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Discussione: Povero Prodi...

  1. #1
    MazingaZ
    Ospite

    Exclamation Povero Prodi...

    Quella volpe di Prodi (08/09/1999)

    di Rodolfo Casadei

    Ambrose Evans-Pritchard, a giorni corrispondente del Daily Telegraph da Bruxelles, è l'uomo che ha mandato su tutte le furie Romano Prodi. Coi suoi articoli sulle passate vicende giudiziarie (Nomisma, privatizzazione Cirio-De Rica-Bertolli, Ase) del professore ha offuscato la buona immagine che dell'ex Presidente del Consiglio italiano aveva il pubblico britannico. Da essi - è il minimo che si può dire - Prodi esce ridimensionato al livello del consueto cliché dell'italiano furbo che riesce sempre a farla franca. Se subito dopo Ferragosto la Procura di Bologna si è vista costretta a riaprire una vecchia inchiesta sull'ASE, la società di consulenze di proprietà dei coniugi Prodi, la colpa - o il merito, a seconda dei punti di vista - è della penna di Evans-Pritchard, il segugio lanciato dal quotidiano londinese sulle orme del presidente designato della Commissione europea. 'Noi britannici abbiamo nel sangue la caccia alla volpe', sorride compiaciuto mister Ambrose mentre sorseggia il secondo bicchiere di buon vino francese in uno dei più noti ristoranti dello Strand londinese. Tuttavia questo quarantenne argentato dall'aspetto e dai modi professorali non ha affatto l'aria del segugio, e tanto meno del mastino, quanto piuttosto quella -tanto per ricambiare il clichè- dell'investigatore compassato e un po' tenebroso. 'Nella caccia alla volpe ci sono molte regole da rispettare, non si può arrivare allo scopo con qualunque mezzo'. Parrebbe una dichiarazione di guerra e insieme una professione di fair play, nel più puro stile britannico, ma è anche una richiesta un po' impudente rivolta alla controparte: Evans-Pritchard sta per diventare il corrispondente del Daily Telegraph presso l'Unione Europea e, considerata la linea fortemente euroscettica del giornale, i suoi scontri con Prodi e la sua commissione diventeranno quasi quotidiani. Di qui l'opportunità di stabilire regole di ingaggio fra gentlemen. E tuttavia Evans-Pritchard non ha certo paura di giocare dure partite in trasferta: è stato corrispondente dall'America latina, negli anni del sandinismo e degli squadroni della morte, e dagli Stati Uniti, durante la prima presidenza Clinton. Parla benissimo spagnolo e mastica un po' di italiano, imparato in gioventù quando ha frequentato corsi di storia dell'arte a Venezia e poi l'università per stranieri di Perugia.
    Mister Evans-Pritchard, ha visto le dichiarazioni di Prodi? Dice che il Daily Telegraph continua a rimestare vecchie faccende già chiarite, che non c'è nulla di nuovo. Cosa ne dice?

    Se non c'è nulla di nuovo, perché la Procura di Bologna ha riaperto l'indagine sull'ASE? Prodi sostiene che lui non era tenuto a dichiarare la proprietà dell'ASE all'atto dell'insediamento come presidente dell'IRI, ma questa è la sua interpretazione della normativa. Vediamo cosa ne pensa la giustizia italiana. Ma gli interrogativi attorno a questa società vanno al di là della questione della sua dichiarazione o meno.

    E cioè?

    Dopo tre mesi di pressioni da parte della stampa, ancora non sappiamo per quali consulenze Prodi e signora sono stati retribuiti e chi è che li ha pagati.

    Prodi dice che tutte queste cose sono spiegate in una pagina che ha fatto inserire in un sito Internet dell'Unione Europea. Ha pure dettato l'indirizzo nelle sue interviste. E guardi che per gli italiani quando una cosa è scritta su Internet, è come se fosse scritta nella Bibbia.

    Non è affatto vero. Prodi non ha fatto altro che trasportare nel sito Internet dell'Unione Europea dei dati che erano già pubblici, in quanto disponibili presso la Camera di Commercio di Bologna in computer accessibili al pubblico. L'unica novità consiste nell'aggiunta di un generico elenco di committenti, che sarebbero General Electric, Telesis International e Goldman Sachs. Ma non si specifica chi ha pagato quanto e per che cosa, soprattutto per quanto riguarda gli anni 1993 e 1994, che sono gli anni che registrano le entrate più alte e che coincidono, guarda caso, con gli anni del ritorno di Prodi all'IRI e della privatizzazione del gruppo alimentare dell'IRI a vantaggio della Unilever attraverso la mediazione della Goldman Sachs.

    In un articolo lei ha scritto che fra i clienti dell'ASE c'erano Unilever e Goldman Sachs, ma per quanto riguarda la multinazionale anglo-olandese è stato smentito.

    Proprio questa smentita è una delle cose più inquietanti di questa storia. Il nome della Unilever non me lo sono inventato io, me lo aveva comunicato, insieme a quello della Goldman Sachs, Piero Gnudi, un collaboratore di Prodi. Lui e Riccardo Franco Levi, il braccio destro di Prodi, mi avevano anche promesso di fornirmi copia dei contratti e di tutte le pezze giustificative delle consulenze fatturate all'ASE. Ma i giorni passavano e al Telegraph non arrivava proprio nulla, e infine il direttore ha deciso che il mio pezzo doveva uscire comunque. Una volta pubblicato, sono arrivate le smentite di Prodi e Unilever, i quali hanno precisato, contraddicendo quanto mi aveva detto Gnudi, che gli unici versamenti della seconda al primo consistevano in una cifra pari a 18 mila sterline all'anno (circa 54 milioni di lire) come retribuzione per il suo servizio di direttore consulente fra il '90 e il '93, e che essi avvenivano su un conto che non c'entrava nulla con l'ASE. Ho telefonato ancora a Bologna cercando di parlare con Riccardo Franco Levi per capire come fosse nato quell'equivoco e per chiedere di nuovo la documentazione che mi era stata promessa. Ma non sono più riuscito a parlare con lui, né mi è stato spedito alcunché. Siamo arrivati alla fine di agosto, e Prodi dice che tutto è chiarito su Internet: balle, quello che chiedevo io su Internet non c'è proprio, e sì che il tempo l'hanno avuto. Potrebbe nascere il sospetto che Unilever abbia pagato Prodi estero su estero per certi suoi servizi, una cosa che avrebbe risvolti fiscali e di altra natura piuttosto spiacevoli, per cui risulta necessario smentire qualunque rapporto oltre all'indennità di direttore consulente. Ma queste, ovviamente, sono solo ipotesi fantasiose.

    Ma perché lei vuole legare così strettamente l'Unilever a Prodi? E' vero che la privatizzazione della Bertolli, attuata da Prodi, è andata a loro vantaggio, ma a quel tempo lui non era più un loro consulente già da vari mesi. Su questa base l'ex presidente dell'IRI è stato già scagionato dalle accuse in fase istruttoria dal giudice Landi, nonostante la richiesta di rinvio a giudizio del PM Geremia.

    Ma andiamo. Dall'inchiesta Castaldo, commissionata dal PM Geremia, si evince, documenti alla mano, che la Unilever era interessata all'acquisto già nel marzo del '93, quando Prodi era ancora un loro consulente. La Unilever era interessata all'acquisto della Bertolli, e Prodi era l'unico advisory director italiano della Unilever: come fa a dire che non sapeva nulla? Come fa a sostenere che non poteva immaginare che la privatizzazione del gruppo alimentare Iri attraverso la Fi.Svi avrebbe favorito i suoi ex datori di lavoro? Ci sono fior di documenti, sequestrati dai carabinieri nel corso dell'indagine, che attestano contatti triangolari fra Fi.Svi, Unilever e IRI dopo che Prodi, in maggio, aveva assunto per la seconda volta la presidenza dell'IRI.

    Lei pensa che Prodi abbia mentito ai giudici?

    Per saperlo dovremmo disporre delle sue dichiarazioni giurate, cosa che finora non è stata possibile. Gli atti giudiziari relativi all'inchiesta sull'IRI sembrano avvolti dalla segretezza. Sono stato alla Procura di Roma e ho parlato con Edoardo Landi, il giudice che ha prosciolto Prodi. Gli ho chiesto di poter avere le relazioni dei periti, sia quella ordinata dal PM che quella voluta da lui, e il testo della pronuncia con cui scagionava Prodi. Ha detto di sì e mi ha mandato dal suo vice, ma quest'ultimo mi ha risposto che non potevo avere nessun atto dell'indagine, e nemmeno la sentenza di proscioglimento. Quest'ultima sono riuscito ad averla soltanto perché Prodi l'ha fatta distribuire durante una conferenza stampa. Forse i giudici romani hanno paura che la Procura di Perugia, competente su di loro, apra un'indagine su quel frettoloso proscioglimento: è una cosa che potrebbe succedere, no? Soprattutto se Prodi continua a dare tanto fastidio a D'Alema...

    Ma se anche domani diventasse di pubblico dominio un documento dove Prodi risponde agli inquirenti 'Non sono mai stato consapevole che l'Unilever fosse interessata alla Bertolli', cosa cambierebbe? Vero o falso che sia, nessuno può dimostrare che a lui ne sia venuto un vantaggio indebito.

    In Gran Bretagna non siamo affatto d'accordo con questo modo di ragionare. Il fatto che un uomo politico venga assolto da accuse penali non basta a farne la persona adatta a ricoprire importanti cariche istituzionali. Se la risposta di Prodi alle domande del PM è stata quella che immaginiamo, quella risposta equivale, nella mia opinione e in quella dei nostri lettori, a una falsa testimonianza sotto giuramento. Tale spergiuro può non avere risvolti penali, può non essere dimostrabile come tale, ma se la pubblica opinione si forma la convinzione che quello spergiuro c'è stato, il suo autore non sarà ritenuto affidabile come uomo politico. Nel mondo anglosassone uno che dicesse che non c'è conflitto d'interessi perché si è dimesso da una certa carica privata il giorno prima di assumere una certa carica pubblica, come ha fatto Prodi passando dall'Unilever all'Iri, provocherebbe indignazione. Non possiamo accettare un concetto così formalistico di conflitto di interessi e di risoluzione di quel conflitto. E non è tutto: negli anni Ottanta Prodi è sfuggito alla condanna nel caso IRI-Nomisma più che altro per un cavillo legale, perché non è stato considerato pubblico ufficiale.

    Insomma, ce l'avete proprio su con Prodi. Non sarà una questione tutta politica? Voi siete filo-conservatori e anti-europeisti, lui è progressista ed europeista.

    Contro Prodi e le sue idee non abbiamo proprio nulla. Le sue idee sono le nostre: è filo-atlantico come noi, crede nell'economia di mercato come noi. Che sia stato il leader di una coalizione di sinistra non significa proprio nulla. Quello che non possiamo accettare è che i leader europei decidano chi deve essere il presidente della Commissione europea senza dibattito, senza lasciare esaminare pubblicamente il dossier dell'uomo prescelto.

    Spesso i politici italiani snobbano le critiche della stampa anglosassone dicendo che sono ispirate da grossi interessi finanziari.

    Non credo che Prodi vorrà difendersi ricorrendo a questo argomento: se c'è qualcuno che ha aperto l'Italia agli interessi finanziari anglosassoni, questo è proprio lui.

    L'inchiesta del Telegraph è finita? O dobbiamo aspettarci altre puntate?

    L'inchiesta va avanti perché non abbiamo ancora ottenuto la risposta a due richieste: vedere tutta la documentazione dell'Ase, chi ha pagato chi e per cosa, e vedere le dichiarazioni giurate di Prodi durante l'inchiesta Geremia. Finché non avremo questo materiale, continueremo a insistere. E poi ci sono delle novità a proposito di Nomisma. Quali? Lo saprete a suo tempo.

    Quando usciamo dal ristorante, Ambrose Evans-Pritchard ha perso qualcosa della sua iniziale tenebrosità: la cena, il vino e la conversazione lo hanno visibilmente rinfrancato. Avesse la giubba rossa, il casco e gli stivali neri, sarebbe bello e pronto per una battuta di caccia alla volpe. Che comunque non sembra rimandata di molto.

    http://www.tempi.it/notizia_dett.aspx?idnews=86

  2. #2
    MazingaZ
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    Scandalo a macchia d'olio (29/09/1999)

    di Massimo Pini

    Massimo Pini è stato membro del Consiglio di presidenza dell'Iri fra il 1986 e il 1992. Sulla storia dell'istituto ha scritto un libro di prossima pubblicazione intitolato I boiardi. Anticipiamo brani del capitolo dedicato alle privatizzazioni.
    Ma la privatizzazione che doveva suscitare le più intense polemiche fu quella della Cirio-Bertolli-De Rica (Cdb): la finanziaria lucana Fisvi di Saverio Lamiranda, che aveva offerto 310 miliardi e 708 milioni per il 62,12% delle azioni possedute dall'Iri, era controllata per il 60% da cooperative agricole del Mezzogiorno, mentre tra gli altri soci spiccavano il Banco di Napoli e l'imprenditore Giuseppe Gravante, il quale godeva di una liquidità di 100 miliardi ricavata dalla vendita delle sue attività nella produzione del latte, precedentemente cedute alla Sme (il gigante alimentare Iri smembrato e privatizzato negli anni Novanta - ndr). 'La voce insistente -faceva sapere il Corriere della Sera, 13 ottobre 1993- è che la finanziaria abbia l'appoggio di potentati politici, più esattamente della sinistra democristiana campana'. Fin dall'inizio la Fisvi non appariva in grado né di pagare le rate all'Iri, né di provvedere poi all'Opa sul resto delle azioni della Cdb, calcolata in altri 200 miliardi.

    Come ti manometto lo statuto sociale Il 2 marzo 1993 l'Iri, ancora presieduta da Franco Nobili, decise di vendere con asta pubblica la Cdb; il 15 marzo il Credito Italiano effettuò una valutazione tra i 900 e i 1.350 miliardi. Mentre il 29 luglio il Consiglio di amministrazione dell'Iri si apprestava a deliberare sul terzo punto all'ordine del giorno, 'Sme: cessione del settore industriale', il presidente Prodi sospese la riunione per convocare un'assemblea straordinaria che nel corso di trenta minuti, dalle 12 e 10 alle 12 e 40, modificò dieci articoli dello statuto sociale. Alla ripresa dei lavori, il Consiglio decise di abbandonare la strada dell'asta e di procedere invece per trattativa privata.

    Evidentemente il metodo dell'asta competitiva, che Nobili aveva già sperimentato con successo e con unanimi riconoscimenti al tempo della privatizzazione della Cementir, non era considerato altrettanto trasparente quanto la trattativa privata: Franco Nobili, a quel tempo incarcerato, non era in grado di illustrare i vantaggi per le casse dello Stato. Per parte sua, il Consiglio di amministrazione dell'Istituto volle conferire tutti i poteri per l'amministrazione al presidente Romano Prodi il 7 ottobre, con la facoltà 'di compiere gli atti riferentisi ad operazioni, attive e passive, a breve e a medio/lungo termine, di importo non superiore a lire miliardi 500'.

    Quando i particolari della vendita di Cdb alla Fisvi trapelarono, le polemiche fioccarono: Pietro Larizza, segretario generale della Uil, la definì 'operazione da supermercato: compri tre per tenerne due'. 'C'è una società che acquista e non ha ancora i soldi per pagare; per formare il capitale necessario, vende una parte di ciò che ha comprato; per la parte che rimane cerca ancora i soci finanziatori per completare l'acquisto. Con questo metodo a dir poco discutibile -concludeva Larizza- non servono imprenditori acquirenti, basta essere un buon mediatore di affari'.

    Fisvi: il nano che si mangia il gigante A metà novembre la Fisvi non aveva ancora pagato il pattuito: era ancora in itinere l'aumento di capitale, mentre soci come il Banco di Napoli prendevano le distanze. Nel frattempo il parlamentare comunista di Napoli Antonio Bassolino, che pochi mesi dopo sarebbe divenuto sindaco della città, scriveva una lettera al presidente del Consiglio Ciampi, allegando una 'dettagliata nota sulle modalità di vendita della Cdb alla Fisvi e sil profilo 'imprenditoriale' degli acquirenti. 'E' infatti evidente -concludeva Bassolino- il pericolo che privatizzazioni fatte a questo modo espongano pezzi strategici del nostro apparato produttivo alle mire speculative e affaristiche'. In una conferenza stampa tenuta A Napoli il 16 ottobre Bassolino così definiva l'operazione: 'E' come se dei nani decidessero di impadronirsi di un gigante'. Alla lettera a Ciampi era allegato il testo di una denuncia alla Procura della Repubblica di Napoli presentata dall'avvocato Giovanni Bisogni il 23 ottobre.

    Si apre così un procedimento penale nei confronti di Prodi e dei componenti del Consiglio di amministrazione dell'Iri, spostato poi a Roma per competenza: qui il sostituto procuratore Giuseppa Geremia affidò al perito Renato Castaldo una consulenza tecnica. Il perito rilevò come Prodi fin dal 1990 fosse advisory director (direttore consulente) della multinazionale Unilever di Amsterdam, incarico dal quale egli si era dimesso al momento del suo ritorno al vertice dell'Istituto. Risultava comunque 'innegabile e certamente singolare il ruolo svolto dalla Unilever nell'intero affare inerente la cessione Cbd, tale da potersi definire di 'regia generale', così come risulta dalla lettura dei documenti... E' innegabile e documentato che la Unilever S.A. e la Unilit spa (consociata italiana della Unilever - ndr) hanno inviato offerte, condotto trattative dirette e indirette con l'Iri e gestito l'acquisto del settore 'olio' in epoca precedente alla stipula del contratto di gestione definitivo tra Fisvi ed Iri, predisponendo anche clausole contrattuali da inserire nel contratto...'.

    E l'Iri incassa 400 miliardi in meno La Fisvi, che 'non possedeva le necessarie risorse finanziarie per sostenere le operazioni di acquisizione', aveva predisposto, prima ancora di diventare proprietaria della Cdb, la vendita del settore olio della Cdb (la Bertolli) alla Unilit, 'con il consenso del Cda dell'Iri, per la somma di lire 253 miliardi così procurandosi il denaro per pagare il prezzo...'. Addirittura la Fisvi, che non fu in grado di presentare la fideiussione di 50 miliardi richiesta dal bando d'asta del 5 marzo, ma ne presentò una per soli 5 miliardi, avrebbe dovuto essere esclusa dal novero degli aspiranti concorrenti. Se la Granarolo aveva offerto all'Iri per il solo settore del latte 200 miliardi, se il settore olio era stato ceduto dalla Fisvi alla Unilit/Unilever per 253 miliardi, se a questa cifra si aggiungeva il settore del vino, venduto per 40 miliardi, e quello delle conserve e pomodoro, del valore di 200, secondo il perito si raggiungeva la cifra di 693 miliardi, a fronte della quale l'Iri ne aveva incassati solo 310. Bisognava aggiungere a ciò la violazione dell'articolo 6 del contratto, che impegnava l'acquirente ad 'assicurare la continuità produttiva' delle aziende del gruppo Cbd: secondo il perito, l'Iri aveva consentito 'che l'acquirente 'fantasma' Fisvi smembrasse l'azienda Cirio-Bertolli-De Rica prima ancora di acquistarla e pagarla, e la vendesse a pezzi consentendo a vari soggetti di trarne ingenti profitti', con chiaro riferimento a Sergio Cragnotti nelle cui mani caddero infine le aziende del latte e delle conserve.

    Tuttavia il pubblico ministero non volle contestare agli imputati la congruità del prezzo: 'Se la valutazione l'avessi fatta fare a sessanta periti avrei avuto sessanta risultati diversi', dichiarò ad una giornalista. Il fronte aperto dall'accusa, quello del conflitto di interessi tra l'unico advisory director italiano della Unilever e il presidente della società venditrice, nonché i quesiti sul perché di un acquirente squattrinato e di fatto passacarte di acquisti altrui, non trovarono spazio presso il giudice per le indagini preliminari Edoardo Landi, il quale il 22 dicembre 1997 non concesse il rinvio a giudizio dell'allora Presidente del Consiglio'.

    http://www.tempi.it/notizia_dett.aspx?idnews=87

  3. #3
    MazingaZ
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    Quando Romano regalò la Sme (17/01/2002)

    di Bobo

    Non c'è solo Romano Prodi, naturalmente. Massimo Pini, già collaboratore di Craxi, membro del Comitato di presidenza dell'Iri dal 1986 al '92, ricostruisce e racconta la storia dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale, spina dorsale del capitalismo di Stato italiano, dalla sua fondazione nel 1933 fino alla sua definitiva liquidazione il 28 giugno del 2000. Sulla scena sfilano protagonisti e stagioni dell'economia e della politica del secolo, dal mitico fondatore Alberto Beneduce ai 'boiardi di Stato' delle Partecipazioni Statali, dalla teorizzazione democristiana dello 'Stato imprenditore' degli anni Sessanta al tintinnar di manette di 'Mani pulite' l'altro ieri. Ma la star indiscussa, primo attore per almeno quattro quinti della narrazione, è lui, il Romanone nazionale. Entra in scena a pagina 34, designato al vertice dell'ente nel novembre 1982 con la sponsorizzazione del duo Scalfari-De Mita, e ne esce solo al penultimo capitolo, quando è costretto alle dimissioni da Presidente del Consiglio. Non senza aver fatto in tempo a guidare la privatizzazione dell'Istituto: con modalità e scelte che gli tireranno addosso mai dissipate accuse di aver voluto favorire i 'soliti noti'. Ma la vendita sottocosto agli amici degli amici è una specialità praticata da lunga pezza. Rileggersi per credere - e per capire quanto sia pretestuoso il tentativo della Procura di Milano di rimescolare le carte portando sul banco degli accusati il Cavaliere e il suo avvocato Cesare Previti - il capitolo dedicato al 'pasticciaccio brutto' della vendita della Sme. Dalle carte emerge senza possibilità di equivoco che la cifra pattuita per la cessione del comparto alimentare dell'Iri a De Benedetti era irrisoria, che l'accordo prevedeva esplicitamente un benestare ministeriale che non giunse mai, che la sentenza della prima sezione del Tribunale di Roma che giudicava invalido il contratto (confermata in appello e in Cassazione) era ineccepibile. Una salutare rilettura fuori dal coro di un pezzo importante della nostra storia.

    http://www.tempi.it/notizia_dett.aspx?idnews=88

  4. #4
    MazingaZ
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    Caso Sme. Poniamo che il cav. Berlusconi sia un sadomaso... (06/02/2003)

    di Tempi

    Se il Cavaliere avesse sul serio corrotto un giudice (che gli diede torto); gli avesse trasferito il denaro (due anni dopo la sentenza sfavorevole); avesse fatto guadagnare 2.000 miliardi allo Stato (e nessuno alla Fininvest), il Cavaliere non sarebbe Berlusconi ma, scusate, sarebbe il più grosso pirla dell'Italia del Dopoguerra. Ma se Prodi fosse davvero quel benefattore d'Italia che l'Ulivo dice che sia, egli dovrebbe avere la santa pazienza di spiegarci finalmente perché, il 30 aprile di quella pazza primavera del 1985, da presidente dell'Iri, si mise in testa di svendere la Sme a Carlo De Benedetti, uscendosene con quella conferenza stampa in cui dichiarò di aver raggiunto un accordo per la cessione della Sme all'editore di Repubblica. La Sme era la finanziaria che controllava le migliori aziende alimentari di Stato (tra cui Motta, Alemagna, Pavesi, Cirio, De Rica, Bertolli, Gs, Autogrill). Era la prima grande privatizzazione dell'Iri e il suo annuncio provocò ovvio furore quando si conobbero i termini dell'accordo. A cominciare dal prezzo. De Benedetti avrebbe versato 393 miliardi a rate, pari a 333 miliardi netti, per un gruppo che aveva 2.800 miliardi di ricavi e soprattutto 630 miliardi di liquidità. Prodi dice che la cifra era stata calcolata in base a una stima affidata al rettore della Bocconi. Sì. Però la perizia era in funzione di una fusione tra la Sme e la controllata Sidalm (quella di Motta e Alemagna), non di una vendita. Tant'è che nove anni dopo, quando la Sme fu venduta a pezzi, nelle casse dell'Iri finirono complessivamente 2.400 miliardi. Il sestuplo. E poi lasciamo perdere i finaziamenti all'Ingegnere (30 miliardi rimborsabili in tre anni al tasso del 5%) e le collaborazioni con (le statali) Agip e Società Autostrade per Autogrill. I documenti parlano di una valutazione complessiva per il gruppo Sme di 497 miliardi. Però 104 miliardi (ecco perché la vera cifra dell'accordo è di 393) vengono garantiti da Mediobanca e Imi, che si impegnano ad acquistare il 13% delle azioni Sme senza le dilazioni concesse all'Ingegnere. E siccome Mediobanca era controllata dall'Iri (per tramite Bancoroma, Credit e Comit), alla fine lo Stato con una mano vendeva tutte le azioni, con l'altra se ne ricomprava una parte. Craxi (giustamente) sbarrò la strada all'operazione, l'Ingegnere chiese i danni e se ne andò per tribunali (che non gli diedero mai ragione) finché non arrivarono quelli là e, oplà. Ora, supponiamo pure per assurdo che Berlusconi sia l'imprenditore più pirla che c'è. Domanda: ma perché De Benedetti non ha mai citato in giudizio personalmente Prodi? Perché le inchieste romane su Prodi si sono arenate mentre quelle su Berlusconi (il pirla corruttore di giudici romani) sono al punto in cui sono? Perché nessuno si è mai interessato degli altri membri della cordata Sme? Perché l'inchiesta del Pool è rimasta a Milano e non è stata trasferita a Perugia, sede competente per le accuse ai magistrati di Roma? Tutte le immaginette di Oscar Luigi Scalfaro a chi indovina.

    http://www.tempi.it/notizia_dett.aspx?idnews=89

  5. #5
    MazingaZ
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    Romano deli spiriti (08/05/2003)

    di Mauro Bottarelli

    Quel povero figlio di magistrato di Milano che si è fatto beccare nell'aula del Tribunale a insultare il Presidente del Consiglio è solo l'ultima goccia del vaso traboccante di prove della follia ideologica in cui si è consegnata la sinistra giustizialista.

    All'incrocio tra Sme e Ue
    Stavolta si è arrabbiato davvero. La sentenza che ha condannato Cesare Previti a undici anni di carcere è stata, nel suo piccolo, la versione interna della campagna irakena di Bush. «Non è più tempo di colombe. Questi vogliono ripetere il giochetto del '94. Vogliono la guerra? E guerra sia» avrebbe detto ai suoi consiglieri il Premier infuriato. è così che matura la decisione di andare alla 'deposizione spontanea' al processo Sme di Milano e affrontare a viso aperto, con un bombardamento a tappeto di documenti e testimonianze, il caso esemplare che rischia di diventare l'episodio chiave della battaglia finale del Cavaliere con i suoi irriducibili nemici. Le due rette parallele - quella del processo Sme e quella del semestre di presidenza italiana dell'Ue - non si incontreranno più all'infinito. Politicamente parlando, il loro incrocio è già avvenuto lunedì scorso nel Palazzo di Giustizia di Milano e di nuovo si intersecheranno nell'incrociarsi di spade di qui alla fine di giugno, termine previsto per la sentenza Sme e vigilia dell'inizio del semestre Ue a guida italiana, Romano Prodi Commissario.

    Il reato di lesa maestà a Mr. De Benedetti
    Già, Romano Prodi. Mister Ue che, suo malgrado, rischia di tornare protagonista sulla scena politica italiana nell'imbarazzante veste di testimone a un processo. Se infatti il progetto di Berlusconi è quello di risolvere una volta per tutte il problema dei giudici, nel breve la questione risponde all'appello con un solo nome: Sme. L'operazione si è palesata lunedì mattina in un'aula stracolma del Tribunale di Milano. Il processo sulla fallita cessione della Sme negli anni '80 è infatti per molti versi surreale. Sul banco degli imputati c'è il Presidente del Consiglio in carica. Tra i testimoni chiamati in causa dallo stesso premier c'è il suo predecessore (Giuliano Amato, ora vice-presidente della Convezione Europea) e il premier del '96 (Romano Prodi, ora presidente della Commissione Ue). Tre primi ministri per un unico dibattimento che rischia di passare agli annali come la fotografia più nitida di che cosa sia stata la stagione di Tangentopoli. Per capirlo basta esaminare i fatti. Dietro la sigla 'processo Sme' c'è la storia della mancata vendita della holding alimentare dello Stato, la Sme appunto, alla Buitoni, ai tempi di Carlo De Benedetti. Romano Prodi, allora presidente dell'Iri, firmò un accordo di vendita con De Benedetti per 393 miliardi. Il premier Bettino Craxi si oppose perché giudicava il prezzo irrisorio. Negli stessi giorni un'altra cordata avanzò una proposta economica più vantaggiosa. Della cordata in questione facevano parte imprenditori del settore come Barilla, Ferrero e la Fininvest di Berlusconi. Il Ministro delle Partecipazioni Statali ordinò di valutare le nuove offerte. De Benedetti, da parte sua, cercò di far valere in giudizio il suo preaccordo. Prodi e Amato, sia nel 1985 sia oggi (al di là delle loro 'amnesie'), ammisero che senza autorizzazione governativa il precontratto non poteva essere valido. Il giudice Filippo Verde (l'unico assolto il 29 aprile scorso al processo Imi-Sir) sentenziò l'inefficacia dell'accordo e gli altri gradi di giudizio confermarono. Fine della vicenda? Neanche per sogno. I pm milanesi sostengono che la sentenza fu comprata da Berlusconi. Non si spiega, però (e non lo spiegano nemmeno i magistrati), che vantaggi ottenne la Fininvest. Chi ne beneficiò fu lo Stato che dalla vendita della Sme (ad altri acquirenti, nel 1993) incassò duemila miliardi di lire in più. Un reato abbastanza cervellotico quello per cui è imputato il Cavaliere, tanto da permettergli in aula una difesa che ha fatto tremare più di una poltrona.

    Romano, la vergine dell'Iri
    «Dimostrerò la paradossalità delle accuse», è cominciata così la deposizione spontanea di Silvio Berlusconi. Dichiarazione che, come si è capito nel seguito, va tradotta così: 'se volete affondarmi attraverso i tribunali, allora andiamo a fondo insieme vista l'assenza di verginelle tra i miei accusatori'. Il presidente del Consiglio, dichiarando che la sua condotta «è stata integerrima» e ne va «orgoglioso», ha ricostruito la cessione dell'azienda Sme, riferendo che Bettino Craxi gli disse: «Mai si era vista un'operazione di questo genere cresciuta nel segreto e inaccettabile». «Non c'era nessun mio interesse diretto, Craxi mi pregò di intervenire perché considerava quell'operazione un danno per lo Stato», ha aggiunto Berlusconi. Il premier ha spiegato quindi di aver accettato l'invito di Craxi «anche perché avevo un conto aperto con De Benedetti», citando la vicenda Mondadori a causa della quale Berlusconi continuava a ricevere accuse. Berlusconi ha anche citato presunte tangenti nella vicenda: «In un incontro Craxi mi disse che c'erano voci di tangenti al partito di maggioranza. Il sottosegretario Amato ebbe poi una telefonata molto dura con l'allora presidente della Commissione Bilancio dicendo che c'erano le prove di tangenti e che questa era l'unica spiegazione del regalo che veniva fatto alla Cir di De Benedetti». Il presidente del Consiglio ha poi giocato il carico da novanta, chiedendo l'audizione di nuovi testimoni che possano confermare la sua tesi. «Il Tribunale deve sentire necessariamente alcune persone che ho citato - dice - come Altissimo, Cirino Pomicino, Darida e i membri del Cda dell'Iri. Questi possono confermare in maniera precisa che i fatti sono questi e che il mio interessamento non portò a me alcun vantaggio». Ecco il punto nodale, l'Iri, ovvero il regno incontrastato di quel Romano Prodi che Berlusconi ha strategicamente citato in aula ma senza fare esplicitamente il suo nome: «Craxi mi disse che un affare di questo genere non poteva essere stato concluso in sole due sedute. Venni a sapere che due dirigenti dell'Iri si indignarono quando seppero dell'offerta di De Benedetti all'atto della firma». Berlusconi ha quindi spiegato: «Seppi che De Benedetti disse: 'non sono qui per fare offerte ma per firmare'. I due dirigenti abbandonarono la seduta e rimasero solo De Benedetti e il presidente dell'Iri a concludere l'affare». Il colpo è stato assestato. Avvicinato dai cronisti a Bologna, Romano Prodi ha ribadito, piuttosto seccato: «Non è un processo a me». «Non sono preoccupato». Sarà, ma tutto depone a favore del contrario.

    http://www.tempi.it/notizia_dett.aspx?idnews=91

  6. #6
    MazingaZ
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    8 a Prodi? (22/05/2003)

    di Tempi

    A molti sarà sfuggito il libro L'affare Telecom (Sperling& Kupfer Editori) edito nel luglio 2002 e di cui proponiamo qui di seguito qualche passaggio tratto dal capitolo centrale (pp. 177-217) relativo al caso Seat. Gli autori, Giovanni Pons, giornalista di Repubblica e Giuseppe Oddo, del Sole-24 Ore, delineano un quadro particolareggiato del 'grande capolavoro' della seconda Repubblica. Davvero un bell'esempio di investigative reporting. Peccato che in questi tempi di discussione su affari risalenti a vent'anni fa, anche La Repubblica eviti accuratamente di utilizzare i suoi ottimi professionisti per rinfrescare la memoria dei lettori su cose accadute. praticamente oggi.

    L'affare Seat-Telecom
    1. Quadro d'insieme di un'operazione da 'tecnici' con un 'alto senso dello Stato'.
    «La straordinarietà di tali operazioni (quelle intorno a Telecom, dal '96 in avanti, ndr), il cui vantaggio economico è tutto da dimostrare, è consistita nel fatto che esse sono servite a ricoprire d'oro alcuni azionisti. Il caso più clamoroso, anche se non il solo, purtroppo, è rappresentato dal viaggio di andata e ritorno della Seat: dalla Stet al ministero del Tesoro (autunno '96, ndr), dal Tesoro ad azionisti privati (luglio '97, ndr) dai privati a Telecom ('la Stet di una volta', nda; operazione lunghina, annunciata a febbraio, conclusasi a giugno 2000; a febbraio il premier è D'Alema, ministro del Tesoro Amato; a giugno il premier è Amato, il Tesoro è assorbito in altri dicasteri, i ministri economici sono Visco e Del Turco). A fine corsa qualcuno ha incassato 6,71 miliardi di euro pagati da mamma Telecom, che a causa di questa operazione ha accusato nel 2001 un vistoso calo di profitti».

    2. Dettaglio di una operazione da 'tecnici'.
    «Nel luglio 1997, il Tesoro (Ciampi, premier Prodi, ndr) aggiudica il 61, 27% della Seat alla Otto-Ottobi, incassando 853,7 milioni di euro lordi, sulla base di una valutazione complessiva dell'azienda di 1,65 miliardi di euro, ma nello stesso tempo la Telecom restituisce 170 milioni di euro alla cordata acquirente, rilevando il 20% della stessa Otto. Tutto si può dire tranne che il Tesoro abbia concluso un affare. I fatti dimostrano che gli acquirenti hanno pagato meno di due volte il fatturato di una gallina dalle uova d'oro con un business garantito per i dieci anni a venire. la conferma verrà nel 2000 quando, per acquistare dagli azionisti della Otto il controllo della Seat, la Telecom non esiterà a valutarla 20miliardi di euro».

    3. Quadro di insieme e in dettaglio.
    «.l'ardito marchingegno finanziario che ruota intorno alla Otto, rende completamente opaco l'assetto proprietario della Seat. Questa assoluta mancanza di trasparenza impedirà in seguito di conoscere nel dettaglio i nomi dei beneficiari di 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire, mica noccioline, no? ndr) versati da Telecom Italia ai Magnifici Otto in cambio del controllo della Seat. Il Tesoro (Ciampi, ndr) è al corrente dell'alveare societario che forma l'azionariato della Otto nel momento in cui le consegna il 61,27% della Seat? (interrogativo intrigante, no? ndr). Ed è al corrente che un azionista col 10% del capitale che risponde al nome di Investitori Associati II è a sua volta un sotto-sistema di finanziarie in gran parte domiciliate in paradisi offshore non riconducibili a persone fisiche e totalmente esenti da imposte in Italia?» (interrogativo intrigante, no? ndr).

    4. E non è finita.
    «Tra il boss della Seat e i soci della Otto, vi è totale sintonia di interessi. Pelliccioli comincia col non distribuire il dividendo del bilancio 1997, che spetterebbe per la quasi totalità al Tesoro (Ciampi, Prodi premier) rimasto azionista della Seat fino al 25 novembre. Evidentemente deve esserci un accordo tra acquirenti (i Magnifici Otto, ndr) e venditore (il Tesoro, premier Prodi, ndr) in base al quale quest'ultimo rinuncia a incassare la quasi totalità dei 78,5 milioni di euro di utile netto dell'esercizio 1997. Ma questi profitti non riscossi non sono gli unici che lo Stato lascia in dote ai nuovi azionisti. La società (Seat) viene infatti consegnata alla Otto (Magnifici, ndr) con 258 milioni di euro di liquidità che il Tesoro (Ciampi, premier Prodi, ndr), volendo, potrebbe prelevare con un dividendo straordinario, così come farà con l'Enel poco prima della privatizzazione. Dagli 1,65 miliardi di euro di valutazione della Seat all'atto della vendita bisognerebbe quindi sottrarre, a rigor di logica, i quasi 337 milioni di euro di disponibilità finanziarie che i nuovi azionisti vi trovano in cassaforte.
    Il dettaglio non è di poco conto perché l'acquisizione della Seat si configura come un'operazione con cui gli acquirenti finanziano l'acquisto dell'azienda con la liquidità che essa ha 'in pancia', con l'obiettivo di rivenderla e ricavarci una maxi-plusvalenza quando le quotazioni saranno salite alle stelle.».

    Quel fantastico 1999
    1. Servitori dello Stato. Come si crea valore.
    «All'inizio del febbraio 1999 il Cda (Seat, ndr) decide di distribuire un dividendo straordinario di 905 milioni di euro dando fondo alle riserve di bilancio. Questo dividendo va ad aggiungersi a quello ordinario, che per l'esercizio 1998 ammonta a 148 milioni di euro, praticamente al 100% dell'utile. Quindi oltre 1 miliardo di euro di dividendo complessivo, di cui 645 milioni affluiscono nelle casse della Otto. la società acquirente della Seat preleva dunque da quest'ultima, a un anno e mezzo soltanto dalla privatizzazione, una quota di capitale addirittura superiore al debito contratto per acquistarla. A farne le spese è. la Seat, che passa da un saldo positivo di 387 milioni di euro a uno negativo, cioè a un debito netto di 671 milioni. Questo sì che è creare valore!».

    2. Servitori dello Stato. Come si entra nel guinness dei primati.
    «All'inizio del 1999. gli investitori della Otto. possiedono il 61,27% delle azioni ma per mantenere il controllo è sufficiente il 50% più un'azione. Incaricano la Lehman di collocare presso investitori istituzionali l'11% del capitale. e l'operazione si consuma in un attimo generando un incasso di oltre 465 milioni di euro. Prima 645 milioni di euro di dividendo e ora altri 465 milioni dalla vendita di un pacchetto di azioni. Si comincia a rientrare ampiamente dall'investimento effettuato meno di due anni prima».

    3. Altissimi servitori dello Stato.
    «Sarà una coincidenza, ma la vendita di quell'11% della Seat spinge i suoi azionisti, nel febbraio 1999, a trasferire anche la proprietà della Otto in Lussemburgo, dove la maggioranza dei soci ha già eletto domicilio. Dalla sera alla mattina, il 61,27% della Seat viene trasferito nel Granducato a due società di nuova costituzione, la Huit e la Huit II, fotocopia (siamo nel febbraio '99, il ministro del Tesoro è Ciampi, premier D'Alema, ndr) di quelle utilizzate 18 mesi prima per l'acquisto dal Tesoro ('97, ministro del Tesoro Ciampi, premier Prodi, ndr). è l'apoteosi dell'elusione fiscale. Ma il ministro delle Finanze Vincenzo Visco sembra disinteressarsene. Ignorando il trasferimento della proprietà della Seat in Lussemburgo, lo stato italiano si nega di fatto la possibilità di incassare le imposte sulle plusvalenze che saranno realizzate al momento della vendita a Telecom».

    4. Quadro riepilogativo di come si acquista dallo Stato (la Seat) che ha un terzo di fatturato aziendale già garantito (da Telecom) fino al 2007, con fideiussioni (del socio nell'affare) Comit (finanziamento del debito studiato da Cossutta), e si diventa miliardari in due anni, senza nemmeno pagare le tasse.
    «Riepilogo: in poco più di due anni la cordata che s'è aggiudicata la Seat, pagandola 853, 7 milioni di euro, ha cavato dalla società 935 milioni di euro di dividendi che le hanno permesso di rimborsare i 622 milioni di euro di debiti contratti per l'acquisto, gli interessi passivi, le consulenze alle banche d'affari, gli avvocati e di riscuotere il capitale investito. Se ai dividendi aggiungiamo i 465 milioni di euro ottenuti dalla vendita dell'11% di capitale, pari a una rivalutazione del 255% in due anni, otteniamo un primo bilancio dell'incredibile operazione. Pelliccioli, Drago, Cossutta, Tazartes, Erede: ecco i novi finanzieri della seconda repubblica.».
    «Dal 1999. la proprietà delle azioni Seat si è spostata in Lussemburgo, dove il fisco italiano non arriva, e tutto è pronto per il colpo finale: la vendita alla Telecom, passaggio propedeutico alla fusione Seat-Tin.it. Tra poco vedremo i soci della Huit convolare a nozze con Roberto Colaninno. Ma in che mani sono finiti quei 6,71 miliardi di euro (13mila miliardi di lire, mica noccioline, no? ndr) pagati dalla Telecom per comperare il controllo della Seat (che era stata acquistata a 853,7 milioni nel 1997, dallo Stato, ndr)? Che strade hanno battuto prima di arrivare a destinazione? (l'affare Telekom-Serbia ne sa qualcosa? ndr). Per ora si possono dare risposte parziali. Si può per esempio affermare, senza tema di smentita, che quei 6, 71 miliardi di euro, usciti da una società con sede sociale a Torino (la Telecom) per l'acquisto di un'altra società domiciliata nella stessa Torino, a qualche isolato di distanza (la Seat), sono transitati per uno Stato nel quale non si pagano imposte, che garantisce il più assoluto anonimato in fatto di investimenti (il Lussemburgo)».

    http://www.tempi.it/notizia_dett.aspx?idnews=93

  7. #7
    MazingaZ
    Ospite

    Predefinito

    Il trend di Prodi 01 (22/01/2004)

    di Mauro Bottarelli

    Chris Heaton-Harris, capogruppo del Partito Conservatore britannico al Parlamento europeo, è un duro e non fa niente per nasconderlo. Nato nel 1967 a Leicester, enfant prodige del partito nelle natie Midlands, Heaton-Harris è sposato con Jayne, ha due figlie, Megan di sette anni e Tess di quattro e un'incrollabile fede nella politica thatcheriana di anti-europeismo viscerale, dove questo termine non significa disprezzo per l'Europa bensì per l'euroburocrazia che la governa. Fermamente convinto della necessità di mantenere la sterlina come moneta e dell'intangibilità del principio di sovranità nazionale, Heaton-Harris è anche promotore di una campagna tesa a costringere Tony Blair a indire un referendum attraverso il quale il popolo britannico possa democraticamente esprimere il proprio parere sulla futura Costituzione europea, vincolando quindi la politica governativa in ambito Ue alla reale volontà della gente (a tal fine ha anche dato vita al sito Internet www.putittothepeople.com).
    Come valuta la leadership europea di Romano Prodi?
    «Un mucchio di belle parole e nobili propositi e nessun fatto concreto. Lo scandalo Eurostat è qui a provarlo, lo stesso caso Italtrend da me denunciato nell'indifferenza generale ne è la conferma. Tutto questo è stato reso possibile dalle terribili falle presenti nel sistema che regola la vita dell'Unione europea, una mastodontica burocrazia al cui interno si annidano i germi della scarsa trasparenza e della poca produttività. Prodi è stato costretto ad ammettere l'esistenza di scandali ed errori anche gravi ma nessuno, lui per primo, si è preso le responsabilità politiche per l'accaduto. è inaccettabile, chi sbaglia deve pagare».
    Forse questa disattenzione in sede europea è dettata dal fatto che Prodi ha la testa molto occupata con la campagna elettorale italiana.
    «Guardi, devo ammettere che non mi tocca né mi scandalizza più di tanto il fatto che Romano Prodi possa candidarsi alle elezioni europee o che si occupi della politica italiana utilizzando la sua posizione privilegiata di presidente. Sa perché? Perché era chiaro fin dal primo giorno, dal suo insediamento, che Prodi avrebbe tenuto il piede in due scarpe. La cosa, poi, ha assunto dimensioni quasi farsesche con l'inizio del semestre di presidenza dell'Italia: da quel giorno anche i ciechi e gli stupidi hanno capito che l'unico intento di Prodi era quello di mettere a segno un punto nella sua lotta politica e personale contro Berlusconi in una chiave che era unicamente di politica interna italiana. Certo, trovo abbastanza irresponsabile e imbarazzante in un momento di grandi problemi e preoccupazioni - interne e internazionali - per l'Europa, che il presidente della Commissione si concentri così tanto, dando anima e corpo, sulla disputa politica del proprio paese. Il suo odio per Berlusconi è più forte di qualsiasi richiamo al senso di responsabilità e del dovere. Questo, per quanto mi riguarda, rappresenta un limite politico e umano enorme».
    In effetti, appena fallita la Conferenza intergovernativa, Prodi non ha perso tempo per addossarne la responsabilità proprio a Berlusconi.
    «Assurdo. Il fallimento della Cig non è responsabilità di Berlusconi ma va ricercato nel fatto che la Costituzione dell'Ue rappresenta un enorme passo avanti nel processo di integrazione europea e uno step simile non può essere calato dall'alto o imposto per ragioni di tempo o di prestigio personale. Forse la gente non sa che la Costituzione garantirà un ulteriore, enorme potere di Bruxelles sulla vita dei cittadini dei singoli stati e significherà, di fatto, la fine della sovranità nazionale. è normale che di fronte a questioni simili gli stati abbiano reso note le proprie perplessità ben prima che iniziasse la Cig: cosa c'entra Berlusconi in questo? Se c'è qualcuno che ha reso la situazione ancora più difficile da risolvere , al limite, questo è proprio Prodi che ha insistito con tutti i mezzi per garantire a Bruxelles un ulteriore accorpamento di poteri. E poi, diciamola tutta: sono certo che né Berlusconi né Prodi avrebbero scommesso un centesimo sul successo della Cig. E sa perché? Perché in fondo era nell'interesse di tutti che andasse a finire così».
    Lei è uno dei pochi inglesi non pregiudizialmente contro Berlusconi: l'Economist invece.
    «In effetti nemmeno io so perché l'Economist detesti tanto Berlusconi. Se mi permette un'ipotesi, però, penso che non si tratti di una linea dettata dalle convinzioni liberali in fatto di economia ma di una precisa scelta del direttore e dei giornalisti, un punto di vista personale e nulla più. Insomma, una questione personale».
    Mr. Heaton-Harris, come anticipato lei ha denunciato per primo la scandalo Italtrend in sede europea: vuole riassumerci brevemente la vicenda?
    «Volentieri. A quanto sembra dalle evidenze - ma nonostante le mie molte richieste di chiarimento nessuno si è ancora degnato di darmi una risposta ufficiale per confermare oppure smentire - dal 1999, anno in cui Romano Prodi ha assunto la guida della Commissione Ue, Bruxelles ha versato attraverso l'ufficio per la cooperazione 'EuropeAid' 15 milioni di euro (quasi 30 miliardi di vecchie lire, ndr) alla società italiana di consulting per gli aiuti allo sviluppo Italtrend, azienda con sede a Reggio Emilia al cui interno lavorano soltanto 14 dipendenti».
    Cosa ci sarebbe di strano in questo?
    «Nulla, se non che una di questi dipendenti è Silvia Prodi, nipote del presidente della Commissione, assunta alla Italtrend dal 1994 e attualmente assistente della direttrice Silvana Garavelli. Nata nel 1977, l'azienda si occupa in principal modo di progetti per la sicurezza degli impianti nucleari nella ex Unione Sovietica e di aiuti alle popolazioni palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. (Interpellata al riguardo, Silvia Prodi ha sdegnosamente rigettato le accuse di presunti favoritismi familiari, dicendo che vede lo zio «solo una volta all'anno, a Natale» e che non ha «mai accettato nulla in tutta la vita che derivasse dall'uso del mio cognome». Qualcosa di più lo si scopre scavando nel suo impegno politico. Silvia ha infatti sostenuto attivamente la campagna elettorale di Antonio Soda, magistrato ed ex consigliere della Corte d'Appello di Bologna, eletto per l'Ulivo nel collegio superblindato 25 di Reggio Emilia. Per ammissione dello stesso zio Romano, poi, si sa che fu proprio Silvia a suggerirgli la nomina di Antonio Di Pietro a ministro dei Lavori pubblici nel 1996, ndr)».
    Un bel conflitto di interessi, quindi?
    «Pare proprio di sì. Visto anche che su 75 appalti vinti dalla Italtrend, soltanto due hanno avuto un bando di gara normale, mentre gli altri sono stati quasi tutti ottenuti con trattativa diretta. Questo anche perché i sostanziosi contratti del programma Tacis (Assistenza tecnica ai paesi dell'ex Unione Sovietica) - che rappresentano il contributo finanziario dell'Unione Europea a sostegno del processo di trasformazione politica ed economica in atto nelle Repubbliche della ex Urss - sono gestiti direttamente dalla Commissione. In dieci casi di appalto è stata seguita una 'procedura ristretta': ovvero una procedura che presuppone la presenza solo di aziende invitate dalla Commissione che possono presentare un'offerta. In ulteriori quattordici casi si è seguita la strada dell'accordo 'diretto' firmato da azienda e Commissione. In altri quaranta casi la Italtrend ha vinto 'contratti framework', ovvero è stata messa in condizione di competere in una serie di gare d'appalto. Altri otto contratti sono stati assegnati dopo quella che la Commissione chiama 'procedura informale' mentre l'ultimo è stato concesso attraverso una 'procedura negoziata'. Probabilmente sarà tutto regolare, ma questi particolari per me rappresentano un motivo in più per esigere grande trasparenza da parte di un uomo che è contemporaneamente erogatore di fondi e zio di una delle percettrici di questi fondi comunitari, quindi pubblici».
    In Italia la grande stampa ha ignorato il caso. Che ne pensa?
    «è molto preoccupante, visto che la stampa svolge un ruolo importantissimo. Io stesso sono venuto a conoscenza del caso attraverso una pubblicazione britannica, European Voice, che pubblicò un paio di articoli dai contenuti veramente gravi se confermati. Bene, io come politico voglio solo questo: una conferma o una smentita, la verità insomma. Come presidente della Commissione Ue Romano Prodi dispone di un enorme potere e non deve poterne abusare, non deve utilizzare la sua posizione per scopi personali di questo tipo: non è la stessa accusa che lui muove sempre a Berlusconi? Comunque sia, seppur in modo tutt'altro che formale attraverso un portavoce, Prodi ha negato responsabilità: io, comunque, non desisto. Continuo a documentarmi, a investigare sul caso e ad esigere una risposta chiara».
    Niente male come storiella, che ne dite? Ora, poi, a gettare ulteriore mistero su una vicenda dai contorni già poco chiari ci ha pensato l'interrogazione presentata a Bruxelles dall'eurodeputato della Lega Nord, Mario Borghezio. Secondo il focoso esponente padano, infatti, risulterebbe che l'effettiva proprietà della Italtrend sia quantomeno nebulosa. Il socio più importante dell'azienda emiliana è infatti la Necway Trading Limited, società con sede a Dublin 2, ai civici 24 e 26 della City Quay, presso uno studio di consulenza fiscale e commerciale. Nulla di illegale, per carità, questa scoperta non è certo una notitia criminis (noi siamo garantisti, noi). La cosa strana è che allo stesso indirizzo, nella bella palazzina con vista sul mare affacciata di fronte all'International Financial Service Center, ha sede la Grant Thornton Irlanda, filiale sull'isola di smeraldo dell'istituto balzato agli onori delle cronache per la contabilità creativa di casa Parmalat. Direttore della Necway Trading Limited è Conor Blackwell, socio di Grant Thornton mentre il director operativo, quello che ne segue l'attività, è Paul Joseph Watson, personaggio che risulta risiedere a Port Saint Mary, nell'Isola di Man, noto paradiso fiscale delle Channel Islands. Una ricerca nel sito Internet dell'albo professionale dell'Isola è sufficiente per scoprire che di Watson non esiste traccia: non un curriculum, non un documento che lo riguardi. Ma c'è di più. La maggior parte delle operazioni che riguardano l'azienda sono state curate dell'avvocato italiano Sabina Dazzi ma, cercando nel sito Internet della Camera di Commercio di Reggio Emilia, si scopre che della Italtrend s.r.l. non c'è traccia nel registro degli iscritti: eppure la sede legale dell'azienda è proprio nel capoluogo di provincia emiliano, al 30 di via Raffaello. E ancora, nell'ultimo bilancio certificato dell'azienda figurano garanzie fideiussorie per 36 milioni di euro, tutte fideiussioni a fronte di fondi Ue per contratti di procurement e di assistenza tecnica. In parole povere, la Italtrend non presenta rischi d'impresa: fanno fuori ciò che ricevono con le consulenze. E poi, ancora più strano appare l'asset e la definizione che la Italtrend dà di sé: «Provider di servizi di assistenza tecnica ad istituzioni internazionali e in particolare quale società qualificata a rendere servizi di supporto nei programmi di cooperazione e sviluppo della Commissione europea nello scenario mondiale». Il tutto, si badi bene, con solo 14 dipendenti! Ripetiamo, questa non è una notitia criminis: certo che l'imperativo di trasparenza adottato da Romano Prodi al momento del suo insediamento a Bruxelles per chiudere con la sciagurata era Santer sembra un po' appannato nello slancio... Il triciclo giustizialista del 'facciamoci del bene' non ha nulla da chiedere al riguardo?

    http://www.tempi.it/notizia_dett.aspx?idnews=94

  8. #8
    MazingaZ
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    Il trend di Prodi 02 (22/01/2004)

    di Mauro Bottarelli

    Del suo manifesto, 'Programma per l'Ulivo', una pizza per tutte le stagioni che gli ha procurato severe critiche in Europarlamento, si sa quasi tutto. Il 'Comitato di autocensura spontanea per Prodi 2006', esclude invece che in Italia si vada molto al di là del Foglio (18 novembre) per avere notizia sul caso delle commesse (di 15 milioni di euro) partite da Bruxelles per Italtrend, un'azienda italiana in cui lavora l'ingegnere Silvia Prodi, nipote di Romano Prodi. Qualcosa in più ne sanno invece i sudditi di Sua Maestà britannica, visto che la vicenda ha trovato eco sulle pagine di Sunday Times (titolo del servizio: 'Una marea sordida intorno alla famiglia Prodi') e Sunday Telegraph di domenica 16 novembre. Dal Sunday Times apprendiamo che «Romano Prodi affronterà domande imbarazzanti sui legami della sua famiglia con un'azienda che ha ottenuto appalti remunerativi da Bruxelles. L'aumento di accuse di nepotismo all'interno della Commissione ricorda la sordidezza che ha fatto sprofondare il suo predecessore Jacques Santer». Conflitto d'interessi? Chissà, certamente - come scrive l'Economist (come scrive Repubblica, 'l'autorevole Economist', quando Economist scrive del Cav.) - Prodi è un second rate president, un presidente di serie B.

    http://www.tempi.it/notizia_dett.aspx?idnews=95

  9. #9
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    Ecco un altro paladino difensore di una parte e demigratore dell'altra.
    NON CAPISCO BENE DOVE IL NOSTRO VOGLIA ARRIVARE.
    Mi sembra di capire che stravede per gli attuali governanti, li ritiene che siano stati bravi nel governarci, niente da eccepire ogniuno può pensarla come crede, c'è libertà di pensiero e di giudizio, basta però non uscire dal binario del buon senso, per onestà verso gli altri ma anche verso se stesso.
    Ora leggo la diatriba su Prodi ed il suo operato nell'ambito delle istituzioni, leggo delle sue manchevolezze e molto di più, non stò ad analizzare quanto scritto se vero oppure falso, l'unica sensazione che mi sembra parecchio paranoico, quasi una campagna martellante antiprodiana, atta a lanciare un messaggio tipo attenti all'orco.
    Ora voglio però vedere dalla parte a cui tiene il paladino Mazinga:
    ---leggi a personam a iosa, neanche la DC era stata capace di tanto, anzi diversi ministri finirono in gattabuia;
    ---premiazione dei furbi, con i condoni e le scappatoie fiscali;
    ---spostamento del reddito dalle classi medio basse a quelle medio alte, affermato dai sottosegretari Baldassarre e Brunetta, è si hanno ammesso che il potere di aquisto è diminuito in basso ma è cresciuto in alto.
    Credo che basti tanto per iniziare a far riflettere qualcuno.

  10. #10
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    EBBENE MAZINGA!SE TUTTO CIO' CHE SCRIVI E' VERO E SE PRODI VINCERA' , come io credo , SARA' UN'ULTERIORE EVIDENZA DI QUANTO SIA PEGGIO LA GAND CHE CI GOVERNA!

    SEI DACCORDO?
    Il problema non è Berlusconi , il problema sono gli italiani!

    DISSIDENTE POLITICO IN REGIME DA OPERETTA!
    OH CINCILLA' ... OH CINCILLA'!

 

 
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