di Guillaume Luyt
Un approccio radicale alla crisi delle periferie in Francia non ha nulla a che vedere con una risposta sul piano del rafforzamento della sicurezza interna. Perché non è certo mettendo maggiormente sotto controllo le persone oneste che si potrà fare arretrare i teppisti (1).
Di fronte alla più calda delle sommosse alcuni possono essere tentati da misure eccezionali per arginare le azioni dei teppisti.
Non solo loro non si meritano una tale risposta (la risposta deve essere adeguata alla minaccia e, in questo caso, i minacciatori spesso non hanno più di 15 anni), ma per di più, quando si è ricorso a misure d’urgenza non si è mai potuto sapere dove e quando sarebbero state sospese.
I dirigenti di Jeunesses Identitaires lo hanno capito molto bene.
In un comunicato del 17 novembre hanno affermato chiaramente la loro opposizione “al prolungamento di una misura che si dichiara d’urgenza ed eccezionale. Ricordiamo che questo stato d’urgenza permette di proclamare il coprifuoco e altre misure che riducono la libera circolazione, consente il divieto di pubblici raduni e perquisizioni notturne oltre a eventuali fermi domiciliari per alcune persone (…). Noi sappiamo troppo bene che le prime vittime di questo tipo di misure restrittive delle libertà pubbliche sono proprio gli onesti cittadini, mentre i teppisti continuano a pavoneggiarsi nelle loro zone di non-diritto guadagnate a forza di cocktail Molotov!”
Ritenendo allo stesso modo che questo stato d’urgenza non mancherà, all’occorrenza, di essere utilizzato “per vietare manifestazioni e raduni Identitari o far visita nel bel mezzo della notte ad alcuni militanti”, i giovani del movimento (J.I.) hanno ricordato che l’ideale Identitario è “un ideale di libertà” e che gli Identitari non combattono “per vedere i nostri quartieri inquadrati dalle forze di polizia”.
Completamente fuori questione è infatti confondere i militanti Identitari con i partigiani di un qualsivoglia “partito dell’ordine”.
Potendo essere considerati conseguenza della destra radicale, e non certo di quella bonapartista -incarnata oggi da Sarkozy, degno erede di Pasqua- gli Identitari non potranno essere certo soddisfatti da un regime del manganello.
Inoltre, essendo ostili alle ideologie (2), noi rifiutiamo qualsiasi forma di totalitarismo, di cui adesso può essere un esempio lo stato di polizia.
Se, sfortunatamente, sono numerosi coloro che fanno proprio l’adagio poliziesco secondo il quale “cercare di capire è già cominciare a disubbidire” e accettano senza protestare ogni nuova legge liberticida, alcuni nostri compatrioti hanno capito bene che il rafforzamento della sicurezza si fa soprattutto a spese delle persone oneste.
Alla stessa maniera in cui il controllo delle armi e le norme sempre più restrittive sul tiro sportivo non impediscono né ai rapinatori né agli assassini di procurarsi i calibri di cui hanno bisogno, ci si può interrogare sull’efficacia, nei confronti di questi teppisti, del moltiplicarsi di telecamere per la video sorveglianza o di misure riguardo ai cani cosiddetti pericolosi.
Allo stesso modo in cui si può dubitare dell’efficacia sui presunti terroristi del controllo automatico degli autoveicoli presso i pedaggi stradali o della comparazione dei dossier personali.
Come sottolinea giudiziosamente un internauta all’interno di un forum (3) consacrato alle libertà individuali “si possono sopprimere tutte le libertà” in nome della sicurezza a oltranza.
E’ perché, tra l’anarchia causata dal terrore -che sia reale o una suggestione- e la tirannia dell’ordine repubblicano -che sia in uniforme o incravattato- noi, militanti Identitari, ci rifiutiamo di scegliere.
O piuttosto, noi rigettiamo questa falsa alternativa, proprio come rifiutiamo quella tante volte discussa della repressione e della prevenzione.
Da una destra di tipo “radicale”, ovvero che affronta la radice dei problemi in una prospettiva che privilegia la libertà piuttosto che l’uguaglianza (4), noi optiamo per uno sradicamento della minaccia, nel senso della eliminazione delle radici, e non certo per una sua gestione.
Ai nostri occhi, il problema “sicurezza” diventa un problema di polizia soltanto perché non si consente di affrontare la questione “insicurezza” alla radice.
Avete mai sentito parlare di auto bruciate in Giappone? Di minaccia terrorismo in Cile? O, di “paranoia sicurezza” in Austria?
No. Non ci sono più teppisti in potenza che terroristi addormentati in quei paesi!
In Giappone e in Cile, come in Austria, l’equilibrio etnico e culturale della popolazione è un fattore di coesione sociale e dunque di sicurezza collettiva.
Al contrario, nonostante il loro Super stato di polizia, gli Stati Uniti non hanno potuto evitare le sommosse razziali di Los Angeles del 1992 né gli attentati dell’11 settembre 2001.
Per quale motivo?
Perché la loro società multirazziale contribuisce fortemente al fermentare di tutti gli odi e le violenze all’interno come all’estero.
Per noi la sola risposta alla mancanza di sicurezza passa per la ricostruzione di una società in cui lo spirito di appartenenza a una comunità di destino sia sufficientemente forte da fare in modo che la pace civile non sia più evanescente ma reale.
E, visto che sappiamo che solo l’armonia etnica e culturale può garantire la tranquillità di un popolo, noi diciamo, con le parole dei giovani del movimento Jeunesses Identitaires, che “per ristabilire l’ordine questo paese non ha bisogno di più polizia, ma di meno immigrati”.
Semplicemente.
Guillaume Luyt
(1) Nell’articolo si utilizza il termine “racaille”, letteralmente gentaglia che è stato tradotto con” teppisti”. Lo stesso termine è stato usato dal Ministro dell’Interno francese Sarkozy per indicare gli autori dei recenti disordini e ha suscitato notevole clamore in Francia.
(2) Nel senso di sistemi di pensiero che pretendono di imporsi all’intero genere umano, ovunque e in ogni tempo.
(3) www.lsijolie.net
(4) A differenza della sinistra radicale per la quale l’imperativo “uguaglianza” prevale su quello “libertà”




Rispondi Citando