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    Predefinito Aleksandr Isaevič Solženicyn



    COMUNISMO / Arcipelago Gulag: la storia di uno dei suoi “abitanti”

    di Marta Dell'Asta


    Tra i martiri sconosciuti del XX secolo vengono alla luce, magari per caso, delle figure di grande bellezza, come quella di Georgij Osorgin: un giovane ufficiale zarista fucilato a soli 36 anni nella notte tra il 28 e il 29 ottobre del 1929 per aver salvato e aiutato molti compagni di detenzione. Ne offre una esauriente biografia il numero in uscita di «La Nuova Europa», il bimestrale della Fondazione Russia Cristiana.

    Quelli come Osorgin, catalogati come «ex», rientravano nel novero dei «senza diritti» ai quali si poteva togliere impunemente la casa, la libertà e anche la vita.

    E furono esattamente queste le tappe attraverso le quali Osorgin passò tra il 1918 e il 1929 non risparmiandosi mai e cercando di dare tutte le sue energie per sostenere quelli che gli stavano vicino: i suoi familiari come i suoi compagni di prigionia.

    Georgij era cresciuto in una numerosa famiglia della nobiltà russa profondamente legata alla tradizione ortodossa. La rivoluzione piombò come un uragano sulla famiglia Osorgin: furono privati di tutti i beni, costretti a dividersi e quasi tutti emigrarono all’estero. Anche nelle situazioni più difficili Georgij non cedette alla demoralizzazione, la sua fede crebbe invece di perdersi, e divenne anzi l’orizzonte entro il quale i fatti della vita trovavano un senso; così, ad esempio, nei messaggi che scrisse dalla prigione colpisce il distacco con cui accettò sin dall’inizio la possibilità di non tornare. In un biglietto indirizzato alla moglie pochi giorni dopo l’arresto, avvenuto nel marzo del 1925, invece di rassicurarla sulla propria sorte sembrò voler preparare se stesso e la famiglia alla propria morte: «Che Dio vi aiuti tutti. Pregate anche per me e mantenete la calma: non mi preoccupo per me neanche un minuto, il mio pensiero va a voi che restate… Vi benedico tutti e prego per voi, ma ricordate che terrò alta la mia bandiera e la stessa cosa aspetto da voi». In un altro biglietto scritto su un fazzoletto fu anche più esplicito: «Non ho paura della morte, adesso so che saprò sempre come morire».

    Nel 1928, dopo tre anni di prigione, venne trasferito presso il lager delle Isole Solovki sul mar Bianco e anche qui trovò il modo di aiutare tantissime persone. Divenne aiutante della sezione sanitaria e riuscì a far ricoverare o assumere presso la sezione molti detenuti, soprattutto preti e intellettuali che, in questo modo, venivano sottratti ai terribili «lavori comuni» ossia alla morte certa. Si prestava poi per ogni genere di servizio: consegnava messaggi, organizzava incontri fra le persone, recapitava qualsiasi cosa, compresa l’eucaristia per i moribondi. Era sempre attivo e si spendeva per tutti, faceva ininterrottamente la spola tra i vari uffici del campo. Il suo atto più eroico fu quello di non cercare di sopravvivere per i suoi, ma di prodigarsi per tutti rischiando la fucilazione.

    Questo fuoco di carità si manifestò come totale donazione di sé nell’ultimo incontro con la moglie. Solženicyn descrive l’episodio nell’Arcipelago Gulag, così come gli era stato riportato da testimoni oculari; la circostanza che più lo commuove è l’incredibile amore dimostrato da quest’uomo, che finse per tre giorni di essere contento e pieno di speranze: «Non una sola allusione in una sola frase, non un abbassamento di tono, non un offuscamento degli occhi! Solo una volta, mentre passeggiavano sulla riva del Lago Santo, lei si voltò e vide il marito prendersi la testa fra le mani in preda al tormento. “Cos’hai?”, “Nulla”, rispose rasserenandosi immediatamente», e commenta «Ecco cosa significa la padronanza di sé». Era quel «punto di vista proprio» che per Solženicyn caratterizza gli uomini di fede e li rende liberi di fronte a ogni potere di questo mondo.

    COMUNISMO/ Arcipelago Gulag: la storia di uno dei suoi “abitanti”


    carlomartello
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    Predefinito Rif: Aleksandr Isaevič Solženicyn



    Ljudmila SARASKINA
    «Più Solženicyn per tutti». La biografa di Solženicyn


    tratto da: Il Giornale, 25.5.2008, p. 23.

    Intervista con Ljudmila Saraskina, la studiosa che per otto anni ha raccolto i racconti e le confidenze dell’autore di «Arcipelago Gulag». Realizzando la sua biografia in vita

    da Mosca


    «Un’esperienza unica. Non so quanti altri scrittori abbiano avuto un’occasione come quella che è stata data a me». Ljudmila Saraskina, nota studiosa di letteratura, è l’autrice di una monumentale biografia di Solženicyn appena uscita in Russia (martedì prossimo verrà presentata al Centro culturale «Biblioteca dello Spirito» di Mosca): oltre 900 pagine, frutto di otto anni di lavoro a contatto con il celebre scrittore.

    Un caso davvero singolare, se si pensa che nemmeno grandi classici come Puškin, Dostoevskij o Tolstoj hanno avuto l’onore di sfogliare da vivi una loro biografia. Questo spiega anche l’iniziale resistenza di Solženicyn - che l’11 dicembre festeggerà 90 anni - davanti alla proposta della casa editrice moscovita Molodaja Gvardija, che nel 2005 ha affiancato alla collana di vite di russi illustri la serie «La biografia continua...», dedicata proprio ai vivi. Che si tratti di un’originale trovata editoriale o di un astuto escamotage, una cosa così in Russia non si era mai vista. Tanto che anche Solženicyn ha ceduto, autorizzando la biografia e aprendo in esclusiva all’autrice il proprio archivio familiare.

    Incontro Ljudmila Saraskina nell’appartamento di Mosca dove nel ’74 venne arrestato Solženicyn, al numero 12 della centralissima via Tverskaja (oggi sede della Fondazione a lui intitolata). Facendomi accomodare in quello che una volta era lo studio del premio Nobel, la studiosa mi indica una finestra nel palazzo di fronte: «Da quel punto - spiega - un ufficiale del KGB teneva costantemente sotto controllo Solženicyn, segnalando tutte le visite che riceveva».

    Dopo una vita intera passata a studiare Dostoevskij, com’è arrivata a Solženicyn?
    Ljudmila SARASKINA: «È stato lui ad arrivare a me! La sera del 3 gennaio 1995, rispondendo al telefono, sentii all’altro capo: “Sono Solženicyn!”. Non me lo sarei mai aspettato, quasi mi prese un colpo. In America aveva letto i miei libri e ora, rientrato in patria, mi chiedeva un aiuto a orientarsi nel mondo letterario russo: era stato assente per vent’anni...».

    Così è iniziata la vostra amicizia.
    Ljudmila SARASKINA: «C’incontrammo per la prima volta proprio in questa stanza l’11 gennaio ’95. Pochi giorni dopo m’invitò alla prima di una sua opera teatrale, voleva il mio parere. Da allora iniziammo a vederci spesso, quindi mi coinvolse nella giuria di un premio letterario che sognava da tempo».

    Come le venne l’idea di scrivere una sua biografia?
    Ljudmila SARASKINA: «Nel 2000 stavo lavorando a un libro sull’influsso degli scrittori russi su Solženicyn, perciò mi ero costruita una specie di “canovaccio” della sua vita per capire quando aveva conosciuto i classici e rispondere ad alcune domande: cos’ha voluto dire per Solženicyn leggere già a dieci anni “Guerra e pace”? Perché a Dostoevskij è arrivato solo da adulto? Stilando questa cronologia, però, mi accorsi di quante leggende e imprecisioni ci fossero riguardo alla sua vita».

    Ironia della sorte, per un uomo che ha impostato tutta la sua esistenza all’insegna dell’appello «Vivere senza menzogna»...
    Ljudmila SARASKINA: «Era tale la mole di falsità... Dopo due anni di ricerche gli telefonai dicendogli il mio sconcerto. Lui rispose: “Venga da me”. Andavo a trovarlo a Troice-Lykovo, alle porte di Mosca, e gli rivolgevo una raffica di domande per ricostruire i fatti, registrando le sue risposte. Andammo avanti così per tre anni... ma sull’ipotesi di una biografia fu sempre chiaro: “Non finché sono vivo”».

    Ma lei non si arrese...
    Ljudmila SARASKINA: «Sì. Lo facevo per me, per scoprire la verità. Se il destino mi aveva donato l’amicizia con un uomo simile, questo lavoro era un mio dovere. Anche senza sapere a che cosa sarebbe servito».

    La situazione si sbloccò nel 2005, grazie alla casa editrice Molodaja Gvardija...
    Ljudmila SARASKINA: «Ritirò il suo ‘niet’ e io mi misi all’opera. Secondo gli accordi avrei dovuto consegnare tutto entro 18 mesi. Una vera pazzia, ma ce l’ho fatta».

    Con l’aiuto di Solženicyn?
    Ljudmila SARASKINA: «Ha letto di persona ogni capitolo, segnandomi a margine le correzioni. Senza la sua memoria formidabile, sarebbe stato impossibile ricostruire certi episodi. Raccontando il suo arresto nel ’45, per esempio, avevo scritto che alla Lubjanka era stato costretto a indossare la divisa dei detenuti. La settimana dopo, mi sono trovata un appunto a bordo pagina: “La Lubjanka era l’unica prigione dove i detenuti non avevano una divisa ma tenevano i propri vestiti”. Come avrei potuto saperlo?».

    Sia in esilio, sia dopo il rientro in patria, Solženicyn ha sempre ricordato alla nazione le sue radici spirituali. Secondo lei, nella Russia di oggi questo richiamo è ascoltato?
    Ljudmila SARASKINA: «La Russia è varia. C’è una Russia che ama molto Solženicyn e un’altra che lo bolla come reazionario. Gli oligarchi non lo amano perché critica chi si è arricchito a danno del popolo. Quando Putin lo scorso giugno gli ha assegnato il Premio di Stato, però, ha dichiarato che molto di ciò che ha fatto era su consiglio e raccomandazione di Solženicyn. Non direi che oggi sia un “profeta inascoltato”. Il suo impatto sulla società non è misurabile come quello di chi guida un partito, ma il suo influsso morale è enorme: Solženicyn è un freno al male e il suo solo rientro in patria, nel 1994, è stato la prova che la Russia non era ancora morta. Lo diceva la gente semplice che gli è andata incontro a Vladivostok, l’ho percepito nettamente anch’io: con lui potevamo resistere».

    Come l’ha segnata l’amicizia con un uomo così straordinario?
    Ljudmila SARASKINA: «Solženicyn mi ha insegnato a pormi degli obiettivi che nessuno si pone. Non ho mai incontrato nessuno così esigente con se stesso, ripeteva sempre: “Io sono il mio lavoro”. Fin da giovane cercava di non sprecare un istante. Pensi che per stare fino all’ultimo in biblioteca non dava mai appuntamento alla sua ragazza prima delle 22. Voleva dilatare la sua vita all’infinito. Così anche oggi: quando andavo a trovarlo, lavoravamo dalle 10 del mattino alle 20 di sera. La prima volta, all’ora di pranzo, mi chiese: “Non mangerà mica per un’ora intera?”».

    Giudica il suo lavoro una sorta di impresa?
    Ljudmila SARASKINA: «Quale impresa? Ho lavorato in condizioni ottime: in un Paese libero, senza temere perquisizioni, utilizzando il computer...».

    Che effetto le ha fatto raccontare una storia in cui manca la parola «fine», sapendo inoltre che il suo protagonista l’avrebbe letta?
    Ljudmila SARASKINA: «È stato straordinario. Solo lavorando a questo libro posso dire di aver imparato a scrivere. Ho sperimentato una responsabilità enorme, mai provata prima; non potevo sbagliare, mi sentivo come un funambolo sul filo. Raccontare di un uomo vivo significa parlare dei suoi amori e dolori, delle sue sofferenze, sapendo che il padrone di questa vita rimane lui: perciò dovevo usare delicatezza e prudenza. È stata un’esperienza incredibile di unione con la storia di Solženicyn: mi pareva di essere con lui a scuola, in guerra, nel Gulag... Penso che questa biografia appartenga molto più al mio destino che al suo. Ora posso dire: “È successo nella mia vita!”».

    «Più Solženicyn per tutti». La biografa di Solženicyn


    carlomartello
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    Solzenicyn, l'irriducibile che «confessò» Putin

    Marta DELL'ASTA

    tratto da: Avvenire, 22.11.2000.

    A Penne un convegno tira il bilancio dell'opera culturale e politica svolta dal grande dissidente


    Ridimensionato, forse, ma solo dei paludamenti da profeta che gli erano stati accollati da altri. Il grande vecchio, Alexander Solzenicyn, resta qualcuno che merita d'essere ascoltato; non è solo un grande della letteratura o della cultura, ma il cuore morale della nazione, persino della nuova Russia che di cose stantie come la morale se ne infischia alla grande.

    Dopo il plateale insuccesso delle trasmissioni televisive che aveva intrapreso nel 1994 (che avevano fatto dire che è un moralista noioso); dopo che una casa editrice russa aveva sospeso la pubblicazione della sua opera omnia "per mancanza di sottoscrittori", qualcuno aveva cercato di seppellirlo anzitempo come un relitto della tramontata epoca del dissenso.

    Eppure, rientrato nel tipo di vita ritirata che più gli si confà, Solzenicyn resta una mente pensante, e una mente libera. Su di lui si tiene domani e venerdì un convegno a Penne, in provincia di Pescara, che vuol fare il punto sullo scrittore all'insegna del titolo "L'arcipelago della vita e della morte". Al convegno partecipano Vittorio Strada, Evgenij Sidorov, Vincenzo Cappelletti e numerosi altri studiosi del grande dissidente.

    Non tutti oggi ritengono che Solgenicyn abbia perso il carisma. Ad esempio il presidente Putin, che lo scorso 20 settembre, reduce dalle batoste dell'gosto nero, è andato a trovarlo personalmente nella sua dacia fuori Mosca, a Troice Lykovo. I commentatori più idealisti hanno detto: guarda, il presidente è andato a farsi consigliare! I pessimisti invece hanno sibilato: bel colpo, ci sa fare con le pubbliche relazioni, il presidente!

    Comunque, al di là delle intenzioni di Putin, almeno un elemento ci permette di dire che Solzenicyn, nonostante gli ottant'nni suonati, resta un uomo vivo e attento alla realtà: il fatto che abbia cambiato opinione su alcune cose e abbia corretto il tiro su altre, sempre restando fondamentalmente fedele alla propria visione del mondo.

    Lo ha detto anche nell`intervista a Vittorio Strada pubblicata domenica scorsa sul «Corriere della sera»: credeva di aver compreso una volta per tutte il meccanismo del potere in Russia, dal ‘17 in poi, invece non aveva tenuto conto di un fenomeno nuovo oggi determinante, la nuova classe dirigente priva di qualsivoglia ideale e tesa solo ad arraffare. Il furto su larga scala non lo aveva previsto.

    Del resto, anche su Eltsin aveva cambiato opinione; dopo il loro primo incontro al Cremlino Solzenicyn aveva fatto un commento stringato: "Russo, molto russo", che esprimeva ad un tempo simpatia umana e preoccupazione. Poi era venuta la delusione completa, e Solzenicyn era diventato un critico acerrimo del presidente, tanto che si era rifiutato di accettare dalle sue mani la più alta decorazione russa, l'ordine al merito per servizi alla patria.

    Anche sulla politica attuale Solzenicyn ha le sue belle riserve: la sua idea forte resta la conservazione del popolo, dell'idea nazionale, mentre per Putin è far risorgere la superpotenza; Solzenicyn vorrebbe ritirare le truppe russe da tutti i paesi (dal Tagikistan come dai Balcani), mentre Putin le manda persino in Sierra Leone; Solzenicyn insiste di lasciare l'indipendenza alla Cecenia e di restituire al Giappone le Curili, mentre Putin è di tutt'altra idea, tanto da chiamare il popolo a una nuova crociata. Solzenicyn è un critico feroce della nuova nomenclatura e delle sue privatizzazioni, mentre Putin ne è stato un promotore attivo quand'era a Pietroburgo. Infine, Solzenicyn vorrebbe un Consiglio federale forte, mentre Putin di fatto lo sta distruggendo.

    Una grande distanza, si direbbe, eppure lo scrittore è uscito contentissimo dall'incontro di settembre; ha detto al canale Rtr che Putin è un uomo equilibrato, intelligente e duttile. Ha detto anche che entrambi credono nell'autonomia amministrativa locale, come una via d'uscita dalla crisi attuale.

    Molti si sono chiesti a cosa fosse dovuto tanto entusiasmo da parte di uno come Solzenicyn, con i suoi precedenti di critico intransigente del potere; non si può credere che abbia ceduto alla vanità di fronte all'onore tributatogli.

    Forse è stato l'amore per il suo Paese che gli ha fatto superare ogni pregiudizio, nella speranza sempre rinnovata che si trovino l'uomo giusto e la via giusta per la Russia. Sta di fatto che commentando la visita di Putin ha detto: "Penso che il nostro incontro sia stato utile e necessario. Sono grato al presidente per aver trovato il tempo di venire a parlare con me. In ogni caso, oggi sono pieno di idee".

    Data inserimento: 17/08/2007

    Solzenicyn, l'irriducibile che «confessò» Putin


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    Predefinito Rif: Aleksandr Isaevič Solženicyn



    IN RUSSIA ARCIPELAGO GULAG TESTO OBBLIGATORIO A SCUOLA

    di Claudio Salvalaggio


    MOSCA - Da campione della dissidenza ai tempi dell'Urss a materia d'obbligo scolastico nella Russia putiniana: é la singolare parabola di Aleksandr Solgenitsin, il Premio Nobel per la letteratura autore di Arcipelago Gulag, la monumentale denuncia delle atrocità dei campi di sterminio staliniani che ora diventerà testo obbligatorio in tutte le scuole secondarie del Paese. I difensori dei diritti umani plaudono perché si tratta di una significativa svolta culturale in un Paese che tende a rimuovere i crimini staliniani o a riabilitare la figura del dittatore, come testimoniano recenti manuali di storia ispirati dall'entourage del Cremlino nell'ultima fase della presidenza di Vladimir Putin. Ma l'introduzione tra i banchi di scuola della più famosa e sconvolgente opera di Solgenitsin, anche se annunciata dal ministro della pubblica istruzione Andrei Fursenko, è stata voluta dallo stesso Putin, come ha rivelato la vedova dello scrittore, Natalia, per la quale si tratta di un "avvenimento grande, sostanziale e significativo". Con questa iniziativa il premier sembra aver intrapreso un prudente percorso critico nei confronti di Stalin, di cui recentemente ha anche condannato il patto di non aggressione sovietico-tedesco Molotov-Ribbentrop, definendolo "immorale". Putin, ex capo dell'Fsb, l'erede di quel Kgb che perseguitò Solgenitsin, rese omaggio allo scrittore visitandolo nella sua dacia alle porte di Mosca, prima che morisse un anno fa. Ne elogiò la figura e le opere, compreso quel nazionalismo patriottico che tanto bene si sposa con la sua linea politica. In ogni caso l'incontro segnò la definitiva riconciliazione del cantore del Gulag con il suo Paese. Soddisfatti i difensori dei diritti umani: "servirà anche alla causa della destalinizzazione", ha osservato il responsabile dell'ong Memorial Arseni Roghinski, che ha tuttavia espresso dubbi sulla preparazione degli insegnanti per lavorare con un'opera simile. Roghinski ha inoltre suggerito di rafforzare il processo di destalinizzazione diffondendo tra gli studenti anche la lettura di altri autori, come Varlam Shalamov (I racconti di Kolima), Ievghenia Ginzburg (Memorie), Anatoli Zhiguli. Nella lista dei testi obbligatori delle scuole russe figurano già altre due opere più brevi di Solgenitsin: Una giornata di Ivan Denisovic - che descrive la giornata di un detenuto in un Gulag - e il racconto La casa di Matriona. Ma Arcipelago Gulag ha ben altra valenza simbolica, essendo stata la pietra di uno scandalo internazionale: dopo la sua pubblicazione all'estero, nel 1974, l'autore, che nel dopoguerra aveva passato undici anni in un lager per una allusione a Stalin in una sua lettera, fu espulso dall'Urss brezneviana. Trattandosi di un'opera monumentale in tre volumi, gli studenti non saranno tenuti ad una lettura integrale ma allo studio di un'antologia di un solo volume che sarà redatta dalla stessa vedova e adottata dopo l'approvazione degli esperti. "Sarà un passo verso la soluzione di un problema che preoccupa la nostra società e che è legato ai tentativi di capire il proprio passato", ha osservato Natalia Solgenitsina. Un tentativo spesso ostacolato da uno stalinismo strisciante, latente, se la maggioranza dei russi tende a considerare Stalin in chiave positiva, come il modernizzatore dell'Urss e il trionfatore della seconda guerra mondiale. Rimuovendo gulag, purghe e terrore.

    IN RUSSIA ARCIPELAGO GULAG TESTO OBBLIGATORIO A SCUOLA - ANSA.it


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