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  1. #1
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    Predefinito Circolo degli affabulatori -Primo esercizio-

    In questo 3d saranno pubblicati a breve i primi esercizi del circolo

    Intanto un paio di curiosità :

    Il primo a terminare il racconto : Puma

    L'ultimo : ancora non si sa

    Il file più "pesante" : Epixx 25 Kb

    Il più "leggero" : Puma 13 Kb

    Maggior numero di parole : Dreyer 4846

    Il più ansioso : Durrutibus

    La più ansiosa : Ex aequo isa ed epixx



    Stay tuned....

  2. #2
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    Predefinito

    Su questo 3d troveranno posto, oltre agli elaborati, le eventuali discussioni e le revisioni, se vi va bene...

    Intanto posto i primi dato che ormai a qualcuno stava per venire una sincope

    Per gli altri resto in attesa ...

  3. #3
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    Predefinito Dreyer - L'ultimo anno - (Attrazione, Palafitta, Senile)

    L’ultimo anno

    «Signorina, mi può ripetere cosa ho detto?»
    La sua stessa voce gli risuonò fredda nelle orecchie, mentre si ascoltava a domandare a lei di ripetere le ultime parole della lezione di storia che stava tenendo.
    La ragazzetta, colta di sorpresa- stava, ovviamente, scrivendo altro sul diario dell’amichetta- rimase in silenzio, muovendo attorno gli occhi a chiedere un suggerimento da qualche parte. Poi borbottò qualche parola evasiva, mentre lo sguardo di Lui era fisso sopra di lei e sul suo viso appesantito da un trucco decisamente inadatto alla giovane età.
    Come al solito è distratta, pensò Lui. Maledetta. Era l’unica alunna di quella nuova IV ginnasio di cui gli importasse qualcosa, per cui provava un insieme di disprezzo per la sua stupidità e di attrazione per i suoi modi di fare così leggeri, così in contrasto coi suoi, grevi e professionali.
    L’attrazione singolare, anomala, mai provata per lei era l’unico motivo che lo spingeva a sorvegliarla, a stuzzicarla persino. Sapeva benissimo che educarla era un’impresa titanica e che sicuramente non ci sarebbe riuscito con la storia, una cosa che nel vuoto della mente di lei proprio non voleva entrare. Ma Lui provava lo stesso, quasi in sfida con se stesso, sperando di riuscire a darle almeno un voto decente che gli permettesse di promuoverla nella classe successiva, per non vederla più, allontanarne lo spettro, e soprattutto la fisicità.
    Invece niente, erano alla fine del terzo trimestre e lei era ancora stupida come prima, non aveva imparato nulla. Nulla. Come se non si fosse accorta che Lui spiegava ogni cosa come se ci fosse in aula solo lei.
    «Palafitte, signorina, palafitte!» sbottò allora, irato. «Stiamo parlando di palafitte! Dopo un anno intero, possibile che non le sia entrato in zucca? Lo sa almeno cosa diamine è una palafitta, signorina? Eh certo che no, lo si vede dal suo sguardo ebete che non ne ha la minima idea; nelle riviste per ragazzine lobotomizzate di cui lei è assidua lettrice (non lo neghi, abbia almeno il pudore) non se ne parla di certo. Una palafitta è una casa di legno costruita sopra le acque con dei pali- la sente la parola “palo” nella “palafitta”?- per evitare l’umidità, una grande invenzione fatta da uomini primitivi, ma che tanto primitivi non erano se li confrontiamo col livello suo e dei suoi compagni, non crede?»
    Godeva a farla sentire inferiore, a trattarla così, rimarcando le distanza, illudendosi di suscitare in lei un sentimento forte almeno come l’odio, se non poteva riceverne l’amore.
    Ma lei emise solamente una specie di risolino, come incerta se l’ultima frase fosse offensiva o lusinghiera, e Lui cercò di pensare a Giobbe, Ghandi e a tutti le cose più pazienti e pacifiche che gli venivano in mente per evitare di alzarsi e pigliarla a ceffoni, cosa che gli avrebbe indubbiamente provocato un enorme sollievo ma anche conseguenze disciplinari spiacevoli. Bei tempi l’Inghilterra vittoriana quando l’alleato più prezioso del maestro era la bacchetta, gli suggerì un diavoletto mentre con la mano destra Lui polverizzava un gessetto che teneva in mano, e che sostituiva poco egregiamente il collo di lei.
    La campana Lo salvò da un probabile attacco di cuore, visto il colore sempre più rosso del suo viso, e salvò anche la ragazzina.
    «Maledetta» sibilò al suo indirizzo quando, pochi minuti dopo, nel bagno lavava il gesso dalle mani. Si guardò allo specchio, il suo viso era tornato di un colore accettabile.
    «Per fortuna siamo solo alla fine di quest’anno… me ne manca solo uno, poi finalmente vado in pensione e mando affanculo tutto.. affanculo, sì… se ci arrivo all’anno prossimo…».
    Gli tornarono alla mente le parole di ieri pomeriggio, del suo medico. «E’ demenza senile, caro il mio professore. Tutte quelle dimenticanze che mi ha riferito non mi lasciano dubbi, e questa è anche l’opinione del mio collega. Del resto, alla sua età un principio di demenza senile è normale. Finisca pure la sua carriera e poi vada a Pietra Ligure, con un’infermiera: senza stress guadagnerà anni di lucidità».
    «L’anno prossimo è l’ultimo… e allora non la vedo più. Lei passa in V ginnasio, e le V le prende Borghini… proverà lui a fare entrare qualcosa in quella scema…».
    Si fermò di colpo, sorpreso. Realizzava compiutamente solo ora che l’anno prossimo non l’avrebbe più rivista. Un altro l’avrebbe avuta davanti, lei, coi suoi capelli morbidi, la sua aria distratta, la sua pelle che s’imperlava graziosamente alla calura estiva. La sua immagine gli passò dinanzi agli occhi, più invitante che mai.
    Era il suo ultimo anno, il prossimo… no, non senza di lei.
    Entrò in sala professori, sedette assieme ai suoi colleghi. E quando il preside arrivò al nome di lei, Lui strinse i pugni e dischiuse leggermente alle labbra in un impercettibile sorriso, mentre pronunciava un’unica, decisiva parola: «Rimandata!».

  4. #4
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    Predefinito Durrutibus-SINDROME DA FOGLIO BIANCO ovvero UN RACCONTO SADOMASO-

    SINDROME DA FOGLIO BIANCO ovvero UN RACCONTO SADOMASO (Branda, Tenda, Orizzonte)


    È’ un gioco al massacro. Chiaramente. Di sicuro non c’è nessun vantaggio a scrivere un racconto o una qualsivoglia composizione specie qui su Pol .Oltretutto uno Scott Fitzgerald un Joseph Roth un Hemingway non è che nascan tutti i giorni e di sicuro il fatto che in comune con loro ho il fatto che mi ubriaco spesso e soprattutto volentieri non è che mi sia di così grande aiuto. Magari un poco si. Anzi. Vedo di farmi un paio di bicchierini di grappa d’Amarone. E pensandoci bene in questo preciso istante cominciano le differenze tra me e loro: uno scrittore serio si ubriaca di whisky, di rhum o gin… infatti di scrittori amanti della grappa all’amarone non ne ho mai sentito parlare. E poi uno pseudo corso di scrittura creativa… tenuto dal Grigio. Bah. Corso di scrittura creativa. La cosa migliore che ti può capitare è imparare a scrivere come Baricco e a sto punto è meglio per tutti che lasci il foglio bianco.
    Appunto.(punto) Il foglio bianco. La prima cosa da fare è superare la sindrome da foglio bianco… Superare la sindrome da foglio bianco…..superare…la sindrome…da foglio bianco…. Mmmh . la prima cosa che mi viene in mente è scrivere su Excel colorando le cellette… ehehehe….spettacolo! Magari un brutto racconto migliora se scritto su un bel foglio verde speranza. Già. la speranza di arrivare a 3000 (tremila) caratteri. Lo scrivo anche in lettere che così recupero ben 7 (sette) caratteri, o 9 (nove) se conto anche le parentesi…e già che ci sono potrei contare e riaggiornare il numero dei caratteri scritti continuamente. Ecco. Potrei fare così: ogni tanto scrivere: “ora sono a 1155 (millecentocinquantacinque) caratteri” e avanti così… fino alla fatidica soglia dei 3000 (tremila) Alla facciaccia tua maledetto grigiastro. Tua e delle tue fottutssime idee del c. e pur perdendo quattro caratteri mi autocensuro. Perché sono un signore. Io. Non come te: branda tenda ed orizzonte. Che parole del cazzo che hai scelto, brutto bastardo. E che si fotta l’autocensura di cui sopra. Lo so che l’hai fatto apposta. So qual è il tuo obiettivo: mettermi in difficoltà. Diciamocelo chiaramente: sia io che te sappiamo perfettamente che è impossibile scrivere cose decenti utilizzando le parole da te scelte: basta leggere sul vocabolario di Virgilio, e mi limito alla prima parola:brànda: brànda :s. f., specie di letto pieghevole, con tela o rete metallica fissata su due lunghe aste di ferro, usato di militari e campeggiatori. Aggiungiamoci pure tenda ed orizzonte dove si può andare a parare? Militari e campeggiatori …. Campeggiatori e militari. Vorrei sapere che ti aspetti. Che scriva un racconto romantico? due cuori su una branda in una tenda a rimirar l’orizzonte? No. Non esiste. S’en parla gnacc. Non ci siamo proprio. Entiendes? Odio il campeggio; e con branda tenda ed orizzonte di cos’altro posso parlare? Di un sadico tenente americano di orizzonti limitati che sevizia giovini squaw su brandine militari da campo? Devo ammettere che accettando di partecipare a questo esperimento mi sono fregato colle mie mani e sono cascato come un pollastro nella tua trappola. In ogni caso barcollo ma non mollo. Lo giuro. Non l’avrai vinta. Lacrime sudore e sangue, ma avrai i tuoi sporchi 3000 (tremila) caratteri e le tue fottute brande o brandine, la tua tenda, canadese o indiana a scelta e i tuoi orizzonti di gloria. Tua gloria e mio sputtanamento. Ma nessun foglio bianco a mo’ di bandiera bianca. Questo mai.
    Ad ogni modo basta seghe mentali. Cominciamo a scrivere il dannato racconto.
    “C’era una volta una giovine squaw che viveva in una tenda in mezzo alla prateria. Era molto bella e di animo romantico, infatti amava raccoglier fiori e fermarsi a contemplare l’orizzonte, ma un giorno un sadico tenente dell’esercito americano la rapì, la portò nel suo accampamento e, dopo averla spogliata, la legò ad una branda da campo…” sono a 282 lettere (duecentottantadue) e son tentato di utilizzare le restanti 2718 (duemilasettecentodiciotto) per soli insulti all’infame inventore di questo gioco al massacro.

  5. #5
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    Predefinito Epixx - Inattesa - (Cataclisma, Telefono, Solitudine)

    Inattesa

    Il telefono pubblico si trova di fronte alla porta del bagno, dietro una sponda di legno da cui pendono innaturalmente foglie d’edera sintetica e l’elenco degli abbonati.
    Un ragazzo entra nel bagno mentre attendo di poter fare la telefonata che metterà fine alla solitudine forzata di G..
    Sorseggio una birra, il boccale appeso alle dita come un’appendice del corpo e una valigia di cuoio accanto ai piedi.
    Il telefono è occupato da una donna asiatica di mezza età, e nonostante io non riesca ad immaginare una sola ragione per cui una cinese in menopausa dovrebbe utilizzare un telefono pubblico di domenica sera in un bar di questo tipo, lei rimane lì, a sottolineare con i suoi squittii lo stillicidio dell’attesa.
    Penso a G., deve sentirsi terribilmente sola, la immagino che piange con la faccia schiacciata sul cuscino, rabbiosa e disperata, che perde ogni speranza lentamente, fino ad addormentarsi in silenzio.
    Il ragazzo esce dal bagno e mi guarda con aria interrogativa.
    “Dibiasi? Ossignore che fine avevi fatto?”.
    Era Fabrizio, detto Cataclisma.
    Avevamo lavorato insieme al policlinico di Verona, nei primi anni novanta. Fabrizio era infermiere e il titolo di Cataclisma l’aveva guadagnato sul campo.
    Cataclisma, dal greco katalismos (e katalizein, inondare) come clisma, che in gergo medico è il clistere.
    Forse le infermiere di reparto ricordavano ancora le scene epiche, quando Cataclisma arrivava e raccontava nei dettagli le lotte con i blocchi intestinali.
    Sembrava un comandante che torni vittorioso dalla guerra e ne ripercorra episodi salienti e scontri decisivi, a beneficio di un pubblico che in questo caso veniva scosso più che da singhiozzi d’emozione, da risate irrefrenabili che portavano qualcuno alle lacrime (o a dover chiedere una cambio di biancheria).
    Fabrizio era uno dei ragazzi a cui mi ero affezionato di più, forse perché non era possibile distinguere alcuna differenza tra l’ubriaco che girava per osterie e quello che si alzava al mattino alle cinque per imparare a fare l’infermiere: in entrambi i casi Cataclisma finiva con l’intrattenere ora gli avventori dei bar, ora i vecchi in attesa del giro di visite.
    Ci scambiamo un abbraccio da uomini adulti, con pacche sulle spalle e tutto il resto.
    “Che fine ho fatto? Me ne sono andato per studiare e son finito a fare tutt’altro, tu?”
    A fare tutt’altro. Penso a G. e al suo temperamento deciso e orgoglioso, gli occhi fieri dietro alle lacrime e il suo silenzio doloroso e sprezzante. Quante volte avrei voluto consolarla ma senza tuttavia avere mai il coraggio di farlo.
    La cinese al telefono nel frattempo ha terminato la sua conversazione in falsetto, ma un anziano prete è apparso e con aria circospetta si è messo all’apparecchio, ha composto il numero e ha iniziato a parlare con qualcuno.
    Gli riservo uno sguardo risentito.
    “Io sto ancora all’ospedale, oramai non me ne vado più, anche perché non saprei dove andare. Ho solo il lavoro, non ho altro”.
    “E’ sempre come un tempo? Confusione ad ogni ora del giorno e della notte, pettegolezzi, gente che va e viene?”.
    “Si è sempre lo stesso, solo che io sono sempre più stanco. Il buffone s’è stancato di far ridere, o meglio, s’è ammalato di compassione e miseria, e ha perso il dono. Ma tu che fai? Stai partendo?” chiede osservando la piccola valigia che non perdo mai d’occhio e che staziona accanto alle mie scarpe, come un cane fedele e pigro.
    “Devi telefonare? Posso prestarti il mio cellulare” dice Fabrizio infilando la mano in tasca ed estraendo un parallelepipedo grigio metallizzato.
    G. aspetta questa telefonata più di ogni altra cosa, e ha pianto abbastanza.
    “Grazie”
    Compongo il numero e attendo uno, riattacco.
    Compongo il numero e attendo uno, due, tre.
    “Pronto”.
    “Ho i soldi, lasciatela andare”.

  6. #6
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    Predefinito Fenris - Va tutto bene, sorella - (Giallo, Corridoio, Scatola)

    Va tutto bene, sorella


    >Cara Emilia,
    >rispondo alla tua mail ancora una volta, per dirti ancora una volta che questa tua paura sta >diventando un'ossessione dalla quale farai bene a liberarti.
    >Non vivi all'interno di un romanzo giallo, tuo marito non ti odia, non vuole ucciderti, non sta
    >tramando alle tue spalle... vive solo un brutto momento sul lavoro, tutto qua, è stressato,
    >e per questo è così brusco e scontroso. Non prendere alla lettere certe frasi che dice,
    >nei momenti di rabbia si dicono cose che non si pensano, si usano espressioni forti, ma
    >sono parole che non significano ciò che sembrano.
    >La pistola che hai trovato in quella scatola dentro il suo
    >armadio in effetti è una stranezza, ma non spaventarti, avrà un motivo,
    >perché non gliene parli e non gli chiedi perché se
    >l'è procurata invece di tormentarti così? Non puoi continuare a vivere in questo modo, non puoi
    >lasciarlo senza motivo... non è che io non voglia ospitarti, come mi hai chiesto, ma credo che
    >tu stia commettendo un errore, che tu stia creandoti un'ossessione dal nulla. Ti prego, parla con
    >tuo marito e cerca di chiarire le cose. Io per qualsiasi cosa sono a tua disposizione e ti sono vicina.
    >
    >Ti abbraccio,
    >tua sorella Letizia.

    Cara Letizia,

    ho letto e riletto la tua mail molte volte. Non mi sento ancora tranquilla, anche se tu sembri voler razionalizzare tutto per forza, ma forse hai ragione tu, non posso continuare a vivere così. Gli unici momenti in cui mi sono sentita sicura negli ultimi tempi sono quelli in cui ero da sola in casa, chiusa in questa stanza. Ma quando sento la porta di casa che si apre e sento i suoi passi che percorrono il corridoio, cresce in me il terrore, ho sempre paura che arrivi fino in fondo ed apra questa porta. Poi invece di solito va in sala, ed allora vado io a salutarlo, cercando di dissimulare... ma non posso continuare così, hai ragione tu. Anzi, probabilmente hai ragione su tutta la linea, mio marito è una persona buona e non mi farebbe mai del male. E' vero che sta passando un brutto momento, ed io, invece che stargli vicina, ho paura di lui... mi sento tanto in colpa... Ho deciso: stasera quando tornerà lo saluterò con un abbraccio, e poi, con la massima calma, gli chiederò di quella pistola. Sono sicura che avrà una spiegazione valida da darmi. Mi sento un po' sollevata...

    Ah, ho sentito la porta che si apre, sta rientrando proprio in questo momento! Sento i suoi passi lungo il corridoio, sembra proprio che stia venendo qui stavolta. Non dovrò neanche raggiungerlo in sala, gli butterò le braccia al collo appena aprirà questa porta. Voglio ricominciare con lui, basta con questa pauwert415tyj

    ...............


    "Are you sure you want to delete an unsent message?"

    YES NO

    Yes
    Start
    Spegni computer
    Spegni
    Arresto di Windows in corso...

    Clic

  7. #7
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    Predefinito Isabella - In cammino - (Erba, Travaglio, Saluto)

    In cammino

    Ebbene sì, l’aveva fatto davvero. Non era stato nemmeno difficile, aveva solo dovuto infilare una porta di cristallo ed uscire nel sole, perché non ci aveva pensato prima? Forse per quella mancanza di nerbo e carattere che le avevano da sempre tarpato le ali, impedendole di vivere una vita degna di questo nome. Il mondo di ovatta in cui aveva vissuto fino ad oggi in fondo le aveva fatto comodo, per tutti gli anni vissuti senza mai dover pensare a nulla, decidere nulla, assumersi la responsabilità di nulla, nessun suono e nessun colore ad interrompere quella lunga e silenziosa distesa di grigio. Fino a quella scappatella, un dispetto, naturalmente con l’uomo sbagliato, come avrebbe potuto essere altrimenti? E adesso era fuori, sola, inerme, indifesa forse per la prima volta in vita sua. Indecisa e terrorizzata di fronte alle mille strade da percorrere, che si trattasse di strisce d’asfalto o vite da vivere.
    L’odore d’erba appena tagliata nei curatissimi giardini della nuova clinica super costosa, pagata dal suo adorato - quanto sarcasmo in una parola – ed efficiente paparino, era il profumo più inebriante che le fosse capitato di sentire da mesi. Davvero un bel passo avanti rispetto all’asettico odore della sua nuova gabbia, lussuosa e senza serrature...un profumo che le diede un’immediata scossa di vita, come il risveglio da un sogno…o da un incubo, pensò disgustata scuotendo la testa.
    Aveva preso una decisione improvvisa e si era diretta verso i campi incolti che circondavano la zona, giù, verso il mare. Ad un certo punto si era voltata, immobile in un saluto silenzioso a quella che era stata la sua vita, sospesa in un eterno attimo di ripensamento e timore. Quante ore erano trascorse dall’ultimo colloquio con suo padre, quel dialogo spezzato dai troppi rancori mai sopiti, dalle troppe incomprensioni, dal viso dolce di sua madre sempre fra loro, ad eterno ricordo e monito? Non lo ricordava. Sua madre…la sua bella mamma, un’altra vita spezzata, un’altra anima distrutta dall’odio. Fra loro quell’ultima parola, addio, il saluto a chiusura di tante liti che aveva da sempre il potere di piegare letteralmente suo padre dal gran ridere, una grassa, sprezzante risata rotta solo da una tosse convulsa, che lei con impotenza e cattiveria sperava l’avrebbe portato alla tomba quanto prima. Pensava davvero di esserle indispensabile? Ebbene, avrebbe visto. Questa volta gli avrebbe ricacciato quella risata in gola. E stramaledizione, non doveva piangere, perché accidenti stava piangendo?. Pulì via le lacrime con un gesto rabbioso della mano.
    Camminava da ore senza meta fra l’erba alta, verde luminoso negli occhi e intorno a lei, tocco lieve ad accarezzare la pelle, fruscio nel venticello estivo e nei pensieri confusi, nelle orecchie a coprire l’angoscia di quell’ultima lite furibonda. E nel suo vagare, fisico e mentale, cercava di ricordare l’ultima volta che davvero aveva avuto un dialogo con lui che non fosse fatto di monosillabi inerti o parole al vetriolo. Solo ricordi confusi di un’infanzia ignara, fili d’erba mai annodati, visioni di una vita forse solo immaginaria, mai davvero vissuta. Chissà, forse in un’altra esistenza era stata una bambina felice e innocente…un sorriso amaro, quasi un ghigno le storse le linee precocemente indurite del volto. Che triste travaglio la sua vita, quanti sogni infranti in quel luogo fatto di solitudine e vuoto, arido deserto, che l’agio e il denaro non erano mai riusciti a colmare. Alla parola travaglio non potè fare a meno di associare quel movimento brusco nel suo ventre, una capriola e un tonfo sordo che immancabilmente ghermivano il suo cuore in un ansito d’amore puro, il suo bambino…forse il riscatto di una vita intera. Si sfiorò la pancia con le mani, incrociò le braccia quasi a proteggere quella creaturina ignara e pensò che le sarebbe piaciuto farla venire al mondò lì, da sola, fra le morbide coltri d’erba ora arrossate dal cielo in fiamme, con il vento tiepido e salato a sussurrare rassicurante come unico compagno. Guardò giù, nel mare dorato al tramonto, immenso e ondeggiante, terra e acqua fuse assieme e spalancò le braccia, il naso levato ad annusare l’aria, il corpo scosso da una risata liberatoria e cominciò a girare su se stessa, vorticando sempre più, le braccia aperte ad abbracciare il mondo e il cuore lieve come non mai, in un nuovo saluto alla vita.

  8. #8
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    Predefinito Marcejap - Perfectlove.com - (Sòle, Cuore, Amore)

    Titolo: Perfectlove.com


    Tic tic tic
    “Mah, a me me pare ‘na sòla”
    Enrico lo guardò storto, ma continuò ad inserire dati sul computer.
    “E come hai detto che si chiama 'sto sito?”
    “Perfectlove.com”
    Mario non capiva, ma continuò a guardarlo mentre digitava e cliccava col mouse. Poi indicò una foto sul pc.
    “Questa chi è?”
    “Vediamo un po’ il profilo” click “Dice che si chiama Helen e viene dal Sudafrica. Cerca l’anima gemella, gli piace il rock, ballare, bla bla bla. Dalla foto sembra carina, eh?”
    Mario se ne restò in silenzio per un momento, poi gli chiese: “Ma non avevi la ragazza tu?”
    “E che c’entra, è per… curiosità, ecco. Tanto non penso che ci sia gente che risponde a questi annunci”
    “E se magari è uno? Potrebbe voler prendere in giro chi si iscrive a questo sito e si finge una donna. Una sòla, appunto”
    “Perché te pensi che io risponda? Naaa, lo faccio per divertirmi, no?”
    “Mmh.. vabbè, senti, io vado. Ci vediamo domani, ok? Ciao Enry”
    “Ciao Marione, a domani”


    Ritrovò Giuseppe al club tennistico; erano passati anni da l’ultima volta che si erano visti, e fu una bella sorpresa per entrambi rivedersi proprio lì e scoprire che giocavano a tennis da anni nello stesso posto senza saperlo. Così decisero di andare a prendere qualcosa al bar e parlare dei vecchi compagni dell’uni chiamandoli per soprannome, come si fa tra amici: marce, durru, flora, enry…
    “Con Enry ci sentiamo via mail, di tanto in tanto. Vive in Spagna ora, a Barcellona. E’ pure diventato tifoso degli azul-grana, pensa te”
    “In Spagna? Mica lo sapevo, sono anni che non lo vedo più. Quando ci si è trasferito?”
    “Ha lasciato New York da quasi un anno, era già da un paio che ci stava, e …”
    “Aspè, aspè; hai detto New York?”
    “Ma non sai neanche che era andato a vivere in America?”
    La faccia di Mario era l’espressione stessa dello stupore “No, per niente.”
    “E che aveva lasciato la Sonia?”
    Mario posò il bicchiere sul bancone del bar “Ma non dovevano sposarsi?”
    “Proprio così. Ascolta, ora ti dico: tre mesi prima delle nozze la molla e va a vivere in America con una biondona russa, una stangona che non finisce più ”
    Un tic tic tic risuonò nella testa di Mario.
    “Beh, è andato laggiù e nessuno sa che vita faccia, ma la storia con la russa dev’essere finita perché mi ha scritto che sta con una spagnola. Un vero rubacuori cosmopolita”
    Mario era totalmente scioccato. Bevve un sorso dal bicchiere, poi chiese: “E la Sonia? Non deve averla presa bene, poverina”
    “No, mi hanno detto che ebbe una forte crisi, ma si è ripresa; s’è sposata un anno fa, la Clara l’ha sentita e dice che adesso è incinta. Certo nessuno si aspettava questo cambiamento di Enry. Sembrava così tranquillo, tutto casa e chiesa, ed invece molla tutto e tutti e parte con la russa. Chissà in quale locale l’ha conosciuta”.
    Non in un locale, pensò Mario. Su un sito web. E chissà, magari avrebbe potuto darci un’occhiata pure lui; anche solo per curiosità…

  9. #9
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    Predefinito Il_Grigio - Il castello sopra le nuvole - (Nuvola, Rosso, Forbice)

    Il castello sopra le nuvole


    -Raccontami una storia....
    La testa era reclinata pesantemente sul petto, un filo di bava colava, lento, dal labbro semiaperto fin sopra la maglia a righe verdi ed arancioni sotto il cappotto lurido – una storia, che storia? -, mi guardava con un occhio reso lattiginoso dalla cataratta, respirando in modo irregolare, come fanno a volte i bambini molto piccoli – non conosco storie -
    Tra le labbra appena dischiuse il fiato si condensava tra i peli della barba sporca – raccontami una nuvola – mi chiese -sono anni che non vedo una nuvola – queste ultime parole uscirono a fatica, come in un rantolo....
    -Neppure io le vedo più, vecchio, chi guarda più il cielo ormai....? Non guardo più il cielo da anni, tutto quello che vedo sono cappotti, valigette e facce....- però, ricordavo i giorni in cui ancora guardavo le nuvole, il tempo in cui cercavo tra mille volute bianche e sfilacciate, i sogni da ragazzino che inseguivo di notte.
    Stava li, poggiato su un fianco con quel buco aperto che lasciava vedere un groviglio rosso di carne e sangue, era letteralmente immerso nel suo stesso sangue, non pensavo che quel povero arnese di un vecchio potesse averne tanto in corpo.
    Mi guardava in attesa – Una volta vidi una nuvola che somigliava ad un castello – cominciai a raccontare, quasi a me stesso – grande e grosso e con le torri merlate - non dava segno di avermi sentito, mano a mano che il sangue fuoriusciva dal suo corpo anche il suo respiro sembrava fluire da lui, sempre più esile, come prima di addormentarsi – era in alto sulla mia testa, ed io immaginavo di arrampicarmi sulla cima di un albero e saltarci su - solo la palpebra su quell'occhio cieco che sembrava fisso su di me pareva muoversi ora, un tremolio irregolare.
    Poi un alito leggero – Anche io ho visto quella nuvola - mi avvicinai per ascoltarne la voce molto flebile – la mattina che decisi di partire dalla fattoria dei miei- si aggrappava a me, cercando di afferrarmi la mano, la voce ora carica del peso dei ricordi – la stessa...nuvola....- gli presi la mano, sentivo forte il puzzo di alcool e sudore rancido che emanava da lui assieme all'altro odore, metallico, del suo sangue raccolto ormai attorno ai miei piedi e sul mio impermeabile sgualcito. Un paio di forbici rugginose da sarta erano gettate accanto alla ferita che ne deturpava il fianco, chissà per cosa, questo misero avanzo d'uomo, stava perdendo la vita?
    -Stai tranquillo vecchio – la sua mano mi stringeva con delicatezza – ho chiamato gente, arriveranno subito- .
    -Sono venuto qui inseguendo il mio castello sulle nuvole- un sorriso stanco – sono finito a dormire per strada senza un tetto sulla testa – . Non sapevo cosa dire, restavo li a stringere quella mano sottile e nodosa mentre mi consumavo nel dolore riflesso di quel vecchio morente; poi l'ombra di un sorriso sarcastico sulle labbra appena dischiuse, il sorriso di chi, alla fine, ha capito il grande scherzo dietro a tutto questo gran casino.
    Mentre mi alzavo per far passare i barellieri uno di loro mi ha chiesto – Lo conosceva?- ; continuavo a pensarci anche uscendo dal vicolo buio mentre i pochi curiosi si scansavano per non venire macchiati dal mio impermeabile.
    - Raccontami un storia- mi aveva chiesto, non lo conoscevo, no; ma una volta, tanti anni fa, abbiamo guardato la stessa nuvola.

  10. #10
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    Predefinito Puma - Una vita in bilico - (Sedia, Ragazzo, Insonnia)

    Titolo: Una vita in bilico

    Mat fissava il soffitto, dondolandosi ripetutamente su quella sedia di paglia fatta da suo nonno, non si dava pace e con gli occhi divorava le pareti ed i mobili, ed in una furia assassina anche la luce soave della lampada.
    Si domandava ripetutamente da due anni perchè mai gli fosse venuto in testa di andare ad abitare in quella vecchia casa, forse il rimorso di non aver speso troppo tempo con il suo vecchio, forse, tutte le cose che avrebbe voluto dirgli erano morte con lui, o erano vive ancora nel suo ricordo.
    Questo Mat non lo sapeva, era partito senza preavviso, nemmeno per lui.
    Si era diretto nel Connecticut, dopo che il suo anziano amico era sparito, per seguire le sue orme, senza neanche un po’ di grana in tasca.
    Aveva attraversato strade deserte, dormito sotto intemperie; era cresciuto truffando qualche benzinaio e rubando hamburger in qualche bar: sapeva distinguere il bene dal male, e quello non era male.
    Cercare di sopravvivere nella giungla della popolazione umana è più che giustificabile.
    Così, complice l'insonnia, ogni notte, quel ragazzo instancabile, si sedeva e pensava. Com'è amara la vita...
    Pensava ai suoi genitori, umili ed onesti contadini, pensava a sua sorella, troppo indifesa per star da sola, pensava ai vicini che l'avevano visto crescere, pensava a tutta quella gente che stava sicuramente in pena, anche dopo aver letto il biglietto di addio lasciato quella fatidica notte.
    La vita è crudele se non nasci dalla parte giusta, ti impaurisce, ti solleva, ti manovra o ti paralizza. Lui, però, era stato più audace di molti altri uomini, si diceva in cuor suo, anche quando gli scese una lacrima, ripensando ai sorrisi di tutti i suoi cari.
    La vita si prende gioco degli uomini innocenti, crudeli, onesti, assassini, fedeli, disperati, ricchi e viziosi.
    Si dondolava senza freno su quel vecchio cimelio, assieme alle riflessioni nella sua mente: in bilico come un acrobata stanco.
    Pensava agli uomini, vecchi e sazi della vita, che dopo interminabili esperienze cedono.
    Poi, la sedia si spezzò. Mat aveva capito.

 

 
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