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    Predefinito Aspiranti arancioni anche in Bielorussia?

    Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali in Bielorussia (1),
    previste per la primavera del 2006, stiamo assistendo ad un
    impressionante crescendo delle pressioni esercitate da parte di
    numerosi paesi e istituzioni internazionali nei confronti dell’unico
    paese europeo che continua ad essere incluso nella “lista nera” di
    quelli che l’amministrazione USA ha qualificato come “paesi canaglia”.

    L’ultima iniziativa in questo senso risale alla fine di settembre
    2005. Ed ha il sapore di un vero e proprio ultimatum che dimostra fino
    a che punto si sono spinte le ingerenze esterne, provocate dalla ferma
    determinazione dell’imperialismo (manifestata da Bush in persona) a
    creare a Minsk una situazione simile a quella che ha portato tra il
    2004 e il 2005 alla vittoria della “rivoluzione arancione” nella
    confinante Ucraina.

    Tutto, nella più recente occasione, è sembrato essere coordinato dalla
    medesima “cabina di regia”. A Vilnius, in Lituania - considerata
    ormai, anche in virtù della scarsa considerazione delle regole
    democratiche da parte della sua leadership, concretizzatasi in
    violente persecuzioni anticomuniste, uno dei più zelanti attori
    dell’Alleanza Atlantica -, alla presenza di importanti personalità
    della Nato, si riunivano i raggruppamenti della cosiddetta
    “opposizione democratica” bielorussa per discutere molto concretamente
    e, peraltro, senza mascheramenti, dell’individuazione delle forme di
    lotta (”sia legali che illegali”, è stato ineffabilmente riconosciuto
    da coloro che ritengono ormai unica norma di diritto internazionale la
    “legge della jungla”, imposta al pianeta dall’Amministrazione USA) in
    grado di portare al rovesciamento del quadro istituzionale nel loro
    paese. Esattamente nello stesso momento, il Parlamento europeo si
    scagliava - come sempre in nome della difesa dei “diritti umani” e in
    sintonia con analoga presa di posizione della Commissione Europea,
    assunta il mese precedente - contro le autorità di Minsk, con toni
    talmente duri da provocare una secca accusa di ingerenza da parte non
    solo del presidente bielorusso in persona, ma anche dello stesso
    ministero degli esteri della Russia (2).

    E questo non rappresenta altro che l’ultimo episodio di una campagna
    che, a più riprese, da quando, appena eletto nel 1994, il nuovo
    presidente della “Repubblica di Belarus” Aleksandr Lukashenko diede
    l’avvio ad una politica che sarebbe presto entrata in rotta di
    collisione con gli interessi della NATO nella regione, è stata
    sviluppata attraverso minacce e sanzioni decretate all’unisono da USA
    e alleati europei, e con almeno due tentativi di rovesciamento delle
    attuali autorità del paese (3). Tutto ciò è avvenuto con il sostegno
    esplicito (con lo stanziamento di centinaia di milioni di dollari da
    parte di autorità e istituzioni nordamericane, in particolare la
    Fondazione Soros) ad un’opposizione sparuta e inetta, priva di
    qualsiasi sostegno di massa, infiltrata da elementi fascisti (gli
    eredi di quel collaborazionismo filo-nazista, assolutamente privi di
    qualsiasi base di massa in una repubblica ex sovietica, che ha pagato
    con la vita di un quarto della sua popolazione l’eroica resistenza
    all’aggressione di Hitler), chiassosa e violenta, e addirittura
    sospettata dell’attuazione di attentati terroristici avvenuti negli
    ultimi mesi in alcune località del paese.

    Non si può certo negare che le autorità bielorusse abbiano utilizzato
    a volte metodi poco “ortodossi” e deprecabili nei confronti di alcuni
    esponenti dell’opposizione e che le strutture dell’apparato statale
    siano attualmente tenute sotto un rigido controllo. O che siano state
    messe in atto misure pesanti di ritorsione (anch’esse deprecabili) nei
    confronti di giornalisti e osservatori stranieri (in particolare
    polacchi e statunitensi, ma anche esponenti della destra liberale
    russa, scoperti a trasferire finanziamenti ai loro amici bielorussi),
    accusati di interferire nelle questioni interne del paese. Quanto al
    sistema informativo, va rilevato tuttavia che, accanto a media statali
    largamente controllati, è consentita la libera circolazione degli
    organi di opposizione e la larga diffusione di giornali ed emittenti
    russi, nella gran parte ostili al regime bielorusso.

    Per quanto riguarda poi le denunce di persecuzioni e persino di
    sparizioni di oppositori, le autorità di Minsk hanno sempre seccamente
    smentito, confortate in questo dalla testimonianza di quelle
    organizzazioni umanitarie occidentali che non hanno l’abitudine di
    ricorrere al finanziamento delle amministrazioni imperialiste (4).

    Lo studioso francese Bruno Drweski, uno dei più autorevoli osservatori
    europei della Bielorussia (5), che non può essere certo accusato di
    aver risparmiato le sue critiche ai metodi utilizzati dalle autorità
    bielorusse, ha osservato a riguardo che “tali metodi “duri” non
    differiscono molto da quelli applicati nella maggioranza degli Stati
    post-sovietici o in altre parti del mondo e che le “rivoluzioni
    teledirette attraverso Interflora” non hanno cambiato molto in questo
    senso, come dimostra la Georgia” e che “il potere personale del
    presidente Lukashenko si appoggia anch’esso su una costituzione
    comparabile a quella in vigore a Mosca ed in molti altri Stati
    considerati pienamente democratici secondo i criteri che predominano
    oggi nel mondo”(6).

    Le ragioni di tanto accanimento occidentale nei confronti delle
    attuali autorità bielorusse e, in particolare, di Aleksandr Lukashenko
    sembrano in verità essere ben altre ed avere ben poco a che vedere con
    la “preoccupazione per i diritti umani”.

    E per comprenderlo occorre sicuramente sgombrare il campo da tutte le
    letture propagandistiche, sia da quelle “demonizzanti”, assolutamente
    prevalenti in Occidente (anche nella sinistra, sia moderata che
    “alternativa”), che da quelle, a nostro avviso francamente “mitiche”,
    che caratterizzano alcuni settori del movimento comunista russo, per i
    quali la Bielorussia si presenta come una sorta di ultimo “avamposto”
    del socialismo.

    Forse la definizione più appropriata dell’attuale esperimento
    bielorusso è stata fornita proprio da Drweski, quando sostiene che la
    longevità del governo di Lukashenko, al potere da oltre 11 anni, può
    essere sostanzialmente spiegata in quanto “frutto di un compromesso di
    fatto tra una società poco nazionalista e generalmente diffidente nei
    confronti del modello liberale e una nomenklatura legata a settori
    industriali che necessitano generalmente della partecipazione dello
    Stato (industria spaziale, militare, di trasformazione)”(7).

    Sono le specifiche modalità, attraverso cui è avvenuta la “costruzione
    socialista” nella Bielorussia sovietica che permetterebbero di capire
    almeno in parte le ragioni dell’attuale consenso attorno al “fenomeno
    Lukashenko”.

    E’ ancora Drweski a descrivere efficacemente il quadro storico che ha
    accompagnato la nascita e lo sviluppo dell’esperienza sovietica nella
    piccola repubblica, essenziale per comprendere almeno in parte
    l’attuale situazione:

    “Storicamente, la Bielorussia ha subito le conseguenze della sua
    situazione di passaggio aperto a Ovest verso la Polonia e l’Europa
    occidentale, e ad Est in direzione della Russia e della massa
    continentale eurasiatica. Le elites locali erano tradizionalmente
    polacche o russe. La società bielorussa, quasi totalmente contadina
    fino al 1920, era stata attirata dalla cultura russa in virtù
    dell’emergere al suo interno delle componenti populiste più
    rivoluzionarie. Le rivoluzioni russe del 1905, del febbraio 1917 e
    dell’ottobre 1917 non avevano incontrato un’eco particolare, sebbene
    contemporaneamente emergesse una corrente nazionalista.

    Dopo un breve periodo di autonomia politica, negli anni ‘20, il potere
    staliniano eliminò la maggioranza delle elites letterarie della
    repubblica, industrializzò in maniera forzosa il paese, favorendo
    l’ascesa sociale di massa di quadri di origine contadina.

    I massacri nazisti provocarono immediatamente un possente movimento di
    resistenza che ha contribuito a radicare in questa “repubblica di
    partigiani” un patriottismo con basi territoriali e “multinazionali”.

    I veterani, ricollocati nell’industria militare e nell’esercito alla
    fine della guerra, hanno costituito fino ai giorni nostri, un ambiente
    sociale dotato di grande influenza poiché hanno contribuito a
    legittimare il poderoso settore militare-industriale”(8).

    E’ proprio a partire dal secondo dopoguerra che la Bielorussia ha
    conosciuto uno sviluppo impetuoso che le ha addirittura permesso di
    sopravanzare gli standard della stessa Russia, e di trasformarsi in
    uno dei poli industriali di avanguardia di tutta l’Unione Sovietica.

    Il dispiegarsi, a partire dal 1985, della “perestrojka” (che è stata
    segnata in Bielorussia dai tragici effetti della catastrofe nucleare
    di Chernobil, in Ucraina a pochi chilometri dal confine), e, dopo il
    fallimento dell’esperimento gorbacioviano, nell’agosto 1991,
    l’affermazione di forze nazionaliste tanto aggressive, quanto prive di
    un reale consenso di massa, hanno diffuso nel paese la paura della
    perdita definitiva di quei vincoli economici tradizionali con lo
    spazio sovietico - che in quel momento veniva scientemente spinto al
    dissolvimento dalla dissennata politica delle elites “compradore”
    giunte al potere in Russia, sotto la guida di Boris Eltsin -
    considerati vitali dalla maggioranza della società locale.

    L’adesione acritica delle elites nazionaliste, impadronitesi del
    potere, all’ideologia neoliberale, e, allo stesso tempo, l’avvio di
    una politica estera improntata alla totale subalternità alle strategie
    di aggressiva penetrazione imperialista nel nuovo immenso mercato
    emerso dalle macerie dell’URSS, hanno provocato, fin dall’inizio, una
    resistenza sociale al “processo di riforme”, sconosciuta allora nelle
    altre repubbliche ex sovietiche, a cominciare dalla Russia, dove
    neppure il Partito Comunista, messo fuorilegge senza alcuna resistenza
    e apparentemente in preda alla paralisi e allo sbando, sembrava in
    grado di prospettare alcuna alternativa alle ricette dei locali
    “Chicago boys”.

    A limitare il consenso attorno alle forze di governo, raccolte attorno
    al movimento separatista “Adradzennie” (Rinascita) e capeggiate dallo
    speaker del locale Soviet Supremo Stanislau Suskievic, contribuiva
    anche il loro nazionalismo esasperato, caratterizzato da un richiamo
    astratto ad un’identità della “Belarus”, assolutamente estraneo alla
    stragrande maggioranza dei cittadini bielorussi, agitato
    fondamentalmente da movimenti dell’emigrazione antisovietica e da
    gruppi eredi del collaborazionismo filo-nazista, e accompagnato da un
    programma di violenta “derussificazione” di una società, in cui ciò
    avrebbe significato danneggiare quasi la metà dei nuclei famigliari.
    Questa nuova artificiosa “ideologia di Stato” è apparsa così
    improponibile per la stragrande maggioranza dei bielorussi e continua
    ad esserlo tuttora, nonostante tutti gli sforzi profusi
    dall’opposizione per tentare di convincere del contrario i propri
    protettori occidentali.

    E’ in questo contesto che ha potuto affermarsi una figura come quella
    di Aleksandr Lukashenko.

    Lukashenko, tra i pochi coraggiosi parlamentari che, nel dicembre
    1991, si erano pronunciati contro la dissoluzione dell’URSS, e noto
    per il suo rigore nella lotta contro la corruzione dilagante con
    l’avvento del nuovo regime, nelle elezioni presidenziali del 1994,
    sbaragliava, ottenendo l’81,7% dei voti, il suo avversario, il primo
    ministro Viaceslau Kiebic.

    Il nuovo presidente indicava da subito quello che sarebbe stato
    l’obiettivo strategico di tutta la sua azione, da lui perseguito con
    ostinata coerenza: l’avvio del processo di ricomposizione dell’unità
    politica ed economica almeno delle repubbliche europee dell’ex URSS, a
    cominciare dalla Russia (9).

    Nello stesso tempo, Lukashenko non si limitava a pronunciarsi
    apertamente contro il processo di allargamento della NATO ad Est,
    allora in pieno dispiegamento, ma denunciava il carattere aggressivo
    di tale alleanza, tutti i suoi tentativi di prevaricare la volontà dei
    popoli e degli stati che non intendono assoggettarsi al “nuovo ordine
    mondiale” e la sua intenzione di attentare all’integrità territoriale
    non solo del suo paese, ma della stessa Federazione Russa.

    Nel 1995 e 1996, un vero e proprio plebiscito ha ratificato alcuni
    quesiti referendari da lui proposti, nei quali venivano fissati i
    capisaldi programmatici della nuova amministrazione.

    L’80% dei bielorussi si pronunciava allora positivamente sulle
    richieste di unione economica con la Russia, di ripristino della
    simbologia sovietica, di adozione del russo quale seconda lingua
    ufficiale.

    Lukashenko è stato rieletto alla presidenza nel 2001 e, probabilmente
    (ovviamente, se non saranno esercitate, come è invece prevedibile,
    massicce pressioni dall’esterno), verrà agevolmente riconfermato per
    quel terzo mandato, a cui oggi può aspirare dopo l’approvazione
    popolare della sua ricandidatura, ottenuta in un apposito referendum
    svoltosi nel 2004.

    Fin dall’inizio del suo mandato, pur non interrompendo i processi di
    privatizzazione, Lukashenko, che può fare affidamento su un capillare
    apparato amministrativo di decine di migliaia di funzionari (40.000 a
    livello statale e 80.000 nelle amministrazioni locali), si è sforzato
    di mantenere sotto il controllo dello Stato le risorse strategiche
    ereditate dall’URSS, cercando allo stesso tempo, in un primo momento,
    di ripristinare e, in seguito, di rafforzare gli storici legami con il
    mercato dei paesi eredi dell’Unione Sovietica, tradizionale sbocco
    delle produzioni bielorusse.

    Tale politica (che ha, ovviamente, sempre visto il presidente
    bielorusso attivissimo nella promozione di progetti di collaborazione
    economica nell’ambito della Comunità degli Stati Indipendenti) ha
    permesso, nell’ultimo scorcio dello scorso secolo, di contenere i
    costi sociali derivanti dal crollo economico seguito all’applicazione
    delle ricette di “liberalizzazione” e “privatizzazione” applicate nel
    resto dello spazio post-sovietico, e in particolare nelle vicine
    Russia e Ucraina.

    Aleksey Prigarin, noto intellettuale marxista “critico” russo (10),
    nell’invitare le sinistre russe a difendere l’esperimento bielorusso
    “dagli attacchi dei sostenitori dell’oligarchia”, ha così provato a
    formulare una definizione di questo esperimento: “Con Aleksandr
    Lukashenko in Bielorussia si è affermato il capitalismo di stato che,
    indubbiamente, è meglio del capitalismo oligarchico che ha prevalso
    nella maggioranza delle ex repubbliche sovietiche (.) Nonostante tutte
    le insufficienze del capitalismo di stato come sistema sociale, è
    comunque indispensabile considerare che esso permette di assicurare ai
    cittadini solide garanzie sociali e livelli di occupazione stabile. La
    Bielorussia, unica tra le ex repubbliche sovietiche, si inserisce tra
    gli stati altamente sviluppati secondo le valutazioni delle
    commissioni dell’ONU che si occupano degli indici dello sviluppo umano.

    (…) Tale qualità della vita rappresenta un’indubbia conquista della
    dirigenza bielorussa che, come è noto, non può contare su
    significative riserve di minerali utili, ma solo sullo sviluppo
    dell’agricoltura e della produzione industriale.

    (.) Naturalmente, la politica condotta da Lukashenko talvolta provoca
    critiche non prive di fondamento anche da parte delle sinistre.In
    Bielorussia effettivamente si è formata una società, in cui i
    principali strumenti di informazione e le istituzioni politiche sono
    controllati dalla burocrazia dominante. Tale sistema è tipico del
    capitalismo di stato. Ma, allo stesso tempo, non bisogna mai
    dimenticare che un indebolimento del controllo burocratico, nelle
    attuali condizioni, può solo provocare la trasformazione del
    capitalismo di stato in capitalismo oligarchico.

    In ultima analisi, nello spazio post-sovietico, il capitalismo di
    stato rappresenta oggi l’unica alternativa concretamente esistente al
    capitalismo oligarchico. Per questo è interesse delle sinistre
    difendere il capitalismo di stato dagli attacchi dei sostenitori
    dell’oligarchia, nello stesso tempo in cui operano per preparare la
    coscienza sociale all’accettazione di un’alternativa socialista” (11).

    Anche gli osservatori più ostili all’esperienza bielorussa (e basta
    scorrere la stessa stampa “liberale” di Mosca) sono costretti a
    riconoscere che la Bielorussia non ha mai conosciuto gli stessi
    livelli di degradazione dei servizi sociali, sanitari, educativi, di
    previdenza raggiunti nei paesi emersi dallo sfascio del “sistema
    socialista” in URSS e nell’est europeo.

    Del resto, della devastazione prodotta dal modello adottato dai paesi
    ex sovietici vicini ed anche dei drammatici costi sociali
    dell’esperimento attuato nella confinante Polonia, è cosciente la
    grande maggioranza della popolazione bielorussa, in misura ben più
    rilevante di quanto siamo indotti a credere in Europa occidentale. E’
    fuori di dubbio che anche questo fattore può spiegare la relativa
    facilità con cui il regime di Minsk riesce a far fronte alla massiccia
    pressione propagandistica che viene esercitata dall’Occidente.

    Ancora oggi, pur in un quadro di ripresa dell’economia del grande
    vicino russo, parzialmente risollevatosi dall’ “abisso” eltsiniano e
    che può contare sulla felice congiuntura di un mercato energetico
    tornato in larga parte sotto controllo statale, la Bielorussia mostra
    risultati economici di tutto rispetto e una sostanziale tenuta dello
    “stato sociale”.

    Il già citato Prigarin, nell’analizzare le statistiche fornite dagli
    stessi organismi dell’ONU, afferma che la stessa Russia “stando ai
    risultati del 2004, segue la Bielorussia di otto posizioni, pur
    trovandosi in testa al gruppo dei paesi mediamente sviluppati” (12).

    Tali dati sono ben conosciuti nei paesi dell’ex URSS e non mancano di
    suscitare le simpatie di parte considerevole della loro opinione
    pubblica. Ad esempio, un sondaggio, effettuato ai primi di novembre
    2005 da un autorevole istituto demoscopico russo (l’ “Istituto
    nazionale di inchieste regionali e tecnologie politiche”) rilevava
    che, tra i cittadini della Federazione Russa, Lukashenko è attualmente
    di gran lunga il più popolare tra i leader dei paesi della
    Confederazione degli Stati Indipendenti (quasi il 60% delle preferenze
    contro il 20% di Juschenko). Del presidente bielorusso verrebbero
    apprezzati proprio lo spirito di indipendenza nei confronti delle
    pressioni esterne, la coerenza con cui si batte per i processi di
    integrazione nello spazio post-sovietico e la cura con cui ha inteso
    preservare il sistema di garanzie sociali, ereditato dal passato
    sovietico.

    Naturalmente le linee di politica estera della Bielorussia e le sue
    relazioni commerciali con il resto del mondo sono apparse pienamente
    coerenti con le scelte sociali ed economiche della politica interna.
    Anche questo contribuisce a spiegare le ragioni della dura ostilità
    occidentale. In un continente europeo, ormai integrato nella NATO e
    soggetto agli obblighi derivanti dall’adesione al sistema di alleanze
    dell’imperialismo, è difficile rassegnarsi alla presenza di un governo
    che “rifiuta di applicare una politica di privatizzazioni senza limiti
    e che coopera con la Russia, la Cina, l’Iran, il Vietnam, il
    Venezuela, che continua a produrre e ad esportare armi, pezzi per
    l’industria aeronautica e prodotti relativamente poco costosi per i
    mercati del terzo mondo”(13).

    Ma, come abbiamo già detto, gli sforzi più intensi della Bielorussia
    sono stati comunque indirizzati alla realizzazione dell’obiettivo
    strategico rappresentato dal compimento del processo di unificazione
    con il grande vicino russo.

    Gli sforzi bielorussi ottenevano un primo successo il 2 aprile 1996,
    con la stipula del “Trattato di Unione Russo-Bielorussa”, passo
    fondamentale verso la realizzazione dell’unificazione politica,
    economica e militare tra i due paesi nell’ambito di uno stato unitario.

    Al trattato sono seguiti ulteriori passi, attraverso il
    perfezionamento di molteplici accordi, soprattutto in materia
    economica e doganale, mentre è andata rafforzandosi la collaborazione
    anche sul piano militare, fino alla programmazione per la primavera
    del 2006 di imponenti manovre congiunte in territorio bielorusso.

    Con tenacia, in questi anni, Lukashenko ha dovuto far fronte alle
    reticenze e, a volte, anche all’ ostilità delle elites che si sono
    succedute al governo della Russia, soprattutto nella fase di avvio del
    processo di integrazione, quando ad opporsi duramente erano i clan
    oligarchici legati alla “famiglia Eltsin”. Anche nel periodo
    dell’amministrazione Putin, soprattutto nella prima fase, la Russia
    non ha nascosto di preferire a Lukashenko “un dirigente più
    “presentabile” nell’arena internazionale, e soprattutto meno
    indipendente nelle sue iniziative” (14).

    Ma l’evidente fallimento della politica di apertura verso gli Stati
    Uniti (che era sembrata affermarsi dopo il settembre 2001),
    specialmente dopo lo scatenamento delle “rivoluzioni colorate” nello
    spazio post-sovietico e l’uso strumentale della “questione cecena”, ha
    tolto qualsiasi dubbio sulle intenzioni dell’amministrazione USA di
    voler puntare direttamente al rovesciamento dell’attuale leadership di
    Mosca, favorendo l’ascesa al potere di un regime meno indipendente, e
    ha contribuito a determinare un evidente riavvicinamento tra Putin e
    il presidente bielorusso.

    Negli ultimi mesi abbiamo così assistito ad un’accelerazione del
    processo di unificazione. Nel settembre scorso, il progetto di
    costituzione dell’ “Unione tra Russia e Bielorussia” è stato definito
    nelle sue linee essenziali e il referendum previsto per la sua
    approvazione potrebbe già svolgersi nell’ottobre-novembre 2006. Subito
    dopo, avverrebbe l’elezione del parlamento e verrebbero creati gli
    organi esecutivi dello stato unitario.

    Sarà sufficiente tutto ciò per prevenire la realizzazione dei
    programmi previsti dagli USA e dalla NATO per la piccola Bielorussia?
    E’ difficile al momento fare previsioni. Ma una cosa è certa. La
    Russia ha tratto lezioni esemplari dall’estendersi delle “rivoluzioni
    colorate”, individuando le lacune e le sottovalutazioni che hanno
    caratterizzato la sua politica estera nei confronti degli inaffidabili
    interlocutori occidentali.

    Ha ragione un altro studioso, Paul Labarique, quando afferma in un suo
    articolo apparso nel sito di “Reseau Voltaire”, che per la leadership
    russa “la Bielorussia si presenta oggi come l’ultimo avamposto. Un
    avamposto solido perché ha già resistito due volte ai tentativi di
    rovesciamento. Ed è anche certo che Vladimir Putin è oggi alla ricerca
    degli strumenti che possano rafforzare ulteriormente la capacità di
    resistenza dei suoi alleati.E’ probabile che la recente evoluzione
    nella regione costringa presto Mosca a sviluppare i propri mezzi di
    ingerenza allo scopo di conservare la propria sfera di influenza e
    soprattutto la propria integrità territoriale”(15).

    NOTE

    1) La Bielorussia (Russia Bianca), stato “cuscinetto” tra la Russia e
    i paesi dell’Europa orientale e baltica, si estende per 207.600 Kmq. I
    bielorussi, che parlano una lingua slava orientale come il russo e che
    praticano per l’80% la religione cristiana ortodossa, costituiscono il
    78% della popolazione di circa 10 milioni di abitanti. La parte
    restante è rappresentata da 1.400.000 russi, da 400.000 ucraini e da
    alcune centinaia di migliaia di polacchi. In virtù di un plebiscitario
    voto referendario, il bielorusso e il russo sono considerati lingue
    ufficiali dello stato. Dall’agosto 1991, il paese, divenuto
    indipendente, ha assunto il nome di “Repubblica di Belarus”. Tale
    denominazione, tuttora in uso, ha provocato numerose riserve, in
    quanto riprende la trascrizione tedesca di “Bielorussia”, adottata
    durante l’occupazione nazista.

    2) Una cronaca dettagliata di questi ultimi avvenimenti è stata
    fornita dalle agenzie ufficiali russe: in particolare in
    http://www.rian.ru e http://www.strana.ru.

    3) Paul Labarique. « La Biélorussie sous pression ». 15 février 2005.
    http://www.voltairenet.org/article16...l#article16220

    4) Ad esempio, John Laughland, fiduciario del “British Helsinki Human
    Rights Group”, ha dimostrato l’infondatezza delle accuse rivolte a
    Lukashenko di aver commissionato l’assassinio di alcuni oppositori
    politici, scoprendo che essi risiedevano tranquillamente a Londra.
    www.guardian.co.uk , 22 novembre 2002. La traduzione dell’articolo,
    con il titolo “Il racket di Praga” in http://www.resistenze.org/ -
    popoli resistenti - bielorussia - 16-12-02.

    5) Bruno Drweski è Maitre de conférences all’Institut national des
    langues et civilisations orientales (INALCO). Direttore della rivista
    Le Pensée Libree amministratore di Réseau Voltaire. Tra i suoi lavori,
    La Biélorussie, PUF, Paris, 1993.

    6) Bruno Drweski. « Les Biélorusses redoutent la « démocratie de
    marché ».28 avril 2005.
    http://www.voltairenet.org/article16...l#article16928

    7) Ivi

    8) Ivi

    9) Lukashenko, ancora recentemente nella sede autorevole del Vertice
    ONU dei Capi di Stato, ha voluto esprimere un giudizio positivo in
    merito all’esperienza storica sovietica: “L’Unione Sovietica,
    nonostante tutti gli errori dei suoi dirigenti, rappresentava allora
    fonte di speranza e di sostegno per molti stati e popoli. L’Unione
    Sovietica assicurava l’equilibrio del sistema globale”. Intervento di
    Aleksandr Lukashenko al vertice ONU, 15 settembre 2005.

    http://www.un.org/webcast/summit2005...0509115eng.pdf,
    tradotto per http://www.resistenze.org dal Centro di Cultura e
    Documentazione Popolare.

    Affermazioni di aperto apprezzamento del passato sovietico furono
    fatte, alla presenza di Eltsin, dal leader bielorusso nel 1999 in un
    intervento davanti ai deputati della Duma di Stato della Federazione
    Russa, noto per la sua vis polemica nei confronti dei deputati della
    destra liberista: “La gente si pone un interrogativo più che logico:
    perché voi, politici, avete dissolto l’Unione in una sola notte, senza
    consultare i vostri popoli?Convenite che è un legittimo interrogativo?
    (.) Che cosa è stato fatto di degno per l’uomo comune nello spazio
    post-sovietico nei dieci anni trascorsi dalla dissoluzione dell’URSS?
    Ma guardiamo la verità negli occhi: non è stato fatto assolutamente
    nulla. Certo oggi possiamo dire che nell’URSS non tutto rappresentava
    l’ideale (.) Ma solo uno spudorato mentitore può affermare che oggi il
    popolo vive meglio che in quel paese. E’ di moda sbeffeggiare i
    bielorussi, che avrebbero il torto di mantenere una robusta nostalgia
    per i tempi sovietici. Ma di ciò occorrerebbe solo essere orgogliosi”.

    Intervento di Aleksandr Lukashenko alla Duma della Federazione Russa.
    L’Ernesto. N. 1/2000. Il testo è stato ripreso in
    http://www.resistenze.org/ - popoli resistenti -bielorussia - 21-10-04.

    10) Aleksey Prigarin, organizzatore della cosiddetta “Piattaforma
    marxista” nel PCUS, ai tempi del suo ultimo congresso, è un
    economista, esponente di una tendenza marxista russa che formula un
    giudizio articolato e critico della complessa esperienza sovietica,
    mettendone in rilievo la grandezza, ma non nascondendo i limiti e gli
    errori che ne hanno determinato la fine.

    11) http://www.atvr.ru/experts/2005/10/1/6204.html. La traduzione in
    Il dibattito tra i marxisti russi sull’esperienza della Bielorussia.
    http://www.resistenze.org/ - popoli resistenti - russia 07 -10-05.

    12) Ivi

    13) Bruno Drweski. « Les Bielorusses redoutent la « democratie de
    marché ». 28 avril 2005.
    http://www.voltairenet.org/article16...l#article16928

    14) Ivi

    15) Paul Labarique. « Les Biélorusses défendent leurs intérets ».18
    février 2005.

    http://www.voltairenet.org/article16...l#article16277

  2. #2
    Totila
    Ospite

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    Bei tempi quelli della Kolyma quando ai traditori, in premio, era dato un soggiorno in Siberia...

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Totila
    Bei tempi quelli della Kolyma quando ai traditori, in premio, era dato un soggiorno in Siberia...
    Beh, a Kodorkovskij non è che sia successa una cosa diversa.

  4. #4
    Totila
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Peucezio
    Beh, a Kodorkovskij non è che sia successa una cosa diversa.
    Sìsì, ma questa pregevole usanza andrebbe allargata...

  5. #5
    Ridendo castigo mores
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    dalle elezioni bielorusse vedremo se sia stato finalmente trovato l' antidoto alle " aranciate"
    "dammi i soldi, e al diavolo tutto il resto "
    Marx


    (graucho..:-))

  6. #6
    Arthur I
    Ospite

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    Imbavagliata in patria, l'opposizione bielorussa, guidada da Milinkevich, cerca sostegno all'estero

    Le elezioni presidenziali in Bielorussia sono previste per marzo. Sul paese regna incontrastato da dodici anni Alexander Lukashenko. L'opposizione ha deciso di schierarsi dietro un solo uomo, Alexander Milinkevich. In un paese dove i media sono controllati, il neo capo dell'opposizione tenta di farsi conoscere in Bielorussia e all'estero. Dopo la Polonia, Milinkevic ha fatto tappa a Parigi. Qui ha incontrato il ministro degli esteri francese, Philippe Dust-Blazy, e l'inviato di Euronews.

    - Intanto benvenuto su Euronews. Qual è lo scopo della sua visita a Parigi?

    "Il primo obiettivo è far sì che la Francia non resti indifferente alle questioni della Bielorussia, un paese in cui la democrazia ha qualche difficoltà. La Francia ha poi grande peso all'interno dell'Unione Europea. E noi contiamo sul suo aiuto. Il sostegno morale c'è già, ma contiamo sull'appoggio dei media indipendenti. Da noi ci sono solo media di stato, strumenti di propaganda. In queste condizioni è molto importante sostenere gli editori indipendenti. Bisogna fare in modo che i diritti dell'uomo siano tutelati in Bielorussia, che non vi siano repressioni, e che le elezioni siano democratiche."

    - Come può l'Europa contribuire allo sviluppo della democrazia in Bielorussia?

    "Per esempio, per le elezioni l'Europa invierà osservatori, che vigileranno sul rispetto delle leggi. L'Europa non è indifferente a quel che succede nei paesi limitrofi, e noi siamo una nazione confinante con l'Europa. A volte si dice: "In Bielorussia la situazione è tranquilla, nessun bisogno di preoccuparsi. Ma nei paesi in cui c'è una dittatura la stabilità è apparente, e le sorprese sono sempre dietro l'angolo. Per questo è fondamentale che la Bielorussia diventi un paese democratico."

    - Il suo principale rivale ricorre alla paura per convincere gli elettori a votare per lui. Dice per esempio che se la presidenza cambiasse il paese si fermerebbe. Quali cambiamenti prevede per la Bielorussia se Lei vincesse?

    "Se andassimo al potere per prima cosa faremmo in modo che la gente non viva più nel terrore. La dignità dei bielorussi viene costantemente umiliata. Ci impegneremmo perché i padri di famiglia non vivano nel timore che lo stipendio non basti più, che le madri non temino più per il futuro dei loro figli, che gli imprenditori non abbiamo paura a fare il loro mestiere, che i neolaureati non vengano mandati come primo impiego a lavorare nelle zone attaccate a Chernobyl, e così via. Il problema della paura è molto grave in Bielorussia, ma noi l'elimineremo."

    - Vista dall'Europa la vita sembra stabile e tranquilla nel suo Paese. Non vi sono guerre né conflitti etnici, gli stipendi e le pensioni sono versati in tempo. Perché bisognerebbe cambiare?

    "Non si vive di solo pane. Certo, in Bielorussia non si muore di fame ma i salari sono bassissimi, la gente entra nei negozi e si spaventa per i prezzi. La cosa che va eliminata per prima, a mio avviso, sono le umiliazioni. Nessuno costretto a vivere privo della libertà può creare. Se poi vogliamo parlare di stabilità, il luogo più stabile è il cimitero. Ma chi aspira a quel tipo di stabilità? Noi siamo per lo sviluppo. Noi sappiamo a cosa puntare, e cosa fare perché la gente viva felice e libera.
    Siamo decisi a mantenere buoni rapporti con la Russia, aperti, onesti. Lo stesso valga per l'Occidente. La Bielorussia è il ponte tra l'Est e l'Ovest. Questo è il vantaggio della nostra posizione geografica."

    - Immaginiamo che ci siano state le elezioni, i risultati ormai noti, e che Lukashenko sia stato rieletto presidente. E poi?

    "Sappiamo già che il potere non potrà vincere onestamente le elezioni. Non si tratta solo di contare le schede, tutto comincia con la campagna elettorale. L'opposizione non ha praticamente alcun accesso ai media, c'è solo la propaganda di stato, e noi non arriviamo in televisione. Per fortuna che ci avete invitati voi! Vige un regime di totale diseguaglianza. Altrimenti non potrebbero vincere. Anche per questo ha paura, per questo intimidisce gli oppositori, ma chi ha più paura di tutti è lui."

    - Si dicono molte cose su di Lei. Per esempio, che è l'agente dei servizi segreti occidentali, o che è ebreo, colui che vuole modificare le fondamenta religiose della Bielorussia. Che ne pensa?

    "Sono tranquillo, perché sono tutte menzogne. Il potere, quando si sente insicuro, inventa continuamente qualcosa. Chiamarmi la spia dell'Occidente è semplicemente ridicolo. Sono un patriota della Bielorussia, un paese che amo. Per questo mi sono candidato. Quanto alla religione, vengo da una famiglia ortodossa, e sono ortodosso. Non sono ebreo, sono bielorusso. È tanto che il nostro popolo ha imparato a distinguere tra verità e menzogne.
    http://www.euronews.net/create_html....f0ddaa94e87519

  7. #7
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Arthur I

    Sono tutti patrioti, poi al dunque si vendono e vendono il loro paese per qualche dollaro...

 

 

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