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Discussione: Reazionari!

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    Predefinito Reazionari!

    L’esistenza del vero reazionario di solito scandalizza il progressista.

    La sua presenza in qualche modo lo disturba. Di fronte all’atteggiamento reazionario il progressista prova un leggero disprezzo, accompagnato da sorpresa e da inquietudine.

    Per placare i propri timori, il progressista è solito interpretare questo atteggiamento inopportuno e urtante come travestimento d’interessi o come sintomo di stoltezza; ma soltanto il giornalista, il politico e lo stupido non si turbano, segretamente, di fronte alla tenacia con cui le più elevate intelligenze d’Occidente, da centocinquant’anni, accumulano obiezioni contro il mondo moderno. Infatti, un disprezzo di compiacenza non sembra la risposta adeguata a un atteggiamento nel quale un Goethe si può affratellare a un Dostoievski.

    Ma se tutte le tesi del reazionario sorprendono il progressista, la semplice posizione reazionaria lo sconcerta. Gli sembra una posizione stravagante che il reazionario protesti contro la società progressista, la giudichi e la condanni, ma che si rassegni al suo attuale monopolio della storia.

    Il progressista radicale, da un canto, non comprende come il reazionario condanni un fatto che ammette, e il progressista liberale, dall’altro, non capisce come ammetta un fatto che condanna. Il primo pretende che rinunci a condannare se riconosce che il fatto è necessario, e il secondo che non si limiti a rinunciare se confessa che il fatto è riprovevole. Quegli pretende da lui che si arrenda, questi che agisca. Entrambi condannano la sua passiva adesione alla sconfitta.

    Infatti, il progressista radicale e il progressista liberale rimproverano il reazionario in modo diverso, perché l’uno sostiene che la necessità è ragione, mentre l’altro afferma che la ragione è libertà.

    Una diversa visione della storia condiziona le loro critiche.

    Per il progressista radicale necessità e ragione sono sinonimi: la ragione è la sostanza della necessità e la necessità il processo nel quale la ragione si realizza. Entrambe costituiscono un unico torrente di esistenze.

    La storia del progressista radicale non è la somma di quanto è semplicemente accaduto, ma un’epifania della ragione. Anche quando insegna che il conflitto è il meccanismo vettore della storia, ogni superamento risulta da un atto necessario, e la serie discontinua degli atti è il sentiero tracciato dai passi della ragione inevitabile avanzando sulla carne vinta.

    Il progressista radicale accetta solo l’idea cauzionata della storia, perché il profilo della necessità rivela i tratti della ragione nascente. Dal corso stesso della storia emerge la norma ideale che lo corona.

    Convinto della razionalità della storia, il progressista radicale si assegna il compito di collaborare al suo successo. Il fondamento dell’imperativo etico sta, per lui, nella nostra possibilità di spingere la storia verso i suoi fini specifici. Il progressista radicale si piega sul fatto imminente per favorire la sua realizzazione, perché, agendo nel senso della storia, la ragione individuale coincide con la ragione del mondo.

    Per il progressista radicale, quindi, condannare la storia non è soltanto un’impresa vana, ma anche un’impresa stolta. Impresa vana, perché la storia è necessità; impresa stolta, perché la storia è ragione.

    Invece il progressista liberale si pone in una semplice contingenza. Per lui la libertà è sostanza della ragione e la storia è il processo in cui l’uomo realizza la sua libertà.

    La storia del progressista liberale non è un processo necessario, ma l’ascesa della libertà umana verso il pieno possesso di sé stessa. L’uomo forgia la propria storia imponendo alla natura le decisioni della propria libera volontà.

    Se l’odio e l’avidità trascinano l’uomo in labirinti sanguinosi, la lotta si realizza fra libertà pervertite e libertà rette. La necessità è semplicemente il peso opaco della nostra personale inerzia, e il progressista liberale pensa che la buona volontà possa riscattare l’uomo, in qualunque momento, dalle servitù che lo opprimono.

    Il progressista liberale pretende che la storia si comporti in conformità con quanto postula la sua ragione, dal momento che la crea la libertà; e, siccome la sua libertà genera anche le cause che vieta, nessun fatto può aver la meglio sul diritto istituito dalla libertà.

    Nell’atto rivoluzionario si condensa l’imperativo etico del progressista liberale, perché spezzare quanto l’ostacola è l’atto essenziale della libertà che si realizza. La storia è una materia inerte lavorata da una volontà sovrana.

    Per il progressista liberale, dunque, rassegnarsi alla storia è un atteggiamento immorale e stolto. Stolto, perché la storia è libertà; immorale, perché la libertà è la nostra essenza.

    Ma il reazionario è lo stolto che fa proprie la presunzione di con dannare la storia e l’immoralità di rassegnarsi a essa.

    Progressismo radicale e progressismo liberale elaborano visioni parziali. La storia non è né necessità né libertà, ma la loro integrazione flessibile.

    Infatti la storia non è un mostro divino. Non sembra che il polverone umano si sollevi come sotto l’alitare di una bestia sacra; non sembra che le epoche si ordinino come stadi nella nascita embrionale di un animale metafisico; i fatti non si dispongono gli uni rispetto agli altri come squame di un pesce celeste.

    Ma, se la storia non è un sistema astratto che germina sulla base di leggi implacabili, non è neppure docile alimento della follia umana.

    La capricciosa e gratuita volontà dell’uomo non è il suo rettore sommo. I fatti non si modellano come una pasta viscosa e plastica fra dita operose.

    Infatti, la storia non deriva da una necessità impersonale, né dal capriccio umano, ma da una dialettica della volontà dalla quale l’opzione libera si svolge in conseguenze necessarie.

    La storia non si sviluppa come un processo dialettico unico e autonomo, che prolunga in dialettica vitale la dialettica della natura inanimata, ma in un pluralità di processi dialettici, numerosi come gli atti liberi e adeguati alla diversità delle loro basi carnali.

    Se la libertà è l’atto creatore della storia, se ogni atto libero genera una storia nuova, il libero atto creatore si proietta sul mondo in un processo irrevocabile. La libertà secerne la storia come un ragno metafisico la geometria della sua tela.

    Infatti la libertà si aliena nello stesso gesto in cui si assume, perché l’atto libero possiede una struttura coerente, un’organizzazione interna, una proliferazione normale di conseguenze. L’atto si dispiega, si dilata, si espande in conseguenze necessarie, in conformità con il suo carattere interno e con la sua natura intelligibile. Ogni atto assoggetta una parte di mondo a una configurazione specifica.

    Pertanto la storia è un incastro di libertà concretizzate in processi dialettici. Tanto più è profondo lo strato al quale nasce l’atto libero, tanto più sono varie le zone di attività determinate dal processo, e maggiore la sua durata. L’atto superficiale e periferico si esaurisce in episodi biografici, mentre l’atto centrale e profondo può creare un’epoca per una società intera.

    Così la storia si articola in momenti e in epoche: in atti liberi e in processi dialettici. I momenti sono la sua anima fuggitiva, le epoche il suo corpo tangibile. Le epoche si estendono come intervalli fra due momenti: il suo momento germinale e il momento in cui la chiude l’atto iniziale di una nuova vita. Su gangheri di libertà girano porte di bronzo.

    Le epoche non hanno una durata immutabile: l’incontro con processi sorti da una maggiore profondità le può interrompere, l’inerzia della volontà le può prolungare.

    La conversione è possibile, la passività consueta. La storia è una necessità generata dalla libertà e strozzata dalla causalità.

    Le epoche collettive sono il risultato di una comunione attiva in una decisione identica, o della contaminazione passiva di volontà inerti; ma, finché dura il processo dialettico in cui le libertà si sono trasformate, la libertà del non conformista si ritorce in una ribellione inefficace. La libertà sociale non è un’opzione permanente, ma allentamento improvviso nell’articolazione delle cose.

    L’esercizio della libertà suppone un’intelligenza sensibile alla storia, perché davanti alla libertà alienata di tutta una società solo l’uomo può cogliere il rumore della necessità che si spezza. Ogni proposito fallisce se non s’inserisce nelle fessure principali di una vita.

    Di fronte alla storia si leva solamente l’imperativo etico di operare quando la coscienza approva la finalità che al momento è dominante o quando le circostanze culminano in una congiuntura propizia alla nostra libertà.

    L’uomo posto dal destino in un’epoca senza fine prevedibile, e il cui carattere ferisce le nervature più profonde del suo essere, non può sacrificare frettolosamente la sua ripugnanza ai suoi tratti gentili, né la sua intelligenza alla sua vanità. Il gesto spettacolare e vano merita il plauso pubblico, e il disprezzo di quanti la meditazione invoca. Nei momenti oscuri della storia l’uomo si deve rassegnare a rodere pazientemente le superbie umane.

    Così l’uomo può condannare la necessità senza contraddirsi, anche se può operare solo quando la necessità crolla.

    Se il reazionario ammette la sterilità attuale dei propri princìpi e l’inutilità delle sue condanne non è perché gli basta lo spettacolo delle confusioni umane. Il reazionario non si astiene dall’agire perché lo spaventa il rischio, ma perché pensa che attualmente le forze sociali si riversano rapide verso una meta che disdegna. Nell’attuale processo le forze sociali hanno scavato il proprio alveo nella roccia e niente muterà il loro corso finché non sboccheranno sul liscio di una pianura ignota. Il gesticolare dei naufraghi manda soltanto i loro corpi alla deriva parallelamente a una diversa spiaggia.

    Ma se il reazionario è impotente nel nostro tempo, la sua condizione lo obbliga a testimoniare la sua ripugnanza. La libertà, per il reazionario, è soggezione a un ordine.

    Infatti, anche quando non sia né necessità né capriccio, tuttavia la storia non è per il reazionario dialettica della volontà immanente, ma avventura temporale fra l’uomo e quanto lo trascende. Le sue opere sono tracce, sulla sabbia smossa, del corpo dell’uomo e del corpo dell’angelo. La storia del reazionario è un brandello, strappato dalla libertà dell’uomo, che sventola al soffio del destino.

    Il reazionario non può tacere, perché la sua libertà non è solo l’asilo in cui l’uomo sfugge al traffico che lo stordisce e dove si rifugia per riprendere in mano sé stesso. Nell’atto libero il reazionario non prende soltanto possesso della propria essenza.

    La libertà non è una possibilità astratta di scegliere fra beni noti, ma la condizione concreta all’interno della quale ci è concesso il possesso di nuovi beni. La libertà non è istanza che risolva contese fra istinti, ma la montagna dalla quale l’uomo contempla l’ascesa di nuove stelle, nella polvere luminosa del cielo stellato.

    La libertà pone l’uomo fra divieti che non sono fisici e imperativi che non sono vitali. Il momento libero dissipa la vana chiarezza del giorno, perché si erga, sull’orizzonte dell’anima, l’immobile universo che fa scivolare i suoi lumi passeggeri sul tremore della nostra carne.

    Se il progressista si volge al futuro, e il conservatore al passato, il reazionario non misura i propri desideri con la storia di ieri o con la storia di domani. Il reazionario non plaude a quanto porterà l’alba prossima, né si aggrappa alle ultime ombre della notte. La sua abitazione si leva nello spazio luminoso in cui le essenze lo chiamano con le loro presenze immortali.

    Il reazionario sfugge alla schiavitù della storia perché ricerca nella selva umana l’orma di passi divini. Gli uomini e i fatti sono, per il reazionario, una carne servile e mortale animata da venti di tramontana.

    Essere reazionario significa difendere cause che non girano sulla scacchiera della storia, cause che non importa perdere.

    Essere reazionario significa che ci limitiamo a scoprire quanto crediamo d’inventare; significa ammettere che la nostra immaginazione non crea, ma svela corpi morbidi.

    Essere reazionario non significa abbracciare determinate cause, né patrocinare determinati fini, ma assoggettare la nostra volontà alla necessità che ci costringe, arrendere la nostra libertà all’esigenza che ci spinge; significa trovare le evidenze che ci guidano addormentate sulla riva di stagni millenari.

    Il reazionario non è il sognatore nostalgico di passati conclusi, ma il cacciatore di ombre sacre sulle colline eterne.

    Nicolás Gómez Dávila (1913-1994)

    El reaccionario auténtico. Un ensayo inédito, in Revista Universidad de Antioquia, n. 240, Medellín aprile-giugno 1995, pp. 1619.
    Tratto da: Cristianità N.287-288, marzo aprile 1999

    Nicolás Gómez Dávila - Il vero reazionario


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 13-09-10 alle 02:50

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    Predefinito Rif: Reazionari!

    Reazionario
    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera


    Reazionario intende qualsiasi movimento politico o sociale e qualsiasi ideologia che promuove un ritorno a uno stato precedente (lo status quo ante). Il termine ha avuto origine dalla rivoluzione francese, per indicare i contro-rivoluzionari che volevano ripristinare le condizioni reali o immaginarie dell’Ancien Régime monarchico. Nel XIX secolo, con il termine reazionari venivano indicati coloro che volevano conservare il feudalesimo e i privilegi aristocratici contro l'industrialismo, il repubblicanesimo, il liberalismo e il socialismo. Oggi il termine è ampiamente utilizzato dalla sinistra politica in senso peggiorativo riguardo quelle idee che si ritengono passatiste, obsolete e opposte al progresso.

    Sommario

    1 Uso e storia del termine
    1.1 La reazione termidoriana
    1.2 La restaurazione della monarchia francese
    1.3 I filosofi clericali
    1.4 Metternich e il contenimento
    1.5 Il XX secolo
    2 Note
    3 Bibliografia


    Uso e storia del termine

    La rivoluzione francese ha dato alla lingua inglese due termini che denotano la politica anti-progressista: reazionario e conservatore. Reazionario deriva dalla parola francese réactionnaire (coniata agli inizi del XIX secolo), e conservatore da conservateur, in riferimento ai parlamentari monarchici che si opponevano alla rivoluzione. [1] In questo utilizzo francese, reazionario denota "un movimento volto all'inversione di una tendenza o di uno stato esistente" e un "ritorno ad uno stato precedente delle cose." L'Oxford English Dictionary cita il primo uso del termine in lingua inglese in riferimento a John Stuart Mill, che nel 1840 scrisse: "I filosofi della scuola reazionaria – la scuola a cui Coleridge appartiene". [2]

    Durante la rivoluzione francese, le forze conservatrici (in particolare la Chiesa cattolica romana), organizzarono l'opposizione ai cambiamenti sociali, politici ed economici progressisti portati dalla rivoluzione, e la battaglia per ripristinare il potere temporale della Chiesa e della Corona.

    Nella politica ottocentesca europea, la classe reazionaria includeva le gerarchie della Chiesa cattolica romana - il clero, i nobili, le famiglie reali e i realisti – uniti nel credere che il governo nazionale fosse dominio esclusivo della Chiesa e dello Stato. In Francia, i sostenitori del governo tradizionale diretti da parte degli eredi della dinastia della Casa dei Borbone sono stati classificati come la reazione legittimista. Nella Terza Repubblica, i monarchici erano la fazione reazionaria, più tardi rinominata conservatrice. [1] Nelle società cristiane protestanti, reazionario descrive coloro che sostengono la tradizione contro la modernità.

    Nel XIX secolo venivano denotate come reazionarie quelle persone che idealizzavano il feudalesimo e l'epoca pre-moderna, precedenti alla rivoluzione industriale e alla rivoluzione francese, quando le economie erano prevalentemente agrarie e un’aristocrazia terriera dominava la società, un re ereditario governava e la Chiesa cattolica romana era il centro morale della società. I reazionari si opponevano alla democrazia e al parlamentarismo.

    La reazione termidoriana

    La reazione termidoriana è stato un movimento interno alla rivoluzione, contro gli eccessi dei giacobini. Il 27 luglio 1794 (9 termidoro anno II del calendario repubblicano francese), il regno del Terrore di Maximilien Robespierre venne portato a termine. La caduta di Robespierre portò alla riaffermazione della Convenzione Nazionale francese sul Comitato di Salute Pubblica. I giacobini furono soppressi, le prigioni svuotate e il Comitato spogliato dei suoi poteri. Dopo l'esecuzione di circa 104 sostenitori di Robespierre, la reazione termidoriana fermò l'uso della ghigliottina contro i presunti controrivoluzionari, impostò una via di mezzo tra i monarchici e i radicali e inaugurò un periodo in cui una relativa esuberanza si accompagnò alla corruzione. La reazione termidoriana non fu così reazionaria, nel senso più comune del termine.

    La restaurazione della monarchia francese

    Con il Congresso di Vienna, i re di Russia, Prussia e Austria costituirono la Santa Alleanza, una forma di sicurezza collettiva contro la rivoluzione e il bonapartismo, ispirata dallo zar Alexander I di Russia. Questa istanza di reazione fu superata da un movimento che si sviluppò in Francia, quando, dopo la seconda caduta di Napoleone, seguì la restaurazione, o il ripristino della dinastia borbonica. Questa volta doveva essere una monarchia costituzionale, con l’elezione di una camera bassa del Parlamento, la Camera dei Deputati. Il diritto di voto era ristretto agli uomini di età superiore ai quaranta, che nei primi quindici anni della loro vita avevano vissuto sotto l'ancien régime. Tuttavia, Re Luigi XVIII era preoccupato di dover ancora a che fare con un parlamento intrattabile. Era felice con gli ultra-realisti, o Ultras, per mezzo dei quali era tornato sul trono, dichiarando di aver trovato una chambre introuvable, letteralmente, una "Camera di governo come non se ne poteva trovare di eguali." Ma poi si accorse che questi erano troppo ultra per un reale.

    Fu la dichiarazione di Saint-Ouen a preparare la strada per la Restaurazione. Prima della rivoluzione francese, che rovesciò radicalmente e sanguinosamente la maggior parte degli aspetti dell'organizzazione della società francese, l'unico modo in cui il cambiamento costituzionale poteva essere istituito era attraverso il riferimento ad un vecchio documento legale che poteva essere interpretato in accordo con quanto proposto. In forma del tutto nuova doveva essere espressa come la giusta rinascita di qualcosa di vecchio, che era caduto ed era stato dimenticato.

    Nel XVIII secolo, quei piccoli proprietari terrieri le cui fortune erano diminuite a tal punto che vivevano a livello di contadini andarono alla ricerca di ogni diritto feudale che avrebbe concesso loro qualcosa. Il "divieto", per esempio, significò che tutti i loro contadini dovessero macinare il proprio grano nel mulino del signore. Così giunsero agli Stati generali del 1789 intesi a premere per l'espansione di tali pratiche in tutte le province, al limite legale. Rimasero inorriditi quando la Rivoluzione francese consentì ai comuni cittadini di andare a caccia, uno dei pochi vantaggi che avevano sempre mantenuto in tutto il mondo.

    Così, con la restaurazione dei Borboni, la chambre introuvable fece in modo che ogni legge riportasse le cose non solo all'età della monarchia assoluta, ma a prima di essa, all’età in cui l'aristocrazia era veramente una classe sociale potente. E' questo che distingue chiaramente un "reazionario" da un "conservatore". Il conservatore avrebbe semplicemente accettato molti miglioramenti portati dalla rivoluzione e rifiutato un programma di ritorno in blocco allo stato precedente. Quindi si deve stare attenti ad usare la parola "reazionario" come un affronto politico, in merito ai tempi successivi, poiché non vi è stato più nulla di comparabile con la chambre introuvable nelle altre nazioni. Per esempio, la Russia di certo non ha avuto più nessuno di quegli aristocratici dopo il 1789. Più tardi i re francesi avranno analogamente problemi con i loro parlamenti.

    I filosofi clericali

    A seguito della Rivoluzione, la Francia è stata continuamente devastata dalle liti tra i reazionari di destra che intendevano restaurare la dinastia borbonica e i rivoluzionari di sinistra; qui sorsero i filosofi clericali - Joseph de Maistre, Louis de Bonald, François-René de Chateaubriand - la cui risposta è stata il ripristino della monarchia assoluta e il ristabilire la Chiesa cattolica romana come Chiesa di Stato della Francia. Da allora, le caratteristiche della storia francese hanno fornito ricorrenti modelli al pensiero politico, con i reazionari, nostalgici di un’età dell’oro pre-rivoluzionaria, che ripudiavano due secoli di progresso seguiti alla rivoluzione nel 1789. (vedi Action Française)

    Metternich e il contenimento

    Durante il periodo del 1815-1848, il principe di Metternich, ministro degli esteri dell'Impero austriaco, è intervenuto per organizzare il contenimento delle forze rivoluzionarie attraverso alleanze internazionali volte a prevenire la diffusione del fervore rivoluzionario. Al Congresso di Vienna, egli fu molto influente nello stabilire il nuovo ordine, il concerto d'Europa, dopo la caduta di Napoleone. Dopo il Congresso, il principe di Metternich ha lavorato sodo per consolidare e stabilizzare il regime conservatore del periodo della Restaurazione. Ha lavorato furiosamente per evitare che zar russo Alessandro I (che era corso in aiuto alle forze liberali in Germania, Italia e Francia), aumentasse la propria influenza in Europa. La Chiesa era il suo principale alleato, e la favorì quale principio conservatore di ordine, in opposizione alle tendenze democratiche e liberali che albergavano al suo interno. La sua filosofia di base era basata su Edmund Burke, che sosteneva la necessità di radici antiche e di un ordinato sviluppo della società. Si oppose alle istituzioni democratiche e parlamentari, ma favorì l'ammodernamento delle strutture esistenti attraverso una riforma graduale. Nonostante gli sforzi di Metternich una serie di rivoluzioni scosse però l'Europa nel 1848.

    Il XX secolo

    Nel ventesimo secolo, reazionario indica gli avversari del socialismo e del comunismo, come l'Armata Bianca, che ha combattuto una guerra monarchica contro-rivoluzionaria contro i bolscevichi dopo la Rivoluzione d'Ottobre. Nella terminologia marxista, reazionario è un aggettivo dispregiativo che indica persone le cui idee possono sembrare a favore della classe operaia, ma che, in sostanza, contengono elementi di feudalesimo, capitalismo, nazionalismo, fascismo o altre caratteristiche sociopolitiche della classe dirigente. Reazionario denota anche i sostenitori di regimi autoritari, anti-comunisti e fascisti come la Francia di Vichy, la Spagna sotto Francisco Franco, e il Portogallo di Antonio Salazar. In Vietnam, il governo comunista ha spesso etichettato le organizzazioni avversarie come reazionarie (phần đồng).

    Il regime di Vichy in Francia, il regime di Francisco Franco in Spagna, quello di Salazar in Portogallo, e i movimenti politici sul genere dell’Action Française di Maurras, sono esempi di questi tradizionali sentimenti reazionari, a favore di regimi autoritari, con leader forti non eletti e con il cattolicesimo come religione di stato. Il motto della Francia di Vichy era "travail, famille, patrie" ("lavoro, famiglia, patria"), e il suo leader, il maresciallo Philippe Pétain, dichiarò che "la terre, elle ne mento pas" ("la terra non mente"), un’indicazione della sua convinzione che la vita vera è quella rurale e agraria.

    Il fascismo è generalmente considerato reazionario, a causa della sua glorificazione dell’antica storia nazionale e di alcuni dei ordinamenti sociali precedenti la rivoluzione industriale del 19° secolo. I fascisti italiani mostrarono il desiderio di realizzare un nuovo ordine sociale basato sul principio feudale di delegazione (senza però la servitù della gleba), nel loro entusiasmo per lo stato corporativo. Benito Mussolini disse che "il fascismo è reazione" e che "il fascismo, che non ha avuto timore di dirsi reazionario ... non ha oggi alcun impedimento nel dichiararsi illiberale e anti-liberale." [3]

    Tuttavia, Gentile e Mussolini hanno anche attaccato alcune politiche reazionarie, in particolare quella monarchica e, più velatamente, alcuni aspetti del cattolicesimo conservatore italiano. Scrissero: "La storia non viaggia indietro. La dottrina fascista non ha preso De Maistre come il suo profeta. L’assolutismo monarchico è del passato, e così è l’ecclesiolatria". Elaborarono inoltre nella loro dottrina politica la tesi che il fascismo “non è reazionario [alla vecchia maniera], ma rivoluzionario." Contrariamente a ciò, hanno anche spiegato anche che il fascismo era di destra e non di sinistra. Il fascismo non era certo un semplice ritorno alla tradizione: portò lo stato centralizzato anche al di là di ciò che si era visto nelle monarchie assolute. Gli stati fascisti a partito unico erano centralizzati come la maggior parte degli stati comunisti, e l’intenso nazionalismo del fascismo non era caratteristico del periodo precedente alla rivoluzione francese.

    I nazisti non si consideravano reazionari, ed enumeravano le forze della reazione (monarchici prussiani, la nobiltà, i cattolici romani) tra i loro nemici, proprio accanto ai loro nemici del Fronte Rosso nella marcia del partito nazista Die Fahne hoch. Il fatto che i nazisti consideravano il loro 1933 come l’ascesa al potere della rivoluzione nazionale, mostra che essi abbiano sostenuto una qualche forma di rivoluzione. Tuttavia, l'idealizzazione della tradizione, del folklore, del pensiero classico, della leadership (esemplificata da Federico il Grande), il loro rifiuto del liberalismo della Repubblica di Weimar, e l’aver chiamato lo stato tedesco il Terzo Reich (in riferimento al Primo Reich medievale e al Secondo Reich pre-Weimar), ha indotto molti a considerare i nazisti come reazionari.

    Movimenti clericali a volte etichettati come clericofascisti dai loro critici, possono essere considerati reazionari nei termini del 19° secolo, in quanto essi condividono alcuni elementi del fascismo, mentre allo stesso tempo promuovono un ritorno al modello pre-rivoluzionario di relazioni sociali, con un forte ruolo per la Chiesa. Il loro massimo filosofo è stato Nicolás Gómez Dávila.

    L'americano Ku Klux Klan, è considerato anch’esso come reazionario. [4] Formatosi in risposta alla liberazione degli schiavi africani e all'ingresso di immigrati nel Stati Uniti, il KKK ha cercato di far rispettare "la legge e l’ordine", la supremazia bianca e la morale tradizionale, spesso con la violenza. In Medio Oriente, esempi di movimenti reazionari sono il wahabismo, il salafismo e i talebani.

    Note

    1 ^ a b The Governments of Europe , Frederic Austin OGG, Rev. Ed., The MacMillan Co., 1922, p. 2 ^ Cited in the OED as "JS MILL in London & Westm. Rev. Mar. 276"
    3 ^ Gerarchia, March, 1923 quoted in George Seldes , Facts and Fascism , eighth edition, New York: In Fact, 1943, p.
    4 ^ Hooded Americanism: the history of the Ku Klux Klan , David Mark Chalmers, Duke University Press, 1987

    Bibliografia

    Liberty or Equality, Erik von Kuehnelt-Leddihn , Christendom Press, Front Royal, Virginia, 1993.
    Liberalism and the Challenge of Fascism, Social Forces in England and France 1815-1870, J. Salwyn Schapiro , McGraw-Hill Book Co., Inc., NY, 1949. (with over 34 mentions of the word "reactionary" in political context)
    The Reactionary Revolution, The Catholic Revival in French Literature, 1870/1914 , Richard Griffiths, Frederick Ungar Publishing Co., NY, 1965.
    Oxford English Dictionary , 20 Vol. 31 references on the use of the term.


    Traduzione dall’inglese di Florian.

    Reactionary - Wikipedia, the free encyclopedia

    Originale: http://forum.politicainrete.net/rivo...-reazione.html


    carlomartello
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    Reazione (politica)
    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


    La Reazione è un'opposizione a forme di innovazione politica, sociale, artistica o culturale, a sostegno del ritorno ad autorità, valori e istituzioni del passato, operata da partiti, gruppi di pressione o anche individui. Il termine nasce durante la Rivoluzione francese per descrivere i monarchici, sostenitori dell'Ancien Régime e del mantenimento del sistema feudale e dei privilegi dell'aristocrazia. Viene ripreso dalla sinistra marxista con significato spregiativo per quanti si oppongono alle forze rinnovatrici o rivoluzionarie. Non mancano, anche in tempi recenti, utilizzi positivi del termine, come in Julius Evola.

    Indice


    * 1 Durante la Restaurazione
    * 2 Nuovo reazionarismo
    * 3 Fascismo e Nazismo
    * 4 Voci correlate

    Durante la Restaurazione

    Il termine entrò nell'uso a partire dalla caduta di Napoleone per indicare quelle frange ultraconservatrici, dette appunto reazionarie, che, nel clima della Restaurazione, intendevano riportare l'Europa all'Ancien Régime, spesso con l'ausilio dei clericali, contrastando qualsiasi spinta al progresso anche in campo culturale e civile.

    Punta ad annullare le conseguenze indotte da movimenti che considera negativi, nella fattispecie la Rivoluzione francese.

    L’assetto socio politico è un assetto dettato dalla storia e non può essere mutato per fini individuali. L’uomo non può mutare a suo piacimento l’ordine delle cose: anche l’ordinamento politico è dato dalla storia (in quanto frutto dell’accumulazione di esperienze) e non può essere mutato. Il potere non è creazione umana ma divina, il sovrano è il rappresentante in terra di Dio e dovrà rispondere esclusivamente a lui (assolutismo).

    I reazionari insistono sull’antindividualismo, le strutture della comunità sono più importanti della singola persona: tali strutture sono configurate secondo un modello piramidale, non è vero che siamo tutti uguali ed è la natura stessa a dircelo; è giusto che chi è più dotato stia ai vertici della piramide. Il reazionarismo fa molta leva sull’argomento religioso: alleanza trono-altare, si aiutano vicendevolmente a governare la cosa pubblica. Si definisce "reazionario" l'individuo che lotta per mantenere o ripristinare forme politiche precedenti alle riforme che vive.

    Tra i paladini del pensiero reazionario sono Monaldo Leopardi, padre di Giacomo Leopardi, e Joseph de Maistre.

    Nuovo reazionarismo

    Alla fine del XIX secolo ritornano in auge le idee reazionarie dando vita ad una sorta di “nuovo reazionarismo”. Il movimento reazionario di fine Novecento continua ad essere ostile alla democrazia e ad essere convinto che l’ordine sociale collettivo debba considerarsi più importante del ruolo individuale; si concretizza, però, un nuovo protagonista politico: la massa. Importanti esponenti di questo ritorno reazionario sono Heinrich von Treitschke e Maurice Barres.

    La politica si è allargata, bisogna, perciò, utilizzare nuovi strumenti e nuove parole d’ordine per cercare il consenso. I nuovi reazionari puntano sui sentimenti di appartenenza alla comunità e alla nazione in contrapposizione alle altre nazioni e a chi non appartiene alla propria identità nazionale.

    Soprattutto in Francia e Germania l’antisemitismo funge da ulteriore collante per le idee nazionalistiche che sostengono che l’ebreo non sia intimamente legato alla nazione in cui vive, che non gli stia a cuore il destino della nazione ma solo quello dell’internazionalismo ebraico. Allo stesso modo ai socialisti viene rimproverato di essere esclusivamente interessati all’internazionalismo socialista.

    Fascismo e Nazismo

    Molto spesso errando, fascismo e nazismo vengono definiti dalla propaganda marxista come movimenti reazionari; in realtà questi rappresentarono i fermenti nazionalrivoluzionari del XX secolo, contrapposti alla rivoluzione bolscevica, ma anche a ogni tipo di conservatorismo reazionario; lottando appunto per la realizzazione di una rivoluzione sociale e nazionale. Significativa la posizione decisamente antireazionaria espressa più volte anche dallo stesso capo del fascismo Mussolini:

    « Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'occidente... »

    (Dichiarazione di guerra giugno 1940)

    Secondo tali ideologie governa un unico individuo non perché lo ha voluto Dio, bensì per volontà popolare; questo uomo viene scelto dal popolo perché appare come il più abile e il più capace, è colui che riesce a rimanere meglio in contatto con il resto della popolazione, lo fa tramite il carisma: capacità di saper interpretare i bisogni della collettività. Fascismo e nazismo rifiutano perciò ad ogni legittimazione trascendente, puntando a creare una propria “religione” civile che mira a trasformare ed indottrinare radicalmente l’uomo nel suo complesso.

    Voci correlate

    * Politica
    * Destra

    Reazione (politica) - Wikipedia


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 13-09-10 alle 03:08

 

 

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