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Discussione: aaaaaHHHHHH

  1. #31
    Socialcapitalista
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    -L'Italia non è un paese povero è un povero paese(C.de Gaulle)
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    Citazione Originariamente Scritto da Hayekfilos
    Ludwig von Mises“Socialismo: Analisi Economica e Sociologica” seconda edizione 1932
    Parte V Il Distruttivismo-Cap. quarto-I Sindacati Operai
    L’interrogativo fondamentale per comprendere le conseguenze economiche e sociali del sindacalismo consiste nel chiedersi se, nell’ambito di un’economia di mercato, il lavoro possa ottenere una più alta e duratura remunerazione ricorrendo all’associazionismo e alla contrattazione collettiva. A questa domanda la teoria economica – sia quella classica (compresa l’ala marxista), sia quella moderna (inclusa pure l’ala socialista) – risponde categoricamente in modo negativo.....
    Tutto questo viene spiegato dagli economisti in una maniera totalmente diversa. A loro avviso tale miglioramento è dovuto al progresso del capitalismo, alla progressiva accumulazione del capitale e al suo corollario: l’incremento della produttività marginale del lavoro....
    Non c’è dubbio che dobbiamo dare maggiore credito alle idee degli economisti, sostenute come sono dall’andamento reale degli eventi, che non alle credenze ingenue di uomini che argomentano semplicemente in base al post hoc ergo propter hoc.
    Vecchiume....
    Bisogna innanzitutto distinguere lungo e breve periodo.
    Nel breve periodo le lotte sindacali possono certamente migliorare la condizione dei lavoratori semplicemente appropriandosi di una quota dei profitti,
    e questo a volte è non solo possibile ma addirittura necessario,
    l'unica giustificazione del profitto è l'investimento,
    in periodi nei quali gli investimenti sono bassi Keynes spiegò che gli alti profitti non vengono spesi, non assorbono l'offerta di beni provocando la crisi,
    perchè l'economia funzioni tutti i redditi devono essere spesi per acquistare tutti i beni prodotti, se i profitti non si investono bisogna aumentare i salari.
    Analogamente se gli imprenditori invece investono, aumentando l'occupazione, la programmazione governativa può lasciare che i profitti crescano.

    Nel lungo periodo è ovvio che l'incremento dei redditi, che è stato drammatico, di 50 volte dal '700 ad oggi,
    dipende dal progresso.....dell'accumulazione di capitale??? no, dal progresso generale della società, specialmente di scienza e tecnica, di cui l'accumulazione di capitale non è che una conseguenza,
    anzi il capitalismo liberista ha più volte dimostrato la sua incapacità di accumulare capitale a livello ottimale,
    e del resto la politica imperialistica degli stati non era certo liberista...
    Ma anche qui le lotte sindacali sono indispensabili, perchè l'aumento della produttività non viene certo trasferito automaticamente ai lavoratori,
    potrebbe esserlo solo in un'ipotetica situazione di piena occupazione, che non si realizza mai sia perchè la richiesta di lavorare è sempre superiore all'offerta, sia perchè si può usare l'immigrazione dagli enormi serbatoi di poveri del terzo mondo.

    Sorvoliamo sulla presunta inutilità secondo il 'marxismo' delle lotte sindacali,
    indica solo un'incomprensione della teoria espressa nel capitale di Marx,
    dove non si fa minimamente un analisi politica dei fatti economici.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  2. #32
    Socialcapitalista
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    Citazione Originariamente Scritto da Hayekfilos
    Non è che i disoccupati non trovino lavoro; costoro non vogliono, piuttosto, lavorare ai salari che possono ottenere sul mercato del lavoro per il particolare lavoro che essi sono in grado e vogliono fare.
    Follia,
    intanto il salario deve permettere di vivere, quindi non può scendere al di sotto di questa necessità.

    poi si deve mangiare tutti i giorni, quindi evitare anche la disoccupazione provvisoria

    poi il caso più evidente dei lavoratori agricoli e delle carestie mostra quanto sia inutile l'assicurazione per la disoccupazione.

    Il fatto è che anche le idee più sbagliate possono trovare le loro parole, ma l'unico modo di realizzare queste idee sarebbe una dittatura alla pinochet, perchè il 90% della popolazione ne verrebbe svantaggiata.
    In svezia sono i socialdemocratici che governano da 70 anni non Von Mises,
    in Cina i Comunisti.....
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  3. #33
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    Citazione Originariamente Scritto da agaragar
    farebbe oltre il 5%....

    Sono oltre 40 anni che i conti usa sono gravemente in rosso e che il mondo viene inondato da carta-dollaro, e questo lo dicono tutti gli economisti indipendenti, altro che Soros,
    Secondo i canoni del liberalismo classico e neoclassico, l'amministrazione del tesoro americana dovrebbe andare in galera...
    il mio dato sul deficit pil viene dalla commisione del Congresso che si occupa di leggere e verificare il Budget federale
    e naturalmente lo confermo


    le previsioni valgono per il tempo in cui sono state emesse


    quanto al deficit vedo che non ti piace, quindi devo concluedere che siamo perfettamente sulla stessa lunghezza d'onda

    solo che ho il sospetto che tu appoggeresti programmi statali per l'integrazione dei redditi più bassi, e magari concederesti sempre a spese dello stato un alto sussidio a chi perde il lavoro


    sempre in ossequio alla nostra demmmogggrattica carta costituzionale che riesce a convincervi dell'esistenza di un auspicabile stato fondato sul lavoro


    eh sarebbe bello! potremmo essere come gli amati paesi scandinavi se potessimo far lavorare gli impiegati pubblici specie in certe regioni nelle quali la situazione è scandalosa

    potremmo anche decidere la riduzione del numero dei lavoratori per favorire una maggiore protezione sociale
    (credo che tu concorderesti su questa frase se non ti spiegassi cosa si potrebbe intendere; è la magia delle parole che i KomunisKi conoscono bene)

  4. #34
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    Citazione Originariamente Scritto da agaragar
    Secondo i canoni del liberalismo classico e neoclassico, l'amministrazione del tesoro americana dovrebbe andare in galera...

    ah già! naturalmente queste due robe te le puoi tenere tu!

    la scuola austriaca non si è fermata agli schemi marshalliani, alle elucubrazioni coasiane e a tutto quello che segue (trattato di Kyoto compreso)


    siamo andati un bel po' più avanti

    partendo proprio dalle considerazioni che tu consideri "vecchiume"


    la vostra novità progressita nella sua versione massimalista è crollata in un lago di sangue dimenticato
    e nalla sua versione minimalista ha reso l'europa un continente di assuefatti e mansuefatti che si adgiano mollemente sull'antropocultura di un presuntuosa decandenza

  5. #35
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    [QUOTE=agaragar]Vecchiume....
    Bisogna innanzitutto distinguere lungo e breve periodo.
    Nel breve periodo le lotte sindacali possono certamente migliorare la condizione dei lavoratori semplicemente appropriandosi di una quota dei profitti,
    e questo a volte è non solo possibile ma addirittura necessario,
    l'unica giustificazione del profitto è l'investimento,
    in periodi nei quali gli investimenti sono bassi Keynes spiegò che gli alti profitti non vengono spesi, non assorbono l'offerta di beni provocando la crisi,
    perchè l'economia funzioni tutti i redditi devono essere spesi per acquistare tutti i beni prodotti, se i profitti non si investono bisogna aumentare i salari.
    Analogamente se gli imprenditori invece investono, aumentando l'occupazione, la programmazione governativa può lasciare che i profitti crescano.
    QUOTE]


    il tema del tempo in economia è veramente interessante. Noi sosteniamo che l'economia classica abbia commesso l'errore di ecludere il fattore tempo dalla considerazione del processo economico (v schematizzaioni marshalliane)

    sul fatto delle ricette di Keynes alla soluzione del problema dei bassi investimenti e della carenza di domanda aggragata mi pare che la prova dei fatti abbia dimostrato che funzionano meglio gli incentivi alle imprese proposti dalla supply side economics.

    anche perchè la spesa pubblica non può isprirasi a nessun criterio che non sia l'arbitrio dei burocrati

    vuoi i nomi?
    Bresciani Turroni, per la critica alle modalità di decisione della spesa pubblica (spesso le spese sono imutili e non si attiva per nulla il keynesiano moltiplicatore degli investimenti e del reddito)

    M. Friedman per la crititica al mito dell'efficienza nella spesa pubblica con l'efficacismo schema dei quattro modi di spendere

    e non c'è bisogno di citare quanto i keynesiani abbiano contribuito a screditare il povero lord keynes

  6. #36
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    Ammazza, ma pensi seriamente che riempiendo i post di pseudoriferimenti e neologismi sulla teoria economica ti si renda piu' leggibile e/o credibile?

    Non so dove tu voglia arrivare, se ti limiti a fare considerazioni accademiche sulla storia della dottrina economica va anche bene, ognuno puo' fare le sue valutazioni in ordine alle proprie conoscenze e/o convinzioni, l'importante è che non pretendiate di estendere queste teorizzazioni a discorsi di carattere politico, in quanto l'economia è un mezzo di misurazione e di programmazione e non certo nè l'unico nè forse il piu' utile strumento di azione politica.
    Credero' ad un economista quando prima di blaterare della teoria X e Y si sara' studiato prima psicologia, poi sociologia e antropologia e alla fine economia.
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

    NUOVA VERSIONE COMPLETATA :
    http://lukell.altervista.org/Unasolu...risiEsiste.pdf




  7. #37
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    Citazione Originariamente Scritto da Hayekfilos
    e nalla sua versione minimalista ha reso l'europa un continente di assuefatti e mansuefatti che si adgiano mollemente sull'antropocultura di un presuntuosa decandenza
    Che perle di saggezze!!!!

  8. #38
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    Citazione Originariamente Scritto da Fuori_schema
    Ammazza, ma pensi seriamente che riempiendo i post di pseudoriferimenti e neologismi sulla teoria economica ti si renda piu' leggibile e/o credibile?

    Credero' ad un economista quando prima di blaterare della teoria X e Y si sara' studiato prima psicologia, poi sociologia e antropologia e alla fine economia.
    che è per sommi capi quanto sostengono gli economisti della scuola austriaca ed è l'approccio della prasseologia misesiana.

    Mentre quelli che tu critichi sono proprio gli economisti neoclassici a partire dai Keynesiani che fanno bella mostra di sè nei pensatoi di sinistra e nei forum culturali dei sindacati (mi ripeto ma Stiglitz ed Epifani)

  9. #39
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    Predefinito dove è arrivata l'economia con la quinta generazione della scuola austriaca

    Israel M. Kirzner, Concorrenza e imprenditorialità, Rubbettino 1997

    da un discepolo di von Mises, riconosciuto massimo rappresentate vivente della tradizione della scuola ec. di Vienna


    2.10. Imprenditorialità e conoscenza
    Si impongono qui alcune osservazioni, al fine di chiarire la relazione tra la nozione di prontezza imprenditoriale, sviluppata in questo capitolo, e l'idea alternativa secondo cui l'imprenditorialità pura è legata al superiore possesso di informazioni. Si può essere tentati di pensare all'imprenditore semplicemente come a qualcuno che sa con più precisione degli altri dove è possibile acquistare le risorse a prezzo più basso, dove è possibile vendere i prodotti a prezzo più alto, quali innovazioni tecnologiche o di altro tipo si riveleranno più fruttuose, quali attività si può prevedere aumentino di valore, e via dicendo. Sfruttando questa conoscenza superiore, l'imprenditore si procura dei profitti. Secondo questa interpretazione, in situazione di equilibrio generale, i profitti imprenditoriali (e lo spazio per le decisioni imprenditoriali in genere) svaniscono, perché l'assunto della conoscenza perfetta, associato allo stato di equilibrio generale, esclude la possibilità di aumentare la conoscenza.
    La difficoltà di definire l'imprenditorialità in termini di maggiore conoscenza deriva dall'esigenza di distinguere nettamente tra imprenditorialità e fattori della produzione. La ricerca della categoria analitica sfuggente dell'imprenditorialità nasce dall'idea che la spiegazione del fenomeno del profitto puro implica che il ruolo dell'imprenditore nel mercato non possa essere ricondotto a un tipo di fattore produttivo specifico. Dopo tutto, la conoscenza, o almeno i servizi forniti dagli individui che detengono la conoscenza, può essere acquistata sul mercato dei fattori. Il lavoratore più qualificato tende a chiedere salari maggiori nel mercato del lavoro, e l'individuo
    113

    meglio informato tende a chiedere salari maggiori nel mercato dei servizi a livello decisionale. Se vogliamo continuare a sostenere che l'imprenditorialità rappresenta un qualcosa di diverso da un fattore della produzione, non possiamo definirla solo in termini di conoscenza21.
    E tuttavia non si può negare che le opportunità di profitto vengono generate dall'imperfetta conoscenza da parte dei partecipanti al mercato; che queste opportunità possono essere sfruttate da chiunque ne scopra l'esistenza prima degli altri; e che, nel processo attraverso il quale ci si appropria di tali profitti, allo stesso tempo si corregge anche l'ignoranza nel mercato. Se i partecipanti al mercato fossero tutti onniscienti, i prezzi dei prodotti e i prezzi dei fattori dovrebbero essere sempre completamente aggiustati, di modo da non lasciare spazio a differenziali di profitto; non sarebbe possibile immaginare, grazie a tecnologie conoscibili o nel soddisfare desideri immaginabili dei consumatori, opportunità di distribuzione delle risorse valide che non siano state già sfruttate. Solo l'introduzione dell'ignoranza genera la possibilità che vi siano opportunità non sfruttate (con le conseguenti op-portunità di profitti puri) e la possibilità che il primo a scoprire lo stato di cose reale possa appropriarsi, innovando, cambiando, creando, dei profitti che ne derivano.
    21 Per un'analisi della distinzione tra imprenditorialità e responsabilità manageriale, cfr. F. MACHLUP, The Economics of Sellers' Competition, John Hopkins University Press, Baltimore, 1952, pp. 225-31 (parziale trad. it., Teoria della concorrenza tra venditori, in La concorrenza e il monopolio, UTET, Torino, 1956). Per una trattazione degli aspetti non imprenditoriali della conoscenza nel mercato, si veda anche GJ. SlIGLER, The Economics of Information, «Journal of Politicai Economy» , vol. 69, giugno 1961, pp. 213-25.
    114

    Ma per quanto la possibilità di lucrare profitti puri sia legata all'elemento della conoscenza, non è possibile, come abbiamo visto, rinchiudere la nozione sfuggente di imprenditorialità nel semplice possesso di una maggiore conoscenza delle opportunità di mercato. L'aspetto della conoscenza, di importanza cruciale per l'imprenditore, non è tanto quello della conoscenza sostanziale dei dati del mercato quanto, la prontezza, la «conoscenza» relativa a dove trovare i dati del mercato. Se si immagina che la conoscenza dei dati del mercato si possieda già con assoluta certezza, come si è sottolineato prima22, si esclude la possibilità di ulteriori decisioni di tipo imprenditoriale (distinte da quelle «robbinsiane»). Viceversa, abbiamo già visto che la conoscenza delle opportunità che si ha senza la certezza necessaria per approfittarne richiede un livello di imprenditorialità diverso, ulteriore: la capacità di sfruttare tale conoscenza - la conoscenza incerta diventa così un fattore della produzione che si acquista, e la funzione imprenditoriale viene svolta da chi è certo che la conoscenza, così acquistata, sia in realtà capace di procurargli dei profitti23.
    E per tale motivo che, in questo libro, definisco l'elemento essenzialmente imprenditoriale dell'azione umana in termini di prontezza a cogliere l'informazione, invece che di possesso dell'informazione. L'imprenditore è la persona che assume i servizi dei fattori della produzione. Tra i fattori ci possono essere individui che hanno una conoscenza superiore delle informazioni del mercato, ma il fatto stesso che questi de-tentori di informazioni non abbiamo sfruttato da soli tali informazioni dimostra che, forse, non sono loro, in
    22 Vedi cap. 2, n.4.
    23 Cfr. sopra, p. 108.
    115

    verità, a possedere la conoscenza, ma il soggetto che li assume. E quest'ultimo che «sa» chi assumere, che «sa» dove trovare nel mercato quelle informazioni ne-cessarie a individuare opportunità di profitto. Pur non possedendo l'informazione sui fatti, che invece sono noti ai soggetti che assume, tuttavia l'imprenditore «conosce» tali fatti, nel senso che la sua prontezza - la sua propensione a sapere dove cercare le informazioni - domina il corso degli eventi.
    Alla fine, quindi, il tipo di «conoscenza» necessaria all'imprenditorialità è «sapere dove cercare la conoscenza», piuttosto che la conoscenza delle informazioni di mercato in sé. Il termine che rende più da vicino questo tipo di «conoscenza» è proprio prontezza. È vero che anche la «prontezza» si può acquistare; ma chi assume un impiegato che ha la prontezza di cogliere le possibilità di scoprire la conoscenza, ha egli stesso dato prova di una prontezza di grado ancora superiore. La conoscenza imprenditoriale può essere descritta come «il grado di conoscenza più alto», la conoscenza ultima necessaria a sfruttare l'informazione disponibile già posseduta (o che può essere scoperta). Una relazione simile si può riscontrare durante l'operazione di assunzione di sé. La decisione di assumere un fattore della produzione non è necessariamente im-prenditoriate; dopo tutto, un manager del personale può venire assunto proprio per il suo talento nel prendere decisioni sagge di assunzione. Ma se un fattore della produzione prende la decisione di assumere, ciò implica che questo fattore della produzione sia stato a sua volta assunto da qualcuno che ha preso la decisione di assumere, e così via. La decisione imprenditoriale di assumere è quindi la decisione ultima di assumere, quella responsabile in ultima istanza di tutti i fattori che vengono assunti direttamente o indirettamente
    116

    per il suo progetto24. Allo stesso identico modo, la prontezza dell'imprenditore è quel tipo di conoscenza astratto, molto generale e rarefatto a cui si deve alla fine attribuire il merito di scoprire e sfruttare le opportunità individuate da coloro che è stato tanto saggio da assumere, direttamente e indirettamente.
    2.11. L'imprenditore e il processo di riequilibrio
    Si è detto nel primo capitolo che l'enfasi posta sul processo di mercato, invece che sull'equilibrio di mercato, come in genere si fa, deriva dalla consapevolezza del ruolo dell'imprenditore, che nella trattazione contemporanea della teoria dei prezzi è largamente ignorato. E per questa ragione che ho attribuito priorità alla nozione di imprenditore. Sono ora nella posizione di poter anticipare l'analisi contenuta nei capitoli successivi e mostrare brevemente come il ruolo dell'imprenditore, così come è stato qui sviluppato, sia in realtà l'elemento cruciale del processo di mercato.
    Lo stato di disequilibrio del mercato è caratterizzato da ignoranza diffusa. I partecipanti al mercato non sanno delle opportunità concrete di scambi vantaggiosi che si possono presentare. Il risultato di questo stato di ignoranza è che si sciupano un'infinità di opportunità. Per ogni prodotto, e per ogni risorsa, si
    24 Cfr. le seguenti affermazioni di EH. KNIGHT in Risk, Uncer-taìnty andProfit, Houghton and Mifflin, Boston, 1921, p. 291 [trad. it., Rischio, incertezza e profitto, La Nuova Italia, Firenze, 1960, p. 278]: «Quello che chiamiamo "controllo" consiste soprattutto nel selezionare qualcuno che "controlli"»; «La decisione responsabile non consiste nella concreta regolamentazione di una linea di condotta, ma nel predisporre un regolatore, cioè un "lavoratore" atto a regolamentarla» p. 297, [trad. it., cit., p. 283]. Cfr. anche TRIFFIN, Monopolisti Competition, cit., p.184 e n. 39.
    117

    perdono opportunità di scambi reciprocamente vantaggiosi tra acquirenti e venditori potenziali. I potenziali venditori non sanno che acquirenti sufficientemente desiderosi, ai quali sarebbe conveniente vendere, li stanno aspettando. I potenziali acquirenti sanno che venditori sufficientemente desiderosi, dai quali sarebbe allettante comprare, li stanno aspettando. Vi sono risorse che vengono utilizzate per produrre prodotti che, nella valutazione dei consumatori, sono meno urgenti, perché i produttori (e i produttori potenziali) non sanno che le stesse risorse possono produrre prodotti caratterizzati da una maggiore domanda. Vi sono prodotti che vengono realizzati con risorse che sono fortemente necessarie per altri prodotti, perché i produttori non sanno che lo stesso risultato può essere raggiunto usando risorse alternative, per le quali c'è una minore domanda.
    Compito della teoria del mercato è fornire una spiegazione della serie di eventi che si mettono in moto a causa dello stato di disequilibrio del mercato. Il problema fondamentale riguarda la natura delle forze che determinano cambiamenti delle decisioni di acquisto, vendita, produzione e consumo, che compongono il mercato. Ed è qui che la nozione di imprenditore è indispensabile. Se riteniamo che gli individui che assumono le decisioni siano esclusivamente rob-binsiani, che ognuno di essi selezioni «meccanicamente» il migliore corso di azione tra le alternative ritenute possibili, allora la teoria manca completamente di una spiegazione del perché i programmi di ieri oggi vengano sostituiti da nuovi programmi. Sino a quando i nostri individui continuano a ritenere che i corsi di azione alternativi possibili nel mercato sono gli stessi che ritenevano essere ieri, non siamo in alcun modo in grado (a meno di ricorrere a cambiamenti esogeni dei
    118

    gusti o della disponibilità di risorse) di spiegare perché i piani di oggi dovrebbero essere diversi da quelli di ieri. Se i fini e i mezzi considerati dati oggi sono esattamente quelli che erano considerati dati ieri, gli individui che prendono le decisioni arriveranno «automaticamente» alla stessa posizione di ottimo ricavata con i dati di ieri. Perché i prezzi cambino, o perché si verifichino mutamenti nei metodi di produzione o nella scelta dei prodotti, dobbiamo presumere che gli stessi individui non stiano più cercando di realizzare i progetti che volevano realizzare ieri. Non c'è niente nella visione del mercato degli individui puramente robbinsiani, anche con iniezioni di dosi massicce di ignoranza riguardo ai fini e ai mezzi ritenuti rilevanti, che possa spiegare come l'esperienza di ieri possa portare a variazioni dei piani, tali da generare alterazioni nei prezzi, nella produzione, o nell'uso dei fattori.
    E perciò necessario introdurre l'idea che gli uomini apprendono dall'esperienza nel mercato. E necessario postulare che, sulla base di quegli errori che ieri avevano portato i partecipanti al mercato a scegliere corsi di azione non ottimali, si sviluppino dei cambiamenti sistematici delle aspettative relative ai fini e ai mezzi, che possono generare alterazioni corrispondenti dei piani. Gli uomini che ieri sono entrati sul mercato hanno tentato di realizzare dei programmi basandosi sulla loro valutazione dei fini che conviene perseguire e dei mezzi disponibili. Questa valutazione riflette aspettative su decisioni che altri uomini avrebbero preso. I prezzi che il partecipante al mercato si aspettava di ricevere, a fronte delle risorse o dei prodotti che contava di vendere, e i prezzi che si aspettava di dover pagare, per le risorse o i prodotti che contava di acquistare, hanno determinato, tutti insieme, il suo corso di azione ottimo. La scoperta, nel contesto del-
    119

    l'esperienza del mercato di ieri, che gli altri partecipanti non hanno preso le decisioni che egli si attendeva genera cambiamenti delle corrispondenti aspettative di prezzo, sulla base delle quali i partecipanti entrano nel mercato oggi.
    Per spiegare il processo di scoperta di strutture fini-mezzi che sono variabili è necessario introdurre un elemento che è al di fuori dei termini di riferimento tipici delTeconomizzazione robbinsiana. Per gli scopi dell'economista non occorre esplorare \apsicologia del processo di apprendimento, che è il risultato di quelle esperienze di mercato nel corso della quali i programmi si sono rivelati inattuabili (o si è trovato che erano possibili, in realtà, corsi di azione alternativi, preferibili)25. Ma è necessario introdurre formalmente nella nostra teoria l'idea che tale processo di apprendimento esista. Il riconoscimento dell'elemento imprenditoriale nell'azione individuale è perfettamente adatto allo scopo. Non appena allarghiamo la nostra visione teorica dell'individuo che assume le decisioni e passiamo dall'economizzatore robbinsiano «meccanico» 2$homo agens di Mises, il cui comportamento incorpora elementi di prontezza imprenditoriale universalmente umani, siamo in grado di risolvere il problema relativo alla spiegazione dei cambiamenti sistematicamente generati dalle forze di mercato.
    E l'espediente analitico di concentrare tutta l'imprenditorialità nel ruolo ipotetico dell'imprenditore puro ci consente di arrivare allo stesso tipo di spiegazione. Così, possiamo continuare a immaginare un
    25 Vedi E A. HAYEK, Economica and Knowledge, in Individuali-sm and Economie Order, Routledge and Kegan Paul, London, 1949, p. 46 [trad. it., Economia e conoscenza, in F. A. VON HAYEK, Conoscenza, mercato, pianificazione, II Mulino, Bologna, 1988, pp.241-242]; J. M. KlRZNER, Methodologicallndividualism, cit., p.795.
    120

    mercato in cui i consumatori e i proprietari di risorse sono economizzatori prettamente robbinsiani, che si limitano a subire il prezzo, scaricando completamente sugli imprenditori puri la responsabilità delle variazioni dei prezzi, dei metodi produttivi, della qualità e quantità di prodotto. Il che, abbiamo visto, risulta semplice non appena ci si rende conto della quasi-inevitabilità che il produttore svolga un ruolo imprenditoriale.
    Alla luce di queste considerazioni, non posso non esprimere una certa insoddisfazione per il ruolo assegnato all'imprenditore nel sistema schumpeteriano. Sulla visione dell'imprenditore di Schumpeter, e su quella di altri importanti autori, ritorneremo alla fine del capitolo. Ora è sufficiente osservare che l'imprenditore di Schumpeter e quello qui sviluppato si possono riconoscere per molti versi - e, consentitemi di aggiungere, in modo rassicurante - nello stesso individuo. Ma c'è un aspetto importante - anche se solo di enfasi - per il quale l'analisi di Schumpeter è diversa dalla mia. L'imprenditore di Schumpeter agisce per turbare una situazione di equilibrio esistente. L'attività imprenditoriale interrompe la continuità del flusso circolare. L'imprenditore viene dipinto come colui che inizia il cambiamento e genera nuove opportunità. Anche se ogni esplosione di innovazione imprenditoriale conduce, alla fine, a una nuova situazione di equilibrio, l'imprenditore viene presentato come una forza che crea disequilibrio, invece che come una forza che conduce all'equilibrio. Lo sviluppo economico che, com'è ovvio, Schumpeter ritiene dipendere completamente dall'imprenditorialità è «totalmente estraneo a quanto è dato osservare [...] nella tendenza all'equilibrio»26.
    26 J. A. SCHUMPETER, The Theory of Economie Development, Harvard University Press, Cambridge 1934, p. 64 [trad. it., Teoria dello sviluppo economico, Sansoni, Firenze, 1971, p. 74],
    121

    Al contrario, nella mia analisi dell'imprenditore si pone in evidenza l'aspetto equilibrante di tale ruolo. Nella mia ottica, la situazione in cui il ruolo imprenditoriale si sviluppa è essenzialmente disequilibrio, piuttosto che di equilibrio - movimentata da opportunità di cambiamenti desiderabili, piuttosto che di calma piatta. Anch'io ritengo che i cambiamenti possano venire solo dall'imprenditore, ma considero tali cambiamenti equilibranti. A mio avviso, i cambiamenti che l'imprenditore pone in essere sono sempre tendenti allo stato ipotetico di equilibrio; sono cambiamenti effettuati in risposta a una struttura esistente di decisioni sbagliate, struttura che si caratterizza per le opportunità perdute. L'imprenditore, nella mia visione, porta quegli elementi discordanti, frutto dell'ignoranza prima esistente nel mercato, a collimare.
    L'insistenza sulla differenza tra l'analisi di Schumpeter e la mia mette in luce l'importanza cruciale dell'imprenditore per il processo di mercato. Un'analisi come quella di Schumpeter, che invoca l'imprenditorialità come forza esogena che solleva l'economia dallo stato di equilibrio (per raggiungerne, alla fine, un altro, attraverso gli «imitatori»), favorisce l'impressione che per il raggiungimento dell'equilibrio il ruolo imprenditoriale non sia in realtà necessario. In altre parole, quest'analisi è suscettibile di generare l'idea, totalmente errata, che lo stato di equilibrio si possa realizzare da solo, senza quell'espediente sociale che ordina e allinea i pezzi di informazione disseminati, unica via per lo stato di equilibrio27.
    27 Per la tesi secondo cui lo stesso Schumpeter è stato vittima della sua visione sbagliata, si veda E A. HAYEK, The Use ofKnowled-ge in Society, «American Economie Review», voi. 35, settembre 1945, pp. 529-30, ristampato in Individualism and Economie Order, cit., pp.90-91 [trad. it, Luso della conoscenza nella società, in E A. von Hayek, Conoscenza, mercato e pianificazione, cit., pp. 290-2],
    122

    E proprio per mettere in risalto questa differenza rispetto alla mia visione, secondo cui solo l'imprenditorialità potrebbe alla fine condurre all'equilibrio (almeno in teoria, se si escludono cambiamenti esogeni), che ritengo necessario concentrarmi sull'imprenditorialità come elemento che agisce in risposta. Vedo l'imprenditore non come una fonte di idee innovative ex nihilo, ma come un individuo attento alle opportunità già esistenti, che stanno aspettando di essere notate. Anche nello sviluppo economico, l'imprenditore dev'essere visto come qualcuno che risponde alle opportunità, piuttosto che crearle; che coglie le opportunità di profitto, piuttosto che generarle. Quando metodi di produzione vantaggiosi a largo uso di capitale diventano tecnologicamente possibili, e il flusso di risparmio è sufficiente a fornire il capitale necessario, l'imprenditorialità deve assicurare che tale innovazione venga effettivamente introdotta28. Senza imprenditorialità, senza la prontezza a cogliere nuove possibilità, i vantaggi di lungo periodo possono non essere sfruttati. Mantenere una struttura di analisi che mostra come il funzionamento del processo di mercato sia essenzialmente lo stesso sia per un'economia semplice, in cui non si fanno piani multiperiodali, che in un'economia complessa, in cui tali piani, che richiedono l'uso di capitale, si fanno, è estremamente desiderabile. Ma, per far ciò, è decisamente essenziale invocare l'imprenditorialità. Forse la causa principale della mia insoddisfazione nei confronti di gran parte dell'analisi contemporanea dei prezzi è dovuta proprio al fatto che ciò non sia stato compreso. L'infelice enfasi di Schumpeter sull'imprenditore che allontana l'eco-
    28 Vedi M. N. ROTHBARD, Man, Economy and State, Van No-strand, Princeton 1962, voi 2, pp. 493-94.
    123

    nomia dall'equilibrio contribuisce a favorire l'idea, alquanto errata, che in un certo qual modo l'imprendi-
    torialità non sia necessaria a comprendere il modo in
    cui il mercato tende verso la posizione di equilbrio29.
    29 Per un'ulteriore analisi dei punti sollevati in questo paragrafo, vedi I.M. KlRZNER, Entrepreneurship and thè Market Approach to Development, in Toward Liberty, Institute for Rumane Studies, MenloPark, 1971.
    124

  10. #40
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    Porchimmondi che menata...

    Ho la vaga impressione che sto "mercato" sia decisamente sopravvalutato.

    Molto piu' brevemente direi che l'imprenditore vincente troppo spesso è colui che riesce a essere piu' figlio di puttana degli altri, sfruttando di piu' la propria manodopera.
    I cosiddetti "elementi di innovazione" sono visibili e redditivi sono a fronte di massicci investimenti in pubblicità, possibili solo in strutture con forte liquidità e comunque di dimensioni notevoli.

    Ergo ne consegue che la piccola industria vive sostanzialmente sui bassi salari e la grossa industria di delocalizzazione (ergo bassi salari e redditività) e merchandising.

    Non facciamola tanto lunga..
    Vuoi una soluzione VERA alla Crisi Finanziaria ed al Debito Pubblico?

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