"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels
Sulla rilevanza della critica al mainstream di Emiliano Brancaccio*
Il 26 e il 27 gennaio prossimi, presso la Facoltà di Economia della Università di Siena, si terrà il convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica” (tutte le informazioni sono reperibili sul sito TheGlobalCrisis.info). Saranno presentate e discusse relazioni sulla crisi economica elaborate da alcuni tra i principali esponenti del pensiero critico italiano. L’iniziativa nasce dal proposito di raccogliere una serie di interpretazioni della crisi alternative a quelle del mainstream, e di creare una occasione di dibattito tra economisti dei più diversi orientamenti sulle prospettive future della teoria e della politica economica.
Una domanda che è stata legittimamente posta in questi mesi è la seguente: siamo certi che ci sia davvero bisogno di una chiave di lettura della crisi alternativa a quella del mainstream? Dopotutto i consensi attorno al real business cycle si sono fortemente ridimensionati, e la teoria economica dominante è oggi rappresentata dai cosiddetti modelli della Nuova Macroeconomia Keynesiana, talvolta definiti anche del New Consensus. Tali schemi di analisi riconoscono l’esistenza di asimmetrie e imperfezioni che possono almeno temporaneamente allontanare il sistema economico dal sentiero ideale rappresentato dall’equilibrio generale neo-walrasiano. La notevole flessibilità del mainstream “imperfezionista” è testimoniata anche dalla possibilità di ricavare da esso indicazioni di politica economica alquanto diverse tra loro. Rientrano infatti nel mainstream economisti come John Taylor, sostenitore di una uscita dalla crisi basata sul ferreo ritorno alle leggi del mercato; ma anche studiosi come Paul Krugman e Joseph Stiglitz, che soprattutto di recente hanno sostenuto la necessità di un maggiore intervento pubblico nell’economia, per uscire dalla crisi e per garantire più elevati livelli di benessere sociale. Sembrerebbe dunque che siamo di fronte a un mainstream autosufficiente, dalla cui dialettica interna dovrebbe esser possibile ricavare una valida spiegazione della crisi in corso e misure in grado di contrastarla con efficacia. Perché mai allora dovremmo spender tempo e risorse nel recupero e nel rilancio degli schemi alternativi derivanti dai contributi di Marx, del Keynes “non sintetizzato”, di Kalecki, di Sraffa e degli istituzionalisti eterodossi alla critica della teoria economica dominante?
La questione non è di poco conto. Essa attiene, tra l’altro, ai processi di valutazione della ricerca universitaria e di reclutamento delle giovani leve di studiosi. Sollevarla significa quindi toccare interessi vivi all’interno dell’accademia, attorno ai quali si sono spesso sviluppate aspre controversie. Pochi anni fa, in opposizione alla proposta di valutare la ricerca in modo più pluralista e meno subalterno al mainstream, l’attuale rettore della Bocconi Guido Tabellini sostenne che un simile criterio avrebbe finito per «[…] proteggere sette di ricercatori in via di estinzione» (Consensus Group di Economia, panel 13 del CIVR, appendice 5, 2006). In effetti già all’epoca quel giudizio parve a molti il sintomo di un personalissimo auspicio, più che il frutto di una indagine spassionata sulla effettiva rilevanza scientifica dei diversi filoni della ricerca economica contemporanea. Ed oggi, a seguito della crisi globale, sembra sussistere qualche motivo ulteriore per non condividere quella opinione e per sostenere invece un sistema di valutazione della ricerca in grado di conciliare rigore e pluralismo.
Uno di questi motivi può esser tratto da Jean-Paul Fitoussi e da Joseph Stiglitz, due studiosi che possono essere annoverati tra i massimi esponenti del mainstream “imperfezionista”. In un recente intervento i due economisti hanno infatti sostenuto che «…la carenza di domanda aggregata ha preceduto la crisi finanziaria ed è stata causata da cambiamenti strutturali nella distribuzione del reddito. Fin dal 1980, nella maggior parte dei paesi avanzati il salario mediano è rimasto stagnante, e le disuguaglianze sono cresciute a favore dei redditi più alti […] Poiché la propensione al consumo sui redditi più bassi è generalmente più grande, questa tendenza di lungo periodo nella redistribuzione del reddito ha avuto l’effetto macroeconomico di deprimere la domanda…»[1]. E’ evidente che siamo al cospetto di una interpretazione da “bassi salari” ispirata ai tipici schemi macroeconomici di teoria critica. Ed è altrettanto palese che si tratta di una chiave di lettura di lungo periodo e strutturale, per cui sembra difficile poterla ritenere conforme alla logica dei modelli mainstream sui quali vertono le principali pubblicazioni scientifiche degli stessi Fitoussi e Stiglitz. Basti pensare che i modelli di informazione asimmetrica che sono valsi a Stiglitz il premio Nobel sono costitutivamente caratterizzati da una relazione inversa tra salari reali e occupazione. L’introduzione di ipotesi ad hoc potrebbe in effetti consentire il superamento della univocità di quella relazione, ma a prezzo di stravolgere la logica profonda di quei modelli, e di sganciarli almeno parzialmente dai pilastri neoclassici della scarsità sui quali essi in ultima istanza poggiano. Inoltre, è interessante ricordare che molti anni fa il giovane Stiglitz rivolse una serie di accuse proprio agli schemi di analisi di teoria critica che legano sperequazione dei redditi e deficit di domanda[2]; accuse tra l’altro viziate da alcune incoerenze ed equivoci[3]. A quanto pare, dunque, siamo di fronte a un interessante paradosso: blasonati economisti ortodossi propongono chiavi di lettura eterodosse della recessione, difficilmente conciliabili con le visioni teoriche che essi hanno a lungo propugnato.
Naturalmente la tesi dei bassi salari è solo una delle interpretazioni della crisi che possono esser tratte dalle analisi eterodosse. Ed è solo uno degli esempi indicativi di una tendenza in atto, che induce autorevoli esponenti del mainstream ad interpretare la crisi avvalendosi implicitamente dei tipici schemi di teoria critica, la stessa che essi avevano un tempo contestato. Tale rilievo, beninteso, mira solo a far chiarezza sulle origini eterodosse delle analisi che sembrano in grado di cogliere aspetti salienti e finora poco discussi della recessione. Non vi è quindi assolutamente la volontà di toglier merito alla scelta di Stiglitz e di altri di interpretare la crisi in base alla logica della teoria critica. Si vuol solo far notare che sarebbe utile alle prospettive della ricerca economica se una tale scelta venisse resa più esplicita. Di questo e di molto altro si discuterà assieme, con spirito costruttivo, in occasione del convegno di Siena.
Emiliano Brancaccio è ricercatore e docente di economia politica presso la facoltà di Scienze Economiche e Aziendali dell’Università del Sannio.
1. The ways out of the crisis and the building of a more cohesive world, The Shadow GN, LUISS Guido Carli, 6-7 maggio 2009 [↩]
2. The Cambridge-Cambridge Controversy in the Theory of Capital, Journal of Political Economy, 82, (4), 1974 [↩]
3. Si veda al riguardo Fabio Petri, General Equilibrium, Capital and Macroeconomics, Edward Elgar, 2004, Appendice 6A2 [↩]
Gemeinwesen




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