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    Predefinito Circolo degli affabulatori III esercizio...

    E si va ad incominciare. L'esercizio di questa settimana (o più) prevedeva l'uso di un tipo di ispirazione "visiva" associato ad un quadro scelto in modo del tutto casuale.

    Al fine di rendere la cosa più interessante, e più commentabile per i timidi, vi prego di non rivelare il vs quadro o racconto ad alcuno, almeno per qualche giorno.

    Iniziamo.

  2. #2
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    Sul treno

    «E’ un paese meraviglioso, non crede?» domandò la signora W. al distinto signore che sedeva nel posto parallelo al suo.
    «Pensi che erano anni che volevo vederlo, lo dicevo sempre a mio marito: “Caro, quando tornerai dobbiamo assolutamente andarci, sono stanca di questo clima instabile e piovoso, con queste montagne che portano solo freddo e neve. Via, via, al sole, al mare! E ho mantenuto la parola, sa? Quand’è tornato abbiamo fatto la richiesta al ministero e grazie alle benemerenze di mio marito abbiamo avuto subito la casa qui! Pensi, gli hanno procurato anche un buon lavoro. Non è fantastico? Valeva la pena sopportare cinque anni di guerra per avere tutto ciò!».
    La tizia continuava garrula a chiacchierare, con evidente imbarazzo del signor D. che la stava pazientemente a sentire, annuendo ogni tanto, più per compiacere la donna che per effettiva convinzione.
    «Certamente ne è valsa la pena, signora cara» rispose, profittando di una pausa di silenzio di lei «E d’altra parte il Führer era stato molto chiaro: lo scandalo non poteva ancora durare, era necessario recuperare lo spazio vitale per permettere alla nostra Patria di sopravvivere, e questo non si poteva fare senza ultimare la lotta contro il bolscevismo. Ora che esso è definitivamente sconfitto si può pensare a costruire un avvenire più luminoso per la Germania».
    Si tolse gli occhiali e li deterse in un pannolino, poi li rimise sul naso mentre la W. tornava alla carica.
    «Oh, questi comunisti, sono sempre stato un problema terribile. Il mio caro marito me lo scriveva sempre da laggiù: “cara, questi selvaggi ci sono ostili, e la cosa più comica è che la maggior parte di loro non ama nemmeno il loro capo, che sta nascosto nella capitale. Nonostante ne fuciliamo centinaia al giorno, ne piombano sempre altri, e ci costringono a ritardare l’avanzata che Von Paulus ha promesso vittoriosa. Ha detto che quando prenderemo Stalin porteremo la sua testa su un piatto d’argento a Berlino come omaggio al Fuhrer, e tutti facciamo del nostro meglio. Povero caro, pensi che per colpa di quelli restò bloccato per più di un anno davanti a quella cittadina insignificante… come si chiamava?»
    «Stalingrado» rispose D. «Ma ora si chiama Von-Paulusburg»
    «Ah, ecco, non me lo ricordo mai… beh, se l’è meritato un simile onore quel maresciallo, dopotutto alla fine ce l’ha fatta e hanno sfondato. Quando la Wehrmacht entrò a Mosca - io l’ho visto al cinegiornale, nello schermo allestito in Alexanderplatz – fu davvero uno spettacolo memorabile, con i russi che gettavano ai piedi di Hitler le bandiere a centinaia. Mia sorella, che fortuna, poté andare di persona ad assistere, suo marito era un alto ufficiale… però mio marito c’era, era assieme ai suoi camerati, e ha ricevuto la croce di ferro di IIa classe dalle mani del Fuhrer! Oh, se ci penso mi emoziono ancora! E quand’è tornato, l’esserci stato in quella battaglia gli ha permesso di essere fra i primi in graduatoria, e finalmente siamo arrivati qui».
    «Fu proprio una bella cerimonia, anche io la seguii da Berlino» convenne il signor D. «anche se ricordo che i miei colleghi alla banca furono più interessati quando vedemmo il filmato dell’impiccagione di Churchill, una volta presa Londra, l’anno dopo. La fine dei russi aveva così impressionato gli inglesi che si erano arresi quasi subito».
    «Non ricordo… sa, a me queste cose cruente non piacciono, mi mettono così di malumore! Ho preferito quando c’è stata l’incoronazione del nuovo re, quell’Edoardo, sa, che s’era dovuto dimettere per via dell’americana. È tanto un bell’uomo lui!»
    «E pensare» soggiunse dopo un breve sospiro «che quando nel ‘40 iniziammo con Parigi, ci sembrava tutto così lontano, sentivamo le parole del Führer e pensavamo che non saremmo mai riusciti a vederle realizzate noi, che solo i nostri figli avrebbero potuto goderne i risultati… e invece eccoci qui, padroni di mezzo mondo, lontani così tante miglia dalla Germania, consapevoli che ancora una volta Egli ci ha guidati alla meta che gli aveva indicato la Provvidenza!»
    «Lontani mille miglia sì, ma pur sempre in Germania!» corresse il signor D. «Non dimentichi che questo è ormai territorio nazionale, come Berlino, come Praga, come Mosca, come Vienna, come Parigi o come Londra. Ne è davvero valsa la pena di fare una guerra per ottenere tutto ciò, non crede?»
    «No», pensò la vedova B., senza alzare gli occhi dal libro «non ne è valsa la pena. Mio marito l’unico spazio che si è conquistato a Stalingrado è stato di due metri per tre sottoterra. Gran bella consolazione avere una casetta qui come vedova di un eroe».
    «Ha la faccia da disfattista. Vestita di nero, una vedova, certamente di un soldato. Sono le più pericolose quelle, non si lasciano fregare facilmente; meglio tenerla d’occhio» soffiò la voce del partito all’orecchio della signorina K., elegantemente vestita di rosso acceso. «Mai abbassare la guardia, mai credere che il nemico sia definitivamente sconfitto. La cricca giudaica che ha originato il bolscevismo ha fatto in tempo prima di morire ad inquinare tutta questa corrotta società, ed estirparne il virus sarà lungo e difficile. Vigilanza, signorina, vigilanza!»
    «Signore e signori, stiamo entrando nella stazione di Nuova Berlino. Benvenuti a Nuova Berlino» annunciò una voce rauca all’interfono.
    «Che bel nome» squittì la signora W. «Lei ricorda come si chiamasse prima?»
    «Mi pare Nuova York» rispose il signor D. «Oh, ma era tanto tempo fa, prima che fucilassimo Roosevelt».

  3. #3
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    Lucia


    Giusto un mese fa stavo portando Nicola al catechismo, stringevo forte la sua mano alla mia mentre attraversavamo la strada e in quel momento lui mi chiese: “Mamma, dov’è papà?”. Subito dopo un cane (nascosto dalla siepe che circondava la proprietà di una casa alle nostre spalle) abbaiò rabbioso e le campane fecero risuonare un lento clangore, a sottolineare lo svolgimento di un funerale.
    Istintivamente sobbalzai – ed eravamo in mezzo alla strada -, non tanto per la scomoda domanda di Nicola, per l’improvviso latrare o perché fossi particolarmente impressionata dal funerale. Mi spaventò la perfetta successione degli eventi: avevo già assistito a quella scena; per meglio dire: me l’ero immaginata proprio così. Questa “coincidenza”, unita a certi altri miei pensieri, non poteva che significare una cosa, il suo ritorno.
    Sì, ho sempre visto certe cose prima degli altri, tutti lo sanno. Un paio di anni fa Maria, forse per sfottere, mi urlò dal balcone di fronte al mio: “Lucia, Lucia, che vedi nel mio futuro?”
    La guardai in modo serioso, poi risposi: “Un pancione, Maria, un gran bel pancione!” e sorrisi, come ad addolcire il tutto. Questo forse le fece credere che scherzassi, tant’è che si mise a ridere a crepapelle, la sfrontata. Tre mesi dopo ebbe un ritardo e scoprì di essere incinta. Peccato che Maria all’epoca avesse solo sedici anni e il padre nel nascituro non fosse del tutto certo. Immaginatevi i suoi genitori. Da allora nessuno mi chiese più informazioni sul futuro, nemmeno per scherzo, forse ero stata scambiata per un uccellaccio del malaugurio.

    “Mamma, dov’è papà?” Il giorno dopo, mentre ero a casa a fare delle pulizie, questa domanda mi ronzava continuamente. Erano mesi che il bimbo non me la poneva. Più o meno dal Natale dell’anno scorso. Le maestre un giorno mi dissero che Nicola di volta in volta descriveva suo padre ad amichetti e maestre stesse con quello che gli frullava in testa al momento. “Muratore”, “Rappresentante”, “Ha 36 anni”, “Ne ha 53”. Questo mi ridusse in lacrime, era chiaro che non sapevo più gestire la situazione.
    Io, alla periodica domanda di Nicola, mi limitavo a farfugliare qualcosa, troncando di netto la questione (come quando mi fa troppe domande su come nascono i bambini) quando insisteva troppo. Una volta gli risposi “Sono io tuo padre”, ma questo sembrò renderlo confuso, più che altro.
    I vicini non fecero mai trapelare nulla al bambino, nessuno qui parla volentieri di Vito. I parenti paterni erano scomparsi dalla vita di Nicola da quando minacciai di chiamare i carabinieri se solo avessero provato ad avvicinarsi. Forse ero stata crudele, me ne rendo conto, ma in quel momento desideravo solamente che il bimbo crescesse senza il pensiero di suo padre a pesargli. Paradossalmente la situazione, man mano che andava avanti, iniziò a pesare su di me. Sentivo di aver amputato un aspetto primario dell’infanzia di Nicola, e certe volte questo pensiero si faceva lancinante.
    Da sotto la porta spuntò una cartolina. Alcuni balordi qualche notte prima avevano distrutto tutte le cassette delle lettere e da allora il postino era costretto a girare per tutto il casermone infilando la posta sotto le porte o sotto i tappeti.
    In quella occasione non sobbalzai, ma rabbrividii. Era tutto come me lo ero immaginato: la cartolina raffigurava una casa di quelle del Sud degli Stati Uniti, ritratta di sera. Dentro, la luce del salotto era accesa. Sognai serate afose, passate rimanendo sdraiata sulla sedia a dondolo senza far nulla, se non salutare i vicini, schiacciare le zanzare e guardare Nicola giocare col cane, un Terranova.
    Girai la cartolina e l’occhio mi cadde sulla firma: Vito. Era davvero uscito, proprio come mi ero immaginata, per qualche motivo dovevano avergli dato uno sconto.
    Il timbro era quello di Udine. Questo mi tranquillizzò: Vito era stato rinchiuso a Padova e questo mi parve palesare la sua intenzione di girare per il Nord coi suoi compari, giusto per mettersi in ulteriori affari sporchi. Forse il suo ritorno era rimandato.

    Ciao Lucia,
    Sono uscito e mi sono sistemato a Udine da un amico. Sono riuscito a trovare qualcosa da fare e mi trovo bene. Ti mando questa cartolina anche se non so se abiti ancora lì perché penso sempre a te e al bambino. Mi raccomando, crescilo bene.
    Vito


    L’istinto fu quello di distruggere la cartolina e infatti stavo già cercando un accendino per bruciarla, quando mi bloccai a pensarci un po’ su. Diedi un’occhiata all’orologio: quasi le undici e mezza. Un’ora dopo avrei cominciato il mio turno al negozio. Nicola invece tornava da scuola verso l’una. Sì, la domanda di Nicola stava per trovare risposta.
    Aprii la porta di camera sua, misi in ordine i suoi libri e la sua collezione di Topolino. Infine, posai la cartolina di suo padre sulla scrivania, in bella vista.
    Chiusi la porta e mi diressi verso il lavello della cucina, a pulire i piatti.

  4. #4
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    Almeno per questa volta


    La pallida luce del giorno invernale senza sole filtrava attraverso le tapparelle ed andava a poggiarsi proprio sul letto, disfatto e disordinato. Kjersti giaceva ancora lì, completamente nuda, quando si svegliò. Guardò l’orologio poggiato sul suo comodino, segnava le 10,26. Il sole era sorto da poco, ma, com’era normale nella stagione invernale, era nascosto da una fitta coltre di nuvole basse, ed illuminava di una luce bluastra lo Holmenkollen di Oslo, dove si trovava la sua casetta tutta in legno. Una fitta pioggerellina bagnava i vetri, e bucherellava con tenace costanza le chiazze di neve ormai vecchia, annerita dal fango e dagli scarichi delle auto, che si trovavano tutt’attorno. Era un inverno strano, non aveva fatto molto freddo ed era anche nevicato poco, mentre era piovuto praticamente di continuo, così come quella mattina.
    Kjersti provò ad alzare la testa, ma le sembrò che le scoppiasse e si distese di nuovo. Sentiva il martellare continuo e l’arsura tipica del giorno dopo certe serate. Sul tavolino, i resti dell’ultima parte della serata, il “nachspill”, la bevuta casalinga al ritorno dai locali: una bottiglia di vodka nella quale era rimasto solo un dito di liquore ed un cartone di succo d’arancia vuoto, rovine della sua rovina. Kjersti cercò di alzarsi, spostò le gambe oltre il bordo del letto e poggiò i piedi a terra, alzando nuovamente la testa. Si passò una mano tra le gambe… l’aveva fatto di nuovo. Eppure se lo era ripromessa tante volte, tante volte aveva giurato che sarebbe stata l’ultima, che non si sarebbe lasciata trascinare dall’ebbrezza per soddisfare un desiderio esaltato dai fumi dell’alcol e dalla temporanea perdita di controllo ed inibizione. Ed invece ci era ricascata un’altra volta, e come tutte le altre, il giorno dopo si malediva per averlo fatto nuovamente, per esserselo portato a casa a fine serata.
    Sentì un rumore provenire dalla cucina, si voltò, ed in quel momento vide la sua giacca su una sedia di fianco al tavolo. Lui era ancora lì in casa. Kjersti tornò immediatamente sul letto e si coprì con le lenzuola, presa da una pudicizia che la notte prima aveva perso, ed ormai inutile.
    L’uomo entrò nella stanza, la guardò e le disse senza sorridere: “Buongiorno”. “Buongiorno”, rispose lei guardandolo. “E’ bello… quanto è bello…”, pensò tra di sé, continuando a guardare la sua corporatura esile, i capelli biondi ancora arruffati, gli occhi di ghiaccio, il naso e le labbra sottili. Per questo non era riuscita a resistergli.
    Lui la risvegliò dalla sua contemplazione con una fredda richiesta: “Mi chiami un taxi per favore? Devo andare a casa”.
    “Certo…” esitò lei, strabuzzando gli occhi come per risvegliarsi dal torpore dell’alcol che ancora le circolava in corpo e dei suoi pensieri. Con uno sforzo raggiunse il cellulare sul comodino, compose il numero e disse: “Buongiorno. Vorrei per cortesia una macchina in Holmendammen Terrasse 16… grazie, buongiorno”.
    “Arriva tra 5 minuti”, gli disse.
    “OK, vado ad aspettarlo fuori”, rispose lui, e si mise la giacca. Si avvicinò alla porta della stanza, che dava sul corridoio, e fece per attraversarla. “Vado, ci vediamo”.
    “Ci vediamo…”, pensò lei… “già. In fondo, Oslo non è New York, e potrà capitare di incrociarci nuovamente da qualche parte”.
    Ma mentre lui stava per uscire lo fermò: “Aspetta un attimo”, gli disse, “mi dici come ti chiami? Non me lo ricordo più, non ricordo neanche se te l’ho chiesto… ci sono tante cose che non ricordo di ieri sera…”
    Lui la guardò per un attimo, accennò un sorriso appena percettibile che sparì in un istante, e le disse senza aggiungere altro: ”Sigurd”. Poi attraversò la porta e la chiuse dietro di sé.
    Kjersti sentì i suoi passi che percorrevano il corridoio fino a raggiungere la porta d’ingresso, la sentì aprirsi e poi richiudersi. Era andato.
    Allungò una mano sul comodino, prese il pacchetto e si accese la prima sigaretta della giornata, tornando a stendersi. E si sentì in qualche modo, stranamente, sollevata.
    Almeno per questa volta, era riuscita a svegliarsi prima che l’ennesimo amore fugace di una notte se ne andasse.
    Almeno per questa volta era riuscita a dargli un volto ed un nome.
    Almeno per questa volta non si trattava di un fantasma anonimo e dai tratti indefiniti, il cui ricordo era irrimediabilmente perduto tra i fumi dell’alcol della notte norvegese.

  5. #5
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    ATTESA

    Sono le sette.
    Mezz’ora
    Devo far passare mezz’ora.
    Chiamo ancora un cliente.
    No
    Sono troppo teso
    Lo chiamo domani
    Non c’è fretta.
    ……………….
    Fumo una sigaretta.
    Dove cazzo ho messo l’accendino…
    Ah. Eccolo.
    ………………
    Tranquillo.
    Va tutto bene.
    ………………
    Una caramella.
    ………………
    C’è odore di fumo.
    Meglio aprire la finestra.
    Una boccata d’aria.
    Schiarisciti le idee.
    E respira
    Chiudi
    Non c’è più puzza
    Benissimo
    …………………
    Sistema le carte
    ……………….
    Che ore sono?
    Sette e dieci
    Venti minuti
    Rilassati
    Certo…
    Rilassarsi…
    E’ un sacco che rinvio
    Da quel giorno
    Non pensarci ora
    …………………..
    Sistema le carte
    ……………..
    Sette e venti

    Passi
    Non viene
    Si allontana
    È ancora presto
    È sempre puntualissima
    Cazzo
    Proprio l’abito blu, oggi
    Ed è andata dal parrucchiere
    Ed ha cambiato profumo
    è bellissima.
    Come sempre
    Non ci pensare
    Non trovare scuse
    Hai deciso
    Non rimandare più
    Oggi o mai più
    …………………
    C’è disordine sulla scrivania
    Sistema le carte
    ……………….
    Ripassa tutto:
    Bussa
    Chiede permesso
    La fai entrare
    Sorridi
    Va verso lo scaffale
    Non fissarla mentre è di spalle
    Non pensare a lei
    Ordina le pratiche
    Chiude lo scaffale
    Poi ti saluta e chiede se può andare
    Anticipala
    E parlale
    Le frasi le sai
    È tutto il giorno che le ripeti
    Un bel timbro di voce
    Sicuro e deciso
    L’importante è il tempismo
    Parlale quando si gira verso di te
    Semplice
    Semplicissimo
    ………………….
    Talmente semplice che non l’hai mai fatto
    Ma oggi è diverso
    Sono pronto
    Pronto e deciso
    È ora di dare una svolta
    Hai aspettato fin troppo
    Hai sofferto fin troppo
    …………………
    Passi
    Ha le scarpe coi tacchi
    Non te n’eri accorto oggi
    Viene verso la porta
    Bussa
    “Posso entrare?
    Normale

    Sii normale

    Come tutti i giorni
    “Entri pure”
    Sorridi e non fare il coglione
    Ecco, bravo.
    Concentrati sul foglio
    Non guardarla
    Non pensare
    Aspetta il rumore dello scaffale
    Ecco l’ha chiuso

    Adesso!

    Miscusisignorina
    Miscusisignorina
    Miscusisignorina
    “Mi scusi signorina”
    “Dica, Dottore”
    Leandrebbedifarmicompagniaperunaperitivo?
    Leandrebbedifarmicompagniaperunaperitivo?
    Leandrebbedifarmicompagniaperunaperitivo?
    ………………………………………………
    ………………………………………………
    “Niente, signorina…Vada pure. Buona serata. A domani”



  6. #6
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    Non ci sono tutti, gli altri a breve, per chi non è stato pubblicato stia tranquillo, i motivi saranno lampanti alla fine.

    A presto...

  7. #7
    Makeru ga, katta
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    Ma possiamo già inserire dei commenti?
    _______________________
    Gli zeri, per valere qualcosa,
    devono stare a destra.

  8. #8
    Super Troll
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    certo che si, marce.

  9. #9
    Makeru ga, katta
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    "Lucia" è veramente un bellissimo racconto, molto toccante. Mi ha colpito il finale ottimista, mi sono quasi commosso....

    "Almeno per questa volta" è, al contrario, velato di pessimismo e tristezza, ma bello.

    "Attesa" è molto originale e divertente.
    _______________________
    Gli zeri, per valere qualcosa,
    devono stare a destra.

  10. #10
    Super Troll
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    io, se il grisd è d'accordo, direi due cose:

    a) gli autori debbono cmq commentare anche il proprio, onde evitare di dare adito a sospetti

    b) ogni affabulatore dovrebbe mandare al grigio (una volta letti tutti i racconti) le proprie idee sugli abbinamenti autore-racconto.

    intanto buon fine settimana...

 

 
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