Cuba-Stati Uniti, al via la guerra dei murales
"E' una provocazione". Fidel Castro fa costruire un muro per oscurare l'Ufficio statunitense a L'Avana che fa lampeggiare scritte inneggianti ai diritti umani
Aldo Garzia
Non è una novità che ci sia un botta e risposta tra L'Avana e Washington. Dall'1 gennaio 1959, data che segna la vittoria della rivoluzione di Fidel Castro, non passa giorno senza che tra le due sponde dello Stretto della Florida non ci si rivolga un po' di reciproche contumelie. Ma questa volta – ecco la novità – la sfida è a colpi di poster e di cartelli luminosi lungo lo splendido lungomare dell'Avana (Malecón) che per alcuni chilometri unisce la parte antica della città (Habana vieja) con quella più moderna (Miramar), costeggiando il centralissimo quartiere del Vedado. Il Malecón è anche uno dei luoghi più romantici dell'Avana, dove gli innamorati vanno ad ammirare il tramonto e dove sfilano i colorati cortei del carnevale cubano.
E' proprio lungo il Malecón che ha sede la storica sede dell'Ambasciata degli Stati Uniti, dai primi anni Sessanta trasformatasi più semplicemente in Ufficio di interessi statunitensi dal momento che tra L'Avana e Washington non esistono relazioni ufficiali a causa dell'embargo economico unilaterale decretato contro Cuba dalla Casa Bianca fin dal lontanissimo 1962. Ed è appunto qui che da qualche giorno ha avuto inizio una vera e propria guerra a colpi di cartelli luminosi tra i due paesi.
In queste ore un gruppo di operai cubani sta lavorando a tempo di record per edificare un muro che impedisca alle auto e agli autobus che sfrecciano lungo il Malecón di scorgere le scritte luminose che l'Ufficio di interessi fa lampeggiare sul proprio frontespizio al quinto piano come si trattasse di un'insegna pubblicitaria e che riproducono frasi sui temi dei diritti umani e politici. L'altra sera è arrivato in quel punto del Malecón lo stesso Fidel Castro. Il leader cubano voleva verificare come procedevano i lavori di edificazione del muro. Proprio in quel momento, al quinto piano dell'Ufficio di interessi americano è apparsa una scritta luminosa con una frase di Abramo Lincoln: "Nessun uomo è sufficientemente buono per governare gli altri senza il loro consenso".
Da tanti anni nei pressi di quel'angolo del Malecón c'è un grande cartello a colori che riproduce la scritta cubana: "Signori imperialisti, non abbiamo alcuna paura". Poi nel 2000, quando scoppiò il caso "Elián González" (il bambino naufrago nelle acque di Miami che fu restituito al padre restato a vivere a Cuba dopo una lunga battaglia giudiziaria), di fronte all'Ufficio di interessi è stata costruita una "Tribuna antimperialista" dove negli ultimi anni si sono svolte numerose manifestazioni anti-Stati Uniti. Nel 2000 è comparso pure un monumento che raffigura un José Martí (l'eroe della guerra d'indipendenza cubana contro la Spagna) che punta l'indice verso l'Ufficio di interessi avendo un bambino in braccio.
L'ultima manifestazione anti-Washington si è svolta lo scorso 24 gennaio, quando un milione di avaneri – con Castro in prima fila – ha sfilato proprio di fronte all'unica sede diplomatica degli Stati Uniti presente a L'Avana. Qualche giorno prima l'Ufficio di interessi aveva iniziato a punzecchiare l'orgoglio cubano con alcune scritte prese in prestito dai discorsi di Martin Luther King e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Onu (1948), a cui le autorità dell'Avana rispondevano aumentando il numero di cartelli che ricordano la guerra in Iraq, le torture ai prigionieri reclusi nella base americana di Guantanamo (territorio cubano). Poi è arrivata la recentissima decisione di "oscurare" le scritte luminose iniziando a erigere quello che rischia di passare alla storia come il "Muro del Malecón".
Prima dell'attuale guerra dei murales c'era già stata la “guerra di Natale” a tenere desta la tensione tra Cuba e Stati Uniti. Dopo la rielezione di George W. Bush alla Casa Bianca (2 novembre 2004), nei giardini dell’Ufficio di interessi statunitense era stato collocato un gigantesco pupazzo di neve di plastica accanto a un altrettanto gigantesco Babbo Natale di pezza. Tra loro, faceva bella mostra di sé una grande luminaria natalizia con la scritta 75 (un esplicito riferimento al numero di dissidenti fatti arrestare a Cuba nel 2003). Il governo cubano, in risposta a quegli auguri di Natale poco graditi, aveva fatto affiggere di fronte alla stessa sede diplomatica alcune gigantografie dei prigionieri torturati dai soldati americani in Iraq e una di Bush con la didascalia "fascista". Accanto a quelle foto c'erano pure una enorme svastica e un grande cartello con la scritta “Happy new year?”.
Saluti antikomunisti![]()
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