Impar condicio alla D'Alema
di Ragionpolitica - 24 dicembre 2005

A quale imprenditore non piacerebbe versare all'erario un aliquota del 12,5% anziché del 34%? A nessuno. E' ovvio che sarebbe cosa ben gradita a qualsiasi imprenditore. Ed è quanto accaduto nei tre anni successivi all'approvazione della legge 23 dicembre 1998, n. 461, sotto i governi D'Alema e Amato. Il fatto scabroso di questo provvedimento sta nei beneficiari di tali vantaggi: le banche.

Secondo la legge in questione, le banche che avessero effettuato operazioni di ristrutturazione aziendale, come ad esempio fusioni o concentrazioni, avrebbero goduto dell'aliquota al 12,5%. Nei tre anni successivi, dunque, le operazioni che hanno mirato a sfruttare la legge 461 sono state numerosissime. Se ne contano settantasei di concentrazione.

Finalmente la Corte di Giustizia europea ha considerato questa legge, risultata costosissima allo Stato italiano ed ai suoi cittadini, come illegittima e lesiva dei principii di libera concorrenza. Effettivamente non rispettava né le pari condizioni di pressione fiscale che sarebbero dovute esistere tra gli imprenditori italiani (bancari o di qualsivoglia altro settore); né - cosa ancor più grave per chi si dichiara europeista ma lo è solo a parole, come i leaders del centrosinistra - rispettava le pari condizioni che sarebbero dovute intercorrere tra le banche italiane e le altre banche europee.

Ecco che è arrivata la condanna della Corte di Giustizia europea: alcune banche dovranno rimborsare allo Stato, e quindi ai cittadini italiani, una somma totale pari a 2,76 miliardi di euro. La situazione è paradossale. Lo Stato viene rimborsato di una somma persa in conseguenza ad una legge approvata dallo Stato stesso. E poi c'è da dire che i 2,76 miliardi di euro al tempo corrispondevano a circa 5.350 miliardi di lire, e la lira di allora aveva un valore ben differente dall'euro di adesso