Neanche la bolla delle dot. com ha azzoppato la Silicon Valley. Se il futuro è della "economia della conoscenza" - quella miscela di alta tecnologia e sofisticate competenze che già trent'anni fa Daniel Bell aveva individuato come asse della società postindustriale - tuttora nessuno sembra in grado di leggere lo spartito meglio dei californiani.
L'edizione 2005 dell'Indice mondiale di competitività nella conoscenza, elaborato dalla Robert Huggins Associates, un centro di consulenza britannico, ripropone per il terzo anno consecutivo San Josè e San Francisco, i poli sud e nord della Silicon Valley, in testa ad una classifica, in cui i parametri che contano sono la spesa per la ricerca e per l'istruzione superiore, il numero dei brevetti e l'occupazione nei settori ad alta intensità di conoscenza.
Quello che l'indice vuole misurare nelle 125 regioni censite è non solo la capacità di creare innovazione, ma anche di tradurla in risultato economico.
Era la missione che l'Europa si era data, cinque anni fa, al vertice di Lisbona, ma la ricetta - ci dice l'indice Huggins - è ancora una esclusiva americana. Ben 41 dei primi 50 posti della classifica sono occupati da poli e distretti degli Stati Uniti. Solo il "modello scandinavo", in Europa, sembra dare risultati significativi. Anche l'Asia rimane indietro, ma i giganti Cina e India hanno iniziato la rincorsa all'economia della conoscenza, terremotando la parte bassa della classifica: Shanghai, quest'anno, ha superato l'Italia centrale che, come le altre regioni italiane, resta confinata in zona retrocessione.
San José, notano i ricercatori della Huggins, incorpora al meglio i fattori fondamentali della economia della conoscenza. "Il collasso delle dot. com e il crescente offshoring di attività informatiche verso l'India - dice il rapporto - hanno fatto salire i livelli di disoccupazione, ma la regione continua ad essere una centrale di conoscenza", capace di coniugare un alto tasso di investimenti privati e di spesa privata per la ricerca con la presenza di una fabbrica del sapere come l'università di Stanford e con un forte impegno pubblico per la ricerca, attraverso il centro della Nasa.
Questa stessa miscela vincente si replica al capo opposto degli Stati Uniti, con il secondo posto della Boston del Mit, di Harvard e il distretto informatico della Route 128. Nella lunga fila di campioni americani, fra Seattle e San Diego, fra Denver e Austin, si fanno però largo a spallate i nord europei.
Stoccolma, con il suo distretto tecnologico di Kista, all'ottavo posto, prima di Los Angeles e New York, è la capitale high-tech d'Europa. Uusimaa, cioè Helsinki, è al ventesimo. Anche Goeteborg e Malmoe sono nelle top 50. E, a conferma che il modello scandinavo - welfare robusto, flessibilità del lavoro, priorità all'istruzione - funziona nell'economia del futuro, Danimarca e Norvegia sono subito a ridosso. Per il resto, l'Europa, nella parte nobile della classifica, è rappresentata da Parigi, Bruxelles, la Svizzera e il sud dell'Olanda. Bisogna arrivare a riga 84 per trovare la prima regione italiana, la Lombardia. Le altre sono tutte più indietro.
La stessa fotografia, del resto, sia pure ad un più basso livello di definizione, perché a livello nazionale, anziché regionale, viene da un altro rapporto Ocse, il cosiddetto "pagellone" di scienza, tecnologia e industria 2005. Qui, l'ottica è lievemente diversa: l'Ocse definisce "investimenti in sapere" la somma degli investimenti in ricerca e sviluppo, software e istruzione universitaria. Ma il risultato non cambia. La Svezia, con il 7 per cento del Pil, è il paese che investe di più in conoscenza. La Finlandia è al 6, la Danimarca subito a ridosso. Gli Stati Uniti, con il 6,6 per cento del Pil, sono al secondo posto, largamente avanti, rispetto ad un'Europa che, nonostante il dinamismo dei soci del Nord, non arriva al 4 per cento.
E, in realtà, il ritardo europeo è molto maggiore. Il dato della Ue, infatti, non include - per motivi di comparabilità statistica - Italia e Grecia, i cui risultati l'avrebbero trainata a fondo. Gli investimenti in sapere italiani superano appena il 2 per cento del Pil. Dietro di noi, fra i paesi industrializzati, ci sono solo Grecia e Portogallo.