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    Predefinito La Democrazia in Medio Oriente, la pace e il terrorismo

    " Nelle urne il futuro del medio oriente
    Pubblicato Sabato, 22 gennaio 2005 @ 20:22:00 CET


    di Fiamma Nirenstein


    La democrazia nel mondo arabo,passo essenziale per combattere il terrorismo

    Il nuovo anno sarà decisivo per il Medio Oriente, ma è difficile capire se sarà per il bene o per il male. Una immensa variabile, il terrorismo, è in agguato dietro l'ariosa finestra di opportunità per la pace che si apre col 2005. Anzi, il futuro non potrebbe somigliare maggiormente alla doppia faccia di Giano: sia l'appuntamento delle elezioni in Iraq che il conflitto fra Israele e i Palestinesi, data la scomparsa di Arafat che è certo stato il maggiore ostacolo per la pace, possono prendere due strade opposte.

    Nel 2005 il test della democrazia nel mondo arabo come passo essenziale nella guerra contro il terrorismo viene a un nodo, anzi, a due nodi. Le elezioni in Iraq potrebbero scivolare in avanti secondo i desideri dei baathisti che vorrebbero evitare di vedere una prevedibile maggioranza sciita, ma il governo di Iyad Allawi probabilmente non resisterebbe a uno slittamento, e quindi solo le elezioni possono dotare l'Iraq dell'indispensabile strumento democratico di un governo eletto per affrontare la tragedia dello stillicidio quotidiano del terrorismo.

    Tutto sommato è probabile che la determinazione americana e britannica e dei democratici iracheni che non sono pochi, nonostante le minacce dirette di Bin Laden che minaccia di morte chiunque vada a votare, aiuti l'Iraq a trovare la sua strada verso le urne: certo, se i sunniti non andranno a votare, la stabilità successiva sarà tutt'altro che garantita. Dopo le elezioni comunque, per quanto imperfetta e anche tragica la situazione possa restare, sia gli USA e che l'Inghilterra cominceranno a lavorare per uscire dalla palude irachena cercando tuttavia di garantire sostegno al governo eletto.

    Un'impresa difficilissima quanto indispensabile, in cui molto dipenderà dalla disponibilità del mondo intero a dare una mano per promuovere l'economia e mantenere l'ordine. Sarà una vicenda difficile e lunga, ma piena di speranza e con uno sfondo ottimista e positivo.
    La variabile tuttavia non è quella del popolo iracheno, ma quella fondamentale del nostro tempo: la violenza, il terrorismo. Per quanto grande l'impegno e la buona volontà internazionale, il potere più grande sul futuro dell'Iraq è nelle mani di autentici mostri morali, eredi del regime di Saddam, parte della rete terrorista internazionale come Abu Mussa Al Zarkawi: essi non hanno nessuna remora nel condannare a morte innocenti, anzi puntano per la loro vittoria sull'uccidere quanti più innocenti possibile, quanti più possibile.

    Ed ecco l'altro scenario in cui di nuovo tutta la buona volontà del mondo può essere vanificata dal terrorismo: il conflitto israelo palestinese. Ariel Sharon, formato il governo di coalizione, può avvalersi di un ampio consenso nella sua rivoluzionaria operazione di sgombero di Gaza e di parte del West Bank.

    L'opposizione dei coloni che vi si contrappongono con disperazione e talvolta con ostinato estremismo, non sembra al momento in grado di bloccare il progetto, a meno di atti di spaventosa violenza di porre seri ostacoli sul terreno. Dall'altra parte, la morte di Arafat ha certamente sbloccato una situazione di stallo mortale creatasi in questi anni di Intifada. Abu Mazen è senz'altro un personaggio in cui è evidente, almeno al momento, la propensione per un tentativo di avvio di ripresa della trattativa, che si chiami o meno Road map; le sue dichiarazioni ripetute per cui intraprendere una guerra violenta contro Israele è stato un errore, sono di sicuro sincere. Ma d'altra parte, come dice con estrema chiarezza il sociologo palestinese professor Khalil Shikaki, le cui indagini mostrano una sia pur piccola crescita della propensione della società palestinese ad abbandonare la violenza, pure sussiste come grande variabile storica; resta determinante dietro l'angolo, il terrorismo, l'eventualità di un mega attentato, la possibilità nonostante il miglioramento della situazione (legato soprattutto al recinto di sicurezza che ha fermato, nelle zone in cui già esiste, il 90 per cento della marcia dei terroristi suicidi e degli spari dei cecchini sulle strade) che la società palestinese non voglia rinunciare all'ideologia dello shahidismo e dello jihadismo di cui l'ha nutrita la vecchia leadership tramite un incessante e capillare incitamento attraverso la radio, la tv, i giornali. Se il terrorismo vince, la pace non ha chance.

    Infine un'altra variabile essenziale è quella del terrorismo internazionale: il Medio Oriente, lo si vede anche dall'atteggiamento prima di tutto dell'Egitto, e poi della Giordania, dei Paesi del Golfo, della Libia, dopo la guerra Irachena e l'Intifada non è certo alieno dalla tentazione delle riforme e della ricerca di un pò di progresso economico e scientifico. Ma dietro il muro occhieggia l'interesse decisivo per la destabilizzazione, l'uso del terrorismo a uso interno dei regimi autoritari, i sogni selvaggi di potenza dell'islamismo estremo: la corsa atomica dell'Iran, l'uso congiunto da parte di Iran e Siria degli hezbollah ormai infiltrati in parecchie zone calde del Medio Oriente, il contrabbando e la distribuzione di armi pesanti ai gruppi terroristi, la congiunzione fra il terrorismo wahabita di Bin Laden e quello sciita che si dirama dall'Iran, possono scuotere il mondo e trascinarlo verso gradi di destabilizzazioni sconosciute.

    Resta tragicamente vero l'antico detto "si vis pacem, para bellum", ovvero occorre formare un'indispensabile unione della nazioni che intendono prevenire e combattere il terrorismo.
    Il mondo deve mettere ogni forza nel tentativo di allargare il varco verso la pace che certamente si è creato, senza perdere d'occhi la variabile che ci costringe tutti quanti, oggi, a restare, volenti o nolenti, in prima linea: il terrorismo.


    Shalom

  2. #2
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    Sul CORRIERE DELLA SERA di venerdì 16 dicembre 2005, Magdi Allam commenta le elezioni irachene, cui hanno partecipato anche molti sunniti, nell'editoriale..........

    " "La sconfitta dei "resistenti" ".



    D'ora in poi non si dovrebbe più parlare di «resistenti», o della versione più edulcorata di «ribelli» o «guerriglieri», in Iraq. Perché sono gli stessi sedicenti «resistenti» ad avere innalzato la bandiera bianca e aderito al processo democratico tramite il baratto dell'impunità in cambio della deposizione delle armi. Armi in realtà spuntate visto che il 90 per cento degli attentati contro civili e militari, iracheni e stranieri, sono stati finora opera di Al Qaeda. È questo il principale risultato delle elezioni legislative in Iraq, qualunque sarà la composizione del prossimo Parlamento.
    È un successo essenzialmente politico più che militare. Grazie alla forza irresistibile di un movimento democratico che, come una valanga che da cima dilaga a valle, ha spazzato via ogni opposizione.
    Chi si ricorda più delle condanne di «tradimento» e di «apostasia» emesse lo scorso 30 gennaio, in occasione delle prime elezioni legislative libere, dagli ulema sunniti e dalla miriade di sigle che accomunano i militanti del passato regime tirannico di Saddam e gli islamici jihadisti del tagliagole Al Zarqawi? Alla fine di quella storica giornata ci furono 36 morti, tra cui 10 eroici poliziotti e 9 terroristi suicidi perlopiù stranieri. Ieri ci sono stati solo due civili uccisi e una decina di feriti. Un bilancio di vittime sostanzialmente identico a quello dello scorso 15 ottobre, quando si votò sulla nuova Costituzione, anche in quel caso con il boicottaggio di gran parte dei sunniti. Ed è stato proprio quest'esito a far comprendere ai sunniti e ai sedicenti «resistenti» che avevano perso la loro battaglia. Che l'unica alternativa era scendere dall'Aventino e uscire a mani alzate dai loro covi, per professare lealtà al nuovo corso democratico. Il 20 novembre scorso al Cairo gli sciiti e i curdi si sono prestati a un'operazione politica tesa a salvare la faccia ai sunniti. Riconoscendo formalmente l'esistenza di una «resistenza patriottica onesta» tra i sunniti, in cambio dell' impegno non solo a dissociarsi ma anche a contrastare con le armi il terrorismo islamico di Al Zarqawi.
    Non bisogna illudersi. Gli attentati terroristici contro gli iracheni e gli stranieri continueranno. Semplicemente perché non erano i sedicenti «resistenti» a compierli. Ma è il successo politico del compattamento dell'insieme del fronte etnico-confessionale iracheno che riuscirà gradualmente a isolare e sconfiggere un terrorismo che è sempre più la lunga mano della diabolica strategia straniera di Al Zarqawi. I due morti di ieri dispiacciono. Ma siamo ben lontani dalle stragi con centinaia di vittime che hanno insanguinato l'Iraq negli ultimi due anni.
    Se poi consideriamo che alle recenti elezioni legislative in Egitto i morti sono stati 11 e i feriti almeno un centinaio, tutto sommato l'Iraq ne esce fuori meglio. Se poi a ciò si aggiunge che i votanti in Iraq sono stati il 67 per cento degli elettori contro un misero 25 per cento in Egitto, ne emerge il netto scarto sul piano della maturità democratica a favore degli iracheni. In Iraq la sedicente «resistenza» si è rivelata un boomerang per chi ha immaginato di poter strumentalizzare la violenza, oltretutto quella messa in atto da terroristi suicidi arruolati all'estero, per destabilizzare il fronte interno e seppellire l'aspirazione popolare alla libertà. L'assassinio del leader sunnita Mozher al Dulaimi, presidente del «Partito progressista iracheno libero», il 13 dicembre a Ramadi, ha confermato come oramai il terrorismo si sta ritorcendo contro i suoi stessi burattinai.
    Dopo averlo elevato al nobile rango di «resistenza» quando a morire erano i soldati della forza multinazionale seppur legittimata dall'Onu, si è cominciato a nutrire dei dubbi quando a essere presi di mira sono stati i militari e i poliziotti iracheni, fino all'orrore e allo sdegno quando si è colpito indiscriminatamente tra la popolazione civile sciita e curda. Oggi è arrivato il turno dei sunniti. Perché il terrorismo è una spirale avvelenata che non risparmia nessuno. Gli iracheni l'hanno capito sulla propria pelle. Ora speriamo che lo capiscano anche gli occidentali che, seduti comodamente sulle poltrone del salotto, continuano a idealizzare e esaltare la «resistenza» irachena.
    "


    Shalom

  3. #3
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    Vittorio Emanuele Parsi pubblica sul quotidiano cattolico AVVENIRE un articolo molto interessante dal titolo....

    " "L'Iraq profondo continua a stupire"

    Una chiara vittoria e una giornata memorabile. Un altro importantissimo passo nella giusta direzione si è compiuto ieri in tutto l'Iraq. Una percentuale di cittadini superiore alle previsioni più ottimistiche si è recata alle urne, per esercitare il proprio diritto di voto ed eleggere i propri rappresentanti in un Parlamento destinato a restare in carica per i prossimi quattro anni. Cosa ancora più importante è che l'affluenza è stata significativamente elevata anche presso la minoranza sunnita, la quale aveva invece in larga parte boicottato la precedente consultazione (con la quale era stata insediata l'Assemblea costituente). Contrariamente a quanto avvenuto per il recente referendum costituzionale, questa volta i sunniti non si sono mobilitati per affossare il processo democratico, ma per prendervi parte e quindi rafforzarlo oggettivamente. Hanno cioè deciso di rivendicare i propri diritti e tutelare i propri interessi all'interno delle erigende istituzioni democratiche. Così facendo, la minoranza sunnita ha revocato quella funzione di rappresentanza virtuale (e sanguinosa) che i gruppi terroristici pretendevano di esercitare proprio nel suo nome. Ciò non significa certo che la violenza sia destinata a cessare d'incanto nel martoriato Paese, né che almeno una parte dei sunniti non continui a vedere in qaedisti e insorgenti i propri "paladini". Però contribuisce alla progressiva costruzione, e al consolidamento di quelle procedure e di quelle istituzioni che, sole, possono rendere praticabile la democrazia. Siamo ancora di fronte a un processo dall'esito non certo scontato, che richiede continuità nell'impegno sia da parte degli iracheni sia da parte della comunità internazionale. Come è stato proprio ieri sottolineato da autorevoli fonti vaticane, in questa fase resta determinante, per la sconfitta del terrorismo, la presenza delle truppe alleate. Ma sembra ragionevole affermare che il successo delle elezioni possa realisticamente contribuire a ravvicinare i te mpi in cui i contingenti militari stranieri presenti nel Paese potranno essere ritirati. Un tale passaggio appare non solo inevitabile ma necessario per poter togliere a terroristi e insorgenti qualunque credibilità nel tentativo di far apparire il proprio operato come "una difesa della nazione irachena (e araba) di fronte all'aggressione occidentale". E d'altronde un ritiro frettoloso o prematuro rischierebbe di concedere ai nemici della nuova democrazia irachena un vantaggio incolmabile e ingiustificato. Con il voto di ieri si direbbe che gli iracheni si stiano sempre più convincendo che devono e possono prendere nelle proprie mani il futuro del Paese, e che la via difficile e ardimentosa della democrazia rappresenta la sola strada effettivamente percorribile. Lo hanno fatto dimostrando in tutto questo lungo anno un coraggio da leoni e una determinazione che merita il più sincero rispetto. Un elemento ulteriore merita di essere infine sottolineato: l'appello lanciato a favore del voto sia da parte degli imam sunniti sia da parte di alcune formazioni della guerriglia. Si tratta di un segnale da non sottovalutare rispetto alla possibilità di trovare quella fuoriuscita politica rispetto alla questione dell'insorgenza sunnita, di cui sempre più si riconosce la necessità. Non avrebbe senso affermare che da oggi la pace civile e la concordia politica regnino in Iraq. Ma sicuramente da oggi tutti coloro che, dentro e fuori l'Iraq, scommettevano le chance del proprio successo politico sulla prospettiva della guerra civile generalizzata avranno vita più difficile. "

    Shalom

  4. #4
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    Dal quotidiano IL FOGLIO il seguente editoriale dal titolo...


    " "La rivoluzione color porpora"

    I minareti delle moschee sunnite di Ramadi, Fallujah e Baghdad hanno lanciato ieri appelli ritmati: “Recatevi nei seggi senza indugio, così potrete ristabilire la sicurezza e la stabilità nel vostro paese”. Alta, altissima la percentuale dei votanti nella regione di Tikrit, patria di Saddam, segno inequivocabile che la “Coalition of willing” ha fatto egregiamente il suo lavoro. In Iraq anche i sunniti hanno accettato le regole del confronto e della democrazia, la scommessa dei terroristi è politicamente persa, non hanno più né ulema, né partiti sunniti a fiancheggiarli.
    Quei minareti suonano a lutto nelle orecchie di tanti leader arabi e islamici che sul fallimento di queste elezioni avevano puntato molto. L’iraniano Ahmadinejad provoca e chiama al jihad contro Israele perché non può sopportare che l’espansione della sua rivoluzione fondamentalista sia ostacolata da una difficile ma solida democrazia alla sua frontiera occidentale. Il siriano Bashar el Assad lascia che i suoi servizi insanguino il Libano perché il suo regime non può tollerare il contagio di una democrazia alla sua frontiera meridionale. Il segretario della Lega araba, Amr Moussa, evoca scenari apocalittici fra il Tigri e l’Eufrate, perché su ventidue paesi che rappresenta, soltanto in Iraq le elezioni sono libere, e questo destabilizza persino la sua poltrona. Mubarak incarcera Nour e bastona gli oppositori, perché sa di non potersi permettere il lusso di una democrazia all’irachena.
    Il presidente Talabani ha definito “rivoluzione color porpora” il miracolo di Baghdad che vota, la rivoluzione delle dita colorate che segnano un simbolo su una scheda, la rivoluzione perseguita con fermezza dai paesi che da due anni garantiscono agli iracheni tutta la sicurezza e la pace che possono. Di questa “rivoluzione color porpora” sono protagonisti anche i soldati italiani, che a Nassiriyah proteggono in armi i seggi, in una situazione in cui i terroristi tirano colpi di mortaio sulle urne. Questo torna a onore di tutto il nostro paese.
    "

    Shalom

  5. #5
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    " Parlamentare arabo-israeliano: “Non ci interessa la vostra democrazia”

    “Israele rappresenta la più grande rapina del XX secolo, perpetrata alla luce del giorno”. Lo ha detto il parlamentare arabo israeliano Azmi Bishara parlando la scorsa settimana a una fiera del libro a Beirut (Libano). “Non riconoscerò mai il sionismo, anche se lo facessero tutti gli altri arabi – ha detto il parlamentare arabo che siede alla Knesset – Non cederò mai la Palestina. La battaglia è ancora lunga”.
    Bishara, che recentemente ha lanciato la campagna per essere rieletto al parlamento israeliano, si è recato in Libano, paese che si considera in guerra contro Israele, senza concordare la trasferta con il ministero degli interni israeliano. Le sue dure dichiarazioni, in arabo, contro lo Stato di Israele sono state riportate dal quotidiano libanese As –Safir.
    “Il conflitto fra Israele e palestinesi – ha detto Bishara – non è un contenzioso demografico, è un contenzioso nazionale. Il problema non è quello di un milione e duecentomila palestinesi che vivono in Israele. Loro sono come tutti gli altri arabi, solo che è stata loro imposta la cittadinanza israeliana. Noi siamo gli abitanti originari della Palestina, non quelli che sono venuti dalla Polonia e dalla Russia”.
    Rivolgendosi poi direttamente agli israeliani, Bishara ha esclamato fra gli applausi dell’uditorio libanese: “Restituiteci la Palestina e portatevi via la vostra democrazia. A noi arabi non interessa”.
    Bishara ha anche criticato i leader arabi che hanno rapporti con Israele, facendo un chiaro riferimento alla Tunisia che ha recentemente ricevuto il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom. “Se volete arrendervi, fatelo – ha detto – ma non obbligate noi a cedere”.

    (Da: YnetNews, 18.12.05)
    "


    Shalom

  6. #6
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    La lunga strada verso la democrazia in Medio Oriente




    Il quotidiano Il Foglio di mercoledì 21 dicembre 2005, ha pubblicato in prima pagina un interessante articolo di Christian Rocca sul rapporto della Freedom House sull'avanzare della libertà nel mondo, e in particolare in Medio Oriente

    " Libertà in rialzo


    Milano. Il centro studi indipendente Freedom House, noto in Italia per aver espresso preoccupazione sullo stato della libertà di stampa nel nostro paese, lunedì ha presentato l’autorevole rapporto 2006 sulle libertà nel mondo. Il risultato è musica per le orecchie di George W. Bush e per la sua strategia di promozione della democrazia: "Il 2005 è stato uno degli anni migliori da quando Freedom House, nel 1972, ha cominciato a valutare la libertà nel mondo". I paesi "non liberi" sono passati dai 49 del 2004 ai 45 di oggi, il numero più basso di società illiberali degli ultimi dieci anni. Otto Stati, più il territorio palestinese, hanno registrato miglioramenti di status. L’Ucraina, l’Indonesia e Trinidad ora sono paesi "liberi", mentre Afghanistan, Repubblica Centro-africana, Kyrgyzstan, Libano, Mauritania e l’Autorità palestinese sono passati dallo status di "non liberi" a "parzialmente liberi". Il trend generale è positivo ovunque: oggi sono 89 su 192 i paesi "liberi" dove c’è aperta competizione politica, solida vita civile, stampa indipendente e rispetto dei diritti umani. I "liberi" rappresentano il 46 per cento della popolazione mondiale, ovvero quasi 3 miliardi di persone. Le nazioni "parzialmente libere", dove c’è un limitato rispetto dei diritti politici e delle libertà civili, sono 58 cioè il 18 per cento della popolazione mondiale. Nei 45 paesi "non liberi" vivono 2 miliardi e 300 milioni di persone (36 per cento), metà dei quali solo in Cina. Il medio oriente è la regione del mondo più in movimento verso la libertà, e non è un caso visto che è al centro delle attenzioni della Casa Bianca. Nonostante la regione non possa ancora contare su nessun paese "libero", i progressi degli ultimi cinque anni "indicano una traiettoria regionale positiva". Il rapporto aggiunge che i punteggi assegnati al medio oriente "rappresentano la miglior performance nella storia dell’inchiesta". Ciò è ancora più interessante perché il "progresso è avvenuto in un ambiente che molti non credono possa essere propizio per la diffusione delle libertà di base. Un ambiente che durante questo periodo ha visto una crescita del terrorismo, la continuazione del conflitto israelopalestinese, la guerra in Iraq, alti indici di povertà e di disoccupazione e una crescente animosità verso gli Stati Uniti". Eppure i miglioramenti sono evidenti e le strategie democratiche di Bush "stanno pagando i dividendi". Freedom House ricorda i progressi in Afghanistan e soprattutto in Libano. Segnala il miglioramento dei diritti delle donne in Kuwait e finanche una leggera apertura in Arabia Saudita, grazie alla possibilità di accedere all’informazione via satellite. I ricercatori fanno notare come l’Arabia Saudita ha sempre fatto parte del club dei "worst of the worst", ovvero quel ristretto gruppo di paesi con il peggior punteggio possibile. Con l’Arabia Saudita leggermente più su, sono rimasti in otto: Cuba, Corea del Nord, Turkmenistan, Uzbekistan, Libia, Siria, Sudan e Birmania. Passo avanti anche per l’Autorità palestinese, grazie alla morte di Yasser Arafat e alla fine dei suoi metodi autoritari. Le pressioni americane, e secondo Freedom House anche quelle europee, hanno contribuito alle timide riforme in Egitto, dove nonostante la repressione violenta si sono tenute le elezioni più aperte della sua storia recente. "Crescita moderata anche in Iraq, nonostante la violenza brutale degli insorgenti e dei terroristi", ma va aggiunto che la ricerca di Freedom House è stata chiusa prima dello straordinario successo elettorale del 15 dicembre. Il cammino della democrazia non è privo di ostacoli, dicono gli esperti di Freedom House, ma "questi progressi rappresentano un argomento potente contro l’affermazione che l’islam sia incompatibile con la democrazia o che l’islam sia necessariamente un impedimento alla diffusione della libertà. Piuttosto l’ostacolo principale a un maggiore progresso resta la consolidata cultura di autoritarismo politico che domina i paesi chiave del mondo arabo".Il rapporto conclude spiegando che gli sforzi per il regime change di Bush e delle altre società libere "devono essere rafforzati, non diminuiti".


    Saluti liberali

  7. #7
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    gli abbiamo dato una bella dimostrazione di come agisce un popolo democratico giusto il novembre del 2004 a fallujah

 

 

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