di Alberto Mingardi
Ieri, a “Radio anch’io”, Silvio Berlusconi è arrivato a parlare di un intervento «deciso, addirittura manu militari» per spezzare questa catena di scioperi selvaggi. Un’uscita imprevista, che ha ricordato a molti il Ronald Reagan che piegò i luddisti dei cieli, la Thatcher capace di resistere, resistere e resistere ai minatori. Dimentichiamo per un secondo che questo governo ha una storia assai diversa nel suo rapporto coi sindacati, e immaginiamo che davvero Berlusconi possa fare il Reagan, per una volta nella vita.
Il 3 agosto 1981, 13mila dei 17mila e cinquecento membri dell’organizzazione dei controllori di volo decisero di incrociare le braccia, sperando di costringere il governo degli Stati Uniti ad ingollare le loro richieste. L’allora Presidente rispose con un ultimatum. Siccome, in quanto impiegati federali, essi stavano violando una precisa clausola contrattuale che impediva loro di esercitare il diritto di sciopero, i controllori avrebbero auto quarantott’ore di tempo per tornare al proprio posto. Altrimenti, a casa. Questo accadeva dopo sette intensi mesi di negoziati. Le concessioni del governo si erano concretizzate in un aumento di quaranta milioni di dollari nella spesa per salari e benefit di vario tipo (più una riduzione all’orario di lavoro). «Il doppio di quanto qualsiasi altro impiegato pubblico possa aspettarsi», si scrisse. Gli scioperanti chiedevano diciassette volte tanto.
Quando Reagan si presentò alla stampa facendo la faccia dura, ricordando di essere stato lui pure sindacalista e di averlo addirittura organizzato, uno sciopero, «ma nel settore privato è diverso» (nel senso che una cosa sono le contrattazioni, altra i ricatti), i controllori e buona parte dell’opinione pubblica mondiale pensarono che stesse bluffando. Il grande comunicatore però non era uomo che non desse peso alle parole, e aveva ben presente che il sorriso accattivante, la parlata spiccia, l’istintiva simpatia dell’attore uso a calpestare la scena possono servire per guadagnarselo, il consenso. Mantenerlo e consolidarlo è altra cosa: scusate, ma servono le palle.
Il piano d’emergenza imbastito dal governo funzionò. I corsi per diventare controllori di volo furono spinti all’ingrasso, sfornando in poco tempo re volte i “laureati” consueti. Militari dell’aeronautica e crumiri tamponarono le falle del sistema. Mesi dopo, la magistratura rinviò a giudizio i settantacinque boss della protesta selvaggia, e fece volare multe per due milioni di dollari.
Tuttavia, per mostrare i muscoli ai sindacati, bisogna avere una visione un po’ più ampia della micragnosa attitudine ad affrontare un-problema-alla-volta, senza risolverne alcuno per paura di osare coraggio politico e onestà intellettuale. Sempre a “Radio anch’io”, il presidente del consiglio ha confermato quanto a dire il vero ha sempre sostenuto. Che l’Italia ha bisogno di una compagnia di bandiera (statale), che non si può lasciare l’Alitalia al triste destino del fallimento, s’è spinto addirittura a sostenere che una privatizzazione non sposterebbe di una virgola il problema (allora è proprio un fortunato caso che ci sceglie Air One in questi giorni riesca a viaggiare). Le stesse cose le aveva dette in occasione di un’altra crisi simile, che aveva preceduto una pesante sconfitta elettorale della Cdl. Non ci sarà un nesso causale, ma la correlazione almeno andrebbe notata.
Reagan non ha liberalizzato il trasporto aereo, perché l’aveva già fatto Carter. Ma aveva voluto e saputo accompagnare la crescita di quel mercato perché ci credeva, perché voleva che anche in questo settore la concorrenza desse i suoi frutti. Attaccava il sindacato non per smanie repressive, ma per sacro rispetto dei contratti.
Una noticina a piè di pagina. Il biografo di Reagan Dinesh D’Souza, che all’epoca lavorava alla Casa Bianca, informa che il Presidente scelse di agire come fece «senza consultare nemmeno un sondaggio, perché era convinto che fare la cosa giusta fosse politicamente premiante». Amen.
Da Libero, 25 gennaio 2006


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Ronald, ci manchi! 
