Tra antisocialismo e partito democratico. I Ds non vanno in Paradiso ma neppure all'Inferno
Politica. La sinistra italiana vive in un perenne stato d'incertezza. Dallo scioglimento del Pci, la Quercia è lacerata dalla scelta di una precisa identità politica
Leo Sansone
La storia del XXI secolo è strana. Mentre Benedetto XVI vuole abolire il limbo, la sinistra italiana sembra prediligere questo stato d’incertezza. O meglio i Ds, il maggiore partito della sinistra, è affezionato al limbo; la collocazione in cui, secondo la Chiesa cattolica, sono destinati i pagani buoni nati prima di Gesù Cristo e i bambini morti che non hanno ricevuto il battesimo.
I Ds vivono un limbo politico da quasi 17 anni: da quando Achille Occhetto, il 12 novembre 1989, annunciò alla Bolognina l’autoscioglimento del Pci dopo la caduta del muro di Berlino, avvenuta tre giorni prima. Il Pci affrontò prima la metamorfosi nel Pds (1991) e poi in Ds (1998), ma oggi la Quercia ancora è lacerata dalla scelta di una precisa identità politica che sostituisca l’abbandonata strada comunista . Nel partito c’è chi propone la strada socialista, chi pensa ad un neocomunismo, chi scommette su un radicalismo di sinistra movimentista e no global, chi punta su una identità liberaldemocratica con il traguardo del partito democratico.
Più o meno, è la stessa fotografia del 1991, quando al congresso di Rimini nacque il Pds dalle ceneri del Pci, provocando la scissione di Rifondazione comunista. Occhetto scelse il nome di Partito democratico della sinistra scartando la denominazione socialista o socialdemocratica proposta (all’interno del partito) dai riformisti di Giorgio Napoletano e (dall’esterno) da Bettino Craxi. Voleva realizzare “la carovana” di una nuova sinistra critica ed ecopacifista mentre chiedeva, con l’avallo del segretario del Psi, l’adesione all’Internazionale socialista (1992). Allora non nacque “la carovana”, non ci fu né la metamorfosi in una forza socialdemocratica né in un partito democratico. Sorse il Pds, un soggetto composito: socialista, liberaldemocratico, ecopacifista, post comunista, ex comunista. Il limbo.
Il problema dell’identità si ripresentò subito. Nel 1995 Massimo D’Alema, segretario al posto di Occhetto, espose il progetto di “un Paese normale” al congresso della Fiera di Roma. Doveva servire alla Quercia che era l’architrave del governo ulivista di Romano Prodi (1996). Partito socialdemocratico, come voleva D’Alema, o, come sosteneva Walter Veltroni, partito democratico? Il braccio di ferro finì con uno stallo. Il Pds nel 1998 si trasformò in Ds negli Stati generali di Firenze, accolse: socialisti come Valdo Spini e Giorgio Benvenuto, repubblicani come Giorgio Bogi, cattolici come Pierre Carniti e Giorgio Tonini. Ma non cambiò molto. Il nome del partito divenne Ds, Democratici di sinistra. Prevalse ancora il comodo limbo, una sorta d’indistinta “terza via”.
Nel 2000 (congresso di Torino) toccò a Walter Veltroni ripetere l’errore, ancora il limbo. L’allora segretario, succeduto a D’Alema, indicò la strada di “una grande sinistra in un grande Ulivo”, mentre Arturo Parisi, fedelissimo di Prodi, lo sollecitava “a sciogliere i Ds” per varare il partito democratico. L’identità indefinita provocò una politica a zig e zag, senza un progetto di società, una politica di taglio pragmatico nei governi Prodi, D’Alema 1, D’Alema 2 ed Amato 2. Tre traguardi da ricordare: l’adesione all’euro, le privatizzazioni delle Partecipazioni statali (ma dai monopoli pubblici sorsero degli oligopoli privati tipo la Telecom e le Autostrade), la guerra del Kossovo condotta con le forze della Nato contro la Serbia del dittatore Milosevic.
Poi fu il turno di Piero Fassino. Prese nel 2001 la guida del partito, sconfitto alle elezioni politiche e al minimo storico dei voti (16,6%). Al congresso di Pesaro proclamò “il definitivo approdo riformista”. Al congresso di Roma del febbraio 2005 propose la federazione riformista Ds-Margherita, Sdi, Repubblicani europei come “il timone riformista del centrosinistra”. Indicò un obiettivo. “Spero che nasca un grande partito riformista –disse- sul modello dei partiti socialisti europei”. Ma la federazione prima ebbe il sì, poi fu bocciata e quindi recuperata da Francesco Rutelli in una versione senza i socialisti di Enrico Boselli. E veniamo ad oggi. Prodi reclama: “Nasca subito il partito democratico”. Fassino frena. Il partito democratico, per il segretario Ds (ma anche per D’Alema), è solo “una prospettiva” alla quale lavorare (e non si parla più di partito socialdemocratico). Ancora un buio limbo.
Partito socialista, nella storia italiana ed europea, significa: uguaglianza, stato sociale, redistribuzione del reddito, una moderna democrazia. Ma solo in Italia, al contrario degli altri Paesi europei, non c’è un grande partito socialista nel nome, nell’identità e nel programma politico. I motivi sono tanti. Esistono tre partiti eredi del Pci (Ds, Prc e Pdci) e quattro forze discendenti dal Psi (lo Sdi di Boselli e il Nuovo Psi di Bobo Craxi con il centrosinistra, il Nuovo Psi di Gianni De Michelis e la Giovine Italia di Stefania Craxi con il centrodestra).
Perché i Ds rifiutano di chiamarsi socialisti? In realtà nel partito c’è e permane un pregiudizio antisocialista. E’ il retaggio del sentimento di superiorità che il Pci di Palmiro Togliatti aveva verso il Psi frontista di Pietro Nenni, il convincimento di supremazia e di diversità nutrito dal Pci di Luigi Longo ed Enrico Berlinguer verso il Psi autonomista di Nenni e di Craxi. Un sentimento antisocialista, forte anche alla base, alimentato dai durissimi scontri degli anni Settanta ed Ottanta, prima fra Berlinguer e Craxi e poi fra Occhetto e sempre quest’ultimo, che ebbero come posta l’egemonia a sinistra. “Una guerra civile a sinistra”, come l’ha definita Ugo Intini, che si è chiusa con delle macerie: con la cancellazione del Psi (anche per Tangentopoli) ma anche con la sconfitta di tutta la sinistra. Non a caso nei Ds esiste un senso di minorità politica.
Nonostante la Quercia sia il primo partito dell’opposizione (secondo i sondaggi sarebbe anche la maggiore forza del Paese), ha scelto Prodi, un ex Dc, come il leader del centrosinistra e candidato alla presidenza del Consiglio contro Silvio Berlusconi. La stessa scelta del 1996 mentre nel 2001 ricorse a Francesco Rutelli, ex radicale alla testa della Margherita, per guidare il centrosinistra. Sono stati scelti dei moderati per dirigere l’opposizione e non degli esponenti Ds perché il marchio post comunista del partito è un handicap elettorale. L’incerta identità politica pesa, il Limbo pesa. Del resto l’intero gruppo dirigente Ds viene tutto dal Pci (il segretario Fassino, il presidente D’Alema, i capigruppo parlamentari Violante ed Angius).
Dopo le elezioni politiche del 9 aprile, il dilemma della scelta della trasformazione in un partito democratico o socialista si riproporrà. Se la lista dell’Ulivo andrà bene, probabilmente il partito democratico sollecitato da Prodi e Rutelli (ma anche dal Corriere della Sera e dalla Repubblica con i rispettivi editori, industriali e finanzieri) si troverà a viaggiare su un’autostrada. Nel 1992 Francis Fukuyama, un anno dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, proclamò “la fine della storia”. Una analisi sbagliata. La democrazia (e il capitalismo) non rimase il solo pugile padrone del ring dopo la disfatta del comunismo. A sorpresa si sviluppò il fondamentalismo religioso islamico che proclamò la guerra santa agli Stati Uniti d’America e alle democrazie occidentali e cristiane. Forse anche il socialismo potrà rinascere a sorpresa. Del resto è proprio una rinnovata socialdemocrazia che può riformulare le garanzie sociali per impedire l’iper sfruttamento capitalista nell’era della globalizzazione. “Come si cambia per non morire, come si cambia per ricominciare”, canta Fiorella Mannoia. Meglio cambiare, il limbo è troppo buio.
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