Suggeriamo alla lettura di tutti il nuovo libro di Francesco Foti:
"SARA' IL SANGUE A FAR LA STORIA - Martirologio dei polesani che dopo l'8 settembre 1943 aderirono alla Repubblica Sociale Italiana"
Prefazione di PINO RAUTI - Casa Editrice NUOVE IDEE - Roma - Euro 12,00

E' un testo importante per le lacune informative che colma e per la completezza di analisi e di documentazione contenuta in esso.
La prefazione di PINO RAUTI - che si riporta qui integralmente - costituisce inoltre un motivo ulteriore per non lasciarsi sfuggire l'opera, per la presentazione della quale già il Centro Studi Patria e Tradizione si sta attivando per organizzare una serie di incontri con l'autore nel territorio nazionale.
Per ricevere il testo è possibile contattare la nostra sede al 041\989799 oppure contattare direttamente l'autore al 346/2106760

Prefazione al volume: “SARA’ IL SANGUE A FAR LA STORIA!” di Francesco Foti
“L’EROISMO DI TANTI IN UNA TERRA DA GUERRA CIVILE” - Pino Rauti

Capita di rado, davvero assai di rado, che quando ci si trova a presentare un libro si possa scrivere in sincera coscienza: “di libri così ce ne vorrebbero tanti!”. E invece è proprio questo che intendo sottolineare: ce ne vorrebbero almeno un centinaio di libri come questo di Francesco Foti. Ne sarebbe necessario almeno uno per ogni provincia che fece parte della Repubblica Sociale Italiana; e per alcune province, penso che un volume solo nemmeno basterebbe. Libri per andare ovunque, fin nei centri più piccoli e sperduti; andare avanti con lo stesso tipo di ricerca, paese per paese, famiglia per famiglia, fra quelle centinaia di migliaia di italiani – e di italiane, perché moltissime erano le donne; e di giovani ed anche di bambini – che vennero sanguinosamente coinvolti, che vissero e soffrirono la R.S.I.. La vissero, la patirono, la pagarono, intendo, nella sua dimensione concreta, nelle sue cadenze e scadenze quotidiane, in quella che purtroppo non fu mai “routine” ma sempre – per mesi e mesi – emergenza drammatica e spesso tragica.
Ecco il primo pregio di questo libro; ecco il primo “merito” di Francesco Foti. Che a mio avviso – ad avviso di uno che di libri ne ha scritti molti e letti davvero un’infinità – ha, diciamo così, dato l’avvio ad una storiografia di nuovo tipo; dettagliata, ma non di dettaglio; specifica e localizzata, ma non solo “localistica”; e poi, una storiografia scritta – nonostante la precisione attenta e scrupolosa, fin nei nomi e nelle località ricordate – scritta con autentica, sincera passione.
Son serviti due anni, al nostro Foti, per scrivere questo volume; ad inquadrare i fatti singoli, quelli che oggi si definirebbero “eventi” nel con-testo di quella che era la realtà polesana.
Una realtà dura, di scontri armati e di attentati quasi quotidiani; con assassinii – ad opera dei partigiani, come vedremo – che spesso erano eccidi di intere famiglie ed agguati spietati.
A me che venivo giovanissimo, neanche diciottenne, dal 1° Corso Allievi Ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana – una “leva” che riguardava 4 Scuole Allievi Ufficiali e 4 Battaglioni – scuola, per un totale di quasi 4200 elementi nominati Sottotenenti della G.N.R. – lo disse subito con chiarezza il Comandante provinciale della Guardia Nazionale, Colonnello Ugo Cavaterra.
“E’ una brutta provincia. – ci disse nel primo incontro – Qui c’è sul serio la guerra civile. Tutti vi dicono gentilmente “comandi …” se chiedete qualcosa ad un passante sulla strada ma poi vi sparano alla schiena appena voltato l’angolo ….”.
Era proprio così.
E lo era soprattutto ad Adria, città bellissima e dalla storia antica – è l’unica città al mondo che abbia dato il nome ad un mare – ma sprofondata dopo l’8 settembre ’43 in una spirale di violenza armata, di azioni partigiane e di reazioni “repubblichine”, come ben si vede nelle pagine che seguono.
C’era anche, ovviamente (e si farebbe male a dimenticarlo), c’era anche il “quadro naturale” in cui quelle vicende si andavano svolgendo. Perché c’è stato, sempre, un rapporto strettissimo, nel Polesine, tra l’uomo e le acque; delle acque di lì: i canali e le paludi, i fiumi ed i loro affluenti; ed il mare.
Terra ideale per la guerriglia; per nascondersi, colpire alle spalle e sparire. Ci accorgemmo che da quelle parti serviva a ben poco quello che ci avevano insegnato al Corso Allievi Ufficiali; ad Orvieto prima, a Como poi ed infine a Brescia. Nei giorni della “vestizione” da ufficiale e mentre attendavamo l’assegnazione alle varie zone. Sul terreno, in quei mesi terribili, tra argini e “marezzane”, sempre a caccia delle “chiavi” che regolavano il flusso delle acque nei canali, accanto alle “golene”, c’era tutto un “mondo umano” terribilmente povero, tendenzialmente socialista o comunista; un “mondo umano” che ci odiava.
Capitava, specie a noi giovani che venivamo da fuori – e qualche lezione di cultura politica l’avevamo pur fatta, al Corso Allievi – capitava di tentare di parlare di politica. Ma trovavamo il muro. La gente ci guardava e non ci sentiva. Immersa nei suoi problemi del vivere quotidiano in quelli che tutti sapevano essere i mesi ultimi della guerra. Immersi, anche, in una povertà che nessuno di noi, neanche quelli che venivano dal sud, avevano mai conosciuto così dura, aspra, quasi disumana. Nel Polesine, ho visto – ed ero appena arrivato e stavo addestrandomi con metà del mio plotone intorno ad Ariano – le case dove era appesa una aringa sotto l’unica lampadina elettrica che si poteva accendere; il calore della lampadina inumidiva l’aringa e su di essa tutti “insaporivano” le fette di polenta. E spesso, altro non c’era, per la cena.
Da Adria, dalla “capitale” del Basso Polesine, si andava verso l’oriente dei bracci del grande fiume – che nell’inverno del 1944-’45, per la prima volta dopo molti anni divenne una lastra di ghiaccio, con un freddo terribile che si protrasse per tutto aprile – con le sempre più frequenti infiltrazioni dei “commandos” inglesi ed una miriade di gruppi partigiani. Fra di essi, il “gruppo Boccato”, ex fotografo con negozio sul corso centrale di Adria, che scrisse alcune delle pagine più cupe della guerriglia partigiana di tutto il Nord.
E qui, un ricordo personale; o meglio, una riflessione che feci subito e che intendo sottolineare per dire come e quanto, quelli erano altri tempi.
Proprio ad Adria fu assegnato – fra i giovanissimi neo-ufficiali usciti dal corso di cui ho già detto, nel primo autunno del 1944 – il sottotenente Emilio Cavaterra, figlio del Comandante provinciale di Rovigo, colonnello Ugo Cavaterra. Penso – pensai subito – che il padre, se avesse voluto, avrebbe potuto intervenire presso il Comando generale della G.N.R. per far assegnare il figlio in una zona …. meno guerrigliera. Non intervenne, non si informò neppure di dove stavano mandando il figliolo e se lo vide assegnare ad Adria, presso un reparto di punta; la “Compagnia Ordine Pubblico”, proprio quella che più operava sul territorio, nel Polesine e fuori; e che infatti fu impegnata anche nei durissimi, ultimi combattimenti contro gli slavi, molto più a nord, nei boschi del Consiglio. Poi, ci furono le prigioni e le prigionie di guerra. Di molti anni per il colonnello Cavaterra; per fortuna più brevi per il figlio Emilio (che diventerà, com’è tuttora, giornalista e scrittore notissimo; fu lui, “lo Svizzero”, il vaticanista famoso de “Il Borghese” di Mario Tedeschi) e per il sottoscritto, catturato presso Adria dagli inglesi e spedito sino in Algeria, al 211° Campo prigionieri R.S.I..
Ma queste sono altre storie …..
Di quel tempo, comunque, in cui la Storia con la “S” maiuscola, tentammo di farla un po’ anche noi, i “ragazzi” di 18 e 19 anni della R.S.I.. Partecipi dell’ultimo, disperato tentativo di bloccare sul terreno, sul cosiddetto “fronte del Po”, la dilagante offensiva avversaria, straricca di mezzi e con il cielo dove passavano a centinaia, a migliaia, i loro aerei.
Dicevo “cosiddetto fronte del Po” perché ad Adria sino al mare avevamo poco o niente; e poco o niente anche verso l’occidente.
L’ho visto con i miei occhi, quello che vi accadde; con gli ultimi carri armati tedeschi che arrancavano portati avanti dai buoi nella notte per risparmiare la benzina e poi, interrati, a sparare gli ultimi colpi.
Sul “fronte” del Po arrivarono anche, per l’estrema resistenza, reparti di mongoli e di cosacchi. E capitò anche, chissà come, un piccolo reparto di norvegesi. Ognuno “occupava”, requisiva, si posizionava alla rinfusa in un disordine crescente. Solo i norvegesi furono rispettosi delle norme e dei regolamenti chiedendo a chi scrive (Comandante del presidio della G.N.R. da cui dipendeva formalmente tutta la retrovia del Basso Polesine) dove potessero “sistemarsi” prima di raggiungere la linea di combattimento; del loro comportamento rimasi sbalordito.
Ma la cosa che più ci riempì di speranza – e comunque di orgoglio – fu che arrivò in zona anche la “mitica” Decima Mas, la “X^” di Valerio Borghese. Vi giunse in forza, con un Reggimento bene armato che comprendeva i battaglioni “Lupo”, “Barbarigo” ed il neo-costituito “N.P.” oltre ad un forte gruppo di artiglieria, con pezzi antiaerei ed anticarro. Gli “N.P.” erano i nuotatori-paracadutisti, i nostri assalitori, i nostri “commandos”, diciamo; gente super allenata e capace di tutto, gente quale non avevamo mai visto prima. Ed infatti tennero duro, quelli della “Decima”. Intorno ad essa furono sbaragliati tutti dalla offensiva alleata e molti reparti – specie quelli mongoli – si sbandarono ai primi scontri. Mentre la “Decima” ripiegò combattendo dal Po all’Adige, infliggendo perdite dure al nemico. Poi, superato l’Adige, sempre combattendo con gli inseguitori, raggiunse la zona di Padova dove i 3 Battaglioni si ritrovarono accerchiati; ma ancora uniti e così bene armati che gli anglo-americani – caso rarissimo in tutta la seconda Guerra Mondiale – dettero loro, purchè si arrendessero, “l’onore delle armi”. E poi ci ritrovammo tutti – noi della “Guardia” in camicia nera, centinaia di sbandati e dispersi e quelli della “Decima Mas”, del Lupo, del Barbarigo e gli “N.P.” – al Campo 211 presso Algeri. Dopo aver vagato in una decina di campi di passaggio ed essere stati trasportati come bestie su vagoni ferroviari ridotti a letamai; era il 10 giugno 1945, proprio l’anniversario dell’entrata in guerra.
Ma per tornare al libro, ecco dove affonda il bisturi della sua ricerca storiografica il nostro Francesco Foti, con le pagine che seguono; e che ho scorso una per una con attenzione estrema ed anche – perché non dirlo? – con commozione profonda. Perché non poche delle persone che Foti cita, le ho conosciute in quegli ultimi mesi di R.S.I. e tutte quelle vicende le ho vissute sulla pelle e nell’animo, nell’”avamposto” di Adria. Ma nel libro ci sono anche indicazioni precise e dettagliate come le altre, come quelle “locali”, nomi di persone e ricordi di fatti che avvennero altrove ma che ebbero a protagonisti dei combattenti polesani, anziani e giovani; andati lontano dalla loro terra e che consumarono altrove i loro patimenti spesso con il sacrificio della vita. C’è tutto il Polesine “repubblichino” insomma, con i caduti – caduti ovunque – di Adria, di Ariano, di Arquà e poi avanti così per ordine alfabetico; uomini e donne; ragazzi e bambini. La maggioranza di quei Caduti apparte-neva alla Guardia Repubblicana ma tanti caddero combattendo in altri reparti, nell’Aeronautica della R.S.I., nei reparti in Croazia, in Germania, nelle fortezze atlantiche delle isole in Normandia, con gli alpini della “Monterosa” in Liguria, sotto i bombardamenti alleati un po’ in tutta Italia ed in mezza Europa. Ce ne furono tanti, tantissimi di polesani che si sacrificarono, che si arruolarono volontari e tennero duro sino alla fine. Qui li ricordiamo e li onoriamo, come meritano. E grazie, ancora grazie al nostro Foti.

PINO RAUTI