



Posso dirti quele sia il MIO concetto di empatia....sono IO il solo mio punto di riferimento.
Che io legga o parli direttamente con qualcuno tengo aperta la porta del centro cardiaco, lasciando passare ogni impressione e sensazione proveniente dall'altro, dimenticandomi di me stessa: in quel momento IO divengo LUI o LEI con cui mi sto rapportando. Non è indolore.
Ma solitamente paga moltissimo. In quel momento amo. E perdo il confine con l'altro facendo mia la sua realtà.
Così è.
"Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
(Sutra di diamante)




A me sinceramente interessava sapere cosa pensavi del concetto di "empatia" per la Stein e non quale fosse il tuo.
Ora tu mi hai risposto col tuo e va beh, tuttavia colgo l'occasione per farti notare che secondo quanto dici ti si apre una contraddizione con un concetto che hai espresso poco sopra in un precedente intervento:
"Si chiama AMARSI, contro tutto e tutti"
Tale concetto in sé è valido solo se inserito in un sistema che utilizza categorie chiuse; quello espresso per ultimo invece prevede l'utilizzo di un sistema che preveda categorie aperte.
In filosofia si definirebbe un pensiero post-moderno e qui si apre la contraddizione maggiore in quanto il concetto di "empatia" ha senso solo se inserito in una struttura speculativa fondazionale (e il pensiero post-moderno non lo è essendo relativizzabile).


Non sono moderna nè postmoderna....mi colloco in un'antichità archetipale fuori da connotazioni spaziotemporali.
Amare sè stessi è accettare pienamente quello che si è alla luce di ragioni non discutibili ordinariamente perchè fondate su leggi pregresse causa-effettuali. Accettando me stessa io apprezzo e rendo giustificata l'opera del fato in me, indipendentemente da quello che di me possano dire o pensare gli altri.
Amare, e pertanto "aprire" all'altro, identificandosi con lui temporaneamente comprendendo (cum-prehendo, faccio dunque mia la sua essenza) mi consente di sconfinare nel suo territorio personale, buono o cattivo che sia....ed è in tal modo che posso avere chiaro quanto gravita nella sua costellazione interiore, come se in quell'attimo fosse la mia.
Accettare sè stessi è categoria aperta o chiusa alla luce di quanto ho esposto? Mi pare ininfluente. Di certo lo sono le categorie che utilizzo per accettarmi.
Aprire all'altro nei termini che ho descritto a che categoria appartiene? Forse aperta...ma non è aperta la categoria alla luce della quale (ad esempio nel mio lavoro) offro all'altro il mio giudizio e la mia soluzione.
"Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
(Sutra di diamante)


La contrapposizione non è tra moderno e post-moderno ma tra fondazionale e pensiero debole (ovvero post-moderno). Tutta la storia della filosofia occidentale da Talete in poi è fondazionale sino all'arrivo del post-strutturalismo (Derrida, Vattimo). Stesso discorso vale per la filosofia non occidentale (la filosofia indiana dopo le scuole si esprime sostanzialmente da Nagarjuna, Dinnaga e Damakirti e dalla scuola visnuista kashmira ma solo nell'ambito dell'Estetica).
Parlare di antichità archetipale dunque mi pare un po' azzardato se non altro se non specifichi quale archetipo tu prenda in considerazione.
Certo è che un archetipo è per definizione necessariamente statico (come hai detto tu fuori dalle declinazioni spazio-temporali); il concetto di "empatia" è invece necessariamente dinamico in quanto inserito nello spazio, nel tempo e nel rapporto dialettico con l'altro (anche qui sarebbe interessante a questo punto sapere cosa pensi del concetto di "Altro" per Levinas ma si andrebbe fuori strada).


La questione è più complessa di come la poni.
Io aderisco al pensiero tradizionale di stampo guenoniano ed evoliano in particolare: le mie categorie sono perciò statiche e non soggette al contingente. Per archetipi intendo modelli di stampo non assolutamente junghiano (per intenderci) ma metafisici ed esprimenti realtà antecedenti al manifesto materiale, su cui il manifesto si sia strutturato.
Tuttavia so perfettamente che il mondo e le sue dinamiche sono transeunti e contingenti e per questo devono essere considerate e giudicate in modo elastico, in relazione alla propria caducità, purchè si abbia presente quella che è la realtà ideale sulla quale si fondano e che deve guidarci nell'interiore.
E dunque...nel rapporto con l'altro io dovrò essere necessariamente elastica nel considerare quello che trasporta ed esprime in quanto essere assoggettato al flusso incessante del divenire...ma se sarò richiesta di un giudizio e di un consiglio legato a quel che credo DOVREBBE operare allora io mi sentirò necessitata ad attenermi alle categorie eterne nelle quali credo, e che non sono negoziabili.
Nell'"altro" io devo vedere l'assoluto legato al relativo fatto persona: e rammentarglielo. Che poi questo abbia o no un'esito non mi compete.
Ogni separazione è illusione: questa la verità estrema Ma tra questa estremità e quella opposta c'è una infinita serie di gradini...illusori quanto si voglia (e qui mi è d'uopo citare Nagarjuna, con sua buona pace), ma con i quali dobbiamo fare i conti, almeno finchè non saremo stabilizzati nella vacuità di là da venire.![]()
"Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
(Sutra di diamante)


e comunque vado a cercarmi il prossimo albergo, perché non c'è più posto per me in quella che è stata casa mia.


cazzarola fu. mi spiace davvero.per quanto dovrai resistere ancora? e non dirmi fino al 6 eh.
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"extraterrestre.. portami via.. voglio una stella che sia tutta mia.. extraterrestre.. vienimi a cercare.. voglio un pianeta su cui ricominciare"
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grazie a tutti..

