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    Predefinito Il lato oscuro della II guerra mondiale

    Il lato oscuro della II guerra mondiale: L'Unione Sovietica: la Vittoria sottratta.

    Inizio qui un nuovo 3d sulla seconda guerra mondiale partendo da questo articolo comparso sul prestigioso "Le Monde Diplamatique"
    L'articolo è di Annie Lacroix-Ritz Docente di storia contemporanea, Università Paris-VII, autrice dei saggi Le Vatican, l'Europe et le Reich 1914- 1944, Armand Collin, Parigi, 1996, e Le choix de la défaite: les élites françaises dans les années 1930, che uscirà prossimamente per i tipi dello stesso editore.Questa studiosa è vicina al Partito Socialista Francese. Le citazioni sono commentate d me





    Sessantanni fa

    Sessantanni fa, il 57% dei francesi considerava l'Unione sovietica il principale vincitore della guerra. Nel 2004, la percentuale era ridotta al 20%. La progressiva dimenticanza del ruolo di Mosca, amplificata dai media, si deve anche alle polemiche sulla politica di Stalin tra il 1939 e il giugno 1941, pur inquadrata sotto un'altra luce da recenti ricerche storiche. Ma, qualunque cosa si pensi del patto germano-sovietico, come negare che, per tre anni, i russi hanno costituito la gran parte della resistenza - e poi della controffensiva - alla Wehrmacht? Al prezzo di 20 milioni di morti

    Mutazione filoamericana della storiografia

    A due anni dalla sua vittoria contro il nazismo, la guerra fredda trasforma l'Armata rossa in una minaccia per i popoli dell'«Occidente» (1). A sei decenni di distanza, la storiografia francese, completata la sua mutazione filo-americana, mette alla gogna l'Unione Sovietica non solo per la fase del patto germano-sovietico, ma oramai anche per quella della sua «grande guerra patriottica». I nostri manuali, surclassando gli storici dell'Europa orientale (2), assimilano il comunismo al nazismo. Ma le fonti originali che hanno alimentato queste conclusioni fanno emergere un quadro completamente diverso dell'Urss nella seconda guerra mondiale.

    (1) «1947-1948. Du Kominform au "coup de Prague", l'Occident eut-il peur des Soviets et du communisme?», Historiens et géographes (Hg) n° 324, agosto- settembre 1989, pp. 219-243.
    (2) Diana Pinto, «L'Amérique dans les livres d'histoire et de géographie des classes terminales françaises », Hg, n° 303, marzo 1985, pp.
    611-620 ; Geoffrey Roberts, The Soviet Union and the origins of the Second World War, 1933- 1941, Saint Martin's Press, New York, 1995, introduzione.


    La storiografia filoamericana nasconde le colpe di Gran Bretagna e USA

    La principale accusa contro Mosca riguarda il patto germano-sovietico del 23 agosto 1939, e in particolare i suoi protocolli segreti. La schiacciante vittoria della Wehrmacht nella guerra lampo in Polonia è di fatto il segnale per l'occupazione sovietica della Galizia orientale (l'est della Polonia) e dei paesi baltici (3). Espansionismo, realpolitik o strategia difensiva?
    Riprendendo le tesi dei prestigiosi storici Lewis B. Namier e Alan John Pecival Taylor, così come del giornalista Alexander Werth, i nuovi studi di alcuni storici anglofoni gettano luce sulle condizioni nelle quali l'Urss è arrivata a questa decisione. E dimostra come l'ostinazione della Francia e della Gran Bretagna - incoraggiata dagli Stati uniti - nella loro politica di «pacificazione», ossia di capitolazione a fronte delle potenze fasciste aveva vanificato il progetto sovietico di «sicurezza collettiva » degli stati minacciati dal Reich.

    (3) Leggere inoltre Geoffrey Roberts, op. cit., p. 95-105, e Gabriel Gorodetsky, «Les dessous du pacte germano-soviétique», Le Monde diplomatique, luglio 1997.


    I famigerati accordi di Monaco

    Con gli accordi di Monaco (29 settembre 1938) Parigi, Londra e Roma consentono a Berlino di annettersi, due giorni dopo, i Sudeti. Isolata a fronte di un Terzo Reich che ha ormai «le mani libere ad Est», Mosca firma con Berlino il patto di non aggressione, che provvisoriamente risparmia l'Unione Sovietica. Si conclude così la missione franco- britannica inviata a Mosca (11-24 agosto) per placare l'opinione di chi reclamava - dopo l'annessione tedesca della Boemia-Moravia e la satellizzazione della Slovacchia - un fronte comune con l'Urss.

    L'URSS e la sicurezza collettiva

    Mosca puntava all'alleanza automatica e reciproca del 1914, che doveva associare la Polonia e la Romania, capisaldi del «cordone sanitario» antibolscevico del 1919, così come i paesi baltici, vitali per la «Russia d'Europa» (4). L'ammiraglio britannico Drax e il generale francese Doumenc dovevano accollare a Mosca tutta la responsabilità del fiasco. Si pensava che bastasse «lasciare la Germania sotto la minaccia di un patto militare anglo-franco-sovietico per guadagnare tempo, rinviando la guerra a dopo l'autunno e l'inverno».
    Quando, il 12 agosto, Clement Voroshilov, capo dell'Armata rossa, propone loro in termini «precisi e diretti», «l'"esame concreto" dei piani operativi contro il blocco degli stati aggressori», confessano di non avere i necessari poteri. Parigi e Londra, decise a non fornire alcun aiuto ai loro alleati dell'Est, avevano delegato il compito all'Urss rendendolo al tempo stesso impossibile.

    (4) Salvo indicazioni diverse, le fonti citate si trovano negli archivi del ministero francese degli affari esteri o delle Forze armate terrestri (Shat), o ancora nelle pubblicazioni degli archivi tedeschi, britannici e americani. Per quanto riguarda i numerosi libri, in buona parte poco noti in Francia, sui quali si basa questo articolo, il lettore troverà un'ampia bibliografia sul sito Internet del Monde diplomatique : www.monde-diplomatique.fr/2005/LACROIX_RIZ/12117


    Incoraggiare l'arroganza del filo-fascista colonnello Beck

    Da sempre sia Bucarest che soprattutto Varsavia rifiutano all'Armata rossa in diritto di transito. Dopo aver «garantito» la Polonia senza consultarla, Parigi e Londra sostengono di avere le mani legate dal veto (incoraggiato sottomano) del colonnello filotedesco Josef Beck, che invocava il «testamento» del suo predecessore Josef Pilsudski: «Con i tedeschi rischiamo di perdere la nostra libertà; con i russi perdiamo la nostra anima».

    La Francia e l'aiuto a Polonia e Romania in funzione antisovietica

    La faccenda in realtà è più semplice. Con l'aiuto militare francese, la Polonia aveva strappato ai sovietici, nel 1920-1921, la Galizia orientale (5). Cieca, fin dal 1934, agli appetiti tedeschi, trema all'idea che l'Armata rossa si impadronisca agevolmente di quei territori.
    Dal canto suo, la Romania teme di perdere la Bessarabia, strappata ai russi nel 1918 e conservata grazie alla Francia.
    L'Urss non ottiene neppure una «garanzia» dai paesi baltici, che devono tutto - dall'indipendenza del 1919-1920 al mantenimento dell'influenza tedesca - al «cordone sanitario».

    (5) Ndr: La Galizia è passata, nel corso della storia, dai russi ai mongoli, ai polacchi, ai lituani, agli austriaci e poi di nuovo ai russi e ai polacchi. Nel 1919 lord Curzon aveva assegnato la Galizia orientale alla Russia (linea Curzon).

    I tedeschi non vogliono fare la guerra su due fronti

    A partire dal marzo, e soprattutto dal maggio 1939 Mosca è corteggiata da Berlino, che preferisce - per esperienza - fare la guerra su un solo fronte; e prima di scagliarsi contro la Polonia promette ai sovietici di rispettare la loro «sfera d'influenza» in Galizia orientale, nella regione baltica e in Bessarabia. Se l'Urss all'ultimo momento finisce per cedere, non è in nome di una fantasticata «rivoluzione mondiale» o del «Drang nach Westen» (la pulsione verso l'Occidente tanto cara all'autore tedesco di estrema destra Ernst Nolte), ma perché rifiuta - visto che Londra e Parigi continuano a blandire Berlino - di «essere coinvolta da sola in un conflitto contro la Germania» - come dice testualmente il Segretario del Foreign Office Charles Lindsley Halifax il 6 maggio 1939. L'Occidente finge di trasecolare davanti alla «sinistra notizia che esplode nel mondo come una bomba (6)» e grida al tradimento.

    (6) Winston Churchill, Mémoires, vol. I, The gathering storm, Houghton Mifflin Company, Boston, 1948, p. 346.

    Britannici e francesi sapevano cosa sarebbe accaduto isolando l'URSS

    In realtà, era dal 1933 che le delegazioni francese e britannica a Mosca facevano la parte delle Cassandre, avvertendo che in mancanza di una Triplice Intesa l'Urss avrebbe dovuto venire a patti con Berlino per ottenere il «respiro» necessario a prepararsi economicamente e militarmente alla guerra.
    Il 29 agosto 1939 il luogotenente Luguet, addetto aereonautico francese a Mosca (e futuro eroe della squadriglia Normandie-Niémen), attesta la buona fede di Voroshilov e definisce Stalin il «glorioso successore (...) di Alexander Nevsky e di Pietro I»: «Il Trattato pubblicato è completato da una convenzione segreta ove si definisce, a distanza dai confini sovietici, una linea che le truppe tedesche non dovranno superare, e che l'Urss considera in qualche modo la sua linea di copertura (7)».
    La Germania apre il conflitto generale il 1° settembre 1939, in assenza dell'Intesa che nel settembre 1914 aveva salvato dall'invasione la Francia.

    (7) Lettera a Guy de la Chambre, ministro dell'aviazione, Mosca, 29 agosto 1939 (Shat).

    La paura di vincere il fascismo

    Michael Carley incolpa la politica di pacificazione dei governi britannico e francese, nata dalla «paura di vincere contro il fascismo». A spaventare Londra e Parigi è il timore che il ruolo di guida promesso a Mosca in una guerra contro la Germania consenta all'Urss di estendere il suo sistema a tutti i belligeranti: perciò l'«anticomunismo», decisivo in ciascuna delle fasi chiave fin dal 1934-35, ha costituito «una causa importante della seconda guerra mondiale (8)».

    (8) Michael J. Carley, 1939, The alliance that never was and the coming of World War 2, Ivan R. Dee, Chicago, 2000, pp. 256-257.

    L'URSS prepara la guerra difensiva

    Il 17 settembre l'Urss, allarmata per l'avanzata tedesca in Polonia, proclama la propria «neutralità» nel conflitto, non senza occupare la Galizia orientale. E in settembre-ottobre esige «garanzie» dai paesi baltici - «"occupazione mascherata", accolta con rassegnazione (9)» da Londra, a questo punto non meno preoccupata dal Reich che da una «Russia protesa verso l'Europa». Avendo invano chiesto a Helsinki, alleata di Berlino, una rettifica del confine (dietro compenso) l'Urss entra in guerra contro la Finlandia, incontrando una resistenza agguerrita.

    (9) Lettera 771 di Charles Corbin, Londra, 28 ottobre 1939, archivi del Quai d'Orsay (MAE).

    Gran Bretagna e Francia progettano il delirio della guerra all'URSS

    La propaganda occidentale compiange la piccola vittima e ne esalta il coraggio. Weygand e Daladier progettano - un «sogno», anzi un «delirio», secondo lo storico Jean-Baptiste Duroselle - una guerra contro l'Urss, all'estremo Nord e quindi nel Caucaso.

    I Britannici ora plaudono alla annesione dei Paesi Baltici

    Ma Londra plaude al compromesso finno-sovietico del 12 marzo 1940 e alla nuova avanzata dell'Armata rossa seguita al tracollo francese (occupazione dei paesi baltici a metà giugno 1940, e della Bessarabia e Bucovina del Nord alla fine di giugno). Dopo di che invia a Mosca Stafford Cripps, unico filosovietico dell'establishment. Per Londra, a questo punto, meglio un'avanzata sovietica che tedesca nel Baltico.

    Katyn e il salvataggio di un milione di ebrei

    Dopo decenni di polemiche, gli archivi sovietici hanno confermato che 5.000 ufficiali polacchi, i cui cadaveri furono scoperti dai tedeschi a Katyn, presso Smolensk, nel 1943, erano stati giustiziati nell'aprile 1940 per ordine di Mosca. Feroci con i polacchi, i sovietici hanno però salvato, nelle zone di cui avevano ripreso il controllo, più di un milione di ebrei, dei quali hanno organizzato l'evacuazione prioritaria nel giugno 1941 (10).

    (10) Dov Levin, The lesser of two evils : Eastern European Jewry under Soviet rule, 1939-1941, The Jewish Publications Society, Philadelphia-Jérusalem, 1995.

    Si rinfaccia all'URSS ciò che le potenze occidentali facevano continuamente anche dopo l'entrata in guerra

    Il periodo compreso tra il 23 agosto 1939 al 22 giugno 1941, è oggetto di un altro dibattito, che verte sull'attuazione del patto germano-sovietico da parte di Stalin. Alcuni studiosi sottolineano ad esempio le forniture sovietiche di materie prime alla Germania nazista, o il cambiamento di strategia imposto, nell'estate 1940, al Komintern e ai partiti comunisti - come l'invito a denunciare la «guerra imperialista» ecc.
    Dal canto loro, gli storici qui citati tendono a ridimensionare quest'interpretazione, se non a contestarla (11). Notiamo che gli Stati uniti, persino dopo la loro entrata in guerra contro Hitler (nel dicembre 1941), così come la Francia, ufficialmente belligerante dal 3 settembre 1939, avevano assicurato al Reich abbondanti forniture industriali (12).

    (11) Leggere, in particolare, i testi già citati di Geoffrey Roberts e Gabriel Gorodetsky, ma anche di Bernhard H. Bayerlin et al., Moscou, Paris-Berlin [...] 1939-1941, Taillandier, Paris, 2003. Nelle sue Memorie, la comunista libertaria Margarete Buber-Neumann accusa il regime sovietico di aver consegnato alla Gestapo molti antifascisti tedeschi.
    (12) Charles Higham, Trading with the enemy 1933-1949, Delacorte Press, New York, 1983 ; e Industriels et banquiers français sous l'Occupation, Armand Colin, Parigi, 1999.


    La crisi dei rapporti germano-sovietici

    I rapporti germano-sovietici, in crisi fin dal giugno 1940, sfiorano la rottura in novembre. «Tra il 1939 e il 1941, l'Urss imprime un considerevole sviluppo ai suoi armamenti terrestri e aerei, e ammassa da 100 a 300 divisioni (2- 5 milioni di uomini) lungo i suoi confini occidentali e nelle aree adiacenti. (13)». Il 22 giugno 1941 il Reich lancia l'assalto, già preannunciato dalla concentrazione delle sue truppe in Romania.

    (13) Geoffrey Roberts, op. cit., pp. 122-134 et 139.

    Il cosidetto tracollo militare sovietico. Il parere del governo di Vichy e della più grande agenzia spionistica del mondo: il Vaticano

    Nicolas Werth parla di un «tracollo militare nel 1941», seguito (nel 1942- 1943) «da un soprassalto del regime e della società».
    Ma il 16 luglio a Vichy il generale Doyen annuncia a Pétain la fine delle guerre lampo. «Se in Russia il Terzo Reich ha conseguito innegabili successi strategici, la piega che stanno prendendo le operazioni non corrisponde alle previsioni dei suoi dirigenti. Non avevano previsto una resistenza tanto accanita del soldato russo, un così appassionato fanatismo della popolazione, una guerriglia così estenuante nelle retrovie, né la gravità perdite, il vuoto totale davanti all'invasore, le considerevoli difficoltà dei rifornimenti e delle comunicazioni (...) Incurante di come si sfamerà domani, la Russia incendia i suoi raccolti coi lanciafiamme, fa saltare in aria i villaggi, distrugge il suo materiale rotabile, sabota le sue strutture produttive (14)».
    Ai primi di settembre 1941 il Vaticano - la migliore rete di intelligence mondiale - si allarma per le difficoltà «dei tedeschi», paventando un esito «tale da far sì che Stalin venga chiamato a organizzare la pace di concerto con Churchill e Roosevelt». Ai suoi occhi il «punto di svolta della guerra» era stato raggiunto prima che la Wehrmacht si bloccasse davanti a Mosca (alla fine d'ottobre), e molto prima di Stalingrado.

    (14) La Délégation française auprès de la commission allemande d'armistice de Wies-baden, 1940-1941, Imprimerie nationale, Paris, vol. 4, pp.
    648-649.


    Le purghe dei militari avevano indebolito l'Armata Rossa?

    Si conferma così il giudizio espresso fin dal 1938 da Auguste-Antoine Palasse, addetto militare francese a Mosca: a suo parere la potenza militare sovietica non era stata affatto intaccata dalle purghe seguite ai processi e alle esecuzioni del maresciallo Michael Tukacevski e degli alti gradi dello stato maggiore dell'Armata rossa nel giugno 1937 (15).
    L'Armata rossa, scrive Palasse, si rafforza, sviluppando uno straordinario «patriottismo»: lo status dell'esercito, la formazione militare e un'efficace propaganda «mantengono in tensione le energie del paese e alimentano la fiducia incrollabile nella sua forza difensiva e l'orgoglio delle gesta compiute». Nell'agosto 1938 Palasse aveva posto in rilievo le sconfitte nipponiche al confine Urss-Cina-Corea.
    La qualità così attestata dell'Armata rossa doveva servire da lezione.

    (15) 16 giugno 2004, www.oui-socialiste.fr.
    Annie Lacroix-Ritz


    Conseguenze del patto Molotov Ribbentrop. Il Giappone si rivolge a sud

    Facendo infuriare Hitler, il Giappone firma a Mosca, il 13 aprile 1941, un «patto di neutralità», liberando così l'Urss dall'incubo di una guerra su due fronti (dopo l'attacco alla Manciuria nel 1931 e a tutta la Cina nel 1937).

    La riscossa sovietica

    Dopo essere stata piegata per lunghi mesi sotto l'assalto della formidabile macchina da guerra nazista, l'Armata rossa passerà nuovamente all'offensiva. Se nel 1917-18 il Reich è battuto a Occidente soprattutto dall'esercito francese, tra 1943 e 1945 finisce per soccombere sul fronte orientale all'Armata rossa. Preoccupato di alleggerire la pressione che grava sul suo esercito, Stalin insiste, fin dall'agosto-settembre 1941, per l'apertura di un «secondo fronte» (invio di divisioni alleate in Urss o sbarco sulle coste francesi). Ma deve accontentarsi degli elogi del primo ministro britannico Winston Chruchill, subito imitato dal presidente americano Franklin D. Roosevelt, per l'eroismo delle forze combattenti sovietiche. E di un prestito americano (rimborsabile dopo la guerra) valutato da uno storico sovietico a 5 miliardi di rubli, pari al 4% del reddito nazionale nel periodo 1941- 1945. Il rifiuto di aprire quel secondo fronte e l'emarginazione dell'Urss nelle relazioni interalleate (nonostante la sua presenza al vertice di Tehran, nel novembre 1943) riattizzano nei sovietici l'ossessione di un ritorno al «cordone sanitario» e alle «mani libere ad Est».

    La vittoria di Stalingrado e l'URSS come potenza mondiale

    La questione dei rapporti di forze in Europa si acutizza quando la capitolazione del generale Friedrich von Paulus a Stalingrado, il 2 febbraio 1943, porta all'ordine del giorno la pace futura. Poiché Washington conta sulla sua egemonia finanziaria per sottrarsi alle norme militari di regolamento dei conflitti, Franklin D. Roosevelt rifiuta di negoziare sugli «obiettivi della guerra» presentati a Churchill da Stalin nel luglio 1941 (ritorno ai confini europei dell'ex impero raggiunti nel 1939-1940): una «sfera d'influenza sovietica» avrebbe limitato quella americana. Il finanziere Averell Harriman, ambasciatore a Mosca, pensava nel 1944 che data la situazione disastrata dell'Urss, l'attrattiva di un «aiuto economico» avrebbe «evitato lo sviluppo di una sfera d'influenza (...) sovietica in Europa orientale e nei Balcani». Ma bisogna fare i conti con Stalingrado, dove dal luglio 1942 si scontrano «due armate di oltre un milione di uomini». Le forze sovietiche hanno la meglio in quella «accanita battaglia» - seguita giorno per giorno dall'Europa occupata - che «supera in violenza ogni precedente della prima guerra mondiale (...) [si combatte] per ogni casa, ogni cisterna, ogni cantina, ogni frammento di muro in rovina». La vittoria di Stalingrado «ha avviato l'Urss al ruolo di potenza mondiale», così come quella «di Poltava del 1709 (contro la Svezia) aveva fatto della Russia una potenza europea». L'effettiva apertura del «secondo fronte» tarda fino al giugno 1944, periodo durante il quale l'avanzata dell'Armata rossa - al di là dei confini sovietici del 1940 - rende ineludibile la ripartizione delle «sfere d'influenza».

    Dall'80 al 90% della forze tedesche sono impegnate ad est

    Nel febbraio 1945 la Conferenza di Yalta, che ratifica la posizione dell'Urss in quanto belligerante decisivo, non è il prodotto dell'astuzia di Stalin che depreda la Polonia martire contro un Chrchill impotente e un Roosevelt moribondo; è il risultato di un rapporto di forze militari. Questo rapporto si era ribaltato durante la corsa-rincorsa negoziale di resa della Wehrmacht «alle armate anglo-americane e di riporto delle forze ad Est»: a fine marzo, «26 divisioni tedesche rimanevano sul fronte occidentale, (...) contro 170 divisioni su quello orientale (16)», dove i combattimenti infuriarono fino all'ultimo. Nel marzo- aprile 1945 l'operazione Sunrise fu uno sfregio per Mosca: il finanziere Allen Dulles, capo dell'Office of Strategic Services (antenato della Cia) a Berna, negoziò qui con il generale delle SS Karl Wolf, capo dello stato maggiore personale di Himmler (responsabile dell'assassinio di 300,000 ebrei) la capitolazione dell'esercito di Kesselring in Italia.

    (16) Radio France internationale, 6 aprile 2005.

    Per liberare Berlino i Sovietici perdono più uomini che gli americani in tutta la guerra

    Ma era praticamente escluso che Berlino andasse agli occidentali: dal 25 aprile al 3 maggio, in quella battaglia dovevano cadere altri 300.000 soldati sovietici: l'equivalente del totale delle perdite americane (292.000), «unicamente militari», sul fronte europeo e su quello giapponese, dal dicembre 1941 all'agosto 1945 (17).
    Secondo Jean-Jacques Becker, «a prescindere dal suo dispiegamento su spazi molto più vasti e dal costo esorbitante dei metodi di combattimento arcaici dell'armata sovietica, sul piano militare la seconda guerra mondiale è stata forse meno violenta della prima (18)». Ma chi parla così dimentica che se l'Urss ha pagato da sola la metà del tributo complessivo di vittime del conflitto 1939-1945, la ragione principale va ricercata nel progetto del Terzo Reich di condurre una guerra di sterminio, destinata a liquidare, oltre alla totalità degli ebrei, da 30 a 50 milioni di slavi (19).

    (17) Si legga Corinne Gobin, «L'Europa sociale, ingannevole apparenza», Le Monde diplomatique/ il manifesto, novembre 1997.

    (18) Pierre Bourdieu, Contrefeux II, Liber-Raison d'agir, Parigi 2001, p.17, edizione italiana, ....

    (19)Si legga, Jacques Généreux, Manuel critique du parfait européen, Seuil, Parigi, 2005
    .

    L'Olocausto dimenticato: quello dei comunisti e dei sovietici

    Un'azione la cui principale artefice è stata la Wehrmacht, feudo pangermanista facilmente disponibile alla nazificazione, che considerava i russi come «asiatici degni solo del più assoluto disprezzo»: e nella sua ferocia antislava, antisemita e antibolscevica descritta al processo di Norimberga (1945- 1946) e ricordata recentemente in Germania da alcune mostre itineranti (20), ma a lungo taciuta in Occidente, rifiutava di applicare ai sovietici le «leggi di guerra» (convenzione dell'Aja 1907).
    Ne danno testimonianza i suoi ordini: il cosiddetto decreto «del commissario» dell'8 giugno 1941, che prescrive l'esecuzione dei commissari politici comunisti integrati nell'Armata rossa; l'ordine di «non fare prigionieri», per cui sui campi di battaglia, a combattimenti conclusi, i soldati della Wehrmacht trucidarono 600.000 prigionieri di guerra (e la stessa disposizione fu estesa un mese dopo anche ai «civili nemici»); l'ordine Reichenau per lo «sterminio definitivo del sistema giudeo-bolscevico», ecc. (21). Fu così che negli anni 1941- 1942 ben 3,3 milioni di prigionieri di guerra - più di due terzi del totale - furono vittime della «morte programmata» - assoggettati a un lavoro da schiavi e uccisi dalla fame e la sete (l'80%), dal tifo e dalla fatica. Nel 1941 alcuni prigionieri «comunisti fanatici», consegnati alle SS, furono usati come cavie per i primi esperimenti di Auschwitz con il gas Zyklon B.
    La Wehrmacht ha partecipato attivamente, a fianco delle SS e della polizia tedesca, alle stragi di civili, ebrei ma non solo. Ha aiutato gli Einsatzgruppen delle SS incaricate delle «operazioni mobili di eliminazione» (Raul Hilberg). Come il massacro perpetrato dal gruppo C nella forra di Babi Yar alla fine di settembre 1941, dieci giorni dopo l'ingresso delle sue truppe a Kiev (quasi 34.000 morti). E questo è stato solo uno degli innumerevoli massacri perpetrati insieme agli «ausiliari» polacchi, lettoni, lituani, ucraini, descritti dallo sconvolgente Libro nero di Ilya Ehrenburg e Vassili Grossman (22).
    Slavi ed ebrei (1.100.000 su 3.300.000) furono massacrati in massa a Oradour-sur-Glâne e nei lager. I 900 giorni dell'assedio di Leningrado (luglio 1941- gennaio 1943) uccisero un milione di abitanti su 2,5 milioni, di cui più di 200.000 morirono per inedia nell'estate 1941-1942.
    In totale «furono rase al suolo 1700 città, 70.000 villaggi e 32.000 stabilimenti industriali». Un milione di Ostarbeiter (operai dell'Est) deportati in Occidente morirono di sfinimento o per le sevizie delle SS e dei kapò nei campi di concentramento, nelle miniere, negli stabilimenti di grandi aziende o nelle filiali di gruppi stranieri - tra cui la Ford, fabbricante dei camion da 3 tonnellate del fronte orientale.

    (20)Raoul Marc Jennar, Europe: La trahison des élites, Fayard, Parigi, 2004.

    (21) Corinne Gobin «L'Union Européenne: un état de perte di conscience publique?», in Attac, Une autre Europe pour une autre mondialisation, Editions Luc Pire Bruxelles, 2001, p.70.

    (22) Alain Lipietz, Politis, 24 marzo 2005


    Appena finita la guerra inizia il revisionismo storico filoamericano. Il vero negazionismo

    L'8 maggio 1945 l'Urss estenuata aveva già perso il beneficio della «Grande Alleanza», imposta agli alleati anglo-americani dall'immane contributo del suo popolo alla loro vittoria. Per il contenimento della guerra fredda e sotto l'egida di Washington, si poteva oramai ristabilire quel «cordone sanitario», «prima guerra fredda» condotta sotto la guida di Londra e Parigi tra il 1919 e il 1939.

  2. #2
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    Título: Putin, Stalin y la derrota del nazismo, por K.S. Karol
    Texto del artículo:



    K. S. KAROL
    EL PAÍS - Opinión - 10-05-2005

    Vladímir Putin ha dado un gran paso hacia el revisionismo histórico al
    declarar que la disolución de la URSS en diciembre de 1991 fue un gran
    error que tuvo un alto precio para la humanidad. ¿Irá más lejos esta semana
    y rehabilitará a Iósif Stalin como jefe militar? En Volgogrado (antiguo
    Stalingrado) y en Yalta ya se erigen solemnemente monumentos en honor de
    los tres grandes de la II Guerra Mundial, Roosevelt, Churchill y Stalin.
    Por otro lado, la televisión rusa ha emitido una larga película a mayor
    gloria de Georgi Yukov -adaptación de su autobiografía- que no incluye
    ninguna crítica hacia Stalin por su modo de dirigir las operaciones
    militares. Es cierto que hay algunas pullas dirigidas contra el ex dictador
    cuando, por ejemplo, acepta el plan propuesto por Yukov para la batalla de
    Stalingrado sin entregarle el mando operativo. Pero la amplitud de la
    victoria en el Volga ha borrado todo rencor.

    Estamos aquí a años luz del discurso de Nikita Jruschov en el XX Congreso
    del Partido Comunista de la Unión Soviética, en 1956, en el que criticó sin
    reservas la dirección de la guerra a cargo de Stalin. En aquella época, yo
    era demasiado joven para tener una idea de lo que ocurría en el Kremlin y,
    además, me encontraba en la otra punta del país, en Rostov del Don y más
    tarde en el Cáucaso. Pero la apertura de los archivos soviéticos acaba de
    aportar un mordaz desmentido al hombre de la desestalinización. No es
    cierto que un día después del ataque nazi del 22 de junio de 1941 Stalin
    hubiese quedado postrado y abatido, sin saber qué hacer. Al contrario,
    estuvo muy activo, trabajando día y noche. En definitiva, estaba plenamente
    al mando. Sin embargo, esto no significa que tuviese los medios para
    detener a los ejércitos alemanes y a los de sus aliados, Italia, Rumania y
    Hungría, sin olvidar a la Legión Voluntaria francesa o la División Azul
    española.

    Luego vino la jornada histórica del 18 de octubre de 1941. Un viento de
    pánico soplaba en Moscú desde que la evacuación de los ministerios hacia
    Kuibichev se había iniciado y no se sabía nada de Stalin. Claro que en el
    Cáucaso no estábamos al corriente de nada y sólo más tarde nos llegaron
    algunos ecos. La película dedicada a Yukov muestra a Stalin preguntando a
    su comandante en jefe: "¿Está usted seguro de poder defender Moscú?". Yukov
    se calla, con el rostro petrificado por la incertidumbre, pero luego se le
    escucha responder: "Sí, camarada Stalin, estoy seguro". Pero necesitó seis
    largas semanas antes de lanzar su contraofensiva el 6 de diciembre de 1941.
    Stalin nunca abandonó Moscú.

    En agosto de 1942, Winston Churchill viajó a Moscú alarmado por la ofensiva
    alemana que se dirigía hacia Stalingrado y sobre todo hacia el Cáucaso y
    sus campos petrolíferos. El líder ruso hizo todo lo posible para
    tranquilizarle: "Les detendremos en las montañas", lanzó a propósito del
    Cáucaso. Sin embargo, para mí, que me encontraba en el frente, la cosa no
    era tan evidente. Es cierto que habíamos visto llegar los primeros camiones
    estadounidenses Studebaker y los primeros Katiuskas rusos, pero no era
    suficiente para cambiar el curso de la guerra. En el Kremlin, mientras
    tanto, Stalin y Churchill libraban un duelo para saber cuál de los dos
    aguantaba mejor el vodka. Al cabo de unas horas, Churchill tuvo que ser
    evacuado por sus ayudantes, mientras que Stalin apenas estaba ebrio. Es
    algo que formaba parte del folclore de la guerra.

    El 6 de noviembre de 1942, día del aniversario de la Revolución de Octubre
    -que se desarrolló en una estación de metro, ya que los alemanes seguían
    controlando el cielo-, Stalin lanzó una frase sibilina: "Pronto estarán de
    fiesta en nuestras calles". Once días más tarde cayó la sorprendente
    noticia: el ejército alemán había sido rodeado en Stalingrado y se veía
    reducido a mantenerse a la defensiva. Fue el viraje decisivo de la guerra.
    Los nazis se retiraron precipitadamente del Cáucaso, pero sus intentos de
    ayudar a los combatientes rodeados en Stalingrado fracasaron. En febrero de
    1943, tras la capitulación del mariscal Von Paulus, Hitler proclamó tres
    días de luto nacional.

    Unos meses más tarde, tras haber ganado una gigantesca batalla de tanques
    en Orel y en Kursk, el Ejército Rojo lanzó su gran ofensiva para liberar el
    territorio soviético. Aquí surgen un gran número de cuestiones, muy
    debatidas en los últimos años. Según la teoría militar, los asaltantes
    debían sufrir pérdidas menos importantes. Esta vez no fue el caso. Por
    tanto, uno se pregunta si los jefes del Ejército Rojo, Yukov, Koniev,
    Rokosovski, Vatutin y los demás protegieron suficientemente a sus soldados.
    Es cierto que allí donde era posible, enviaban a primera línea a los
    chtrafnyié batalliony (los batallones penitenciarios), con militares
    condenados por bagatelas, cuya supervivencia importaba poco. Más tarde,
    para cruzar el Dnieper y evitar la construcción de unos pontones, los
    sacrificados fueron unos tanques para permitir que pasaran otros tanques.
    Todo esto sin duda es cierto y demuestra que Stalin seguramente no tenía la
    misma voluntad de preservar a sus soldados que Eisenhower o Montgomery.

    Llegamos así al punto crucial de la controversia actual: la toma de Berlín
    en 1945 costó muy cara al Ejército Rojo; más de lo que se pueda imaginar.
    Era el problema de la rivalidad entre los aliados, los anglosajones, por un
    lado, y los soviéticos, por otro. Esto empezó en el otoño de 1944, cuando
    Yukov solicitó un descanso tras haber recorrido centenares de kilómetros,
    sin conceder nunca ni un solo día de permiso a sus tropas. Al parecer, la
    respuesta de Stalin fue forzar inmediatamente el frente alemán menos
    protegido en la zona pantanosa de Bielorrusia. Transportar tanques y
    cañones a través de los pantanos no fue tarea fácil, pero se consiguió y el
    Ejército soviético se encontró de golpe en Polonia.

    La dureza de la guerra en el Este superaba con diferencia la de otros
    frentes. Para un soldado o un oficial alemán, ser enviado a Rusia equivalía
    a un desastre, casi a ser condenado a muerte. Por lo tanto, se distinguía
    por su salvajismo, sobre todo porque se veía hostigado en la retaguardia
    por los partisanos rusos. Dadas las circunstancias, quedaba excluida
    cualquier iniciativa pacífica en el Este y todas las esperanzas alemanas se
    encontraban por consiguiente vinculadas a unanegociación con los
    occidentales. En febrero de 1945, el trío de grandes -Roosevelt, Churchill
    y Stalin- ultimó en Yalta un pacto de solidaridad indestructible que exigía
    la capitulación incondicional del Tercer Reich. ¿Podían fiarse de esta
    resolución común o era mejor hacer avanzar sus tropas lo más lejos posible?

    Stalin optó por la segunda opción. Es verdad que, ante una derrota
    inevitable, esperaba la aparición de un movimiento de resistencia alemán y
    no podía imaginarse la dureza de la defensa de Berlín. En esta batalla, los
    soviéticos tenían el control del cielo y una enorme superioridad en la
    artillería, a la que denominaban "el Dios de la guerra". Por entonces, yo
    estaba en Rostov y tenía a muchos amigos entre los pilotos de la aviación
    soviética. Me contaban sus ataques con una mezcla de entusiasmo y
    admiración por la resistencia alemana. Apenas acababan de bombardear una
    ciudad próxima a Berlín, y al día siguiente sus habitantes estaban de nuevo
    en condiciones de retomar el combate. Era increíble. Por otro lado, el
    rumor popular atribuía las pérdidas del Ejército Rojo en Berlín a una
    rivalidad entre los dos mariscales, Yukov y Konev, ya que cada uno quería
    entrar el primero en la guarida de la "bestia alemana". Pero tampoco existe
    ningún rastro documental de dicha rivalidad. No sabíamos nada de los
    intentos alemanes de negociar en Suiza con los estadounidenses. Ni siquiera
    fuimos informados, oficialmente, del suicidio de Hitler y de Goebbels en su
    búnker el 30 de abril de 1945. Pero en nuestro aparato de propaganda
    aparecieron señales de cambio bastante claras. Ilya Ehrenburg fue
    reprendido en Pravda por su tesis de que no existía ningún alemán bueno. En
    ese mismo momento, en Rostov se proyectaba una película con guión de
    Ehrenburg que mostraba a un buen burgués alemán que conmovía al público
    ruso durante el desfile de los prisioneros de guerra en Moscú, pero que en
    realidad era un salvaje por maltratar a los prisioneros de guerra rusos.
    Pero éstas eran las incoherencias de la propaganda soviética.

    El culto a la personalidad de Stalin existía en Rusia desde hacía mucho
    tiempo. Pero no se aplicó mecánicamente durante la guerra. No se podía
    obligar a los soldados a gritar "¡Por la patria! ¡Por Stalin!", y aún menos
    a unos partisanos que se movían tras las líneas. El historiador Isaac
    Deutscher decía que "Stalin utilizaba unos métodos bárbaros para extirpar
    la barbarie rusa". Pero durante la guerra tenía otras prioridades: luchaba
    por la supervivencia de su sistema, frente a un enemigo enormemente
    poderoso que obligaba a trabajar para él a casi toda la maquinaria
    industrial europea. Tal vez fueron los mejores años de su vida, aunque se
    cometieron diversas barbaries (pienso en la deportación de las poblaciones
    musulmanas del Cáucaso). Pero entre la población rusa estaba arraigada la
    idea de que "donde está Stalin está la victoria". Es una imagen que no
    desaparece tan fácilmente. Los hombres de cierta edad que en Moscú y en
    toda Rusia exhiben retratos de Stalin no son forzosamente estalinistas
    puros y duros; simplemente son fieles al gran jefe militar que destruyó el
    nazismo. El gran error de Nikita Jruschov fue querer destruir este "culto a
    la personalidad" añadiendo unos dramas que nunca se produjeron.

  3. #3
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    sE PER sTORIA INTENDIAMO LA PREVALENZA DEGLI INTERESSI FINALISTICI DELLO sTATO SUI SINGOLI INDIVIDUI, STALIN FU UN GIGANTE AL PARI DI CESARE, DI ALESSANDRO, DI NAPOLEONE

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da pietro936
    sE PER sTORIA INTENDIAMO LA PREVALENZA DEGLI INTERESSI FINALISTICI DELLO sTATO SUI SINGOLI INDIVIDUI, STALIN FU UN GIGANTE AL PARI DI CESARE, DI ALESSANDRO, DI NAPOLEONE
    Sicuramente si, riuscì dove anche gli Zar fallirono: far diventare la Russia la prima potenza europea e quasi la prima nel mondo. Certo il prezzo fu molto alto.

    Il logico proseguimento della sua politica doveva essere purtroppo un nuovo conflitto per conquistare l'influenza politica su tutta l'Europa e meno male come dice anche Sting in una nota canzone "still the Russians love the children too..." sennò ora non so se staremmo quì a perder tempo al computer....

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Mauam
    Sicuramente si, riuscì dove anche gli Zar fallirono: far diventare la Russia la prima potenza europea e quasi la prima nel mondo. Certo il prezzo fu molto alto.

    Il logico proseguimento della sua politica doveva essere purtroppo un nuovo conflitto per conquistare l'influenza politica su tutta l'Europa e meno male come dice anche Sting in una nota canzone "still the Russians love the children too..." sennò ora non so se staremmo quì a perder tempo al computer....
    Non esiste nessuna evidenza che Stalin volesse portare la guerra in Europa, anche dopo l'apertura degli archivi sovietici. Semmai esistono evidenze che a sostegno della tesi opposta vedi Grose, Peter. Operation Rollback: America's Secret War Behind the Iron Curtain. Boston and New York: Houghton Mifflin, 2000..
    Sul prezzo pagato bisogna vedere cosa si intende. Noi conoscimo tutto dell'URSS, (e poco degòli USA) l'unica cosa che non è saltata fuori dagli archivi sovietici sono i famosissimi e popolarissimi (in Occidente) milioni di morti. che giustificherebbero tutte le infamie commesse dagli americani. E dire che i sovietici tenevano diligentemente nota di tutto.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da pietro936
    sE PER sTORIA INTENDIAMO LA PREVALENZA DEGLI INTERESSI FINALISTICI DELLO sTATO SUI SINGOLI INDIVIDUI, STALIN FU UN GIGANTE AL PARI DI CESARE, DI ALESSANDRO, DI NAPOLEONE
    nessuno di quelli si mise a sterminare la propria gente. Cesare ammazzò i galli, Alessandro i persiani, e napoleone altri europei. Solo Stalin, tra quelli che hai elencato, fu un macellaio del proprio popolo.

    In quanto all'enunciato sulla "prevalenza degli interessi dello stato sui singoli individui", mi sta bene. Sono del tutto d'accordo. Ma allora qui giganteggiano Mussolini e Hitler, campioni dello stato e ferocemente anti-individualistici.

 

 

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