Originariamente Scritto da Ronnie
SEGNALATO ALL'AMMINISTRAZIONE


Originariamente Scritto da Ronnie
SEGNALATO ALL'AMMINISTRAZIONE


Il mio excursus voleva evidenziare, come spero che abbia fatto, la realtà dei fatti oggi aldilà di quello che piacerebbe a me o a te. E se no continuiamo a dire tu Sì e io No come due bambini che si accapigliano senza aver presenti i termini della questione AD OGGI.Originariamente Scritto da medsim
1) Nel 1987 un referendum ha detto in modo largo NO AL NUCLEARE
2) Dal 2001 al 2006 il governo di centro-destra non ci ha nemmeno provato a riportare il nucleare in Italia.
3) Dopo i fatti recenti illuminanti (TAV eccetera eccetera) le popolazioni locali si sono dimostrate sempre più ostili a servitù ingombranti.
4) Nell'aprile 2006 ci saranno le elezioni. Ad oggi sembra favorito Prodi che ha affermato chiaramente che l'Italia con lui governante non ritornerà al nucleare, al nucleare della odierna tecnologia.


Su questi argomenti Prodi è letteralmente servo degli ambientalisti in Italia e quindi non si costruiranno non solo centrali nucleari, ma neanche a carbone o a olio o a gas. Non si costruiranno strade o autostrade perchè hanno un impatto ambientale. Non si costruiranno ferrovie perchè non servono.Originariamente Scritto da medsim
E allora non solo non saremo competitivi dal punto di vista dei nostri prodotti, rispetto ad altre realtà come Cina o India, ma i nostri prodotti faranno una grossa fatica anche ad uscire materialmente dal paese, per mancanza di infrastrutture.


continui a dire menzogne.Originariamente Scritto da maimaria
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P R I M O_M I N I S T R O_D I _P O L
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Presidente di Progetto Liberale


SEGNALATO ALL'AMMINISTRAZIONEOriginariamente Scritto da Ronnie


Hai preso l'amministrazione di POL per un consultorio o per uno staff di psicologi gratuito ???Originariamente Scritto da maimaria


Ecco un bel articolo sul pensiero ( non coerente ) di Prodi riguardo all'energia e in particolare al nucleare.
Prodi «ecologista» e antinucleare: svolta o giravolta?
di Giorgio Bianco - 16 dicembre 2005
La nostra rivista ha cercato di spiegare, prendendo spunto da un intervento di Romano Prodi a un convegno di Legambiente, per quali ragioni la comunità scientifica manifesta in larghissima misura un profondo scetticismo verso le fonti energetiche cosiddette «alternative» o «rinnovabili»; in particolare ci si è soffermati - nei limiti che l'economia di un articolo impone rispetto ad un saggio o a un libro - sull'utilizzo dei pannelli solari, il cui potenziamento (fino alla decuplicazione), nelle parole di Prodi, sarà uno dei punti qualificanti del programma elettorale della coalizione di centrosinistra da lui guidata. Riguardo alle fonti «alternative» ci si limiterà qui a ribadire il punto essenziale per cui, senza che esse debbano essere rigettate a priori, è utopistico, se non gravemente demagogico, tentare di accreditarle come la soluzione decisiva al problema del futuro dell'energia.
La ragione sta nel fatto, per dirla breve, che le fonti alternative non hanno avuto nessun peso in prospettiva storica, che forniscono attualmente un contributo modesto, e le proiezioni indicano che tale contribuito è destinato a rimanere modesto anche negli anni a venire. Come ha documentato Bjorn Lomborg, attualmente l'eolico e il solare rappresentano, insieme, appena lo 0,05% della produzione energetica mondiale: precisamente, lo 0,04% l'eolico e un miserevole 0,01% quel solare che suscita tante speranze e tanto entusiasmo in Prodi e nei suoi nuovi amichetti legambientalisti. Ci sono molti buoni motivi per ritenere che neppure nel futuro fonti energetiche di questo tipo siano destinate a diventare davvero «alternative» e non più, come sono attualmente, complementari. La ragione essenziale risiede nel fatto che, nel caso del solare e dell'eolico, si ha a che fare con fonti discontinue e aleatorie, che implicano forti costi per l'accumulazione e il trasporto dell'energia prodotta, dal momento che ben di rado i luoghi in cui serve energia coincidono con quelli ben soleggiati o molto ventosi.
Nel caso dell'energia eolica, si aggiunga che le turbine necessarie a produrla determinano un impatto ambientale devastante: occupano spazio, sono antiestetiche, rovinano il paesaggio, producono rumore, la loro presenza provoca regolarmente un crollo del valore delle proprietà circostanti, e la loro prima vittima non è stata, come ci si illudeva, il petrolio, bensì gli uccelli che finiscono tra le pale.
Riguardo al solare, di cui si è visto quanto sia modesta l'incidenza, Prodi si richiama alla Germania (dove questa fonte copre fra l'uno e il due per cento del fabbisogno energetico complessivo) asserendo che per l'Italia è fondamentale raggiungere «almeno» il tasso di utilizzo tedesco. Quanto all'energia eolica, vale la pena ricordare, come ha fatto il pubblicista Nico Valerio nella sua newsletter Salon Voltaire, che lo stesso prestigiosissimo settimanale Der Spiegel ha pubblicato un'inchiesta «in cui viene strappata la maschera "virtuosa" dell'energia eolica su vasta scala, definendola "una distruzione del paesaggio altamente sovvenzionata" da regioni, stati e Unione Europea, in cui gli interessi, le speculazioni e le petizioni di principio dei politici Verdi prevalgono di gran lunga sul "risparmio" energetico. La Germania, con le sue 15 mila torri, è il paese di punta nel mondo per l'eolico. Ma ora, vista la devastazione dell'ambiente e gli alti costi, perfino il paese del verde Fisher ci sta ripensando».
Del resto, anche in Italia non mancano gli ecologisti che all'eolico oppongono un deciso «no grazie», a cominciare dall' ex Commissario europeo all'Ambiente (1988-92), ex Ministro dell'Ambiente (1992-93), ex deputato europeo «Verde» (1994-99) e molto altro Carlo Ripa di Meana, il quale definisce l'eolico «un atroce danno ambientale per un piatto di lenticchie», e dichiara che «i megawatt installati con l'energia eolica coprono non più dello 0,5 per cento del fabbisogno elettrico nazionale. In cambio, abbiamo lo scempio di Campania, Abruzzo, Molise, Puglia e Sardegna». Per usare le parole dell'analista Glenn Schleede, «nonostante le centinaia di milioni di soldi pubblici spesi nella ricerca e sviluppo e altri generosi sussidi, non v'è alcuna seria possibilità che l'energia "rinnovabile" non-idro fornisca un contributo significativo» al fabbisogno americano, europeo o globale.
Quel che più preme in questa sede è però soffermarsi sulle modalità e le ragioni della «svolta» del Professore da «filonucleare» a «non più pro-atomo». A questo proposito sono necessari alcuni chiarimenti. Prodi non rinnega il suo «no» al referendum del 1987, ma né lui né i mezzi di comunicazione ci aiutano a ricordarci che non fu quella consultazione a sancire la rinuncia all'atomo da parte del nostro Paese. Il quesito referendario, infatti, si limitava a chiedere - richiesta discutibile, ma di questo e non di altro si trattò - una moratoria sulla costruzione di nuove centrali nucleari. A seguito del risultato referendario, oltre a questo si aggiunsero la sospensione dei lavori per le centrali allora in costruzione (Trino Vercellese 2 e Montalto di Castro) e la chiusura delle centrali di Trino Vercellese 1 e Caorso (la cui chiusura definitiva fu deliberata dal CIPE il 21 luglio 1990). Come ha fatto notare Paolo Fornaciari, già responsabile del Progetto Unificato Nucleare, «a rinunciare al nucleare furono invece, nei quattro anni successivi [al referendum, ndr.], i governi Craxi (chiusura della centrale di Latina e del Progetto Unificato), De Mita (riconversione del Progetto Unificato) ed infine Andreotti».
Il leader dell'Unione riconosce, bontà sua, che abbandonare il nucleare «fu un errore»: peccato che si riferisca unicamente alla sua posizione contraria rispetto al referendum del 1987, e non alle politiche energetiche dei succitati governi, che si guarda bene dal nominare (governi «pentapartiti», giova ricordare, presieduti in due casi su tre da esponenti del suo all'epoca partito di riferimento). E tuttavia, osserva subito dopo il Professore, «rimpiangere le decisioni di 30 anni fa non mi sembra intelligente, e poi non si può dimenticare Chernobyl»:[/b]peccato che si riferisca unicamente alla sua posizione contraria rispetto al referendum del 1987». Un tentativo di arrampicata sui vetri che solo un democristiano della caratura di Romano il reggiano poteva esibire: certo, se ci si limita a «rimpiangere» le decisioni prese 30 anni fa si agisce in modo poco intelligente, ma tutt'altra cosa dal semplice rimpianto è ritornare sulle decisioni assunte decenni or sono - dai governi, come si è detto, ma è assai probabile che gli italiani, se chiamati oggi a consultazione referendaria, darebbero un responso diverso da quello dato nel 1987, proprio a ridosso dell'incidente di Chernobyl - e ricominciare a lavorare sul nucleare, visto che «abbandonarlo fu un errore», cercando per quanto possibile di attenuare l'enorme ritardo accumulato. Il risvolto più grottesco della dichiarazione del leader del centrosinistra, peraltro, è che egli rivendichi il proprio no al referendum in questione e immediatamente dopo evochi il fantasma (pare infatti che il Professore abbia una certa pratica di evocazioni spiritiche) di Chernobyl, ovvero l'evento che più di ogni altro fattore ne determinò il risultato.
Non bisogna dimenticare Chernobyl, non c'è dubbio: ma questo significa che occorre rammentare come quell'incidente si verificò in una struttura tecnologicamente antidiluviana, volutamente e irresponsabilmente forzata oltre le sue possibilità. Ciò che bisognerebbe rammentare, ma è stato ed è tuttora sistematicamente occultato, è innanzitutto il fatto che in quell'occasione la centrale venne letteralmente spinta oltre i propri limiti dai tecnici, desiderosi di metterne alla prova i sistemi di sicurezza (che in parte erano stati disattivati). Oltretutto, secondo uno studio delle Nazioni Unite, sebbene vi furono morti tra gli addetti all'impianto e alla sicurezza, l'opinione che l'incidente di Chernobyl avesse causato malattie ovunque era falsa: «il team (di 200 esperti provenienti da 25 Paesi) non ha rintracciato alcun effetto sanitario attribuibile direttamente all'esposizione alle radiazioni». Per il già citato Paolo Fornaciari le vittime non sono state più di 48, e «la radioattività nel raggio di 30 Km è oggi mediamente di 500 mrem (abbreviazione di "milli rem", una misura della quantità di radiazioni, ndr.) all'anno. A titolo di confronto si può indicare il dato medio in Italia di circa 100 mrem all'anno (40 ad Aosta e 160 a Viterbo) e 700 mrem all'anno in Piazza San Pietro a Roma, perché il selciato è fatto con cubetti di porfido, roccia vulcanica che contiene torio naturalmente radioattivo».
Naturalmente, per giustificare la sua giravolta (particolarmente contorta come si è visto, in pieno stile democristiano) sul nucleare, il Professore non poteva mancare di tirare in ballo la questione delle scorie. Certo, sebbene oggi sia possibile garantire, come osserva il già citato scienziato ed ex esponente comunista Tullio Regge, «grande affidabilità per l'uomo e per l'ambiente», l'individuazione dei siti per la collocazione delle scorie nucleari non può basarsi unicamente su valutazioni tecniche. Il migliore approccio al problema è probabilmente quello che coniuga l'efficienza tecnica con la libertà del mercato, ovvero la sicurezza da un lato e il rispetto delle preferenze individuali dall'altro. Coloro che hanno rifiuti da eliminare devono trovare qualcuno che sia disposto ad accettarli; dunque, per poter realizzare una discarica è necessario che si indennizzi la popolazione per il danno subito, previo ottenimento del consenso della popolazione locale (all'interno di un raggio che va definito).
Il danno, beninteso, non è tanto sanitario o ambientale quanto psicologico (è probabile, ad esempio, che il valore delle proprietà circostanti il sito di stoccaggio subisca riduzioni). Tuttavia, una volta individuato un sito geologicamente adatto, lo stoccaggio dei rifiuti non presenta particolari problemi tecnici: «Sin dalle origini - scrive Piero Risoluti, che fino al 2001 ha diretto la speciale task force dell'Enea per il sito di deposito dei materiali radioattivi - la ricerca aveva individuato, tra gli altri, i materiali idonei per il condizionamento (come si chiama nel linguaggio tecnico il processo di trasformazione dei rifiuti in solidi stabili) che poi sono diventati di uso generalizzato. Questi materiali sono le matrici cementizie e quelle vetrose, le prime per i rifiuti nucleari a bassa attività, detti anche a vita breve, le seconde per quelli ad alta attività, o a vita lunga». A questo si aggiunga che i siti in cui le scorie vengono smaltite ospitano di norma laboratori di analisi e ricerca, il che rende la «discarica», come osserva ancora Risoluti, un «centro tecnologico, sede di attività qualificate e compatibile con altre attività di tipo scientifico».
Molto altro si potrebbe aggiungere sull'argomento, ma non è certo possibile sintetizzare in questa sede tutti i risvolti, scientifici, politici ed economici di una questione sulla quale esiste ormai una sterminata bibliografia, a cui chi vuole approfondire la questione può attingere con facilità. Quello che più interessa, qui, è approfondire le implicazioni, più significative di quanto a una superficiale lettura si potrebbe pensare, della dichiarazione del leader della coalizione di centrosinistra che si candida a governare il Paese dal 2006 in poi. Certo, dovrebbe essere difficile, a questo punto, avere dubbi sulla natura pretestuosa, demagogica, elettoralistica, opportunisticamente e democristianamente viscida della presa di posizione di Prodi riguardo alle politiche energetiche.
Di fronte a un tema cruciale come quello del futuro dell'energia, però, è necessario fare un salto oltre le contingenze politiche, e cogliere la profonda e grave arretratezza culturale che fa da sfondo a prese di posizione come quella dl leader dell'Unione. Un'arretratezza che non ha tanto a che vedere con le specifiche questioni (nella fattispecie, la sicurezza del nucleare, l'evocazione del fantasma di Chernobyl, lo stesso dilemma «nucleare sì / nucleare no»), quanto piuttosto con un atteggiamento mentale di fondo, che si può cogliere più facilmente confrontando il programma di Prodi sulle politiche energetiche con quanto già avviene negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Questi Paesi, consapevoli di due fatti difficilmente confutabili, ovvero che:
1. la scienza, allo stato attuale è non soltanto incapace di determinare con certezza se e in che misura il «riscaldamento globale» sia da mettere in conto alle attività produttive dell'uomo, ma non è neppure concorde sull'esistenza di un vero e irreversibile fenomeno di riscaldamento globale (si ricordi, a questo proposito, che negli anni Settanta si profetizzava, come conseguenza dell'aumento dei tassi di Co2, un aumento spaventoso dei ghiacciai e addirittura un'incombente nuova Era Glaciale);
2. a fronte della vertiginosa crescita di economie notevolmente inquinanti (come è tipico di tutte le economie in crescita: sono stati elaborati modelli che spiegano questo fenomeno, se ne è già parlato in precedenza) come quella cinese e quella indiana, i potenziali benefici del Protocollo di Kyoto sono destinati a rimanere infimi, mentre pesantissimi saranno gli oneri per i Paesi europei, i due Paesi anglosassoni, si diceva, hanno deciso di «pensare alle cose serie», e di concentrarsi sull'innovazione tecnologica e sulla eliminazione degli ostacoli legislativi e burocratici che si frappongono alla crescita e allo sviluppo. Il che implica la consapevolezza di come la tecnologia nucleare possa giocare un ruolo determinante.
È inevitabile, a questo proposito, mettere a confronto le posizioni dell'aspirante presidente del Consiglio e guida di una coalizione di centrosinistra Prodi con quelle del primo ministro e leader della sinistra britannica Tony Blair, il quale, solo poche settimane fa, si è dichiarato convinto che, nonostante per molti l'argomento nucleare resti un tabù inattaccabile, la maggioranza dei britannici, come nel resto del mondo, sta cambiando opinione «perché i fatti sono cambiati». Da qui, per Blair, l'impegno a costruire nuove centrali nucleari nel giro di poco più di un decennio per garantire l'approvvigionamento energetico, rispettando però l'obiettivo di ridurre i gas-serra. Una tesi suggeritagli dal consigliere scientifico del governo, David King, secondo cui l'obiettivo di frenare il surriscaldamento dell'atmosfera - tema particolarmente a cuore a Blair - può essere raggiunto attraverso una nuova generazione di reattori. Comunque si giudichino queste prese di posizione, sta di fatto che l'energia nucleare negli ultimi anni ha fornito circa un quarto del fabbisogno britannico. Una percentuale destinata a scendere radicalmente se i vecchi impianti non saranno sostituiti da altri, più efficienti e sicuri. «Penso che dobbiamo usare tutto ciò che abbiamo a disposizione per risolvere il problema del riscaldamento climatico. Dobbiamo prendere decisioni rapidamente», ha ammonito King, ricordando come il nucleare non produce gas serra a differenza delle fonti di energia fossili.
Affinché tutto questo sia possibile anche in Italia è giustappunto necessario, come si è detto, un radicale cambiamento culturale prima ancora che politico, il che implica sbarazzarsi per un verso dei pregiudizi e delle irrazionali fobie anti-tecnologiche (di cui sono eclatante manifestazione, in questi giorni, le dimostrazioni anti-Tav che stanno paralizzando la Val di Susa), per l'altro di una mentalità dirigistica e statalista secondo cui le risorse vanno gestite sempre, comunque e necessariamente dallo Stato. In passato ci si è soffermati sulle conseguenze disastrose che questo dogma determina riguardo alle risorse idriche. Ora diciamo lo stesso, con altrettanta convinzione, delle risorse energetiche: non si tratta di beni differenti dagli altri, e come per tutti gli altri beni possiamo aspettarci che la loro gestione, se affidata al mercato, compia notevoli progressi nei settori più promettenti, mentre affidare allo Stato la pianificazione della produzione di energia (o la gestione delle risorse idriche) rischierebbe di precluderci strade che, in un contesto di autentica libertà, potrebbero condurci molto lontano in direzione di un genuino e non ideologico «progresso» (parola che troppo sovente stride con «progressismo»). «Da un certo punto di vista - ha scritto recentemente Carlo Lottieri - l'esperienza del nucleare è esemplare: forse se fosse stato gestito da privati le tensioni politiche, che infine sono sfociate nei referendum del 1987, avrebbero avuto un impatto meno violento». Ed è proprio qui che emerge la desolante limitatezza dell'orizzonte culturale, al di là delle singole questioni, di Romano Prodi e dei suoi supporters: a fare da sfondo alla recente e folgorante dichiarazione programmatica di Prodi in favore dei pannelli fotovoltaici, al di là di ogni possibile implicazione scientifica e tecnologica, c'è un inveterato, incallito, incistato statalismo nella sua espressione più deleteria: la nefasta e mai abbastanza deprecata ossessione per la programmazione energetica, l'idea che Roma e solo Roma possa farsi carico delle scelte di politica energetica, e di tutte le altre che sono cruciali per il Paese.
L'abbaglio di Prodi è ben più grave di un semplice «colpo di sole», e la sua eziologia va individuata in un morbo assai grave e non necessariamente incurabile (non in Prodi, che pare davvero irrecuperabile, ma nella mentalità predominante, soprattutto nella classe dirigente): l'ossessione per la programmazione, l'incrollabile certezza che a Roma si possa disporre di tutte le informazioni necessarie a comprendere quale soluzione (nella fattispecie, ai problemi energetici) sia più adatta a ciascuna area del Paese, o peggio la convinzione che esistano ricette buone per chiunque, ovunque, sempre e comunque.
! Giorgio Bianco
bianco@ragionpolitica.it


Tra un po' sbatteranno fuori per l'ennesima volta maimaria/proteus e chi più ne ha più ne metta, per tediso disturbo con segnalazioni inutili.Originariamente Scritto da Zmajèek


E ricomincerà con altri nick.... vedrai....Originariamente Scritto da medsim


Ahimé purtroppo anche tu non hai saputo resistere al richiamo del branco dopo che ti ho spiegato che la realtà è ben diversa dai tuoi desideri. Te ne dovrai fare una ragione.Originariamente Scritto da medsim
La mia ricostruzione dei fatti, purtroppo per te, è reale e inattaccabile.
1) Nel 1987 un referendum ha detto in modo largo NO AL NUCLEARE
2) Dal 2001 al 2006 il governo di centro-destra non ci ha nemmeno provato a riportare il nucleare in Italia.
3) Dopo i fatti recenti illuminanti (TAV eccetera eccetera) le popolazioni locali si sono dimostrate sempre più ostili a servitù ingombranti.
4) Nell'aprile 2006 ci saranno le elezioni. Ad oggi sembra favorito Prodi che ha affermato chiaramente che l'Italia con lui governante non ritornerà al nucleare, al nucleare della odierna tecnologia.