Riporto un testo che mi è arrivato via mail, una provocazione per il sistema, ma potrebbe essere divertente provarci!
Che ne dite?
Il Pretoriano
"Alme Sol, curru nitido diem qui
promis et celas aliusque et idem
nasceris, possis nihil urbe Roma
visere maius."
Il testo:
Il processo al Duce: un debito di Stato
di Enzo Schiuma
Ho letto l’articolo dal titolo “La sfida” di Filippo Giannini, uno storico a noi noto per non essersi mai intruppato con i “giullari” di regime, che mi ha letteralmente folgorato. Contiene una di quelle idee che ritengo abbia i caratteri del colossale. La illustro nei termini in cui l’ho intesa e - scusandomi con l’autore - personalmente interpretata.
Lo spunto suppongo gli nasca dalla constatazione che a distanza di 60 anni nulla si è fatto, e si è mai pensato di fare, per rimuovere dalla memoria storica della nostra Repubblica la macchia indelebile del duplice assassinio “che ancor l’offende” e che ne pregiudica la sua credibilità agli occhi delle nuove generazioni. Si allude, come avrete capito, alla brutale esecuzione di Benito Mussolini e di Claretta Petacci, che per essere stata effettuata senza una sentenza e il relativo processo ha tutti i caratteri di un brutale assassinio, con l’aggravante di un plateale vilipendio dei cadaveri.
Assassinio, aggiungo, in cui lo Stato con il suo silenzio-assenso nei confronti degli autori materiali ha avocato a sé la responsabilità, divenendone agli effetti il mandante. Sicchè, da atto dovuto, il mancato processo all’ex Duce è divenuto oggi una sorta di rimessa ai posteri, mai adempiuta da parte delle pubbliche istituzioni. L’idea di Filippo Gannini ha dunque la sua genialità nell’aver saputo cogliere l’obbligo dello Stato a celebrare oggi quel processo che non fu celebrato ieri. A tale scopo offro a lui il mio contributo con queste mie proposte ed osservazioni:
1) La costituzione di un Comitato Promotore, costituito da personaggi della politica, della cultura, della scienza e dell’arte, aperto anche alla parte avversa, che studierà i modi e i tempi per l’indizione di un processo postumo a Benito Mussolini, uniti dal comune intento di sanare il debito morale assunto il 28 aprile 1945 dal Regno d’Italia e dalla sua erede futura Repubblica italiana, con il silenzio-assenso sull’esecuzione di Mussolini (e della Petacci), nei confronti delle loro famiglie e del Popolo italiano tutto.
2) In primis la celebrazione del processo sotto l’egida dell’ordinamento giudiziario, onde ottenere un’assoluzione proclamata per legge, e che, in caso di ostacoli di natura procedurale o sostanziale, potremmo aggirare con la querela di un consanguineo o discendente “per calunnia o diffamazione” ad un giornalista o storico vivente (i politici ne sono esenti), su dichiarati arbitrii, abusi di potere o altri reati attribuiti al Duce, introducendo così, quale tema del contendere, il mancato “processo a Mussolini”, richiamandoci al paragrafo 3 dell’art. 596 del c. p., onde indurre il giudice all’accertamento “del vero o del falso” di cui trattasi.
3) Ove ciò non sia possibile potremmo realizzare il processo “in fiction” in uno studio televisivo, con un dibattito more forense tra storici, politici e altri, sui capi d’accusa più conclamati dagli storiografi di regime. Il che non presenterebbe ostacoli ma alcuni problemi certamente sì: trovare una buona emittente e un conduttore di statura adeguata disponibili, una collocazione in fascia oraria ad alta partecipazione, condizioni di ingaggio accessibili.
Quest’ultima ipotesi presenterebbe però l’inconveniente, che il verdetto, se favorevole, potrebbe essere sempre capovolto da qualunque altra emittente voglia riproporre il giudizio. E avrebbe comunque una valenza mediatica, giornalistica e non istituzionale, come tutti vorremmo. In ambedue i casi l’ idea di Filippo Giannini troverebbe sostegno, a mio avviso, nei seguenti dati di fatto e di diritto:
a) L’arbitraria esecuzione effettuata da un nucleo partigiano su mandato di un comitato politico-militare, il CLNAI, pienamente legittimato dal governo in carica (il governo Badoglio, mi sembra), ma non abilitato ad istruire processi, né tantomeno a emettere sentenze di morte.
b) L’unico organismo deputato a farlo sarebbe stata la magistratura penale e/o quella militare, che infatti istruì poi i processi contro il Maresciallo Graziani e contro il Comandante Borghese ( poi risoltisi - se non erro - con pene marginali e la piena assoluzione per i capi d’accusa principali).
c) La Repubblica italiana “nata dalla Resistenza” non può dunque esimersi dal sanare questo debito morale verso le vittime di tale arbitrio e i loro discendenti, a cui deve aggiungersi l’ulteriore danno di un‘esecuzione resa infamante dall’aver ricevuto con il silenzio-assenso la legittimazione dello Stato.
d) Né ci si può richiamare all’amnistia Togliatti, sui reati politici commessi nel periodo di guerra, poiché questa aveva efficacia soltanto in processi già definiti con sentenza irrevocabile, ovvero ancora in corso, oppure in fase istruttoria, aventi ad oggetto specifici capi d’accusa. E nei confronti di Mussolini (e tanto meno della Petacci), per quanto attiene al suo operato di uomo di Stato, non risulta essere mai stata formalizzata alcuna incriminazione.
e) Inoltre, non incriminando come dovuto gli autori del suo assassinio con l’aggravante del vilipendio di cadavere, le istituzioni dello Stato hanno avocato a sé la responsabilità del duplice delitto, che ai fini dell’amnistia, applicabile ai soli singoli cittadini, non può essere attribuita alle persone fisiche dei pubblici ministri e/o ai magistrati preposti nell’esercizio delle loro funzioni, in quanto trattasi di responsabilità multiple o diffuse non individuabili in singoli soggetti. Sarebbe in sostanza come se lo Stato amnistiasse se stesso. Il che, in termini morali, equivarrebbe a una condanna, non essendo l’amnistia che un abbuono di pena. Da cui c.v.d. il debito morale dello Stato, di cui si è detto, nei confronti dei familiari e degli italiani tutti.
f) Il processo all’ex Duce, come quello ai suoi assassini, si appalesa dunque come un atto dovuto (rimesso ai posteri) da parte dello Stato, a pena della sua stessa credibilità democratica, che dovrebbe interessare oggi tutti gli italiani, senza distinzione di parte: quelli di sentimenti fascisti, in quanto lesi nel proprio credo; quelli di sentimenti antifascisti, affinché sia lavata un’onta che ancora infanga l’immacolatezza della giovane Repubblica. Per cui anche i presupposti per una possibile condivisione già ci sarebbero.
g) Ma, morti gli autori, il reato si estingue - obietterà qualcuno. Nonsignore! Non è il nostro caso. Come s’è dimostrato, con la copertura dei rei, lo Stato ha avocato a sé la responsabilità penale dei fatti, risultandone agli effetti il mandatario, ed è ancora vivo e vegeto. Si faccia allora il processo allo Stato (nella persona che per competenza ne incarna le responsabilità pregresse: nella fattispecie, il ministro della Giustizia) e se ne otterrà per converso un giudizio su chi fu vittima di quell’assassinio. Né può valere l’estinzione del debito per opera del tempo, in quanto trattasi di un’offesa permanente ai consanguinei e discendenti già collocatasi nella storia. Dunque, anche in questo caso è lo Stato, nella sua continuità, che da oltre cinquant’anni si trascina il debito di questi due mancati processi: quello a Mussolini (e alla Petacci) e quello ai suoi assassini (ma alla Giustizia ne interessa solo uno, l’altro o vi sarà contenuto o seguirà automaticamente).
h) E poiché tale debito antecede la stessa Costituzione, che come ogni legge non può avere effetti retroattivi, un’eventuale deroga alle sue norme troverebbe in qualche modo la sua giustificazione.
Rendere giustizia ai cittadini offesi dalle pubbliche istituzioni dovrebbe essere obbligo prioritario per una Repubblica che si definisce democratica. Ove motivi di natura procedurale o sostanziale ci negassero la possibilità di un verdetto ex lege, inviterei, con un formale appello del Comitato Promotore alla massima autorità dello Stato, il Presidente Ciampi (…a Lei che con tanto impegno si prodiga a restituire agli italiani la fratellanza e il perduto amor di Patria, non dispiacerà aggiungere il suo “placet” a quest’atto dovuto, suscettibile, quale che ne sia l’esito, di riavvicinare alla Repubblica i cuori di tanti italiani che ancora ne avvertono la distanza) ad assumere il patrocinio dell’iniziativa, sottoponendo l’anomalo quesito al vaglio della Corte Costituzionale che non potrà essere sorda al gravosissimo debito di Stato. Comunque sia, bravo Giannini! L’idea c’è ed è grande. Parliamone tra noi per realizzarla nel migliore dei modi, ma facendo attenzione a che non finisca nelle mani degli svenditori all’ingrosso del patrimonio storico nazionale, per trarne ulteriori vantaggi, personali e di potere.




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