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Discussione: Dittatore è bello

  1. #1
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    Predefinito Dittatore è bello

    Bisognerà che qualcuno si prenda la briga di mettere insieme titoli e testi dedicati dalla stampa italiana e internazionale e da molte tv ai processi ai despoti spodestati dai soliti angloamericani, per esempio il serbo Milosevic e l’iracheno Saddam.
    Noi abbiamo appena cominciato oggi in prima il lavoretto, ma occorre completarlo e rifinirlo.
    Lo spettacolo è intellettualmente grandioso.
    Va in scena un grande amore linguistico, appena dissimulato dalle frasi di circostanza con cui le persone perbene condannano le dittature.
    Condanna sì, soprattutto se formale, ma quelli sono i nuovi eroi, i leggendari imputati che contestano la legittimità della corte che li giudica, sono coloro che hanno diritto a titoli orgogliosi sul fatto che non hanno paura, che sono i legittimi rappresentanti dei loro popoli, che la loro caduta è effetto di un complotto sordido delle forze in agguato della reazione internazionale e dei circoli demo-pluto-giudaici dell’occidente, che il loro trattamento giudiziario è contrario alla dignità umana, che la verità verrà a galla e sconcerterà i cattivi invasori e i loro manutengoli, insomma un’orgia tenorile di canti e inni alla grandezza storica di chi ha subito l’ingiustizia dell’occidente. Intendiamoci, niente è più tipicamente occidentale del processo ai dittatori, da Norimberga in avanti, e niente è più virtuoso del dare la parola ai nemici nella polvere, e rispettarli fino e oltre la sentenza, quale che essa sia.
    Abbiamo anche qualche dubbio che il processo delle corti internazionali o quello delle corti nazionali, all’Aja o a Baghdad, sia uno strumento giusto per mettere la parola fine alle guerre delle democrazie contro le dittature.
    Ma l’innamoramento la dice lunga. La pittura dell’icona eroica la dice lunga su quanto si sia radicata nella opaca Europa e nella coscienza pubblica pacifista-liberal, cioè nella famosa superpotenza mediatica delle piazze urbane ed elettroniche, l’avversione verso gli inglesi e gli americani e verso quel che rappresentano.
    A Norimberga, persino oltre il dovuto, il linguaggio era la demonizzazione dei dittatori caduti e dei loro gerarchi di regime. Gli eroi erano i testimoni della loro abiezione, non gli abietti.
    Sessant’anni dopo non vedrete e non sentirete le testimonianze dei curdi gasati, dei kosovari martoriati, degli sciiti reclusi nelle camere della morte, come sentimmo il grande grido contro le persecuzioni e le violenze del Terzo Reich.
    No, sei decenni dopo gli organi della coscienza pubblica hanno deciso che se Saddam dice di essere gagliardo come Mussolini o se ammette che il terrorismo sunnita è figlio di un suo piano d’azione criminale contro la nascente democrazia irachena, meglio sorvolare.
    Dittatore è bello.

    Ferrara su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Viva il "DUCE"

    New York. Nessuno è riuscito a motivare, giustificare e legittimare l’intervento militare in Iraq meglio di quanto ha fatto lunedì mattina l’ex rais Saddam Hussein in persona.
    L’ex dittatore iracheno è sotto processo a Baghdad e ieri ha scelto di non presentarsi in aula, sicché l’udienza è stata rinviata al 21 dicembre, dopo le elezioni parlamentari di settimana prossima, le terze in un anno.
    Ma lunedì Saddam c’era. L’avete visto su tutti i giornali e su tutte le televisioni: vestito col solito completo grigio a righe e con un’elegante camicia bianca, Saddam teneva il Corano in mano (lui, il presunto dittatore “laico”) e minacciava col dito alzato giudice e testimoni.
    Eppure non è stata raccontata la cosa più importante accaduta in quell’udienza, una frase urlata da Saddam e riportata, timidamente, soltanto dal New York Times di martedì.
    L’ex dittatore, infatti, si è paragonato a Benito Mussolini e parlando di sé in terza persona ha detto che “Saddam Hussein è l’uomo che seguirà il percorso di Mussolini, il quale resistette all’occupazione fino alla fine”.
    In una sola frase c’è la quadratura del cerchio e la conferma delle teorie elaborate dagli intellettuali di sinistra Christopher Hitchens e Paul Berman (e da un piccolo quotidiano di opinione), secondo cui l’islamismo radicale e il baathismo saddamita sono le due facce della stessa medaglia islamo-fascista, ovvero la continuazione in salsa araba e musulmana dei due totalitarismi europei del secolo scorso.
    La conferma non poteva essere più chiara: un ex dittatore, accusato di crimini disumani, brandisce il Corano, si paragona orgogliosamente a Mussolini, spiega che l’occupazione americana in Iraq è dello stesso tipo di quella che liberò l’Italia dal fascismo e svela che i “resistenti” iracheni s’ispirano ai repubblichini di Salò.
    Paul Berman, incontrato dal Foglio nel suo ufficio alla New York University dove tiene un corso su Tocqueville, cita come un mantra la frase d’ammirazione per Benito Mussolini pronunciata da Saddam, quasi fosse un tardivo scudo con cui potersi riparare dalle critiche ricevute dai suoi compagni di sinistra per aver scritto “Terrore e Liberalismo”, cioè il libro con cui ha spiegato le ragioni antifasciste della lotta ad al Qaida e a Saddam:
    “Questa è una guerra antifascista – spiega – ed è chiaro fin dall’inizio, ma ora è proprio Saddam a confermarlo, a dire che Mussolini è il suo eroe. E’ una continuazione della seconda guerra mondiale, con la differenza che questa volta l’Italia sta nel campo degli antifascisti. E’ una cosa nobile per voi, dovreste essere orgogliosi del fatto che l’uomo che ammira Mussolini possa accusarvi di essere suoi nemici, di essere antifascisti. Questa volta i soldati italiani hanno combattuto dalla parte giusta, sono stati molto coraggiosi e sono morti affrontando il totalitarismo dei nostri giorni. Siamo tutti consapevoli del contributo italiano a questa guerra. E, ripeto, è nobile da parte vostra, specie ora che Saddam prende a modello Mussolini, specie ora che non c’è più nessun dubbio sul fatto che stiamo combattendo una guerra contro gli eredi del fascismo degli anni Venti, Trenta e Quaranta. Mi chiedo come potrà, ora, la sinistra italiana chiedere il ritiro delle truppe dall’Iraq”.
    L’ammirazione per Mussolini non è una novità.
    Nella sua biografia di Saddam, Carlo Panella ricorda come Khayrallah Tulfah, lo zio che fece al rais da padre e da mentore, partecipò al fallito golpe pro Mussolini e pro Hitler del maggio 1941.
    Il partito Baath, del resto, fu fondato a Damasco nel 1943, quando la Siria era una colonia francese e la Francia fascista.
    Alla sinistra che continua a sostenere che Saddam e Osama sono figli di due ideologie diverse, Paul Berman ribadisce che continua a commettere un errore: “Non ho mai creduto che Saddam e Osama fossero stretti alleati e certo ci sono differenze tra il Baath e al Qaida, ma non vanno esagerate perché queste differenze c’erano anche nel fascismo europeo: Mussolini per esempio era laico, mentre Franco era religioso. Il Baath ha soppresso gli islamisti, ma allo stesso tempo era loro alleato in Palestina e in Libano. Il nazionalismo arabo e l’islamismo radicale corrono su binari paralleli –dice Berman – Sono movimenti ispirati al fascismo europeo, definiscono il mondo in termini apocalittici, s’immaginano un futuro utopico che rimanda all’era d’oro del passato, hanno il culto della morte e perseguono i loro obiettivi attraverso massacri di massa”.
    Hannah Arendt ha identificato i punti di contatto all’origine del totalitarismo ma, aggiunge Berman, “le differenze tra nazismo e comunismo sono molto più grandi di quelle tra baathismo e islamismo.
    Prima dell’11 settembre abbiamo sperato che i due movimenti si cancellassero a vicenda. Non ha funzionato”.

    Christian Rocca su il Foglio

    saluti

  3. #3
    Assatanata, cogliona & indegna
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    Già cogliona ed oggi anche "indegna di essere italiana"!!!
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    Ragazzi, ma il Platinette Barbuto riesce sempre a sputare sgradevolezze e fare il virtuoso... Insopportabile!!!!

  4. #4
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    Elettra, sei la migliore dimostrazione possibile che i sinistri oltre l'insulto e la spocchia non sanno andare.
    Ferrara è insopportabile solo per quelli che, come te, hanno fette di salame ideologico davanti agli occhi, e puzza sotto il naso a iosa.

  5. #5
    memoria storica di PoL
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    Talking ... indovina indovinello...

    Al solo scopo di dare una ‘panoramica’ un poco più ampia agli utenti di PoL nonchè ai lettori de Il Foglio aggiungerò [molto modestamente s’intende…] due cosette a proposito degli ‘intellettuali di sinistra’ citati nell’articolo, vale a dire Christopher Hitchens e Paul Barman. Per chi non lo sapesse costoro fanno parte di una ‘consorteria’ [che qualcuno preferisce chiamare think tank… ] chiamata Liberal Hawks [‘Falchi liberali’…]. Due parole sui membri della ‘consorteria’…

    Paul Berman – E’ autore dei due saggi Terror and Liberalism e The Passion of Joschka Fisher, la cui pubblicazione è prevista per la prossima primavera

    Thomas Friedman – Articolista della sezione ‘esteri’ del New York Times, è autore del recente ‘saggio’ Longitudes and Attitudes

    Fred Kaplan – Scrive abitualmente ‘War Stories’ sulla rivista Slate ed è autore di The Wizards of Armageddon

    Christopher Hitchens – Articolita di Vanity Fair, scrive regolarmente anche su Slate. La sua opera più recente è A Long Short War: The Postponed Liberation of Iraq

    George Packer – Dello staff giornalistico del The New Yorker , sta anch’egli preparando un libro sulla ‘liberazione’ americana dell’Iraq

    Kenneth M. Pollack – Membro della Brookings Institution e autore di The Threatening Storm: The Case for Invading Iraq

    Jacob Weisberg – Editore di Slate e coautore, con Robert E. Rubin, di In An Uncertain World

    Fareed Zakaria - Editore di Newsweek International e autore di The Future of Freedom: Illiberal Democracy at Home and Abroad

    Piccolo indovinello: a quale ‘etnia’ apparterranno mai costoro?… Mah!… considerando la grande ospitalità loro concessa da ‘Giulianone’ sul suo ‘Giornalino’ non mi pare difficile indovinare





    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  6. #6
    Hanno assassinato Calipari
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    Mamma, quante idiozie. Ma questo uomo non si vergogna?

  7. #7
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    Predefinito Eccovi un altro....

    ....vostro "amore"

    Roma. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha proiettato giorni fa sulla scena internazionale la svolta aggressiva del regime iraniano, lo stesso che ha relazioni eccellenti con Hamas, il cui leader, Khaled Mishaal, ha annunciato ieri che la calma con Israele “è finita”, “il nostro popolo si sta preparando a un nuovo round del conflitto”.
    Ahmadinejad, alla Mecca, durante la conferenza dell’Oci, l’organizzazione che raduna i paesi musulmani, ha interrotto l’esame – anche autocritico – sul terrorismo islamico tentato da più parti, per ribadire la tesi di sempre, condivisa da gran parte dei presenti, secondo cui il vero, unico terrorista al mondo è Israele. Poi ha aggiunto:
    “Se gli europei fossero onesti dovrebbero dare qualcuna delle loro province in Europa, in Germania o in Austria o in qualche altro paese ai sionisti”.
    Frase raccapricciante, condannata da molti leader europei.
    In realtà, nessun paese al mondo – tranne Israele – ha il diritto d’indignarsi.
    Da sessant’anni queste stesse identiche parole sono pronunciate dal re dell’Arabia Saudita e nessuno protesta, per evidenti ragioni petrolifere.
    Ahmadinejad non è colto, ma ha uomini colti che lo indirizzano.
    Quando parlò di “distruggere Israele” non fece altro che citare a memoria discorsi di Khomeini di trent’anni fa, contro cui nessuno al mondo, tranne Israele, ha mai protestato. Il presidente iraniano ha fatto altrettanto ora alla Mecca, citando, in omaggio agli ospiti, una posizione espressa da re Abdulaziz Ibn Saud già nel luglio del 1943, poi ribadita a Franklin Delano Roosevelt il 14 gennaio 1945, durante un loro incontro sul Mar Rosso, dopo Yalta: “Se gli ebrei sono obbligati a cercarsi una sede, vi sono territori in Europa, in America e altrove più spaziosi e più fertili della Palestina e meglio corrispondenti ai loro interessi”. Il presidente americano ascoltò e tacque, non ribatté.
    Quella posizione si basava su due elementi condivisi da Ahmadinejad e da buona parte dei leader musulmani presenti alla Mecca, che tuttora non riconoscono Israele: l’antisemitismo islamico e la falsa idea che Israele sia nato per risarcire gli ebrei della Shoah.
    Quanto ad antisemitismo islamico è esauriente l’intervista del saudita re Feisal, figlio di Abdulaziz ibn Saud e fratello dell’attuale re Abdullah, il 4 agosto 1972 alla rivista egiziana al Mussawar: “Israele ha sempre avuto, fin da tempi antichi, intenzioni malvagie. Il suo obiettivo è la distruzione di tutte le altre religioni. Gli ebrei considerano le altre religioni inferiori alla loro e gli altri popoli inferiori al loro. Celebrano un certo giorno in cui mescolano il sangue di un non ebreo nel loro pane e lo mangiano. Due anni fa, mentre ero in visita a Parigi, la polizia scoprì cinque bambini assassinati. Il sangue era stato essiccato e risultò che alcuni ebrei li avevano uccisi per prendere il sangue e mescolarlo con il pane che mangiano. Questo dimostra fino a qual punto arriva la loro malvagità e il loro odio verso i non ebrei”.
    Feisal era solito regalare a tutti gli ospiti i protocolli dei Saggi di Sion.

    Non chiamatelo risarcimento
    Re Abdullah, ogni volta che un attentato islamico insanguina il suo regno, sostiene che è “di matrice sionista”. Più subdola – e presente anche in Europa – l’idea che gli arabi debbano scontare in Palestina i crimini antisemiti del Vecchio continente. Idea che deriva dalla scelta di Stalin di motivare il suo “sì” in sede Onu nel 1947 alla nascita di Israele, non come conseguenza della cobelligeranza dei sionisti – Stalin odiava il sionismo – ma quale sorta di risarcimento della Shoah. Invece, il diritto degli ebrei al loro Stato in Palestina, oltre che a evidenti ragioni storiche, era legato ad altro. Essi erano stati per ben due volte cobelligeranti dei vincitori della Prima e della Seconda
    guerra mondiale, mentre i palestinesi avevano combattuto con i perdenti, prima l’Impero ottomano, poi, seguendo il Gran Muftì di Gerusalemme, addirittura con Adolf Hitler.
    Quando gli chiesero perché non aveva consultato i palestinesi prima di emettere la Dichiarazione Balfour del 1917, il premier Lloyd George rispose sarcastico: “Non potevamo, erano troppo impegnati a spararci addosso”.
    Diecimila sionisti, invece, avevano combattuto dal 1916 in poi a fianco degli inglesi nella Jewish Legion di Jabotinsky e 50 mila combatterono con gli Alleati nella Seconda guerra mondiale.
    Israele non è dunque un “risarcimento”, ma un diritto conquistato dagli ebrei con la forza delle armi al servizio della democrazia e contro le dittature.
    Questa è una verità intollerabile per i fondamentalisti musulmani.

    Su il Foglio

    saluti

  8. #8
    l'ultimo Re degli Elfi Noldor
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    Viva il DUCE !

  9. #9
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    HITCHENS CI SPIEGA L’ISLAMOFASCISMO E LA MOLLEZZA DELLA SINISTRA

    Washington. Christopher Hitchens è il saggista e scrittore angloamericano che per primo ha definito “fascisti islamici” i terroristi e i fondamentalisti musulmani che l’11 settembre 2001 hanno attaccato gli Stati Uniti.
    Nel suo primo articolo pubblicato dopo la caduta delle Torri scrisse che ciò cui avevamo assistito era un atto di “fascismo con un volto islamico”, recuperando una famosa espressione di Alexander Dubcek sul “socialismo dal volto umano” poi ripresa da Susan Sontag per descrivere la repressione sovietica in Polonia come una forma di “fascismo dal volto umano”.
    Hitchens, detto Hitch dagli amici, è uno dei più vivaci sostenitori della politica del regime change in Iraq, che sostiene da sinistra.
    Nel corso di una lunga intervista col Foglio nella sua bella, borghese e bohémienne casa di Washington, Hitchens ha fumato una sigaretta dietro l’altra ma non ha toccato un goccio di whisky, solo caffè, nonostante i suoi avversari ormai ricorrano spesso agli insulti di natura alcolica per ribattere ai suoi argomenti.
    Hitchens ha tutto dell’uomo di sinistra: il pedigree, l’aspetto, il linguaggio e le frequentazioni.
    Il suo “eroe intellettuale” è George Orwell. Gore Vidal lo considerava il suo erede. Susan Sontag era la sua amica del cuore.
    Oggi i suoi compagni sono i rivoluzionari del Kurdistan e dell’Iraq liberato, uno su tutti Kanan Makiya, ma anche Salman Rushdie, Martin Amis e Ian McEwan, scrittori liberal e di sinistra che, come lui, per ragioni diverse, hanno affrontato il fondamentalismo islamico.
    Di Rushdie si sa. Martin Amis sta ultimando un romanzo sulla dimensione sessuofoba dei fondamentalisti islamici, ossessionati dalla repressione sessuale e dall’odio per la donna, ma anche affascinati dalle vergini e dalla purezza femminile. McEwan, invece, con il suo ultimo romanzo “Sabato”, si è immedesimato nel tipico liberal europeo, catturandone la schizofrenia politica rispetto alla guerra e al regime di Saddam.
    La mattina dell’11 settembre 2001, Hitchens si trovava sulla costa occidentale degli Stati Uniti, nello Stato di Washington, per ricordare, anzi per denunciare, l’11 settembre fino ad allora più famoso della storia recente americana: quello del 1973, ovvero il giorno del golpe con cui il generale Augusto Pinochet, non ostacolato dalla Casa Bianca, rimosse il presidente cileno Salvador Allende per fermare l’espansionismo sovietico in Sudamerica. Nell’attico dove vive con la moglie Carol Blue e con la figlia Antonia, Hitchens racconta al Foglio che la sera del 10 settembre 2001 aveva tenuto un discorso alla Fondazione dedicata a Henry Scoop Jackson, l’ex deputato e senatore democratico ma in realtà neoconservatore alle cui dipendenze si fecero le ossa Richard Perle, Paul Wolfowitz ed Elliot Abrahms.
    Hitchens è un intellettuale marxista, uno che chiama i suoi amici “compagni”, uno che ha scritto libri contro Madre Teresa, uno che a quel tempo aveva una rubrica su The Nation, la rivista politica dell’ortodossia di sinistra americana. “Rimasi sorpreso – dice Hitchens - quando mi chiamarono a presentare il libro con cui chiedevo l’incriminazione e l’arresto di Henry Kissinger per crimini di guerra, ma poi scoprii che Jackson in realtà odiava Kissinger perché aveva suggerito al presidente Gerald Ford di non ricevere alla Casa Bianca il dissidente sovietico Aleksandr Solgenitsin perché avrebbe potuto infastidire Breznev.
    Jackson, inoltre, si scontrava con Kissinger perché il segretario di Stato giudicava sbagliata la politica volta a liberare gli ebrei russi, i refuznik, in quanto avrebbe nuociuto alla distensione con i sovietici. Esattamente la stessa cosa che dicono oggi i realisti a proposito della democrazia in Iraq e della politica del regime change”, ricorda Hitchens.
    Hitchens non può credere che ci siano compagni di sinistra incapaci di vedere la differenza tra questi due 11 settembre: “In Cile gli Stati Uniti aiutarono a rimuovere un governo eletto e a distruggere un sistema democratico, sostituendolo con una forma odiosa di dittatura militare. Un crimine che in quegli anni compirono anche in Grecia, in Indonesia, in Uruguay, in Brasile e a
    Cipro. Ora, invece, hanno fatto il contrario: hanno sostituito due regimi totalitari e fascisti con governi eletti democratici”.
    Hitchens ricorda anche il caso di Timor Est, “il genocidio dimenticato dei cristiani, la battaglia più importante per la sinistra americana negli anni Novanta, tanto che perfino Noam Chomsky chiese l’intervento armato, poi arrivato grazie alle truppe americane e australiane. Ebbene, il leader di quella resistenza, José Ramos-Horta, poi premio Nobel per la pace, si è detto subito favorevole alla rimozione di Saddam, proprio perché il caso iracheno era uguale a quello di Timor Est.
    La stessa cosa è stata sostenuta da Adam Michnik, uno dei leader della resistenza polacca.
    Invece molti credono che gli Stati Uniti siano il pericolo numero uno del mondo, guerrafondai, imperialisti e peggiori di chiunque altro.
    Questo odio antiamericano c’è sempre, non importa chi sia il presidente. In Europa non sopportano che, sull’Iraq, l’America abbia deciso da sola, ma non si rendono conto che avrebbe deciso da sola anche se la scelta fosse stata a favore dell’appeasement di Saddam”.
    Il radicalismo islamista e il fascismo nazionalista, nella definizione di Hitchens, coincidono: “Condividono il culto del leader e il culto della morte che in qualche caso è positivo perché autodistruttivo”.
    Secondo Hitch, “sono entrambe ideologie irrazionali, estremamente violente, caratterizzate da un odio fanatico verso il popolo ebraico e volte a ricreare un glorioso passato perduto: il califfato”. Insieme con Paul Berman, Hitchens è l’unico intellettuale di sinistra ad aver notato che la settimana scorsa con un solo gesto e con una sola frase, Saddam Hussein abbia confermato questa identità ideologica quando al suo processo, col Corano in mano, si è paragonato orgogliosamente a Mussolini e alla resistenza dei repubblichini di Salò nei confronti dell’occupazione militare alleata che liberò l’Italia dal nazifascismo.
    La battaglia di Hitchens è interna alla sinistra, anche se ormai se ne è allontanato al punto da essere ormai accusato di essere un neoconservatore: “Non ho nessun legame di partito, ma continuo a pensare come un marxista. Se mi chiedono se sono diventato un neoconservatore, faccio prima a rispondere di sì. In realtà i neocon non sono conservatori sotto alcun punto di vista. La definizione nacque come insulto. Li odiavano, o se preferisci ci odiano, perché siamo radicali, perché vediamo una possibilità di pace, di progresso e di giustizia, nel cambiamento di uno status quo ingiusto e instabile. Questo non è conservatorismo. I neoconservatori fecero parte della coalizione che salvò la Bosnia e il Kosovo dal nazionalsocialismo di Slobodan Milosevic, un’ideologia anche in quel caso sostenuta da buona parte della sinistra che oggi non avrebbe cacciato Saddam. I neocon dissero che non si poteva consentire una pulizia etnica nel pieno centro dell’Europa, una posizione pragmatica oltre che di principio. E in quel caso non c’entravano nulla né Israele né il petrolio, come amano dire i loro avversari”.
    L’origine dell’impegno anti Saddam di Hitchens si trova nei suoi decennali rapporti con la sinistra irachena e curda: “Kanan Makiya è il Dubcek della regione, l’uomo che ha descritto con precisione la natura dello Stato baathista, il mix tra socialismo e fascismo saddamita. Ma anche il primo presidente eletto dell’Iraq, Jalal Talabani, è un uomo di sinistra. Il suo partito fa parte dell’Internazionale socialista.”
    Anche il Partito comunista iracheno è dentro il processo democratico avviato con il cambiamento di regime. I socialisti dovrebbero esprimere solidarietà ai loro compagni, specie a chi in questi anni ha combattuto davvero una rivoluzione. Questi sono i nuovi partigiani, invece la sinistra preferisce usare la definizione per gli uomini di Zarqawi” (Hitchens non sapeva delle parole di
    Piero Fassino su questo punto, ne ha voluto sapere di più e se ne è rallegrato).
    Ma ancora prima dell’Iraq, è stata la fatwa dell’Ayatollah Khomeini contro Rushdie del 1989 ad aprire gli occhi a Hitchens:
    “Credevo che la sinistra avesse intuito la natura fascista del fondamentalismo islamico col caso Rushdie. Credevo avesse capito già allora che la rivoluzione islamista non era ribellione degli oppressi, ma un movimento degli oppressori. Che non era battaglia antimperialista, ma volontà di creare un impero anzi di ristabilire un impero perduto. Che non era una protesta contro la povertà e la disoccupazione, ma la causa della povertà e della mancanza di lavoro. Eppure la sinistra sottovaluta questo nemico, minimizza. Crede che il più importante nemico del progresso umano sia la globalizzazione, cioè gli Stati Uniti d’America. Conosco molte persone di sinistra che mi dicono: ‘Ok, bin Laden non è esattamente come Antonio Gramsci, ma meglio un movimento di protesta che nessuna protesta’. Fosse dipeso da loro non avrebbero destituito nemmeno il regime dei Talebani. E’ un mistero. E’ un modo corrotto di pensare che si spiega soltanto con l’antimericanismo. Tra l’altro costoro non si accorgono che ogni fascista d’Europa è contrario alla ‘guerra americana’ esattamente come loro. E contrari sono anche i più reazionari tra i conservatori, da Brent Scowcroft, a Bush senior, a Kissinger, a Pat Buchanan fino al neonazista David Duke”.
    Hitchens, inoltre, sostiene che parecchi protagonisti del movimento contro la guerra in Iraq non siano affatto pacifisti, ma guerrafondai schierati dall’altra parte: “Mi dà molto fastidio quando leggo che chi si oppone alla politica bushiana di regime change è contrario alla guerra. Sarebbe vero se fossero pacifisti, ma non lo sono. In realtà sono favorevoli, fortemente favorevoli alla guerra, ma parteggiano per gli avversari. Ramsey Clarke, per esempio. Ieri era l’avvocato di Milosevic, oggi di Saddam. In passato, come dice lui stesso, è stato ex ministro della Giustizia di Lyndon B. Johnson.
    Io mi vergognerei di essere stato ministro di Johnson, lo terrei segreto, farei una plastica facciale e lascerei il paese, invece lui ne è orgoglioso.
    Saddam ovviamente ha diritto a un buon avvocato, ma mentre l’ex dittatore ha detto di non aver ordinato il massacro degli sciiti di cui è accusato, la prima dichiarazione di Clarke è stata di giustificazione di quel massacro, perché a quel tempo Saddam stava combattendo una guerra contro gli sciiti iraniani, dimenticandosi che fu proprio lui a invadere l’Iran, a iniziare quella guerra. Le parole di Clarke sono parole fasciste, eppure sui giornali è salutato come il leader dell’America contraria alla guerra. E’ una disgrazia e quando lo dico la gente mi chiede se sono serio, pazzo, cattivo o ubriaco. Clarke, invece è un buon uomo, nonostante giustifichi la tortura, il genocidio, l’aggressione, la dittatura”.
    Un altro avversario di Hitchens è George Galloway, il parlamentare inglese che il giornalista definisce “membro del partito Baath, membro stipendiato dell’élite baathista, nonché membro della clientela dell’Oil for Food organizzata da Tareq Aziz, l’amico di papa Wojtyla”. Recentemente, aggiunge Hitchens,
    “Galloway è andato in Siria a difendere gli attentati, le esplosioni, le decapitazioni e le bombe nelle moschee, contro l’Onu e contro la Croce Rossa. E’ andato a Damasco a sostenere quello spazzolino umano di Bashar al Assad, il cretino piccolo dittatore della Siria. Questo sarebbe pacifismo? socialismo? liberalismo? No, è fascismo. Eppure per la stampa, Galloway è un indipendente, un dissidente, un piccolo David che affronta l’America-Golia”.
    Hitchens scrive per Vanity Fair, per Atlantic Monthly e per Slate, prestigiose riviste liberal, ma è noto anche per i suoi saggi. L’ultimo è una breve biografia di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori della Repubblica americana. Secondo Hitchens, Jefferson è un precursore della dottrina Bush.
    “La rivoluzione americana è universale, non riguarda soltanto gli Stati Uniti e considera le garanzie, i diritti, il laicismo, la democrazia, la Costituzione scritta come valori da diffondere”. Queste cose Jefferson le ha scritte in una lettera per celebrare il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, ma Hitchens ricorda che le mise anche in pratica:
    “Jefferson fu il primo presidente a mandare truppe americane dall’altra parte dell’Atlantico. I suoi marine piantarono per la prima volta la bandiera a stelle e strisce in territorio straniero e quel territorio straniero era la Libia. Le guerre barbariche contro l’Algeria, la Libia e la Tunisia nacquero per fermare gli Stati schiavisti musulmani che controllavano lo stretto di Gibilterra e che, invocando un diritto sancito nel Corano, gestivano il traffico di oltre un milione e mezzo di schiavi. Jefferson non accettò compromessi ed esportò sulla punta della baionetta il libero commercio nel Mediterraneo.
    Non cercava un regime change, ma certamente un cambiamento di comportamento, un cambiamento di politica”.
    Jefferson è stato anche il teorico del muro di separazione tra lo Stato e la Chiesa.
    Secondo Hitchens, che sul tema di Dio e della religione sta scrivendo un libro, “la vera battaglia odierna è tra il laicismo e il fanatismo religioso. La sinistra non capisce che c’è un nemico da sconfiggere, ma in realtà è tutto l’occidente ad apparire stanco di questa società, a non credere che ci sia qualcosa che davvero meriti di essere difesa. Su questo la destra estrema e la sinistra radicale concordano: Jerry Falwell e Pat Robertson sostengono, così come una parte della sinistra, che l’America si sia meritata ciò che è successo l’11 settembre. Ora il più grande errore che l’America cristiana può commettere è quello di far credere che questa non sia una guerra contro il fondamentalismo, ma a favore. Bush può pensare di essersi salvato grazie alle preghiere, ma sa che la sua battaglia in Iraq e in medio oriente dipende dai laici della regione. Più laici emergeranno, meglio sarà per la sua politica. Ed è affascinante vedere la vittoria dell’America cristiana dipendere dalla vittoria del laicismo. Il dramma della sinistra e dei seguaci dell’illuminismo è che hanno lasciata questa battaglia laica ai cristiani, e ora se ne lamentano. Questa non è poltica, è fatalismo, neutralismo”.

    Christian Rocca su il Foglio

    saluti

  10. #10
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    Predefinito

    Dopo Paul Berman, oggi è dunque la volta di Christopher Hitchens... Ok!... very good!...

    Piccola domanda... chi sarà il prossimo della congrega di cui si è detto in
    http://www.politicaonline.net/forum/...68&postcount=5
    ad essere ospitato sulle pagine del 'giornalino' di 'Giulianone'?... Il fatto è che siamo tutti in trepidante attesa...



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

 

 
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