratta di un evento spontaneo motivato dall'indigenza, c'è un capo che decide i luoghi, le persone e le modalità. Colpisce vedere i mendicanti al mattino arrivare con il fagottino come se andassero al lavoro. È una specie di racket: ci sono persone che sfruttano l'emotività della gente ma a loro volta sono sfruttate da chi emotività non ne ha».

I gruppi più organizzati (quelli che arrivano in pulmino privato) sanno già dove andare; gli altri, che utilizzano i mezzi pubblici, si ritrovano ai giardini Papadopoli e poi si dividono in zone. Tutti cambiano luogo a orari: smontano il turno e cedono il posto ad altri. Alle 13 vanno a mangiare nei fast food; poi fanno una pausa digestiva e rientrano in servizio verso le 16. Tra le 19 e le 20 si ritrovano in prossimità di Piazzale Roma per il ritorno a casa. Sì perché i mendicanti hanno tutti una abitazione, ubicata per lo più nella cintura esterna del Comune di Venezia, tra Marcon, Mogliano, Mirano. In prossimità delle feste, per essere più vicini al luogo di "lavoro", si spostano in alloggi in alcuni quartieri del Comune. La maggior parte di loro proviene dai paesi dell'Est e in particolare dell'ex Jugoslavia e dal Kosovo, ma non fanno parte tutti delle tribù di zingari. «Per individuare le zone più ambite basta guardare il turn over, che avviene ogni 1 o 2 ore al massimo - continua mons. Dino -. Nelle zone meno appetibili stanno invece anche mezza giornata. Chi ha assegnata una zona buona dal punto di vista economico paga quote più alte al "capo": dal 50 al 70 per cento di quello che hanno raccolto. Altrimenti arrivano minacce e bastonate».

«Dando soldi a questi questuanti si alimentano forme di assistenzialismo - conclude mons. Pistolato - e un guadagno illecito da parte di chi sfrutta questa forma di mendicanti. È più opportuno dare offerte ad organizzazioni strutturate che possono verificare il reale bisogno e fare progetti specifici per questa gente, in modo da non alimentare la filiera della illegalità».

Daniela Ghio
dal gazzettino di Venezia 30/11/2005




eccola la nuova e gratificante attività per i disoccupati