| Giovedì 5 Gennaio 2006 - 14:09 | Siro Asinelli |

Quando sono gli Usa o la Gran Bretagna ad imporre le regole di mercato e di approvvigionamento energetico attraverso l'utilizzo spregiudicato di golpe, guerre preventive, speculazioni arrembanti e sovvenzionamento a signori della guerra va tutto bene.
L'instabilità del Caucaso, dal Mar Caspio al mar Nero, è figlia dell'imperialismo anglo britannico giunto in quelle terre all'indomani della dissoluzione dell'impero sovietico. Texaco, Chevron e British Petroleum pronte ad azzannare i resti della carcassa sovietica in Cecenia, Georgia, Azerbaijan: l'Europa supina resta a guardare mentre golpe dopo golpe si battezzano i chilometri di oleodotto che oggi porta approvvigionamento energetico nel sicuro terminale portuale di Ceyan, sulle coste meridionali della alleata Turchia.
L'Europa non resta a guardare quando qualche anno dopo, a poco più di una decina di anni dal primo grande assalto ai resti ancora fumanti della fortezza sovietica, un gruppo di fondazioni targate Usa costruiscono a suon di dollari la figura del nuovo presidente democratico dell'Ucraina, quel Viktor Yušenko già protagonista dell'ascesa oligarchica durante il grande banchetto del Fondo Monetario Internazionale in quel di Kiev. L'Europa domata, allargata ad Est nel nome sacrosanto della Nato, si sbraccia in favore della 'rivoluzione arancione', colpo di Stato colorato al pari di quello georgiano. Tra i primi ad esultare sono proprio quegli Stati membri che prima di entrare nel consesso europeo hanno ottenuto il passaporto atlantico: Polonia ed Ungheria. Varsavia in particolare gioca il ruolo dell'intermediario 'democratico' tra la fazione filo Usa e quella filo russa.
Un anno fa gli echi della Guerra Fredda, sbrigativamente archiviata da un Gorbaciov intento a pubblicizzare l'apertura del primo 'McDonald' di Mosca ed un Eltsin che beve coca-cola tra un cicchetto di vodka e l'altro, diventano il suono in vicinanza di una battaglia mai sopita.
A quell'Europa sicura di un irreversibile marcia verso il mercato unico liberista a guida statunitense risponde la Russia di Putin, di volta in volta additato come "dittatore", "nuovo zar", "imperialista", a secondo che la sua azione sia diretta a contenere l'aggressione atlantica, a consolidare la Federazione russa, a difendere gli interessi nazionali.
Non potendo attaccare il Cremlino fino in fondo, si attaccano i suoi alleati più fedeli, Bielorussia in testa. La battaglia si fa ridicola quando per dimostrare sotto quale dittatura vivano i bielorussi si porta ad esempio una recente legge sull'immigrazione che nega alle modelle del Paese di spostarsi in lungo e largo per i territori degli atlantici.
Il protezionismo suona male sulle bocche dei nemici, ma nessuno si scandalizza quando gli Usa dimostrano con bombe intelligenti, uranio impoverito e fosforo bianco che sono pronti a difendere quello che considerano "il giardino di casa", ovvero il resto del mondo.
Putin incassa in questi giorni una vittoria che va ben al di là dell'accordo siglato tra il suo braccio destro Medvedev e gli ucraini della 'Naftogaz'.
La partita era doppia: da una parte dimostrare al consesso internazionale che la Russia è in grado di dettare legge sul piano commerciale e dall'altra lanciare l'ennesimo avvertimento ai vicini europei sulla necessità che essi rivedano in tempo le loro oltranziste posizioni filo atlantiche.
Solo pochi mesi fa, quale ultimo atto di sette anni di guida della cancelleria tedesca, l'ex primo ministro tedesco Schroeder ha raccolto la sfida di Putin apportando la sigla della Germania sul progetto del gasdotto baltico, l'alternativa del futuro allo strapotere atlantico in fatto di approvvigionamento energetico. Gli alleati dell'Unione hanno gridato al tradimento, miopi nella loro sudditanza a Washington.
È ora che l'Europa si scrolli di dosso l'ingombrante fardello statunitense.
L'Europa è ad Est, non al di là dell'Oceano Atlantico.
s.a.