Bisognerà che qualcuno si prenda la briga di mettere insieme titoli e testi dedicati dalla stampa italiana e internazionale e da molte tv ai processi ai despoti spodestati dai soliti angloamericani, per esempio il serbo Milosevic e l’iracheno Saddam.
Noi abbiamo appena cominciato oggi in prima il lavoretto, ma occorre completarlo e rifinirlo.
Lo spettacolo è intellettualmente grandioso.
Va in scena un grande amore linguistico, appena dissimulato dalle frasi di circostanza con cui le persone perbene condannano le dittature.
Condanna sì, soprattutto se formale, ma quelli sono i nuovi eroi, i leggendari imputati che contestano la legittimità della corte che li giudica, sono coloro che hanno diritto a titoli orgogliosi sul fatto che non hanno paura, che sono i legittimi rappresentanti dei loro popoli, che la loro caduta è effetto di un complotto sordido delle forze in agguato della reazione internazionale e dei circoli demo-pluto-giudaici dell’occidente, che il loro trattamento giudiziario è contrario alla dignità umana, che la verità verrà a galla e sconcerterà i cattivi invasori e i loro manutengoli, insomma un’orgia tenorile di canti e inni alla grandezza storica di chi ha subito l’ingiustizia dell’occidente. Intendiamoci, niente è più tipicamente occidentale del processo ai dittatori, da Norimberga in avanti, e niente è più virtuoso del dare la parola ai nemici nella polvere, e rispettarli fino e oltre la sentenza, quale che essa sia.
Abbiamo anche qualche dubbio che il processo delle corti internazionali o quello delle corti nazionali, all’Aja o a Baghdad, sia uno strumento giusto per mettere la parola fine alle guerre delle democrazie contro le dittature.
Ma l’innamoramento la dice lunga. La pittura dell’icona eroica la dice lunga su quanto si sia radicata nella opaca Europa e nella coscienza pubblica pacifista-liberal, cioè nella famosa superpotenza mediatica delle piazze urbane ed elettroniche, l’avversione verso gli inglesi e gli americani e verso quel che rappresentano.
A Norimberga, persino oltre il dovuto, il linguaggio era la demonizzazione dei dittatori caduti e dei loro gerarchi di regime. Gli eroi erano i testimoni della loro abiezione, non gli abietti.
Sessant’anni dopo non vedrete e non sentirete le testimonianze dei curdi gasati, dei kosovari martoriati, degli sciiti reclusi nelle camere della morte, come sentimmo il grande grido contro le persecuzioni e le violenze del Terzo Reich.
No, sei decenni dopo gli organi della coscienza pubblica hanno deciso che se Saddam dice di essere gagliardo come Mussolini o se ammette che il terrorismo sunnita è figlio di un suo piano d’azione criminale contro la nascente democrazia irachena, meglio sorvolare.
Dittatore è bello.
Ferrara su il Foglio
saluti




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Nobis ardua 