L'articolo e' tratto da Jesus di Dicembre.
Indipendentemente dall'opinione che avete sulla rivista in questione (nessuno tra chi conosco ha un parere moderato, o la si aprrezza o la si critica aspramente) cosa pensate dell'articolo.
Io lo trovo interessante, analizza piu' che discretamente alcune situazioni della Lombardia.
IL VIANDANTE E IL CAMPANILE - Viaggio in Italia - LOMBARDIA
L’argine della fede il bosco della società
di Angelo Bertani (JESUS, dicembre)
Era la terra del cattolicesimo forte, radicato e organizzato capillarmente. Ma anche terra di profezia, di monachesimo e di antifascismo evangelico. Negli ultimi anni, la Lombardia sembra però aver smarrito la sua anima: al vecchio solidarismo è subentrato l’egoismo razzista della Lega, all’antica sobrietà operosa la smania del consumo. E anche le strutture tradizionali della Chiesa (parrocchie e oratori) sembrano vacillare. Che cosa non ha funzionato? E da dove ripartire per dire Dio nella società complessa?
«Guardato dall’argine, il paese – poco più di mille anime – sembra un ventaglio spalancato. La chiesa e il campanile fan da sostegno; le case, ai margini, tenute insieme con un nastro di strade. Nel mezzo una gran macchia di verde: orti e broli. I comignoli delle case spuntano appena per di sopra i filari; non così la chiesa, che sovrasta. È la casa più alta e più grande e se ci venissero anche quelli che non ci vengono ci si starebbe comodi lo stesso, come nel cuore di san Paolo... Povera chiesa! Intorno tutto cresce: case, ricchezze, rumori, dolori e infelicità tante. Essa sola non cresce anzi sembra invecchiare, coi muri scalcinati e sporchi di parole sciocche: il sagrato pien d’erba, i tetti ingombri di nidi vecchi e nuovi. Chi osa credere ancora alla tua vita? Tu ci credi, e sai attendere e guardare, senza turbarti, alle non liete vicende che la cronaca scrive sui tuoi vecchi e poderosi fianchi. La cronaca, non la storia. La storia la fai tu, cara piccola vecchia chiesa! E questa è la storia: la tua resistenza, la tua pietosa imperturbabilità, la tua vita perenne, più viva quando gli uomini ti credono morta. Custode di un’eredità che non muore... Tu possiedi un libro, una croce, un pane con cui puoi alzare gli schiavi, insegnare, benedire, compiangere».
Così don Primo Mazzolari nel 1938 raccontava la sua chiesa di Cicognara, Tra l’argine e il bosco, dov’era stato inviato parroco nel 1922. Sarà poi trasferito a Bozzolo, sempre in diocesi di Cremona, tra l’Oglio ed il Po. Il nostro viaggio nelle Chiese di Lombardia può cominciare e finire qui, perché nella passione evangelica e umana di don Primo c’è il passato e il presente e il futuro della cristianità di Lombardia. Se io fossi vescovo di una delle dieci diocesi lombarde, farei ogni anno un pellegrinaggio con preti e laici a Cicognara, leggendo insieme, ad alta voce, le pagine di Mazzolari (in libreria si trovano ancora, ripubblicate perlopiù dalle Dehoniane di Bologna). E concluderei a Bozzolo, attraversando quella piazza ed entrando in chiesa a pregare sulla sua tomba.
In realtà c’è in don Primo la migliore tradizione del cattolicesimo lombardo inquieto ed esigente (suo maestro e modello fu il vescovo di Cremona Geremia Bonomelli, spirito libero ed evangelico, accusato di modernismo). Don Mazzolari, infatti, era un profeta, inascoltato e quasi perseguitato per gran parte della vita. Solo nel novembre del 1957 fu chiamato dal cardinale Montini tra i predicatori della grande "Missione di Milano" e nel febbraio del 1959, poco prima di morire, poté avere la gioia immensa di un breve incontro con papa Giovanni che lo chiamò affettuosamente: «Oh, la tromba dello Spirito Santo nella Bassa cremonese!». Durante la sua vita poté apparire e sentirsi un isolato. Ma isolato, don Primo non era: i suoi scritti, i suoi gesti, il suo stile pastorale toccarono il cuore di migliaia di cristiani praticanti e anonimi; e lui trovò una naturale sintonia in molte coscienze anche, e soprattutto, in Lombardia.
Certo anche oggi, se interroghi i cattolici lombardi, preti o laici, sulla situazione della loro Chiesa ascolterai delle risposte diversissime. Sentirai i nostalgici del passato e quelli che invece se ne sentono liberati. Sentirai quelli che guardano al futuro con paura e quelli che guardano con fiducia alle giovani generazioni. Quelli che sentono come un’eredità pesante la forza della Chiesa e quelli che soffrono per la "insignificanza sociale" e lo scarso potere e la debole voce della comunità cristiana. Quelli che ti dicono subito che il pericolo è il relativismo, la religione fai da te, in coscienza: «Cristo sì, Chiesa no»; e quelli che viceversa temono soprattutto la religione civile, l’appartenenza esteriore: «Chiesa sì, Cristo no».
Sembra quasi che ci siano più "Lombardie" e più "Chiese". E, forse, non è del tutto falso. La Lombardia è grande, popolosa, varia; ha pressappoco le dimensioni dell’Austria o del Belgio. Le Chiese che vi sono radicate sono vivaci e diverse; e oggi in rapido mutamento.
Ma anche il passato recente, presenta un panorama frastagliato. C’è la tradizione della pastorale "superorganizzata", ricca di mezzi e di numeri (basta pensare alla tipica parrocchia milanese degli anni ’50 o ’60). C’è la tradizione più spirituale dei monasteri grandi e piccoli di cui è costellata tutta la regione. C’è un clero attaccato alla tradizione e anche alle abitudini e ci sono sempre state, e anche oggi, punte profetiche, vere avanguardie cristiane. Cristiani del Concilio, del pre-Concilio e del Concilio... futuro! C’è il laicato organizzato nelle associazioni tradizionali di base e quello dei movimenti elitari, il cattolicesimo sociale che creò sindacati e partiti, quello borghese con i suoi club e le sue banche.
E c’è, infine, il cattolicesimo impegnato nel dialogo con il pensiero moderno e il cattolicesimo delle emozioni e delle passioni; quello che si esprime nella solidarietà e quello arroccato nei propri confini geografici e culturali. La metropoli, le città e le cittadine, i paesi dell’Adamello o della Grigna e quelli della Bassa o dei Laghi costituiscono ciascuno un mondo molto caratterizzato. Per offrire una buona panoramica della storia e della vita del cristianesimo in Lombardia l’Editrice La Scuola ha dovuto riempire, qualche anno fa, ben dodici grossi volumi.
Effettuare un viaggio nelle Chiese di Lombardia è come guardare in un caleidoscopio con tanti colori e figure che si fanno e disfanno. Dunque anche questo nostro sguardo non ha alcuna pretesa di dare un quadro esatto e complessivo; è piuttosto un modo di sfiorare alcuni "particolari", sperando di trovare il tutto nel frammento (e se non il tutto, almeno qualcosa d’importante).
Don Primo Mazzolari è un po’ la chiave di volta, il filo rosso del viaggio. Già la sua parrocchia era al punto d’incontro di tre province (Mantova, Cremona e Brescia). E la sua memoria subito ci porta a Brescia dove ancora oggi molti preti lo ricordano e dove furono pubblicate le sue prime opere da un coraggioso editore laico, Vittorio Gatti, che perciò ne ebbe guai non solo con l’autorità ecclesiastica ma anche col fascismo imperante. E poi a Brescia c’era padre Bevilacqua, religioso filippino, ma anche – come Mazzolari – parroco di periferia. In un prezioso volumetto della Locusta, un altro eroico editore, Rienzo Colla, riunirà un testo di Bevilacqua e uno di Mazzolari sotto il titolo La parrocchia e i lontani.
In poche pagine sono raccolti i problemi e le speranze che tuttora dominano la vita delle Chiese di Lombardia: come annunciare la fede e aiutare a viverla in modo pieno e autentico? C’è la consapevolezza che il cristianesimo di abitudine sta via via scomparendo. Che i mezzi esteriori, edifici, soldi, giornali, servono a poco o nulla sul piano della fede. Che anche l’Italia (già allora!) è «terra di missione». Che la Chiesa (siamo prima del Concilio) ha una forma troppo clericale. Che non basta aspettare i fedeli in chiesa ma bisogna cercare tutti gli uomini lungo la loro strada, nel cuore della loro vita, delle speranze e dei dolori quotidiani. Che la parrocchia è al centro della vita cristiana e nessuna associazione o movimento può sostituirla perché solo essa è una comunità, è fatta di popolo, ha una vita "naturale" e continua, un territorio e un altare. Che la predicazione dev’essere audace, forte, essenziale, fatta di novità e fedele all’annuncio della verità. Insomma: la parrocchia e i preti, ma anche tutto il popolo di Dio, devono essere missionari e profetici.
La corrente "calda" del cattolicesimo
Anche in Lombardia c’è un radicato cattolicesimo tradizionale, di istituzioni e di regole, di oratori e di devozione, di obbedienza e di visibilità sociale. Ma c’è anche una corrente "calda", direi incandescente, rappresentata dalla religiosità profonda, inquieta e creativa. La Chiesa spirituale e profetica dei monasteri e degli eremi, da Montecastello sul Garda alla Valcamonica a Sant’Egidio di Sotto il Monte, legato al ricordo di padre David Maria Turoldo; da Morimondo o da Sant’Alberto di Butrio a San Salvatore di Erba dov’è sepolto Giuseppe Lazzati.
Le donne hanno avuto un ruolo importante, molte sante o beate o venerabili caratterizzate da interiorità e libertà di spirito unite alla concretezza e capacità di operare nella vita (quasi tutte fondatrici...) fin da Angela Merici, Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa, Teresa Verzieri fino a Maria Maddalena Martinengo, Elisabetta Cerioli, alla venerabile Elisa Baldo, a Gianna Beretta Molla. Donne di fede eroica e profonda, spesso mamme di famiglia o fondatrici di ordini religiosi, o tutte e due le cose. Anche ora ci sono personaggi straordinari: basta conoscere Maria Ignazia Angelini, abbadessa di Viboldone, o Paola Bignardi di Cremona o Maria Dutto di Milano.
Un cattolicesimo dell’interiorità, della coscienza – quello lombardo –, che ha dato tre grandi Papi (Ratti, Roncalli e Montini) in un secolo attraversato dalle correnti dell’ateismo e del neopaganesimo razzista. Il fatto è che il cattolicesimo lombardo ha sempre stabilito un rapporto molto profondo fra la dimensione interiore, spirituale, e la partecipazione attiva – direi appassionata – alla vita ecclesiale comunitaria. E poi, quasi allargandosi per cerchi concentrici, a partire dal "centro" della fede – unum necessarium – verso la dimensione civile, sociale e politica.
Ci si potrebbe divertire a scoprire i "fili rossi" che collegano il più importante giansenista italiano, l’abate bresciano Pietro Tamburini, con tanti ambienti del cattolicesimo lombardo di oggi (e non solo politici o banchieri, ma anche mamme di famiglia, artigiani, sacerdoti). Troppo nota è l’eredità di Manzoni; molto meno ricordato oggi è il Confortatorio dei martiri di Belfiore, le meditazioni dell’abate Luigi Martini per sostenere Tito Speri e i suoi amici (il cui sogno di patria e di fede si illuminò e si perse nelle "dieci giornate") nell’attesa dell’esecuzione. È tutta una tradizione di pensiero e di azione che, pur con espressioni diversissime, collega nella prima parte del XX secolo Tommaso Gallarati Scotti e don Carlo Gnocchi, e politici come Filippo Meda e Vico Necchi, Giuseppe Tovini e Giorgio Montini e fondatori come Agostino Gemelli e Luigi Giussani.
Questo carattere di fede, di cultura e di passione civile sono stati importantissimi anche nella stagione della Resistenza. Stagione assai più lunga di quel che si usa pensare, poiché la resistenza alla dittatura e ai miti neopagani di fascismo e nazismo si sviluppò in Lombardia lungo tutto il ventennio. Fu un impegno educativo e di testimonianza, spesso pagato con l’emarginazione, che diede poi i suoi frutti nei giorni della tragedia. Chi rilegge oggi le pagine del Ribelle, giornale clandestino che «esce quando può», capisce quale forza morale c’era in questa resistenza non solo contro una folle politica di potenza, contro l’occupazione straniera, contro l’ideologia del dominio e la pratica del razzismo e della violenza. Una resistenza, espressione di solidarietà e di amore, che spesso fu senza armi, con la sola forza delle idee e della coscienza, senz’odio (rileggere la preghiera di Teresio Olivelli!). E la repressione contro gli innocenti che non collaboravano con l’iniquità e contro chi osava dire "no" fu persino più rabbiosa. Così la Chiesa lombarda ha offerto testimonianze straordinarie di preti come Carlo Manziana, Paolo Liggieri, Giacomo Vender; e laici come Giacomo Perlasca, Mario Bendiscioli o Emiliano Rinaldini, preso e ucciso a tradimento, tenendo sul petto, insanguinata, la sua Imitazione di Cristo; o Andrea Trebeschi, morto a Mauthausen. Poco prima di essere deportato, aveva scritto: «Se il mondo fosse monopolio dei pessimisti, sarebbe da tempo sommerso da un nuovo diluvio; e se oggi la tragedia sembra inghiottirci, si deve alla malvagità di alcuni, ma soprattutto all’indifferenza della maggioranza. Il simbolo di troppa gente non ebbe, fin qui, che due articoli: "Primo: non vi è nulla da fare. Secondo: tutto ciò che si fa non serve a nulla". Invece quel che importa è che ognuno, secondo le proprie possibilità e facoltà, contribuisca di persona alle molte iniziative di bene, spirituale, intellettuale e morale. Un mondo nuovo si elabora. Che sia migliore o ancor peggio, dipende da noi».
Ci sarebbe da domandarsi: e perché oggi tutto ciò sembra lontano? Perché la comunità ecclesiale appare più cauta, quasi spenta, e i pastori sembrano lontani, poco capaci di leggere le sfide della realtà? Che cosa hanno saputo dire per fermare l’infiltrazione del neopaganesimo razzista e l’egoismo miope e violento in province che apparivano ispirate da una cultura della sobrietà e della solidarietà (volontariato, missionari laici e chierici, accoglienza, rigore morale)? Che cosa dice per invitare la gente a guardare avanti e lontano e capire che bisogna costruire un mondo più giusto per tutti anziché ripiegarsi in una visione miope, in reazioni istintive, pieni di paura e di disprezzo per gli "altri", fino al punto di dotarsi di armi per difendersi (e che poi magari finiscono per essere usate durante i litigi familiari)?
Anche da un punto di vista più precisamente religioso sembra mancare una guida. Il cattolicesimo montiniano è un po’ disperso; e di quella grande tradizione prevale ormai un’interpretazione nostalgica e moderata, che non rende giustizia alla passione evangelica del Papa che volle chiamarsi Paolo. Anche la vitalità dei movimenti, più evidente negli scorsi decenni, sembra essere un po’ appiattita; persino Comunione e liberazione, che era nata negli anni ’50 come movimento di rinnovamento religioso e "apologetico" col nome di Gioventù studentesca, appare oggi soprattutto identificabile con orientamenti politici moderati e cordate economico-finanziarie.
Una cristianità "carolingia"
Cesare Trebeschi, figlio di Andrea, avvocato, amministratore, è stato per dieci anni sindaco di Brescia, all’indomani della strage di piazza della Loggia. Ha ottant’anni, una famiglia numerosa, vari nipotini, e mille attività. Ma la mattina presto si alza e fa la sua lectio divina (uscì, tra i molti, un bellissimo volumetto anni fa, per i tipi de La Scuola: Il mattutino del sindaco). Quando gli chiedo come sia stato possibile questo passo indietro da una cristianità di avanguardia a un cristianesimo di sopravvivenza, avanza un’ipotesi: «Forse venivamo da una cristianità "carolingia", più sociologica che religiosa». E poi, dice, in questi anni è stata educata una generazione che crede solo nel profitto e nel guadagno, nei soldi come principale criterio per misurare il successo. Come faremo dunque a testimoniare una speranza? «Ci sono anche dei segni di speranza», dice Trebeschi. «Anzitutto una maggiore attenzione alla Parola di Dio, anche se non è studiata con la serietà e il rigore necessario. Poi ci sono segni, magari piccoli, di una nuova moralità: vedo che i giovanissimi spesso si rendono conto della vacuità della idolatria utilitaristica. Stanno tornando le famiglie di tre-quattro figli, che oggi sono molti. Nella case ci si ripartisce i compiti con più giustizia: anche i padri si occupano dei figli piccoli. E poi anche verso gli immigrati ci sono segni di apertura, di integrazione. Direi che anche i terzomondiali fanno sempre meno problema, almeno nella provincia, dove trovano da lavorare. Senza di loro, tra l’altro, stalle e fonderie andrebbero in crisi. Più difficile in città: il problema semmai sono le mafie che li accompagnano e li sfruttano; e anche gli italiani che se ne approfittano, per esempio con affitti scandalosi». E la comunità ecclesiale, che cosa fa? Trebeschi non si sottrae alla domanda: «Ci sono segni positivi rispetto al passato, ma servirebbe un nuovo atteggiamento, un’apertura sul tema dell’ecumenismo e del dialogo tra le religioni...».
Anche monsignor Armando Nolli, parroco di San Faustino al centro di Brescia, dove oltre il 25 per cento dei residenti sono extracomunitari, pensa che bisogna cercare i piccoli segni. Molte cose antiche si sono perdute, evaporate o crollate. I tentativi di restaurare o ricostruire il passato non servono a niente. Bisogna guardare avanti. «Per noi la sfida, come comunità ecclesiale», dice, «è di saper profittare dei nuovi grandi spazi di libertà. Io credo che al centro vada collocata la Parola di Dio. Si tratta di capire che tutti siamo sotto la Parola e dobbiamo ascoltarla e obbedirle! Da quando c’è la scuola della Parola il clima della parrocchia è cambiato». E poi? «E poi l’ascolto della parola degli uomini. Dobbiamo parlare, ascoltarci. Io la chiamo la "pastorale della panchina". Davanti alla mia chiesa c’è una piazzetta e abbiamo chiesto che ci siano delle panchine: vi si siedono tutti, le persone anziane, i giovani, gli immigrati extracomunitari. Anche noi dobbiamo andarci e stare lì a parlare con ogni persona. Io credo che la Chiesa, la parrocchia sono una grande risorsa per tutti gli uomini, una forza morale di trasformazione, purché si esca dalla cittadella cattolica».
Sul difficile crinale del rapporto Chiesa-società siamo in una crisi profonda. Se ne era accorto (e l’aveva detto ad alta voce, e perciò venne emarginato) Giuseppe Lazzati parecchi anni fa. «Sentinella nella notte», lo hanno definito. Lui era stato nei lager e poi alla Costituente; infine aveva dedicato la vita a educare i giovani. Negli ultimi anni aveva fondato "La Città dell’uomo", una piccola associazione (c’è ancora, pubblica anche la rivista Appunti di cultura e politica) per persuadere i giovani a riflettere e agire per il bene comune e non solo per l’interesse privato. Lazzati vedeva che c’erano molti laici, preti e vescovi che prendevano posizione sui più vari argomenti, ma spesso in modo non solo discorde, ma anche polemico e poco serio, poco capace di argomentare e dialogare.
Le linee principali di questa storia sono illustrate con grande equilibrio, tra gli altri, negli studi di monsignor Antonio Acerbi, sacerdote di Lodi, direttore del dipartimento di Scienze religiose alla Università Cattolica, certo il più acuto studioso della storia della Chiesa in Italia nel XX secolo. Discepolo e amico di Lazzati, morto prematuramente lo scorso anno, Acerbi nel volume da lui curato nel 2003 per Vita e Pensiero, La Chiesa e l’Italia, sottolinea come la debolezza della Chiesa italiana di oggi dipenda proprio dalla scarsa convinzione con cui fu applicato il Concilio e dalla frenata imposta all’indomani del Convegno ecclesiale "Evangelizzazione e promozione umana" (Roma, 1976), divenuta poi una vera "marcia indietro" dieci anni dopo con il Convegno "Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini" (Loreto, 1985).
Di fatto negli ultimi due decenni la Chiesa ha perduto larga parte della sua capacità di orientare le coscienze e, forse peggio, di essere un luogo in cui le coscienze dei credenti possano confrontarsi, dialogare e discernere i segni dei tempi con intelligenza e rispetto reciproco. Il cardinale Martini aveva intuito la strada del futuro: fare della comunità ecclesiale il luogo dove si legge e medita la Parola di Dio e la si confronta, nella luce dello Spirito, con la vita degli uomini e i segni dei tempi. È il cuore dell’insegnamento del Concilio, e non a caso nascono di qui le scuole della Parola, i gruppi del Vangelo, le esperienze di lectio divina. Sono esperienze diffuse, una grande speranza per il rinnovamento della fede e della vita ecclesiale domani; ma oggi ancora poco visibili. Ci vorrà del tempo.
Chissà se è ancora diffusa la serena certezza di Mazzolari: «La storia la fai tu, cara piccola vecchia Chiesa! E questa è la storia: la tua resistenza, la tua pietosa imperturbabilità, la tua vita perenne, più viva quando gli uomini ti credono morta. Custode di un’eredità che non muore... Tu possiedi un libro, una croce, un pane con cui puoi alzare gli schiavi, insegnare, benedire, compiangere». Quanti preti e laici ripetono oggi sinceramente simili parole di speranza? Forse parecchi, ma affrettandosi a precisare: «Dico della Chiesa di Cristo, quella del Vangelo e del cuore degli uomini, che vive il mistero e che non sempre s’identifica con quella visibile, esteriore, fatta di muri, di leggi e di istituzioni...».
Ferruccio Parazzoli ha ambientato a Milano il suo romanzo recente: Per queste strade familiari e feroci (risorgerò). Appunto: una speranza a caro prezzo.




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e per questo colpisce nel segno.
