In fondo alla classe, o sulla cattedra accanto alla maestra, un bimbetto faceva disperare, si cacciava a quattro zampe sotto i banchi, spaventava le bimbe e pizzicava i ragazzi. Quel che voleva, voleva, piantando in faccia due occhi, cosí grandi e fieri nel viso magro, sotto la fronte convessa, che metteva soggezione ai piú grandi: ad una soprattutto, che aveva sette anni, ed era la piú bella delle bimbette. Egli la aspettava nei campi, e sbucava dalla siepe all'improvviso per farle paura, ma guai se gridava. La contadinella dalla ricca treccia bionda lo seguiva, intimorita, forse un poco lusingata dalle attenzioni del figlio della maestra.
«Dammi un bacio, Marietta». Poi le tirava la treccia per fare i cavalli, poi la piantava, brusco e impetuoso, subito stanco del gioco e di lei. «Va, adesso, va via».
Tornava, mogia, a fare la buona scolara.
Era nato il 29 luglio 1883, una domenica di grande sole, di grande estate, «quando matura il grano», e tutte le campane suonavano a festa. E una credenza popolare, cara al Goethe, afferma che i bambini della domenica hanno il destino solare.
Durante una sosta forzata della sua irrequietudine, in prigione, si concesse il raro lusso di ripiegar su se stesso, e raccontare queste cose della sua infanzia, in un vecchio quadernetto scucito, che Arturo Rossato, molti anni fa, ebbe in prestito e di cui pubblicò qualche pagina. Poi, con caratteristica noncuranza, l'autore lo lasciò smarrire.
Mentre i bambini sono generalmente avidi di emozioni, e ne ricercano gli stimoli drammatici con una sensualità morbosa, appare da queste confessioni come egli ne rifuggisse sin dall'infanzia; forse, perché le sentiva piú forte degli altri e piú addentro. Anche per questo lato, l'uomo ch'egli vuol essere si sovrappone all'uomo che è, formando una doppia e contraddittoria natura. La possente memoria cerebrale, la delicata e vivace memoria del cuore balzano fuori con improvvise precisioni della cultura e del sentimento; preso all'improvviso, vi dice l'anno, il mese e il giorno che morí Beatrice di Dante; l'anno, il mese e il giorno — 14 luglio 1902 —, a Losanna, che la prima volta entrò in carcere; e subito se ne morde le labbra, e si scusa accusandosi: «Sapete, io sono ignorante — molto ignorante — sapete, io non ricordo mai nulla, il passato non m'interessa — non esiste per me — esiste solo il futuro».
Malgrado la ricca vita interiore, di cui l'intuizione è la risultante fulminea, è vero che egli vuole vivere tutto teso verso l'avvenire, imponendo silenzio alla malinconica voce del ricordo, la quale ammollisce lo spirito guerriero del rischio, alla dotta voce dell'esperienza, la quale paralizza con il dubbio l'azione. Solo la prigionia fisica dell'uomo d'azione poté allentare un attimo la prigionia morale dell'uomo di sentimento.
«Sono nato», egli scrive, «in un giorno di domenica, alle due del pomeriggio, ricorrendo la festa del patrono della parrocchia delle Camminate, la vecchia torre cadente, che, dall'ultimo dei contrafforti appenninici digradante sino alle ondulazioni di Ravaldino, domina alta e solenne tutta la pianura forlivese. Il sole era entrato da otto giorni nella costellazione del Leone.
«Mio padre si chiamava Alessandro. Egli non andò mai a scuola. Appena decenne fu mandato nel paese vicino, a Dovadola, ad apprendervi il mestiere del fabbro ferraio. Da Dovadola si trasferí a Meldola dove ebbe modo di conoscere, fra il '75 e l'80, le idee degli Internazionalisti. Quindi, padrone oramai del suo mestiere, aperse bottega a Dovía. Questo villaggio, detto allora e oggi “Piscaza”, non godeva di buona rinomanza. Vi era gente rissosa. Mio padre trovò lavoro e cominciò a diffondere le idee dell'Internazionale. Fondò un gruppo numeroso che fu poi sciolto e disperso da una raffica poliziesca.
«Fra i quattro e i cinque anni incominciai a leggere il sillabario e in breve seppi leggere correttamente. L'immagine di mio nonno sfuma nelle lontananze. Amavo invece mia nonna.
«La mia vita di relazione cominciò a sei anni. Dai sei ai nove, andai a scuola, prima da mia madre, poi da Silvio Marani, allora maestro superiore a Predappio. Io ero un monello irrequieto e manesco. Piú volte tornavo a casa con la testa rotta da una sassata. Ma sapevo vendicarmi.
«Ero un audacissimo ladro campestre. Nei giorni di vacanza, m'armavo di un piccolo badile e insieme con mio fratello Arnaldo passavo il mio tempo a lavorare nel fiume. Una volta rubai degli uccellini di richiamo da un paretaio. Inseguito dal padrone, feci di corsa sfrenata tutto il dorso di una collina, traversai il fiume a guado, ma non abbandonai la preda.
«Notevole il mio amore per gli uccellini e in particolar modo per la civetta. Seguivo anche le pratiche religiose insieme con mia madre, credente, e mia nonna, ma non potevo rimanere a lungo in chiesa, specie in tempo di grandi cerimonie. La luce rosea dei ceri accesi, l'odore penetrante dell'incenso, i colori dei sacri paramenti, la cantilena strascicante dei fedeli e il suono dell'organo mi turbavano profondamente».
Fino a un certo punto, la gracile, soave mamma riusciva a dominare il piccolo ribelle con l'istinto della venerazione, insito nei maschi verso la madre, e con il sortilegio di quei segni neri sulla carta, che divengono suoni e immagini, cose e persone.
Anche l'insegnamento del padre era bello, anche le rivelazioni dell'ingegno attraverso l'arte erano affascinanti come i misteri dello spirito attraverso la lettera. Ma se nella fucina gli avveniva di svagarsi, e con gli occhi atoni guardava oltre le povere mura, il rude artiere campagnolo lo richiamava all'attenzione con potenti manrovesci. Egli sapeva che la vita non ha sdolcinate pietà: meglio un colpo oggi dal padre che due dagli estranei piú tardi. Lui guatava torvo di sotto in su, per l'offesa, non per il male. Guai se si copriva gli occhi, o soltanto li socchiudeva, quando l'acciaio sferra scintille! «Mai potrai imparare». E la cinghia dei pantaloni sfibbiata, sferzava l'aria a tremende giustizie. Il leoncello rugghiava e fuggiva di casa, appiattandosi quatto, a notte alta, nel letto.
Eppure era abilissimo, e da classico innato, da innato spiritualista, adorava la meccanica, dominazione dell'uomo attivo sulla materia inerte.
Il ferro non gli resisteva, nessun congegno opponeva resistenza alle mani del fanciullo-artiere, attavicamente destre.
Molti anni dopo, non molti anni fa, il direttore, fondatore, proprietario di un grande giornale quotidiano di Milano, deputato e capo di uno degli importanti partiti politici italiani, conduceva la sua possente automobile da corsa attraverso la pianura lombarda. E si divertiva — e un poco sbalordiva, un poco divertiva gli amici, scavezzacolli sportivi al pari di lui — egli, che da poco aveva imparato a guidare, con certe rischiose prove di destrezza. È vero che aveva molta esperienza di aeroplani. Anzi il pilotaggio dell'automobile era stato in origine un pallido succedaneo, quando uno scivolamento d'ala da quaranta metri di altezza e la conseguente ferita, miracolosamente lieve, gli aveva tolto per un poco la possibilità di volare. Poi, si era appassionato allo sport terrestre, ma certe voltate erano virate e scivolate d'ala nell'elemento il quale dispone della terza dimensione, piuttosto che manovra per l'automobile, sulla dura piatta terra. In uno di questi sterzi-scherzi, qualcosa si spezzò nella bella macchina nuova; e il bambino grande dovette condurre il lucente giocattolo (che aveva rotto, per vedere come era fatto dentro) condurlo al passo al piú vicino abitato.
Era la festa del santo patrono, e per le vie pavesate a festoni e ghirlande, le porte oscure versavano fiotti di gente, e le figlie di Maria in velo bianco si paravano a processione, con gli occhi bassi.
Fu scovato l'unico fabbro del borgo, mentre infilava la giacca della festa, ma nella bottega il fuoco era spento, e bisognò vedere il deputato, giornalista, aviatore, tirare il mantice per ravvivarlo, e reggere il ferro sull'incudine ai colpi del maglio, e porgere a tempo pinze e tenaglie! Gli sfavillavan gli occhi, e mandava a chiamar gli amici in istrada, che vedessero com'era bravo. La lode del fabbro meravigliato: «il signore se ne intende; è pratico del mestiere» lo rese felice piú di un successo alla Camera. Maggior trionfo lo aspettava dipoi: il garzone, lo chauffeur, lo stesso fabbro non riuscivano ad avvitare il pezzo saldato. Ma dalle sue dita la piastrina scivolò a posto liscia, senza intoppo. E come se ne pavoneggiava! «Quasi quasi gli dico il mio nome, che possa raccontare a tutti come son bravo».
Veramente quelle mani, al termine delle braccia forti, giú dalle spalle larghe e un po' curve, nobilitan tutta quanta l'espressione del corpo; cosí nel volto dalla mascella quadra le alette sensitive del naso e la piega sottile e mobile delle labbra.
Se pure gli era costata qualche frustatina da bimbo, quell'are del fabbro, la conquista valeva e compensava il bruciore. Come la fiamma al soffio del mantice, riottosa e soggiogata, lui pure era divenuto ardore piú chiaro, disciplinato a un superiore fine.
E il 26 novembre 1910, quando ebbe il dolore di perderlo, di questo padre il figliolo Benito cosí scriveva nel proprio giornale, La Lotta di Classe, da lui fondato e diretto allora a Forlí:
«Scrivo queste righe con trepida mano, non per tessere una biografia, né un elogio, ma semplicemente per deporre l'ultimo omaggio della mia devozione figliale sulla fossa di mio padre... Mio padre fu consigliere comunale e sindaco di Predappio; se certe opere di indiscutibile utilità pubblica furono eseguite, lo si deve in gran parte a mio padre, che non si stancava di insistere presso chi di ragione. Però le autorità politiche lo tenevano sempre d'occhio».
E dopo averne rapidamente descritto la carriera, con la sola lode obbiettiva dei fatti, concludeva:
«Del partito mio padre conobbe le gioie, e anche le inevitabili amarezze dovute alle miserie morali degli uomini. Fu buono, e, qualche volta, eccessivamente altruista. Fece del bene a compagni e ad avversari. Ebbe un'esistenza sotto molti aspetti tormentata. La sua fine è stata immatura.
«Di beni materiali non ci ha lasciato nulla; di beni morali ci ha lasciato un tesoro: l'Idea.
«Ed ora, dopo la sosta funebre, riprenda la vita, i suoi diritti e il suo cammino».
L'elogio da uomo a uomo, da milite a milite, è il piú alto che dal figliuolo degno di lui, piú di lui forte — quale ogni genitore vorrebbe la propria creatura — possa sperare un padre. Bene termina con la parola goethiana del combattente senza viltà: «Avanti! scavalcando le tombe, piú oltre, piú innanzi!».




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