Domenico Savino
17/01/2006
ISRAELE - Mentre giace disteso su un letto d'ospedale sospeso tra la vita e la morte in coma farmacologico, dopo che una serie di emorragie celebrali ne hanno devastato il cervello e le funzioni vitali, parlare di Ariel Sharon può sembrare un macabro gioco ed un esercizio di pessimo gusto.
Se tuttavia si è costretti a farlo è perché l'asservimento dei media in questi giorni è tale da presentare come «uomo della pace» proprio colui che fece saltare con 600 chili di esplosivo il villaggio palestinese di Qibya, in Cisgiordania, nell'ottobre 1953, facendo centinaia di morti e feriti, che diede via libera ai massacri di Sabra e Chatila, alle stragi dello squadrone «101» e che, con la famosa passeggiata sulla spianata delle moschee, ha acceso la miccia dell'inferno che sta bruciando pezzo a pezzo la carne e la terra del popolo palestinese.
Per tacere di altre piacevolezze di «Arik», il falco.
L'uomo che oggi giace esanime in un letto dell'ospedale Hadassah Ein Kerem di Gerusalemme e che viene celebrato come colui che solo avrebbe potuto salvare la pace in Medio Oriente era stato definito dal mediatore americano Philip Habib dopo i massacri di Sabra e Shatila come «un assassino, animato dall'odio contro i palestinesi. Ho assicurato ad Arafat che i palestinesi [rimasti a Beirut] non sarebbero stati toccati, ma Sharon non ha onorato i patti. Una promessa di quest'uomo non vale nulla». (1)
Non è un'opinione remota o isolata.
«Ciò che Sharon sta perpetrando nei 'territori' palestinesi è un crimine contro l'umanità. I falchi vanno fermati, subito. Con i suoi balbettii, la Comunità internazionale si fa complice di un bagno di sangue».
Erano le parole rilasciate dallo scrittore-simbolo dell'Israele pacifista Uri Avneri in una intervista a L'Unità del 14.03.2002, meno di quattro anni fa. (2)
Invece le voci dei quotidiani di questi giorni vorrebbero farci credere che alle cannule che ne intubano il corpo esanime siano appesi i destini di pace di quelle terre tragicamente impregnate del sangue di migliaia di palestinesi.
Se la colomba della pace ha gli artigli feroci di Arik, allora davvero per i palestinesi non c'è più speranza e davvero la menzogna ha raggiunto il suo culmine.
Il ritiro da Gaza è stato presentato al mondo come la cartina al tornasole di una inedita volontà di pace del vecchio Sharon, che avrebbe scoperto la saggezza dell'uomo anziano.
Anche la sinistra ha scoperto quanto è buono «Arik»: Sharon vuol dire Shalom.
Niente di più falso.
Sharon ha tolto 7000 coloni israeliani dalla «striscia» di Gaza, trasformandola in una regione liberamente bombardabile (confronta Il Giornale del 24.12.2005) e li ha spediti per lo più ad aggiungersi ai 440.000 coloni dei ben più ampi «territori occupati» di Gerusalemme est e Cisgiordania.
Ha recluso 237.000 palestinesi dentro il «muro» di 700 km con cui ha straziato il West Bank e ne ha messi fuori altri 160.000, impedendo a questi due gruppi di comunicare; ha diviso fratelli e fratelli, amici e amici, padri e figli, sposi e spose.
Tutti comunque destinati, dentro o fuori dal «muro», a scegliere di andarsene o a vivere tra torri di guardia e filo spinato, in uno spaventoso immenso lager dove si consumeranno le esistenze di genti, colpevoli solo di essere nati e di continuare ad esistere nella terra che è stata dei loro antenati.
Di fronte a questi fatti non c'è limite alla deformazione della realtà.
Per esempio quello strano egiziano che è Magdi Allam, strappato a Repubblica da Il Corriere della Sera diretto da Paolo Mieli, con uno stipendio - si dice - da favola, ha la faccia tosta di scrivere: «a tutti coloro che hanno la memoria corta: si ricordino che se Sharon passerà alla 'storia' come un grande leader politico, ciò si deve essenzialmente al fatto che è riuscito a contenere significativamente il terrorismo palestinese che faceva strage di israeliani. A tutti coloro che straparlano decontestualizzando i fatti esaminati: tengano presente che oggi non solo Israele,ma l'insieme del Medio Oriente e la stessa Europa sono direttamente minacciati da una nuova 'internazionale' del terrore che unisce Al Qaeda di Bin Laden, l'Iran di Ahmadinejad, il regime siriano di Assad, l' Hezbollah libanese, Hamas, la Jihad islamica e le Brigate Al Aqsa palestinesi». (3)
Ariel il nostro salvatore?
Come diceva Totò: «ma mi faccia il piacere!».
La pace in Medio Oriente non è davvero nelle mani degli uomini e solo un pazzo o un mentitore può affermare il contrario.
Affidarsi ad un uomo, fosse anche un uomo di pace (come non è Sharon) o alle alchimie politiche della Knesset (il parlamento israeliano) per sperare che ne esca una maggioranza favorevole ad un serio progetto di pace, significa limitarsi solamente a fare un gioco crudele per scommettere quanto durerà ancora l'agonia dei palestinesi.
E' inutile farsi illusioni.
A meno di un intervento del Cielo, il loro destino è segnato.
La «soluzione finale» del problema palestinese avrà - ahimè - un nome solo.
«Trasferimento» lo chiamano gli ebrei.
Fuori dal linguaggio orwelliano usato quando si parla di Israele il termine è un altro: pulizia etnica.
La pace è un destino che non può appartenere a nessun uomo in Israele, quand'anche esso fosse animato davvero da buona volontà.
La mancanza di pace é un destino che il popolo ebreo si è scelto, che ha voluto, che vuole, fino a che casa dopo casa, campo dopo campo tutta la terra di Israele (si tratta di definire solo quanto Israele è grande) sarà ebraica.
L'assetto istituzionale del Paese - pochi lo ricordano - è concepito proprio per favorire questo progetto.
Lo Stato d'Israele infatti non ha una Costituzione scritta.
L'unica «democrazia» del Medio Oriente - come ampollosamente viene definita dai media di casa nostra - manca del suo elemento di base: la Costituzione.
Un caso?
Una svista?
No, una scelta.
«La mancanza di una costituzione scritta - ha scritto lo scrittore israeliano Boas Evron - non è accidentale. La massiccia espropriazione e pulizia etnica subite dai palestinesi in seguito all'insediamento di Israele, come l'annessione di terre e proprietà di coloro che rimasero ma furono dichiarati assenti, come anche la confisca di vaste aree di villaggi palestinesi non distrutti, e tutte le leggi necessarie per legalizzare questi atti, tutto ciò sarebbe stato incostituzionale e dunque dichiarato nullo da una Corte Suprema, essendo chiaramente discriminatorio contro una parte dei cittadini dello Stato. Le costituzioni democratiche, infatti, impongono allo Stato di trattare i suoi cittadini con equità». (4)
Una costituzione è infatti una forma di auto-limitazione del potere della maggioranza, che si esercita attraverso il riconoscimento di diritti, frutto del comune sentire morale di un popolo, riconosciuti a tutti gli individui, quindi anche a quelli il cui pensiero o i cui interessi sono contrari a quelli della maggioranza.
E' solo così che l'ordinamento di un solo potere della maggioranza finirebbe altrimenti per trasformarsi da democrazia in dittatura.
Quindi, negli ordinamenti dove esiste una Costituzione scritta, è essa a dover sancire questi diritti riconosciuti a tutti.
Dove, per contro, una Costituzione scritta non c'è, tocca alla maggioranza, che di volta in volta si trovi a governare, a dover limitare la propria forza. (5)
Insomma la maggioranza può esercitare un potere assoluto, limitato solo dalla propria volontà.
Per questo la corsa a diventare maggioranza per l'etnia ebraica nel neonato Stato di Israele fu da subito spasmodica e la crescita demografica degli arabi israeliani, assai maggiore di quella degli ebrei israeliani costituisce da sempre un problema enorme per i dirigenti dello Stato ebraico.
Nel gennaio 1949 si svolsero le prime elezioni alla Knesset, che elesse Chaim Weizmann capo dello Stato; prima preoccupazione del governo fu l'abolizione di qualsiasi ostacolo all'immigrazione, che venne incoraggiata da due leggi fondamentali del 1950 e 1952.
La prima, detta «legge del ritorno», riconosceva d'ufficio la cittadinanza a qualsiasi ebreo arrivato in Israele, mentre la seconda introdusse criteri restrittivi per la concessione della cittadinanza agli immigrati non ebrei.
Grazie a questi provvedimenti la popolazione ebraica di Israele raddoppiò nel giro di tre anni.
Le due leggi fondamentali dello Stato, la «legge del ritorno» e la legge sulla nazionalità confermano il carattere discriminatorio ed etnico (razziale è la definizione più appropriata) dello Stato israeliano; infatti, mentre riconosce il diritto automatico alla cittadinanza ad ogni ebreo che immigri nel Paese (in base alla sua ascendenza, cioè al fatto di essere di madre ebrea) ignora i diritti civili e religiosi dei palestinesi abitanti (da sempre) in Palestina.
A riprova di ciò, Y. Waitz, ex capo del dipartimento per la colonizzazione dell'Agenzia Ebraica rilasciava al giornale israeliano Davar il 29-9-1967 queste parole: «detto fra noi, sia chiaro che in questo Paese non c'è posto per entrambi i popoli... l'unica soluzione è l'Eretz Israele, almeno Israele occidentale, senza arabi. Non c'è altra soluzione che trasferire gli arabi da qui ai Paesi vicini, trasferirceli tutti, senza risparmiare nessun villaggio, neppure una tribù».
In assenza della costituzione, fino al 1992 in Israele vigeva quello che è stato definito un «judicial bill of rights» risultante dalla giurisprudenza della Corte Suprema.
In quell'anno sono state approvate due leggi fondamentali in materia di diritti umani, definite con linguaggio tecnico «codificazioni costituzionali»: la «Freedom of Occupation» e «Human Dignity and Liberty», aventi ad oggetto rispettivamente la libertà di occupazione e la protezione della dignità e della libertà umana.
La prima riconosce il diritto di ogni cittadino di dedicarsi a qualunque professione, occupazione o mestiere (articolo 3).
La seconda protegge la vita, l'integrità fisica, la dignità (articolo 2), la proprietà (articolo 3), la «privacy» (articolo 7) e la libertà della persona (articolo 5), il diritto di ogni cittadino israeliano di entrare in Israele e di ogni persona di uscirne (articolo 6).
Peccato per l'articolo 1, altrimenti sarebbe il paradiso!
Infatti all'articolo 1 è scritto che «lo scopo di questa legge fondamentale è proteggere la dignità e la libertà umane, per stabilire in una legge fondamentale i valori dello Stato d'Israele come Stato ebreo e democratico». (6)
Chi non è ebreo, peggio per lui?
I fatti dicono di sì.
La realtà è che tutta l'architettura istituzionale di Israele è stata concepita in maniera tale da renderla strutturalmente debole.
Nessuno si illuda che il sistema possa avere vita autonoma dal corpo sociale che lo esprime.
Il professor Sartori ha parlato del sistema israeliano come di un sistema non funzionante.
E' vero.
Ma è estremamente funzionale allo scopo cui deve servire.
La debolezza dell'assetto costituzionale e del sistema istituzionale dello Stato di Israele rende il governo (qualsiasi governo!) esposto al potere di ricatto dei piccoli partiti, segnatamente di quelli religiosi, capaci di appoggiare questo o quello schieramento, a seconda della disponibilità ad accettare o meno le loro richieste.
La vicenda delle riforme della legge elettorale (nel 1992 per le elezioni del 1996 e nel 2001 per quelle del 2003) sono lì a testimoniare la fragile funzionalità del sistema.
La mancanza di un sistema che rafforzi l'esecutivo, obbligandolo a scelte che siano in grado di reggere le proteste, agitate dalla piazza e dal potere di mobilitazione che i movimenti religiosi esercitano all'interno dei due maggiori partiti (Likud e laburista), significa assegnare proprio alla componente nazional-fondamentalista un potere di condizionamento enorme: la vicenda
dello sgombero da Gaza è stata emblematica.
Alla fine il governo Sharon è caduto, per riallineare la strategia.
La nascita di Kadima, il nuovo movimento creato dallo stesso Sharon prima del ricovero in ospedale e in vista delle prossime elezioni, tende a drenare al centro la parte più moderata dei socialisti, in un progetto apparentemente centrista, ma che in realtà, ispirato da Sharon (o, adesso, affidato ad un suo successore), rafforza l'area di sostegno alle politiche nazionalistiche, fondamentalistiche, etniche (cioè esclusivamente ebraiche) dello Stato di Israele.
La linea è quella di Arik, il falco.
Kadima in ebraico vuol dire appunto «avanti!».
I laburisti di Amir Peretz, abbandonati dal vecchio e ambiguo Shimon Peres, sono destinati a rimanere parte residuale e testimoniale di un'idea diversa di Israele, anch'essa tuttavia funzionale alla spendibilità esterna dello Stato ebraico come unica democrazia del Medio Oriente.
Spingere verso una situazione sempre più conflittuale e di repressione dei palestinesi significa, per i falchi d'Israele, dimostrare ad ampi strati dell'opinione pubblica, anche di sinistra e laici, che la forza è la via per la sicurezza e la sicurezza la via per la pace.
Allargare l'area di consenso a questa spietata politica, come aveva intenzione di fare Sharon, è funzionale a spostare verso i temi cari ai nazional-fondamentalisti tutto il baricentro politico, obbligando qualsiasi governo ad iscrivere nella propria agenda politica ciò che gli estremisti nazional-religiosi vogliono.
D'altro canto è impossibile pensare Israele senza la sua ideologia religiosa.
Il destino dello Stato di Israele è insito nell'ideologia e nei suoi miti fondatori.
Per quanto ci si sia sforzati nei decenni passati di descrivere Israele come uno Stato laico, fondato e guidato dal laico partito laburista, il destino di Israele è intrinsecamente legato al settarismo della sua fede religiosa.
Israele stesso è inimmaginabile senza la fede religiosa su cui si fonda.
Il laico sionismo presupponeva in realtà un'attesa messianica che durava da quasi due millenni.
Rifiutando di integrarsi nelle civiltà con cui avevano convissuto per secoli gli ebrei, unico popolo nella storia, erano riusciti a costruire e mantenere dispersi tra le genti una civiltà loro, fondata su quella che Heine definiva la patria portatile: la Torah.
Per quanto si possa cercare di prescindere da questo dato, l'ebreo è definito da essa e l'ebraicità è data essenzialmente dalla Torah, da Gerusalemme, da Eretz Israel.
Per secoli gli ebrei hanno ripetuto a se stessi una promessa, anche quando le condizioni storiche e politiche potevano far apparire questa prospettiva nient'altro che un'allucinazione collettiva: «l'anno prossimo a Gerusalemme».
Ora che con ogni mezzo l'hanno raggiunta, chi può essere così stolto da pensare che se ne vogliano andare, che vogliano concedere ad altri quella terra che così ardentemente hanno desiderato?
Quella terra essi la sentono come propria e percepiscono i palestinesi come nemici perché Eretz Israel è per gli ebrei la terra che Dio avrebbe assegnato loro e solo a loro, il luogo - l'unico - in cui è possibile praticare integralmente la Torah e celebrare il «sacrificio».
Solo con il pieno ed esclusivo possesso di Eretz Israel per gli Ebrei la guerra di indipendenza iniziata nel 1948, una guerra che si era conclusa con il controllo dell'80 % del territorio della Palestina mandataria e con una gigantesca campagna di pulizia etnica di quel territorio, sarà finita.
Non lo dico io.
Lo ha detto Sharon, il falco, prima che un'emorragia celebrale lo inchiodasse, immobile, in un letto d'ospedale.
Lo ha detto lui, mentre l'asservimento di tutta la stampa fa finta di dimenticare e lo presenta come il nuovo «angelo della pace» stroncato da un destino crudele a pochi passi dal traguardo: «la guerra di indipendenza - aveva detto - non è terminata. No. Il 1948 ne è stato solo un capitolo. Se mi chiedete se lo Stato di Israele è oggi in grado di difendersi, rispondo: sì, in modo assoluto. E se mi chiedete se Israele è oggi minacciato da una guerra, rispondo: no. Ma viviamo forse in condizioni di sicurezza? No. Per questa ragione è impossibile affermare che il nostro lavoro è finito... È fuori questione la possibilità di evacuare anche una sola colonia, perché tutte hanno un valore strategico o sionista, E impossibile porre fine al conflitto». (7)
Altro che pace, altro che uomo della pace!
Ora che il falco si è posato, altri spiccheranno il volo, sulla rotta che Arik aveva indicato.
Neppure Gaza è stata abbandonata per sempre.
Torneranno gli ebrei a riprendersi quel fazzoletto di terra, dovessero abbattere tutte le case dei palestinesi una ad una.
Anche Gaza fa parte di Eretz Israel: l'antica Filistea è il luogo dove Davide abbattè Golia.
Dice il Salmo 60: «Moab è il catino in cui mi lavo; su Edom getterò il mio sandalo, sulla Filistea alzerò grida di vittoria».
Quando gli avevano chiesto se la pace era vicina, Sharon non aveva mentito: «essa non è all'ordine del giorno per i prossimi cent'anni». (8)
Solo gli stolti non l'hanno capito, mentre gli ignavi o i venduti parlano il linguaggio della menzogna, intonacando di malta un muro che non regge.
Ma contro costoro - che non rimproverano ad Israele il suo peccato ed anzi lo blandiscono - sta la Parola del Signore, contro costoro risuona il grido di Ezechiele: «proprio perché sviano il mio popolo, dicendo: 'pace!' quando non c'è alcuna pace, e perché quando il popolo costruisce un muro, ecco che costoro lo intonacano di malta che non regge, dì a quelli che lo intonacano di malta che non regge, che esso cadrà; verrà una pioggia scrosciante, e voi, o pietre di grandine, cadrete; e si scatenerà un vento tempestoso; ed ecco, quando il muro cadrà, non vi si dirà forse: 'e dov'è la malta con cui l'avevate intonacato?' Perciò così parla Dio, il Signore: Io, nel mio furore, farò scatenare un vento tempestoso, nella mia ira farò cadere una pioggia scrosciante, e nella mia indignazione, delle pietre di grandine sterminatrice. Demolirò il muro che voi avete intonacato con malta che non regge, lo rovescerò a terra e i suoi fondamenti saranno messi allo scoperto; esso cadrà e voi sarete distrutti assieme ad esso; conoscerete che io sono il Signore.
Così sfogherò il mio furore su quel muro e su quelli che l' hanno intonacato di malta che non regge; vi dirò: 'il muro non è più, e quelli che lo intonacavano non sono più, i profeti d'Israele, che profetizzavano riguardo a Gerusalemme e hanno per lei delle visioni di pace, benché non vi sia alcuna pace' - oracolo del Signore» (Ezechiele 13:1-16).
Domenico Savino
--------------------------------------------------------------------------------
Note
1) Patrick Seale, Assad (traduzione in ebraico), Maarakhot (Tsahal, ministero della Difesa di Israele), Tel Aviv, 1993, pagina 383.
2) «Indegni i massacri nei ' territori' i falchi vanno fermati subito», Intervista a Uri Avnery, L'Unità, 14.03 2002.
3) Magdi Allam, «Il muro di Sharon e la battaglia di tutti», Il Corriere della Sera, 7 gennaio 2006.
4) Boas Evron, «Jewish State or Israeli Nation?», Bloomington, Indiana University Press, 1995.
5) E' lo stesso sito morasha.it ad ammetterlo.
6) «The purpose of this Basic Law is to protect human dignity and liberty, in order to establish in a Basic Law the values of the State of Israel as a Jewish and democratic state».
7) Ari Shavit, «Sharon resta Sharon», (in ebraico) in «Haaretz», 12 aprile 2001, supplemento settimanale.
8) Ariel Sharon dinanzi alla Commissione Esteri del Senato americano, pubblicato da Robert Novak in web creators.com, 17 giugno 2002, citato in Michel Warschawski, «A precipizio: la crisi della società israeliana», Bollati Boringhieri, 2004.
Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved.




Rispondi Citando